FOGLIO DI COLLEGAMENTO INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU / ELLIS(ONE) UNIT


Numero 85 - Aprile 2001

 

 

 

 

 

 

 

SOMMARIO:

 

1) Timothy McVeigh: la sfida del caso limite

2) Amico? Nemico? Certo da compatire!

3) Sospesa in extremis l’esecuzione di Philip Workman in Tennessee

4) David Goff è stato ucciso come programmato

5) Nel mattatoio dell’Oklahoma Keating “costretto” ad una grazia

6) Gary Junior condannato per reato capitale

7) Il gigante di terracotta e’ incrinato

8) Signor presidente faccia brillare una stella!

9) Notiziario

 

 

1) TIMOTHY MC VEIGH: LA SFIDA DEL CASO LIMITE

 

 

Il 16 maggio prossimo, a meno di una improbabile sospensione, Timothy McVeigh, esecutore del terribile attentato dinamitardo avvenuto ad Oklahoma City nel 1995, morirà con un'iniezione letale.

 

Ci sconvolge e ci fa riflettere profondamente la figura morale di quest'uomo, che con il suo folle attacco contro il Murrah Federal Building ha provocato la morte di 168 persone, tra cui 19 bambini. La cosa che genera maggiore sdegno è che in questi anni egli non ha mai dimostrato un briciolo di pentimento per la strage, anzi, in una recente intervista, ha ufficialmente dichiarato di non provare alcuna pietà per le sue vittime né per i loro familiari e ha definito i bambini uccisi nella strage "un danno collaterale".

 

L’enormità del gesto di McVeigh nella mente degli americani comporta un’esecuzione spettacolare: 1400 inviati speciali ed un esercito di tecnici dei media assicureranno la massima ‘copertura’ all’avvenimento. Tutti i passi del ‘protocollo di esecuzione’ (54 pagine ‘top secret’) e gli aspetti organizzativi dell’evento sono stati studiati dalle autorità con largo anticipo e nei minimi particolari. E’ previsto l’afflusso di numerosi dimostranti pro e contro l’esecuzione: verranno trasportati su autobus dell’Amministrazione in apposite e ben delimitate aree, separate da una ‘terra di nessuno’ larga 300 metri. Il governo riprenderà l'esecuzione di “Tim” con una telecamera a circuito chiuso e la proietterà su maxi schermo in una grande sala, per accontentare tutti i 250 familiari delle vittime dell'attentato che hanno accettato l’invito a veder morire McVeigh.

 

Con questa sorta di vendetta collettiva, ci si illude probabilmente di ridare un po' di serenità e di riportare la giustizia tra le persone che hanno tanto sofferto per colpa di Tim.

 

Gli agenti federali sterminarono una setta ribelle a Waco nel Texas, bruciando gli uomini armati insieme con le donne e i bambini. McVeigh per vendicarli ha ucciso della ‘gente federale’. Ora la ‘giustizia federale’ uccide a sua volta McVeigh.

 

Rispondendo all’attentato di Oklahoma City, Bill Clinton nel 1996 sollecitò l’approvazione della “Legge anti-terrorismo e per il rafforzamento dell’efficacia della pena capitale” che, con la riduzione drastica del numero degli appelli e dei tempi concessi per presentare i ricorsi, ha accelerato il cammino dei condannati a morte verso il lettino dell'esecuzione. McVeigh viene considerato l'incarnazione del Male e nessuno più di lui in questo periodo può indurci a riflettere sulla nostra causa abolizionista.

 

Certamente i sostenitori della pena di morte e il governo americano stesso non perdono l'occasione per lanciarci una sfida in questo momento, che all'incirca suona così: "Voi che difendete e prendete le parti dei criminali, in questo caso non avrete certo il coraggio, di levare la vostra voce per aiutare un simile "mostro", per strapparlo alle mani del boia! Voi ve ne starete zitti di fronte a tutto il male commesso da quest'essere e non potrete davvero invocare in suo favore alcuna circostanza attenuante! Nessuno può stare dalla parte di Timothy McVeigh!"

