FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

Numero  149  -  Aprile  2007

SOMMARIO:

    

 

1) Una lettera che non avremmo mai voluto ricevere da Kenneth

2) Strategia abolizionista: una sfida per l’Italia            

3) Un nuovo studio boccia il metodo dell’iniezione letale  

4) Sentenze cassate per mancata valutazione delle attenuanti      

5) Negli USA stampa sempre più lontana dalla pena capitale 

6) La scia delle lacrime              

7) Riceviamo da Bill Coble condannato a morte in Texas 

8) Notiziario: Arabia Saudita, Argentina, Florida, Globale, Iran, Iraq, Virginia

 

 

1) UNA LETTERA CHE NON AVREMMO MAI VOLUTO RICEVERE DA KENNETH

 

Il 30 aprile, appena appreso che il suo iter giudiziario era giunto al termine, il nostro caro amico Kenneth Foster ha inviato a tutti i suoi sostenitori questo messaggio drammatico ed essenziale. Dobbiamo reagire. Nell’assemblea del 20 maggio decideremo come meglio impegnarci in favore di Kenneth in questo drammatico frangente. Certamente raccoglieremo dei fondi per la sua difesa legale: invitiamo fin d’ora i lettori a fare offerte ‘pro Kenneth Foster’ sul nostro c. c. postale numero 45648003.

 

Cari amici,

mando questa lettera in lungo e in largo, ma è soprattutto per quelli che conosco più intimamente.

Ho appena saputo che la Corte Suprema non prenderà neanche in considerazione il mio caso. Ciò significa che i miei appelli sono sostanzialmente finiti e che il momento è venuto. Ci sono poche altre procedure attraverso le quali devo passare (in particolare un ricorso susseguente alla medesima Corte Suprema), ma la possibilità di un successo è prossima a zero – così come quella della concessione della grazia.

Ma non fraintendetemi. Farò ogni passo immaginabile. E anche loro dovranno fare ogni passo necessario – e qualcosa di più – per prendere la mia vita.

Non ho molte cose da dire. Coloro che mi conoscono sanno che cosa hanno significato le mie parole per 10 anni fino ad ora. Voglio solo mandare amore e rispetto a tutti voi. Non scriverò un sacco di lettere d’addio: ho una battaglia da affrontare. Devo anche prepararmi per la data, che sarà a breve, e stabilire come impegnarmi nei miei ultimi giorni. Questa è proprio la realtà, e potete immaginare come la fronteggerò.

A coloro che leggono questa lettera e con i quali ho una relazione particolare va un grazie per il tempo, per i sacrifici e per l’amore che mi hanno dedicato. Spero di aver contraccambiato ciò che ho ricevuto con la mia propria lotta.

La strada che mi sta davanti non sarà facile. La lotta prosegue. Continuate la battaglia e fate vivere il mio nome.

Mi farò sentire personalmente con alcuni di voi presto, ma aspettatevi lettere ridotte all’essenziale.

Ho molto da fare. Tenete alto il morale così come io terrò il mio. Abbiate cura di voi.

Amore attraverso la lotta da

Kenneth

 

A Firenze, nella nostra Assemblea dei Soci del 20 maggio, decideremo come meglio impegnarci in favore di Kenneth in questo drammatico frangente. Certamente raccoglieremo dei fondi per la sua difesa legale, rispondendo alla richiesta dello stesso Kenenth e a necessità obiettive. Invitiamo fin d’ora i lettori a fare offerte, piccole o grandi, ‘pro Kenneth Foster’ sul nostro c. c. postale n. 45648003.

 

 

2) STRATEGIA ABOLIZIONISTA: UNA SFIDA PER L’ITALIA

 

Nella conferenza stampa di Irene Khan - che ha presentato a Roma a fine aprile gli ultimi dati sulla pena di morte nel mondo - è emersa la strategia abolizionista di Amnesty International e la posizione della massima organizzazione per i diritti umani sulla questione della moratoria universale delle esecuzioni capitali. In un progetto abolizionista globale, l’Italia dovrebbe assumere un ruolo assolutamente privilegiato, promuovendo in primo luogo la creazione di una coalizione globale di governi – non soltanto europei - contro la pena di morte. Tra le iniziative della Coalizione globale, vi sarebbe la presentazione della risoluzione per la moratoria in Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dopo una adeguata preparazione diplomatica che ne assicuri il successo. La moratoria è vista come parte integrante - ma non integrale - di una strategia abolizionista organica e flessibile, calibrata anche sui singoli paesi e sulle varie regioni del mondo, rivolta all’opinione pubblica, ai poteri statali e agli organi sovranazionali. Ci domandiamo se il governo italiano abbia le qualità morali, oltre che politiche, indispensabili per svolgere efficacemente l’esaltante compito che gli viene assegnato nell’ambito della strategia abolizionista globale.

 

Durante la sua recente missione in Italia, Irene Khan, Segretaria Generale di Amnesty International, incontrando le autorità italiane - dopo aver denunciato numerose insufficienze nel rispetto e nella promozione dei diritti umani nel nostro paese - ha affrontato in particolare la questione della moratoria universale delle esecuzioni capitali come parte di una strategia abolizionista globale (*).

Il Presidente del Consiglio Romano Prodi ha chiesto una valutazione di Amnesty sulla situazione della pena di morte nel mondo e un parere sulle prospettive di successo di un’iniziativa per ottenere da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite l’approvazione di una risoluzione che preveda la moratoria universale delle esecuzioni (v. n 146). Prodi ha domandato ad Amnesty International un maggiore appoggio nella lotta contro la pena di morte.

Irene Khan ha risposto di essere molto favorevole all’iniziativa per la moratoria purché vi siano i presupposti che ne garantiscano il successo. Non si può andare immediatamente in Assemblea Generale ONU e porre all’ordine del giorno la moratoria (**). A suo avviso, è necessario premettere un’azione diplomatica solida, non limitata all’Unione Europea ma comprendente un’ampia partecipazione di paesi che siano sulla stessa posizione dell’Europa in altre regioni del mondo.

Amnesty ha proposto al governo italiano di convocare una conferenza di governi non soltanto europei ma di tutto il mondo, in particolare dell’Africa e dell’America latina. Da questa conferenza dovrebbe scaturire una Coalizione globale di governi contro la pena di morte. Uno dei primi compiti della Coalizione globale dovrebbe essere quello di promuovere l’approvazione di una risoluzione per la moratoria universale delle esecuzioni nell’ambito dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Irene Khan ha evidentemente preso sul serio le molteplici dichiarazioni del governo italiano - intensificatesi  dopo l’esecuzione di Saddam Hussein - di voler agire in ambito internazionale contro la pena di morte (v. n. 146). Ella spera che personaggi come Prodi e D’Alema assumano una forte ‘leadership’ capace di assicurare risultati concreti. Alle molte perplessità generate dai nostri leader per come agiscono o non agiscono nei riguardi della ‘pace’ e dei ‘diritti umani’, sarebbe bello venisse data una risposta - non necessariamente eroica ma almeno in termini di leadership - come chiede Amnesty. Crediamo che non manchino ai nostri rappresentanti capacità e intelligenza, speriamo che dimostrino idealità, lungimiranza e statura morale.

Riteniamo interessante riportare una nostra sintesi (che ovviamente non fa testo) delle dichiarazioni di Irene Khan del 27 aprile alla stampa sulla strategia abolizionista:

“In questo momento c’è la possibilità di agire per accelerare la fine della pena di morte nel mondo. Ma per raggiungere questo scopo sono necessarie una leadership politica forte e una strategia chiara e ben costruita che produca un crescente movimento globale che isoli il nucleo duro dei paesi mantenitori e li costringa infine a riconoscere di essere in stridente dissonanza rispetto alle tendenze generali.      

Dobbiamo coinvolgere in quest’azione anche gli stati ai margini, quelli attualmente indecisi, affinché si aggiungano al gruppo degli stati abolizionisti.

Da alcuni anni esiste una Coalizione Mondiale di organizzazioni non governative che si oppone alla pena di morte, oggi Amnesty International chiede che i governi costituiscono una coalizione globale contro la pena capitale.

Faccio questo appello da Roma auspicando che il governo italiano prenda l’iniziativa di mettere insieme un gruppo di governi, un gruppo di campioni per il cambiamento che raccolga la sfida dell’abolizione e non si fermi finché l’obiettivo non sia stato raggiunto. Un gruppo che abbia un sostegno ampio e non sia limitato soltanto all’Unione Europea ma attinga da tutte le regioni del mondo.

Ho chiesto ieri al Presidente Prodi di prendere l’iniziativa di convocare una conferenza di un gruppo di paesi e spero che questo il vostro governo lo faccia il più presto possibile.

Una tappa importante sulla strada dell’abolizione dovrebbe essere la risoluzione in Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla moratoria universale delle esecuzioni. E’ possibile ottenere questo risultato con un’iniziativa diplomatica giusta. Il lavoro è cominciato e dovrebbe essere ulteriormente intensificato. Sarebbe questa una delle  priorità della Coalizione globale.

Tuttavia l’iniziativa della moratoria universale è solo un elemento della strategia. L’auspicata Coalizione globale di governi deve svologere un’azione articolata che agisca a vari livelli. Solo così la risoluzione per la moratoria non rimarrà unicamente sulla carta e potrà avere effetti pratici in termini di riduzione delle esecuzioni.

Un primo livello di azione è regionale; devono essere ratificati i trattati regionali sull’abolizione della pena di morte, ad esempio gli accordi esistenti nell’ambito dell’Organizzazione degli Stati Americani e del Consiglio d’Europa.

L’Italia dovrebbe quanto meno ratificare il 13-esimo protocollo aggiuntivo alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo che prevede l’abolizione totale della pena di morte. E più difficile esercitare una leadership in questa materia se non lo si è fatto.

All’iniziativa a livello regionale si deve aggiungere la discussione a livello nazionale, paese per paese, per rendere gli accordi internazionali veramente efficaci. Bisogna incoraggiare quei paesi che hanno abolito la pena di morte in pratica ad abolirla per legge, i paesi che l’hanno abolita parzialmente ad arrivare all’abolizione totale. Quelli che raramente applicano la pena di morte ad istituire una moratoria.

Amnesty International è pronta a sostenere l’Italia nello sforzo di creare una coalizione globale. Ho offerto al governo italiano di giovarsi della nostra rete organizzativa, dei nostri soci e dei nostri contatti nel mondo delle organizzazioni non governative, nel creare questa coalizione.”

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(*) Il 26 aprile la signora Khan ha incontrato Romano Prodi, Giuliano Amato e gli onorevoli Ranieri e Marcenaro della Commissione Esteri della Camera. Oltre alla questione della pena di morte in ambito internazionale, sono stati posti alle autorità italiane i problemi del diritto di asilo, dei migranti, dei maltrattamenti operati dalle forze dell’ordine, del giusto processo nei riguardi di persone sospettate di terrorismo, della ratifica e/o dell’attuazione dei più recenti trattati internazionali riguardanti i diritti umani, come ad esempio quello riguardante la Corte Penale Internazionale e la Convenzione contro la tortura.

(**) La Sezione Italiana di Amnesty International non ha aderito alla marcia di Pasqua a Roma, organizzata da Nessuno Tocchi Caino, dalla Comunità di Sant’Egidio e dal Comune di Roma, che avanzava proprio tale richiesta. In effetti l’iniziativa per la moratoria - reclamata a larghissima maggioranza anche dal Parlamento Europeo con una nuova risoluzione del 26 aprile – per ora conta solo sull’adesione di 88 paesi, ben al disotto di un minimo prudenziale di 100 (sui 192 paesi e territori votanti alle Nazioni Unite).

 

 

3) UN NUOVO STUDIO BOCCIA IL METODO DELL’INIEZIONE LETALE

 

Un famoso studio sul metodo dell’iniezione letale pubblicato due anni fa sull’autorevole rivista medica britannica The Lancet ha prodotto discussioni e momentanee sospensioni delle esecuzioni in una dozzina di stati ma non è riuscito a mettere seriamente in crisi il metodo ormai usato quasi esclusivamente per uccidere a norma di legge negli Stati Uniti. Un nuovo studio pubblicato a fine aprile sulla rivista scientifica on-line PLoS Medicine suggerisce che alcuni condannati soffochino, perfettamente coscienti ed incapaci di reagire, invece di morire sotto anestesia.

 

Nell’aprile del 2005, nel pieno della discussione sulla liceità costituzionale dell’iniezione letale, sospettata di essere un metodo ‘crudele ed inusuale’ di uccidere, erano stati resi noti i risultati di uno studio fatto da ricercatori della Florida e della Virginia i quali - esaminati post mortem i livelli ematici di anestetico di 49 ‘giustiziati’ – avevano concluso che i prigionieri possano aver provato dolore in quasi il 90% dei casi e che possano essere stati pienamente coscienti mentre venivano uccisi in più del 40% dei casi (v. n. 128).

La pubblicazione della ricerca nell’autorevole medica britannica The Lancet aveva contribuito a dare una solida base scientifica alla discussione in atto. Tuttavia il dibattito non ha prodotto risultati pratici apprezzabili se non qualche scossone alla macchina della morte in una dozzina di stati. Macchina che ha continuato a funzionare a pieno ritmo in altri stati, a cominciare dal Texas. Nessuna corte fino ad ora ha mai dichiarato che l’iniezione letale costituisca una punizione crudele e inusuale e quindi contraria all’Ottavo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti.

Non contraddittoria con i risultati della precedente ricerca si dimostra ora la conclusione di una nuova ricerca pubblicata il 23 aprile sulla rivista scientifica on line PLoS Medicine

La biologa molecolare Teresa Zimmers della Scuola di medicina Miller dell’Università di Miami e colleghi, tra i quali figurano un chirurgo, un anestesista e un avvocato, hanno analizzato i rari resoconti pubblici disponibili delle esecuzioni. Solo due stati hanno fornito i dati: la North Carolina e la California, l’ultimo dei quali costretto dalla sentenza di una corte.

Lo studio ha preso in considerazione i dati registrati riguardo alle esecuzioni di 41 detenuti in questi due stati avvenute a partire dal 1984. In luogo di basarsi su analisi di laboratorio come aveva fatto nella ricerca del 2005 l’anestesiologo Leonidas Koniaris, la Zimmers e i suoi collaboratori si sono limitati ad esaminare i dati che avevano a disposizione: peso dei condannati, dosi, tempi e modi di somministrazione dei farmaci, effetti via via riscontrati nei condannati.