 

Ebbene, molti di noi raccolgono questa sfida, e levano la voce per salvare Timothy McVeigh. E non certo perché in alcun modo si riesca a comprenderlo, ad immedesimarsi nella sua mentalità, bensì per altre ragioni.

 

La prima è che l'omicidio in sé è un gesto gravissimo, e pertanto l'omicidio di molte persone non è molto più grave di quello di una sola persona, e allora, se taceremo per l’esecuzione di McVeigh, ammutoliti di fronte all'orrore del suo crimine, con che diritto oseremo poi pronunciarci in favore di un altro assassino, il cui gesto avrà provocato nei familiari della sua vittima la sofferenza arrecata da Mc Veigh ai familiari di tutte le sue vittime?

 

La seconda ragione è che la follia omicida e distruttiva di McVeigh non è altro che quella che ritroviamo in tutte le forme di guerra moderna: lui si considera un soldato, eroico protagonista di una battaglia contro il potere. In fondo, davvero, tutti i soldati nelle moderne battaglie colpiscono migliaia di persone e creano montagne di morti, tra cui moltissime vittime innocenti e un numero spaventoso di bambini. Tim si crede un soldato e vuole morire da eroe e da martire della sua causa? E noi allora non accontentiamolo: battiamoci affinché la sua speranza di essere trasformato, da altri fanatici come lui, in un martire, resti delusa, perché lui sia agli occhi di tutti e per sempre solo come un folle criminale e basta, destinato a essere punito col carcere e dimenticato dalla gente comune.

 

Risparmiando McVeigh gli daremmo una grandissima lezione di umanità e la daremmo a quelli come lui che nell'ombra meditano altri atroci delitti e non saranno certo fermati o spaventati dall'esecuzione di Timothy.

 

Una terza ragione per cui dovremmo chiedere di risparmiare Timothy è che di certo tutti i familiari delle vittime che assisteranno alla sua esecuzione, come comparse in una sorta di macabro recital, contrariamente a quando il governo cerca di far loro credere in un deliberato tentativo di propaganda a favore della pena di morte, non solo non trarranno alcun beneficio da questo evento, ma saranno in sostanza costretti a rivivere angosciosamente i tremendi fatti del 1995.

 

E' perfettamente cosciente di questa situazione Bud Welch, padre di una delle vittime dell'attentato, il quale, oltre a battersi da cinque anni per l'abolizione della pena di morte in America (come erede spirituale dell'attività abolizionista della figlia), ha espressamente scritto un appello ai media e alle autorità chiedendo di risparmiare la vita di Timothy.

 

E infine, l’ultima ragione, la più importante, è che la pena di morte va combattuta di per sé, indipendentemente dal condannato di turno, perché si tratta sempre e comunque di un gesto violento e amorale, che non è sostenibile con alcuna giustificazione.

 

 

Invitiamo i lettori a protestare contro l’esecuzione di McVeigh: spedite, per posta, fax o email, un breve messaggio in inglese o in italiano a:

 

* President George W. Bush
The White House -1600 Pennsylvania Ave., NW
Washington, DC 20500 -
fax: 001 202 456-2461 -

president@whitehouse.gov

 

* Attorney General John Ashcroft
U.S. Department of Justice - 950 Pennsylvania Ave., NW
Washington, DC 20530-0001

AskDOJ@usdoj.gov

 

 

 

2) AMICO? NEMICO? CERTO DA COMPATIRE!

 

 

Ci scrive Grazia, socia e attivista del Comitato, replicando ad un articolo pubblicato nel precedente n. 84 di questo Foglio di Collegamento:

 

Vorrei rispondere a modo mio alle obiezioni fatte da un socio del Comitato nel suo articolo intitolato "Un assai discutibile amico", scritto come reazione al pezzo comparso sul n. 82 del nostro bollettino.

 

Vedi, caro amico (assolutamente indiscutibile amico), io credo che forse il tuo modo di interpretare il messaggio contenuto nel pezzo "Amico avversario" non sia condiviso da tutti, o, almeno, credo che il pezzo cui hai fieramente ribattuto, si presti anche ad altre più concilianti interpretazioni.