Dallo studio emerge che il pentotal e il cloruro di pancuronio, due delle tre sostanze usate nell’iniezione letale non verrebbero somministrate in un modo che assicuri una morte indolore per i condannati, lasciando che almeno alcuni di essi muoiano, pienamente coscienti ma incapaci di muoversi, per soffocazione, avvertendo un bruciore terribile provocato dalla terza sostanza, in cloruro di potassio, destinata a bloccare il cuore. Il cloruro di potassio, per di più, non avrebbe sempre fermato, come previsto, il cuore dei condannati.

Come osservano gli autori dello studio, nessun gruppo scientifico, per la verità, ha mai affermato che il metodo dell’iniezione letale sia umano. Il metodo fu messo insieme, in tutta fretta e in modo artigianale, nel 1977 – per richiesta di un parlamentare - da un certo dott. Jay Chapman che eseguiva le autopsie per conto dello stato in Oklahoma. Il metodo incontrò grande successo in anni in cui la pena di morte stava faticosamente riprendendo quota dopo una profonda crisi che l’aveva fatta dichiarare incostituzionale. Purtroppo l’apparente pulizia e tranquillità con cui veniva somministrata l’iniezione letale – evitando al pubblico di confrontarsi con gli orrori palesi della sedia elettrica - contribuì a far sopravvivere la pena di morte.

 

 

4) SENTENZE CASSATE PER MANCATA VALUTAZIONE DELLE ATTENUANTI

 

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato tre condanne a morte emesse in Texas prima del 1991. Nelle fase processuale di inflazione della pena, alle rispettive giurie non era stato infatti consentito di valutare le attenuanti derivanti dalla storia e dal disgraziato ambiente di provenienza dei criminali. Tali decisioni si inseriscono in un annoso contrasto tra la massima corte statunitense e le corti d’appello che ricevono i ricorsi dei condannati a morte del Texas, per lo più inclini a confermare acriticamente le sentenze capitali. La sentenza attuale della Corte Suprema potrebbe dare la possibilità a decine di condannati a morte del Texas non ancora giustiziati di chiedere l’annullamento delle rispettive sentenze, anche se – con grande probabilità – verrebbero riprocessati e di nuovo condannati a morte.

 

Una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti del 25 aprile stigmatizza di nuovo il modo in cui venivano condannati a morte gli imputati di reati capitali in Texas fino al 1991 e il modo in cui le corti d’appello competenti, sia statali che federali, hanno convalidato le sentenze.

La Corte Suprema ha infatti annullato le sentenze di morte di tre condannati del Texas perché alla giurie che li giudicarono non fu consentito di considerare delle attenuanti che avrebbero potuto evitare la pena capitale.

Gli imputati dovranno perciò essere sottoposti di  nuovo alla fase processuale di inflazione della pena o scontare la massima pena detentiva. L’accusatore della Contea di Dallas ha già annunciato che chiederà ancora la pena di morte per LaRoyce Smith mentre non si sa ancora se Brent Ray Brewer e Jalil Abdul-Kabir (alias Ted Calvin Cole ) verranno riprocessati.

Altri 44 condannati che ricevettero la sentenza capitale nelle stesse problematiche condizioni di questi tre potrebbero ora appellarsi per far annullare le proprie sentenze.

La Corte Criminale d’Appello del Texas aveva confermato la sentenza per LaRoyce Smith ritenendo ‘non dannoso’ il fatto che la giuria non avesse ricevuto un invito esplicito a considerare le attenuanti che potevano risparmiargli la pena di morte.

Era stata invece la Corte federale d’Appello del Quinto Circuito a confermare le sentenze di Brewer and Abdul-Kabir con un’analoga motivazione.

Prima del 1991 le giurie del Texas, per infliggere la pena di morte, dovevano solo rispondere affermativamente a due domande nella fase processuale di inflazione della pena: 1) se la condotta del reo era deliberata e 2) se l’imputato rappresentava un continuo pericolo per la società.

Nel caso di Smith, il giudice disse alla giuria che essa avrebbe dovuto rispondere ‘no’ se voleva risparmiare la vita all’imputato. La difesa obiettò che ciò non era sufficiente per lasciare ai giurati la possibilità di tenere conto che egli aveva 19 anni al momento del crimine, che aveva un Q. I. di 78 ed non era riuscito a completare il primo ciclo di istruzione.

Il Parlamento del Texas rimediò nel 1991 aggiungendo una terza domanda per la giuria: ora si chiede esplicitamente di valutare se ci sono delle attenuanti che possono evitare la pena di morte (*).

La Corte Suprema nel 2004 accolse un ricorso di LaRoyce Smith (con 7 voti contro 2) e ordinò alla Corte Criminale d’Appello del Texas di ovviare al problema. Tale corte nel marzo 2006 rispose con un atto di sfida confermando la pena di morte per Smith con una votazione di 8 contro 1.

Non meraviglia perciò l’attuale decisione della Corte Suprema che, sia pure a stretta maggioranza, ha deciso di annullare essa stessa la sentenza di morte di Smith – e di conseguenza anche quelle degli altri due detenuti condannati nelle stesse condizioni.

Il nuovo giudice capo ultra conservatore John Roberts, recentemente nominato dal presidente Bush, ha capeggiato il gruppo dei dissenzienti scrivendo che il problema consiste proprio nella confusione generata dalle precedenti sentenze della medesima Corte Suprema. In mancanza delle pressioni di Roberts probabilmente la sentenza a favore di Smith sarebbe stata emessa con una maggioranza più consistente.

Ricordiamo che il contrasto della Corte Suprema federale con le corti del Texas sulla questione delle attenuanti è ben consolidata, risala all’inizio anni Novanta ed ha portato per ben tre volte all’annullamento della pena di morte per John Paul Penry (v. ad es. n. 132).

Ci inquieta il pensiero che della sentenza attuale si sarebbero potuti giovare  numerosi nostri amici che sono stati messi a morte in Texas negli scorsi anni, a cominciare da Joe Cannon che compì un assurdo omicidio dopo un’infanzia e un’adolescenza disseminate di traumi e continui abusi sessuali.

Craig Watkins, procuratore distrettuale della Contea di Dallas, manifestando il proposito di riprocessare LaRoyce Smith ha dichiarato: “Non credo di avere problemi, considerando l’orrore del crimine commesso, ad ottenere una nuova condanna a morte.” Evidentemente Watkins non è in grado di capire che il problema risiede nella attenuanti che si dovevano riconoscere al 19-enne sbandato che lo compì, non nella qualità del delitto. Probabilmente egli alla fine l’avrà vinta e Smith verrà messo comunque a morte.  Forse anche Joe Cannon ed altri nostri amici avrebbero solo potuto vivere di più ma non si sarebbero potuti salvare con questa sentenza della Corte Suprema.

Il problema fondamentale, a ben riflettere, non sta tanto nelle regole procedurali bensì nella mentalità di chi alle attenuanti non vuole neanche pensare perché considera i criminali esseri meno che umani da spazzar via con una ‘giustizia’ che assomiglia pericolosamente ad una pulizia sociale.

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(*) V. articolo di Kennet Foster nel n. 115

5) NEGLI USA STAMPA SEMPRE PIU’ LONTANA DALLA PENA CAPITALE

 

Ai due massimi giornali nazionali degli Stati Uniti - che si oppongono alla pena capitale - si aggiungono man mano i quotidiani degli stati che utilizzano la pena di morte. In una prima fase i giornali assumono un atteggiamento critico nei riguardi degli aspetti più aberranti del fenomeno, per poi prendere chiaramente una posizione abolizionista. L’ultimo a passare nel fronte abolizionista è il Dallas Morning News che in Texas, in aprile, si è aggiunto al Chicago Tribune sceso in campo in Illinois un mese prima. Da una tale evoluzione dei media conseguono necessariamente positivi riflessi nell’opinione pubblica, la quale a sua volta prima o poi influirà sul potere legislativo, vincendo la resistenza dei gruppi conservatori al potere. Di ciò occorre tener conto nel disegnare la strategia abolizionista.

 

Decine e decine sono ormai le testate che, da alcuni anni, criticano apertamente, in quasi tutti gli Stati Uniti, i lati più deleteri del sistema della pena capitale e, di tanto in tanto, chiedono attraverso i loro editoriali di rendere più equo, di limitare o addirittura di bandire l’uso della pena di morte.

Da tempo il New York Times e il Washington Post, i due quotidiani più autorevoli e diffusi a livello nazionale, andando al di là delle critiche, hanno manifestato con chiarezza la loro opposizione alla pena di morte, opposizione netta ma non tanto vigorosa da potersi considerare ‘militante’ (e in genere schermata dall’attitudine a riportare fedelmente, in modo neutro, le opinioni dei politici e gli atteggiamenti del pubblico).

Invece ha fatto scalpore, in Texas, il Dallas Morning News, che, troncando il supporto dato alla pena capitale nel corso di un secolo, è sceso in campo frontalmente contro la pena di morte con un articolo di fondo del 15 aprile, in cui si legge fra l’altro: “Il comitato editoriale ha perso fiducia nel fatto che il Texas possa garantire che ogni prigioniero giustiziato sia realmente colpevole di omicidio. Non crediamo che un sistema legale progettato da esseri umani inerentemente fallibili possa determinare con certezza morale la colpevolezza di ogni imputato condannato per omicidio.” 

In altri editoriali del medesimo giornale, apparsi il giorno seguente, possiamo leggere affermazione del tipo:  “I nostri modi di punire sono cambiati nel tempo. Dalla forca alla fucilazione, dalla sedia elettrica all’iniezione letale. L’ergastolo senza possibilità di uscita sulla parola, essenzialmente la morte mediante prigione, deve essere il nuovo standard.”

E ancora: “Legislatori che si preoccupano di accreditare un profilo di ‘duri contro il crimine’ sembra che vogliano bloccare il disagio del pubblico nei riguardi della pena di morte. E’ chiaro che la pena capitale riceve in Texas il solido sostegno dalla maggioranza. Tuttavia, sotto questo sostegno c’è un’altrettanto forte consapevolezza, rilevata dalle ricerche di opinione, che il Texas ha probabilmente giustiziato almeno una persona innocente. Se i legislatori volessero solo confrontarsi con tale nauseante conclusione, che non è certo difficile da raggiungere, il Texas potrebbe inserirsi nel dibattito nazionale sul fatto che gli standard di decenza si siano evoluti a tal punto da rendere l’omicidio sponsorizzato dallo stato non più accettabile.”

Nell’arco di un decennio quasi tutti i giornali del Texas hanno cambiato atteggiamento sulla pena di morte, ed anzi quelli che più fortemente la sostenevano ora più decisamente la avversano.

Il Dallas Morning News non è il solo giornale che è sceso in campo di recente negli Stati Uniti contro la pena di morte. Potremmo citare il Philadelphia Inquirer o il venerando Chicago Tribune, tradizionale sostenitore della pena capitale. Quest’ultimo quotidiano, dopo un periodo di critica serrata dell’istituzione della pena capitale, dopo la  conduzione di impegnative ricerche giornalistiche su casi di persone innocenti ‘giustiziate’, con un editoriale del 25 marzo ha preso posizione contro la pena di morte scrivendo: “Le evidenze degli errori, le evidenze di decisioni arbitrarie, la salutare consapevolezza che il governo non può dare certezza che gli innocenti non vengano messi a morte, tutto ciò ci induce ad avanzare la presente richiesta di finirla con la pena di morte. E’ giunto il momento di por termine alle uccisioni nel nome del popolo.”

Per ora gli effetti sul pubblico dell’evoluzione dei media sono contenuti, e le conseguenze a livello legislativo sono limitate per la chiusura della classe dirigente particolarmente conservatrice. Ma c’è un prezioso capitale che va accumulandosi per la causa abolizionista che deve essere tenuto presente nella strategia da attuare, e coltivato con una particolare attenzione.

 

 

6) LA SCIA DELLE LACRIME di Kenneth Foster Jr.

 

La collaborazione con Kenneth Foster, nostro ‘corrispondente dal braccio della morte del Texas’, mantenutasi regolarissima per anni, si è interrotta di recente. Riprende con questo delicato articolo in cui Kenneth ci parla del dono delle lacrime.

 

Mi scopro a piangere molto spesso, ultimamente. Non è una cosa facile da confessare. E’ un argomento tabù per un prigioniero. Ma vorrei conoscere un prigioniero che non abbia mai pianto. Mi piacerebbe guardarlo dritto negli occhi e scoprire che cosa c’è in fondo a lui.

Ho scoperto che le mie emozioni si sono spostate su livelli più alti negli ultimi anni. Sentimenti che sfrecciano dentro di me come lampi, come uragani, come grandinate. Sono intensamente conscio del mio modo di essere quando i miei occhi lasciano uscire le lacrime quali espressioni/ memorie/  dichiarazioni.

Mi sento come un canale  che avverte con precisione ogni particella che scorre attraverso di esso. Ho anche cominciato a percepire i miei chackra (*), intorno al mio guscio terreno, che rivelano la forza della mia anima attraverso l’energia.

Non mi rendo conto se per me sta diventando più facile o più difficile piangere. In 10 anni ho percorso la scia delle lacrime molte volte e per diverse ragioni. A volte le lacrime le ho invitate – altre volte no.

Nel 2000 scrissi una poesia intitolata “Quando l’Anima Piange” dopo essere scoppiato spontaneamente in lacrime di fronte ad un compagno, mentre gli raccontavo di aver sognato la notte precedente la madre della madre di mia figlia (una signora morta di cancro nel 1995).   

Mentre non sono ancora stato illuminato sul significato spirituale che sta dietro a quella crisi emotiva, ciò su cui sono stato illuminato è il potere dell’anima di agire per conto proprio se è necessario. Nella poesia “Quando l’Anima Piange” rivelo come l’animo regnerà Supremo sopra i nostri blocchi egoistici/ fisici/ mentali e si libererà (se gli saranno negati tutti gli altri mezzi d’espressione) per conto suo attraverso le lacrime.

Lacrime…

Pensieri emessi come soluzioni rabbiose

Tempo evacuato tra secrezioni radicali.