 

Prima di rispondere a questa tua lettera, anzi addirittura prima di leggerla, sono andata a riesaminare con cura il brano cui tu ti sei riferito e mi sono ricordata che anch'io, come te, quando l'avevo letto la prima volta, avevo inarcato un sopracciglio stupito, nel leggere la fatidica ultima frase dell'articolo. Ho però poi riabbassato il sopracciglio e ho cominciato a riflettere.

 

Certamente hai riflettuto molto anche tu, prima di intingere la penna nel vetriolo e scrivere il tuo pezzo, solo che noi due siamo evidentemente persone diverse (evviva la differenza!) e pertanto i nostri ragionamenti ci hanno portati a conclusioni diverse.

 

Tu sostieni che “l’amicizia" che lega alcuni di noi ai criminali è solo un sentimento che occupa la sfera del privato e che non coinvolge l'impegno civile. Per me, invece, che pure mi batto, nei limiti delle mie possibilità, per la tutela dei diritti umani, l'impegno civile nasce dalla sfera del sentimento, vale a dire che, per me, la fonte prima del desiderio di aiutare il mio prossimo nasce dal fatto che io fondamentalmente amo il mio prossimo, senza eccezioni, e cerco in ogni modo di immedesimarmi nelle singole situazioni (anche quelle che paradossalmente portano altri esseri umani a comportarsi in modo opposto al mio). Dall'amore per i singoli casi nasce in me il desiderio di occuparmi della totalità dei casi, dal rispetto di ogni essere umano per il suo specifico valore intrinseco nasce la volontà di battermi perché tutti gli esseri umani siano lasciati vivere e siano rispettati.

 

Credo sostanzialmente che esistano almeno due categorie (forse molte di più) di persone che si battono per i diritti umani: una, formata di persone come te, che riescono a mantenere una lucidità distaccata con cui esaminare e giudicare gli eventi e gli individui, e una formata da persone che, come me, partono da una base di sentimenti affettivi per animare il loro operato.

 

Credo che in questa battaglia possiamo essere entrambi molto utili e completarci a vicenda.

Tornando all'articolo che ti ha offeso, proverò ora a fartelo esaminare dal mio punto di vista, in pratica facendoti seguire il ragionamento da me a suo tempo fatto e grazie al quale ho approvato fondamentalmente l'articolo stesso e il messaggio che intendeva trasmettere. Per seguirmi nel mio ragionamento, prova a crearti mentalmente la seguente vicenda.

 

Ci troviamo in America, ma un'America immaginaria, in cui sono puniti tutti i criminali (anche quelli che di solito la fanno franca, anzi che di solito la fanno da padroni): in una cella è seduto un uomo. Si chiama George W. Bush. E' un serial killer, ha lasciato uccidere oltre 150 persone in sei anni senza muovere un dito e non si è mai dimostrato pentito del suo operato. Che fare? Lo prendiamo a calci? Lo insultiamo? Proviamo a leggergli brani della Bibbia per vedere se capisce i suoi errori? Io, per prima cosa, faccio a lui quello che finora ho fatto a tutti i detenuti che conosco (anche solo virtualmente): gli stendo la mano e cerco di provare per lui compatimento e comprensione immedesimandomi nel suo modo di vedere le cose.

Esamino il suo passato, la sua infanzia: è figlio di un altro killer, e fin dalla più tenera età gli è stato insegnato che ciò che faceva il padre era giusto e doveroso.

Inoltre è vissuto in uno stato infarcito di classismo e di violenza, sempre a contatto con persone classiste e violente. Certo la sua forma mentis ha subito un fortissimo imprinting, inoltre l'avidità per il denaro e il potere gli è stata a sua volta trasmessa dalla famiglia. Fino a che punto è da considerarsi un nemico e fino a che punto non è forse il caso di sedersi al suo fianco e cercare di farlo ragionare guardando le cose sotto un'altra ottica?