 

Nell’antica tradizione egizia si dice che il fiume Nilo si sia formato con le lacrime di Iside quando essa scoprì che Osiride era stato ucciso da suo fratello Seth. Questa storia è abbastanza spaventosa per me visto che mi trovo a stare in fila in attesa di essere assassinato. Mi chiedo quanti corpi fatti d’acqua ho creato con le lacrime dopo aver assistito ad un’esecuzione dopo l’altra…

Frances cade

Shaker scorre

Bey si impaluda (**)

 

Vita che trasmigra in forma liquida!

 

Nella privacy del mio spazio personale scopro i miei occhi formulare l’elegia di compagni caduti e sollevare in poesia le loro anime verso gli Antenati. E dalla punta dei miei piedi alla punta delle mie palpebre scopro la vita che scorre in me come un generatore che vorrebbe produrre un urlo, trattenuto nel silenzio e liberato in zampilli sacri. Possano essere libagioni di ricordi sparsi sulla pelle martoriata del rivoluzionario (perché si possono riconoscere gli amanti della libertà dalle loro cicatrici).

Le lacrime accompagnano lo spirito della musica che adesso si fa avanti viva come un fuoco d’artificio che mi esplode dentro. Rhythm&Blues, canzoni e versi contribuiscono ad aggiungere colore alle storie che stiamo vivendo; i nostri piedi si muovono con le melodie dei gospel, dei rap ribelli, delle chiamate alla morte e dei canti per la vita.

La prigione peggiore sarebbe un cuore chiuso, ma attraverso la nostra sofferenza il cuore è disteso e allargato.

Abbiamo sopportato molte sofferenze del cuore per la perdita di amici e per l’odio degli sciocchi, ma in questa divina ironia scopriamo che un cuore che si rompe può contenere l’intero universo.

Quando sono a corto di parole mentre i miei occhi si gonfiano, li chiudo e respiro (profondamente) cercando di ritrarmi in me stesso e di nuotare sull’onda del fiume emozionale che scorre attraverso la mia anima. Una persona può imparare di più in dieci minuti di acuto dolore che in dieci anni di serenità.

Non avendo altro a cui rivolgermi all’infuori delle mura – che hanno sempre rappresentato i miei ascoltatori più gentili – parlo nelle camere del mio tempio. Non temo di farlo perché non riveleranno mai nulla. E onestamente, chi crederebbe loro in ogni caso?

In un luogo in cui gli abbracci non esistono, una lacrima che scorre lungo il volto può sostituire il dito di tua moglie che sfiora la pelle, il bacio schioccato da tuo figlio, un pizzicotto alla guancia dato da tua nonna. E’ l’amore che corre libero, che rinfresca la pelle surriscaldata dal male che ti alita sul collo.

Sono giunto ad accettare l’idea che sperimentare la scia delle lacrime non è debolezza, ma forza; non una maledizione, ma una benedizione. Mi rendo anche conto che non è del tutto naturale, ma si tratta di un mezzo necessario. E’ una medicina scoperta nel mondo di chi crede che la sofferenza venga a noi con uno scopo – cercando di insegnarci qualcosa, non di distruggerci. Dovremmo apprendere le sue lezioni.

Concludo dicendo che il dolore e la sofferenza accumulati dentro portano solo al cancro della mente, del corpo e dell’anima. Quindi, ogni volta che comincerò a piangere, ogni volta che la mia anima vorrà esprimersi così (che avvenga domani o fra molti anni) vi presterò sempre grande considerazione. E’ può esserci di conforto sapere che in tutte le nostre prove e tribolazioni, avversità e sfide, quando si perde qualcosa e se ne trae saggezza, dalla perdita si guadagna.

Stiamo saldi nel DRIVE per la Giustizia, la Verità, l’Amore, la Pace, la Libertà e la Vita!

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(*) Punti del corpo umano che, secondo teorie orientali, irradierebbero energia vitale (n. d. t.).

(**) Frances è Frances Newton, Shaker è Hasan Shaker (alias Derrik Frazier), Bey è Joseph Nichols-Bey. Tutti condannati a morte e ‘giustiziati’ in Texas.

 

7) RICEVIAMO DA BILL COBLE CONDANNATO A MORTE IN TEXAS

 

Bill Coble ha avuto già una data di esecuzione, serissima, ma all’ultimo momento l’ha scampata. Rimane comunque sull’orlo della fossa. Divenuto uno dei beniamini della sisterhood - la ‘sorellanza’ costituita da una decina di socie e simpatizzanti del Comitato - è seguito con particolare affetto da Stefania e Laura Silva. Abbiamo già pubblicato nel n. 141 un grazioso racconto di Bill, intitolato “Una magnifica giornata”. Proseguendo nel programma di dar voce ai detenuti, ora Stefania ha tradotto e inviato per la pubblicazione il seguente ben più impegnativo articolo di Bill Coble. Anche se Bill come saggista - veemente, ridondante ed ingenuo – suscita qualche perplessità, riteniamo che pubblicare integralmente questo suo scritto possa contribuire a far comprendere la situazione psicologica dei condannati a morte del Texas oltre che le loro oggettive allucinanti condizioni di vita.

 

Spero che tutta la sisterhood leggerà la lettera. Prego che questo vi faccia capire meglio e vi faccia lottare ancora di più per cambiare le condizioni di vita nella Polunsky Unit.

Tortura, tormento, disumanizzazione e discriminazione sessuale.

So che tutto questo è vero, per averlo sperimentato. Ma resterò in piedi, per quanto colpito, grazie al sostegno di quanti credono in me.

Comincerò col dirvi della discriminazione di trattamento fra maschi e femmine, che non è un segreto, visto che lo sanno tutti.

Non c’è un solo documento che imponga un trattamento disumanizzante a chi è stato condannato a morte: uomini e donne subiscono la stessa condanna, ma le condizioni di vista sono molto diverse.

Persino la sentenza di una Corte ordina che i detenuti nel braccio della morte del Texas partecipino a un programma di lavoro e non c’è motivo per cui gli uomini non debbano partecipare ad un programma di lavoro, ad un piccolo gruppo di preghiera, di ricreazione, non possano comprare ogni settimana allo spaccio e guardare la TV... solo perché sono uomini!

Se fossimo donne avremmo ancora queste cose. Questa discriminazione va avanti da otto anni, era il novembre del 1998 quando abolirono il programma di lavoro. Presto saranno nove anni! E anche di più, perché non c’è stata nessuna protesta da parte dei cosiddetti gruppi anti discriminazione sessuale.

Così, la domanda è: perché queste differenze per otto anni e NON una protesta per un trattamento uguale?

Prima di entrare negli altri tre aspetti delle condizioni in cui viviamo, voglio richiamare la vostra attenzione sul fattore “quid”; vi darò questi tre esempi.

1) La gente parla della possibilità di successo di giocatore dicendo “... quel        giocatore ha quel quid in più”; anche se non tutti darebbero la medesima      definizione di questo quid.

2) Sul giornale c’è un articolo su una ragazza con un “quid” e ci si domanda       se grazie a questo raggiungerà il successo.

3)  Nel 1964 il giudice della Corte Suprema Stuart Potter disse in un     caso       di pornografia: “forse non siamo in grado di definire esattamente cos’è il       fattore “quid”, ma sappiamo riconoscere che c’è quando lo vediamo”.

Il fattore “it/quid” ci segue ogni giorno e sappiamo riconoscerlo quando lo vediamo.

Adesso che vi dirò come si vive nel braccio della morte del Texas, vi prego di pensare al fattore “it”.

Così come sappiamo riconoscere una tortura quando la subiamo (it); riconosciamo un tormento quando lo subiamo (it), riconosciamo quando siamo disumanizzati (it).

Noi riconosciamo “it” quando subiamo “it”.

C’è un mucchio di spazzatura, e vederlo, odorarlo, vedere la sporcizia sono tutti aspetti del mucchio di sporcizia.

Coprirlo o coprire l’odore, non smette di farlo essere un mucchio di spazzatura.

Quando la gente fa finta di non vedere o nega le condizioni inumane in cui viviamo, questo non impedisce a noi tutti che viviamo qui, di sentire gli effetti di quelle condizioni.

C’è un ordine di una Corte che prevede che i detenuti abbiano almeno cinque ore al giorno di buio e di quiete per dormire.

Le guardie carcerarie sono le uniche responsabili di questo protocollo.

La verità è (vedrete leggendo più avanti) che le stesse guardie carcerarie sono le prime a infrangere le regole qui nella Polunsky Unit.

La domenica non c’è l’ora d’aria, non ci sono visite, non c’è il ritiro e la consegna della posta, così le guardie hanno davvero poco lavoro.

Ci tagliano i capelli.

Alle 23.15 l’ufficiale apre la porta del padiglione “D” e il barbiere comincia a tagliare i capelli.

Due uomini del padiglione “D”, poi due del padiglione “E” e poi due di quello “F”.

Gli ufficiali donne, stanno tutto il tempo a parlare, ridere, mangiare e lasciano la luce accesa.

L’ultimo uomo è stato portato dal padiglione “E” a tagliarsi i capelli all’una e ventidue, strizzava gli occhi dal sonno e stava seduto come se stesse per addormentarsi.

Era stato sveglio fino a quell’ora e gli stavano tagliando i capelli in quello che dovrebbe essere il cuore della notte.

Ripeto, questo è successo domenica notte, quando non c’è ricreazione e posta da consegnare.

Dopo il taglio dei capelli, la pulizia è finita alle 02.14 del mattino e il primo pasto ci è stato consegnato alle 03.30 circa.

Hanno ritirato i vassoi alle 04.20 circa e alle 05.30 hanno fatto il giro per ritirare la posta in uscita.

Alle 06.00 ci hanno chiesto chi voleva andare all’ora d’aria e chi voleva fare la doccia.

Il primo gruppo di uomini è stato portato fuori (per l’ora d’aria) alle 06.30 di lunedì mattina.

Quindi, quando un uomo può avere un sonno ininterrotto per più di un’ora? Sempre che si riesca del tutto a dormire.

Quella notte c’è stata una gelata e mi è stato detto che il lunedì mattina ben 17 guardie carcerarie non sono potute venire al lavoro tanto era il ghiaccio sulle strade.

E gli uomini sono stati fatti uscire alle 06.30 del mattino.

Un trattamento inumano, disumanizza.

Rumore costante e luci accese giorno e notte sono un tormento.

La privazione del sonno è una tortura.

Vi dico alcune cose che mi sono successe, ma vi prego di ricordare che io sono solo uno degli uomini qui e queste cose succedono a tutti noi.

Posso testimoniare come gli effetti di questo ambiente su di noi siano devastanti e comincerò a parlarvi della privazione del sonno.

Stare così tanto senza dormire, mi fa sentire la testa pesante, mi viene un mal di testa così forte, che il mio battito cardiaco sembra un tamburo nella mia testa.

Mi sento così male che non riesco più a pensare e nemmeno a concentrarmi, rimango seduto senza riuscire a vedere niente, sai quando sei sveglio e vorresti fare cose che devi fare ma non riesci a pensare a niente. Sai che stai perdendo i contatti con gli amici e la famiglia perché non riesci a scrivere; ricevi lettere di amici che ti chiedono cosa sta succedendo e non riesci a rispondere; senti di essere completamente inerme di fronte a tutto quello che succede.

Sei in un posto di zombi, circondato da zombi.

Sai che un tempo riuscivi a scrivere due o tre pagine al giorno e invece adesso ci vogliono due o tre giorni per scriverne una, sempre che tu riesca a scrivere.

Comunque siccome niente è costante, ci sono giorni in cui le cose vanno meglio e altri in cui le cose vanno peggio.

Ci sono giorni e notti in cui le guardie gassano anche cinque detenuti e questo vuol dire che tutto il padiglione è gassato.

Ci sono notti in cui le guardie deliberatamente vanno in giro svegliando tutti gli uomini, cosa che altro non è che una tortura.

Adesso vi racconto cosa mi è successo una notte e vi prego di tenere a mente tutte le attività che si svolgono di notte, e potrete decidere voi stessi se questi sono atti deliberati per privare me e gli altri uomini, del sonno, che è uno dei bisogni umani.

Una notte, come tutte le altre, hanno spento la luce e io ho guardato il mio orologio, erano le 23.30. Ho cercato di dormire.

Alle 00.50 l’addetta alla consegna delle medicine e la guardia sono venuti a darmi una medicina, che avrei dovuto prendere il giorno dopo alle 22.00.

Ho dovuto alzarmi, andare alla porta, dire il mio nome e il numero di matricola e quindi ho chiesto: perché mi date adesso la medicina che devo prendere domani alle 22.00?

L’addetta, mi ha risposto: perché a noi conviene farlo adesso, a quest’ora; e se ne è andata.

All’una e quarantotto, la guardia Nettles, è venuta alla mia porta e ha chiamato il mio nome.

Io ho sentito quando attraversava il corridoio e si è fermata davanti alla mia cella, era l’una e quarantasette; l’avevo sentita chiamare l’uomo della cella vicina alla mia, così ho capito che avrebbe chiamato anche me.

Ho iniziato a pregare, chiedendo di avere la forza per non muovermi.

La guardia N. si è avvicinata alla mia porta ha puntato la torcia dentro e ha chiamato ancora il mio nome. Non ho detto niente e non mi sono mosso.

Ha urlato il mio nome, e non mi sono mosso.

Lei letteralmente ha cominciato a urlare e a battere sulla mia porta, ma io non mi sono mosso, anche se il rumore mi stava mandando in frantumi. Ho pregato Dio che stesse vicino agli altri uomini che dovevano sopportare tutto questo.

Ho sentito l’altra guardia dirle di controllare il mio respiro, ma lei ha continuato a picchiare sulla mia porta urlando il mio nome, finché ha avuto fiato per farlo.

Poi ha smesso per qualche minuto e subito dopo ha ricominciato a battere sulla porta chiamandomi, ma non urlando come prima.

Quindi ho sentito qualcuno che diceva che sarebbe andato a chiamare un agente di grado più elevato, che era esattamente quello che volevo.

Vedete, molte volte le guardie ci svegliano e noi chiediamo di poter parlare con qualcuno di grado superiore, ma non lo chiamano mai.

Così, visto che mi ero già alzato due volte in così poco tempo, questa sarebbe stata la terza, sapevo che per poter parlare con un ufficiale avrei dovuto fare esattamente quello che ho fatto.

Bene, alle 02.18 il sergente è arrivato e io sono balzato alla porta, chiedendogli perché ero costretto a essere svegliato tre volte in tre ore.

Be’, la matematica non era il mio forte a quell’ora di notte, e tre ore son quelle che mi son venute fuori dalla bocca.

Sono state tre volte in meno di tre ore, ma comunque il sergente non ha potuto dire niente della prima volta che sono stato costretto ad alzarmi, della seconda volta per la medicina di cui non avevo bisogno fino alle 22.00 del giorno dopo e adesso lui era alla mia porta.

Tutti gli altri uomini hanno cominciato a dire che questa è privazione del sonno; c’erano altri due sergenti sulle scale e nemmeno loro hanno potuto dire niente.

Il sergente, è semplicemente andato via dal padiglione più in fretta che poteva e hanno finalmente spento la luce.

Alle 03.30 siamo stati svegliati per la colazione, alle 05.30 la guardia Nettles è venuta a prendere la posta in uscita e ha bussato alla mia porta; non ha detto niente di quello che era successo quella notte, ma sembrava ancora infuriata per aver dovuto chiamare un superiore senza ottenere risultati.

C’è solo una parola per definire quello che penso delle cose che avete appena letto e per tutte le cose che leggerete di come funziona la vita qui dentro.

“NON PROFESSIONALE” !!!!!

Queste due parole sono la radice della totale mancanza di responsabilità verso i detenuti.

Per via della mia salute e della totale mancanza di sonno, sono costretto a scrivere questa lettera in più parti. Ci vuole anche molto tempo per fare delle copie a mano, perché sto tentando di spedirla a più persone possibili.

Non andrò in altri dettagli adesso, per non perdere tempo.

Nella prossima parte vi parlerò del cibo; medicine; rumore; posta; comportamento delle guardie e dei detenuti; noia.

E vi parlerò meglio che potrò delle condizioni insane in cui siamo costretti a vivere.

Bill Coble (Trad. di Stefania Silva)

 

 

 

8) NOTIZIARIO

 

Arabia Saudita. Perdonati e liberati poco prima dell’esecuzione. Come spesso accade nei paesi islamici, due condannati a morte hanno avuto salva la vita in Arabia Saudita nel mese di aprile per essere stati perdonati in extremis dai parenti delle loro vittime. Uno studente pakistano di 18 anni, di cui non si conosce il nome, il 3 aprile, dopo essere stato portato sul luogo dell’esecuzione, è stato perdonato dai parenti del ragazzo da lui ucciso in cambio della costruzione di una moschea alla Mecca da intitolare alla vittima. Un decina di giorni dopo anche una donna, conosciuta come S., è stata risparmiata in extremis e liberata in conseguenza del perdono della famiglia dell’uomo che lei aveva ucciso perché l’avrebbe ricattata. In tutti e due i casi ha avuto un ruolo la paziente mediazione dell’alta aristocrazia saudita. Per la positiva risoluzione del primo caso è adoperato il principe Abdul Majeed, governatore dalla Mecca nonché presidente onorario del Comitato per la Riconciliazione che è riuscito fino ad ora ad ottenere il perdono di 112 condannati alla pena capitale. Amnesty rende noto che nel secondo caso è intervenuto il principe ereditario Sultan Bin ‘Abdul ‘Aziz Al-Saud oltre allo stesso Re Abdullah Bin ‘Abdul ‘Aziz Al-Saud. L’Arabia Saudita rimane comunque nel manipolo dei paesi che più usano la pena di morte: almeno 70 esecuzioni sono già state portate a termine quest’anno.

 

Argentina. Giustizia nei riguardi di Massera e Videla. La recente condanna all’ergastolo da parte di una corte d’assise italiana di cinque ufficiali responsabili di ‘sparizioni’ avvenute in Argentina durante la dittatura militare (v. n. 148, Notiziario), è stata seguita il 25 aprile in madre patria da una sentenza contro l’ex presidente ed ex generale Jorge Videla e contro l’ex ammiraglio Emilio Massera, massimi esponenti della giunta militare che prese il potere nel 1976. Una commissione di tre giudici di una corte federale ha affermato che la concessione del perdono ai due criminali da parte dal presidente Menem nel 1990 fu incostituzionale e che essi devono scontare l’ergastolo che fu loro inflitto per gravi violazioni dei diritti umani. La sentenza, contro la quale verrà quasi sicuramente interposto appello alla Corte Suprema, resa possibile dal clima creatosi sotto la presidenza di Nestor Kirchner, un politico di centro sinistra, è destinata a non avere effetti pratici. I due condannati, 81-enni e in pessime condizioni di salute, continueranno a fruire degli arresti domiciliari nelle proprie residenze di lusso o in ospedale. La loro libertà è limitata da anni perché non ricevettero il perdono per una parte dei crimini da loro commessi a cominciare dal rapimento di bambini strappati ai genitori desaparecidos (gli orfani venivano inseriti con una nuova identità in ‘famiglie sane’ preferibilmente di militari o poliziotti). Centinaia di casi giudiziari per violazioni dei diritti umani rimangono ancora aperti in Argentina.

 

Florida. Discusso il caso di Tommy Zeigler davanti alla Corte Suprema. Si muove di nuovo il caso di William “Tommy” Zeigler rinchiuso nel braccio della morte della Florida da oltre 30 anni e di cui ci siamo occupati estesamente in passato (v. nn. 83, 88, 98, 105, 109, 111, 124). Il suo avvocato John Houston Pope il 17 aprile ha esposto ai giudici della Corte Suprema della Florida i risultati dei test del DNA sui vestiti del condannato condotti nel 2002, risultati che inficiano la ‘ricostruzione dei fatti’ con cui l’accusa ne ottenne la condanna a morte. Ricordiamo che Tommy Zeigler fu condannato alla pena capitale nel 1976 perché accusato dell’uccisione della moglie, dei suoceri e di un commesso del negozio di questi ultimi. I test del DNA dimostrano che sui vestiti indossati da Zeigler (che fu ritrovato sulla scena del crimine gravemente ferito da un colpo di pistola all’addome) non si trova il sangue dei sui tre congiunti, bensì quello del quarto ucciso, il commesso che Tommy accusa dei crimini a contro il quale egli afferma di aver lottato disperatamente. Nel 1986 Zeigler arrivò a due giorni dall’esecuzione. Due anni più tardi la Corte Suprema ordinò di ripetere la fase del processo per l’inflizione della pena ma egli fu di nuovo condannato a morte. Nel dicembre del 2004, dopo due giorni di udienze,  il giudice di contea Reginald Whitehead si rifiutò di accogliere un ricorso di Zeigler affermando che i risultati dei test del DNA non avrebbero avuto una “ragionevole probabilità” di convincere una giuria della sua innocenza. Di qui il ricorso alla Corte Suprema dello Stato. I giudici della massima corte floridiana il 17 aprile sono apparsi confusi dalle complicate ricostruzioni dei fatti presentate dalla difesa e dall’accusa e si sono riservati di decidere a tempo debito. Sul caso di Tommy Zeigler sono stati realizzati libri e documentari e per lui hanno inviato petizioni alla autorità della Florida semplici cittadini e personalità da tutto il mondo, compresi i leader delle maggiori associazioni italiane e delle tre confederazioni sindacali. Ora l’avvocato Pope ha chiesto alla Corte Suprema di annullare la condanna a morte di Zeigler o, in subordine, di ordinare un’ampia udienza per il riesame di tutte le prove.

 

Globale. Resi noti i dati di Amnesty sulla pena di morte del 2006. In una  conferenza stampa  tenuta a Roma il 27 aprile, la Segretaria Generale di Amnesty International Irene Khan ha reso noti i dati sulla pena di morte aggiornati a tutto il 2006. Amnesty è riuscita ad accertare nello scorso anno 1591 esecuzioni di cui il 91% riguarda sei paesi: Cina (almeno 1010 esecuzioni), Iran (almeno 177), Iraq (65, tra cui quella di Saddam Hussein), Pakistan (82), Sudan (65) e Stati Uniti (53). Anche se il numero delle esecuzioni accertate per il 2006 è minore di quello del 2005 (stabilito in 2148) non è detto che si sia trattato di una diminuzione effettiva, infatti il numero reale delle esecuzioni è sconosciuto e certamente molto più alto, specialmente in Cina in cui potrebbe arrivare addirittura a 8000.  La signora Khan ha ricordato che nel 1977, quando è cominciata la campagna di Amnesty contro la pena capitale, solo 16 paesi avevano abolito la pena di morte per tutti i reati. Oggi i paesi abolizionisti totali sono 88. A questi si aggiungono 11 paesi che prevedono la pena di morte solo per reati eccezionali (come quelli commessi in tempo di guerra) e 29 paesi da considerare abolizionisti di fatto perché non hanno compiuto esecuzioni per un periodo superiore a 10 anni. La tendenza all’abolizione ha però avuto un rallentamento nel 2006, anno in cui un solo paese, le Filippine, ha abolito la pena capitale per tutti i reati (v. n. 140). Dei 69 paesi che mantengono la pena di morte, 25 hanno compiuto almeno una esecuzione nell’anno (solo 22 nel 2005). L’anno scorso 6 tra i paesi africani hanno compiuto esecuzioni. In Europa, la Bielorussia è l’unico paese che mantiene la pena capitale. Gli Usa restano il solo paese delle Americhe ad aver eseguito condanne a morte dal 2003. L’uso della pena di morte è cresciuto rapidamente in Iraq dopo la reintroduzione della sanzione capitale tre anni fa. Da allora, vi sono state oltre 270 condanne a morte in processi ingiusti e almeno 100 esecuzioni. In Iran (4) e in Pakistan (1) sono state eseguite condanne a morte di persone che erano minorenni al momento del crimine loro contestato. Una più ampia esposizione dei dati del 2006 si può trovare nel sito della Sezione Italiana di Amnesty International, all’indirizzo www.amnesty.it

 

Iran. Delara Darabi di nuovo a rischio di esecuzione. Nel panorama allucinante della pena di morte in Iran, costellato da numerosissime esecuzioni (almeno 177 nel 2006), da impiccagioni ‘lente’ di giovani e di giovanissimi, spicca il caso di Delara Darabi – per la quale abbiamo sottoscritto un appello nel 2006 (v. n. 135). Ricordiamo che Delara è stata condannata a morte per un omicidio nel corso di una rapina che fu commesso, nel 2003, quando lei aveva solo 17 anni, probabilmente dal suo amante diciannovenne. Ha avuto anche le pene accessorie di 50 frustate per rapina e di 20 frustate per ‘concubinaggio’. La sua condanna capitale, annullata nel 2006, e stata ripristinata dopo alcuni mesi e confermata il 25 aprile. Ora la giovane è di nuovo a rischio di esecuzione. Suo padre ha ripetutamente chiesto che venga trasferita dalla prigione di Rasht, dove è stata malmenata riportando anche la frattura di un braccio e dove è stata salvata in extremis dopo un tentativo di suicidio. E’ malata ai reni e le sue condizioni di salute vanno peggiorando. Un nuovo appello in favore di Delara Darabi si può sottoscrivere facilmente on-line nel sito della Sezione italiana di Amnesty International all’indirizzo: http://www.amnesty.it/appelli/appelli/Iran_17.04.07?page=appelli

 

Iraq. Chiesta la pena di morte per Alì il Chimico. Nel secondo processo contro i massimi esponenti del deposto regime iracheno, in corso davanti all’apposito Tribunale Speciale dal 21 agosto scorso (v. nn. 138, 141), l’accusatore Munkith al-Faroon ha chiesto il 2 aprile la pena di morte per impiccagione nei riguardi del cugino di Saddam Hussein, Ali Hassan al-Majeed, soprannominato “Alì il Chimico” per aver usato i gas letali. Colmando le ripetute lacune audio nella ripresa televisiva del processo, al-Faroon ha dichiarato alla stampa: “Abbiamo chiesto la pena di morte per tutti gli accusati ad eccezione di Taher  al-Ani, per il quale abbiamo chiesto alla corte la liberazione per insufficienza di prove.” Si prospettano dunque altre sei impiccagioni eccellenti, dopo le quattro già verificatesi tra il 30 dicembre e il 20 marzo. Inizialmente il gruppo degli imputati era di sette uomini (Saddam Hussein, Sabir al-Douri, Sultan Hashim Ahmad al-Tai, Ali Hassan al-Majid, Taher Tawfiq al-Ani, Rashid Mohammed e Farhan Mutlaq Saleh), ridottisi a sei dopo l’impiccagione di Saddam, tutti accusati di aver avuto le maggiori responsabilità nella Campagna ‘Anfal’, scatenata dall’esercito iracheno contro i villaggi Curdi in rivolta nel 1988 al tempo della guerra Iraq-Iran. Le accuse formulate nei riguardi degli imputati sono gravissime: crimini di guerra e contro l’umanità, per al-Majeed anche genocidio. Al-Faroon contesta addirittura lo sterminio di 180 mila persone (tale cifra è da ritenersi imprecisa perfino nell’ordine di grandezza, per non dire campata in aria). Questo processo, come il precedente contro Saddam, manca dei requisiti minimi di imparzialità ed equità e, soprattutto, fallisce totalmente l’obiettivo di fare chiarezza sugli orrendi ed estesissimi crimini compiuti da un regime che ha certamente avuto estese connivenze internazionali.

 

Virginia. Il Senato non è riuscito a ribaltare il veto: rimane la ‘triggerman rule’. In una votazione del 4 aprile, il Senato della Virginia, per un solo voto, ha fallito il raggiungimento della maggioranza dei due terzi dei votanti necessaria per superare il veto imposto dal governatore Timothy Kaine alla legge che eliminava la ‘triggerman rule’ (v. n. 148). Rimane pertanto la norma che consente di infliggere la pena di morte soltanto a colui che abbia commesso materialmente un omicidio (triggerman = uomo che preme il grilletto). In altre votazioni sia alla Camera dei Rappresentanti che al Senato, i legislatori hanno invece superato il veto governatoriale su altre leggi – meno importanti – destinate anch’esse ad estendere l’applicazione della pena di morte: a chi uccide un testimone in un caso criminale o un giudice.

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 30 aprile 2007