 

Certo, la differenza è che Bush non è seduto in una cella ma nella Stanza ovale e non ha quindi la possibilità di incontrare molte persone disposte a parlargli a cuore aperto. Questo gli impedisce certo di trovare amici sinceri che lo aiutino a cambiare (cosa che invece è spesso accaduta ai detenuti, i quali, oltre ad avere un sacco di tempo per meditare sulla loro vita trascorsa, hanno anche spiritualmente vicino persone che vogliono redimerli e aiutarli). Ma allora non è forse il caso di compatire Bush anche maggiormente?

 

Credo che l'intendimento dell'autore dell'articolo "Amico Avversario" fosse proprio questo: farci capire che nessun uomo, neppure Bush, è da considerare al 100% un nemico da condannare, ma che anzi anche a lui occorre tendere una mano amichevole.

 

 

 

3) SOSPESA IN EXTREMIS L’ESECUZIONE DI PHILIP WORKMAN IN TENNESSEE

 

 

Philip Workman doveva essere il primo condannato ad essere ucciso in Tennessee da quarant’anni a questa parte. Poi il 16 aprile dell’anno scorso gli era ‘passato avanti’ Robert Glen Coe. In suo favore si battono con grande determinazione le organizzazioni abolizioniste di tutto il mondo tra cui il nostro Comitato: vogliono che siano prese in esame le nuove prove emerse a suo favore.

 

Workman era arrivato alle soglie dell’iniezione letale all’inizio dell’anno, ma, con quattro giorni di anticipo sulla data fatidica del 30 gennaio, aveva avuto uno stay (sospensione) dalla Corte di Appello federale. In seguito gli eventi sono di nuovo precipitati e il 30 marzo si è salvato per miracolo e veramente in extremis. Negli ultimi giorni e nelle ultime ore erano stati respinti uno dopo l’altro un gran numero di appelli interposti dai suoi avvocati per bloccare l’esecuzione. La sospensione da parte della Corte Suprema del Tennessee è giunta a 43 minuti dal momento stabilito per l’iniezione letale.

 

Il team degli avvocati difensori si era battuto senza risparmio di energie ma aveva dovuto comunicare al morituro che non c’era più nulla da fare. Quando una guardia è entrata nella cella annunciando “un cambiamento di programma” i nervi del condannato hanno ceduto e le sue gambe hanno cominciato a tremare. Egli stava già dicendo le sue ultime preghiere.

 

Il condannato ha poi dichiarato di ritenere le successive sospensioni e fissazioni della ‘data’ una punizione ‘crudele ed inusuale’…. Che dire di Gary Graham che subì per ben sei volte il sadico rituale di morte ? Anche lui, con tutta evidenza, era innocente del delitto che gli fu contestato.

 

Philip Workman in carcere si è evoluto ed è diventato un abolizionista convinto. Non afferma di essere un santo, non nega di aver partecipato ad una rapina in un ristorante nel 1981 e di aver sparato per proteggersi la fuga quando accorse la polizia. Sostiene però che è falsa l’accusa specifica per la quale è stato condannato a morte: aver sparato al tenente Ronald Oliver uccidendolo. In effetti le nuove prove trovate dalla difesa, e mai fino ad ora presentate ad una corte, sembrano dimostrare che ad uccidere l’ufficiale sia stato il ‘fuoco amico’.

 

In quest’ultimo mese sul caso Workman sono state prese una serie di decisioni contrastanti a vari livelli. Sta di fatto comunque che la Corte Suprema del Tennessee, disponendo lo stay il 30 marzo u. s., ha ordinato che un giudice esamini le nuove prove di innocenza emerse nel caso. Un’udienza che doveva svolgersi il 23 aprile è stata rimandata a data da destinarsi per richiesta della difesa. I tempi della sospensione si allungano

 

 

 

4) DAVID GOFF E’ STATO UCCISO COME PROGRAMMATO

 

 

Il 25 aprile è stato ucciso dallo stato del Texas David Lee Goff, un cittadino nero di Fort Worth, nonostante il forte impegno dei suoi sostenitori per scongiurarne l’esecuzione. David è stato ucciso a 32 anni dopo essere diventato un uomo civile e responsabile. A 21 anni, quando fu preso, era un giovane confuso e sbandato.

 

Fu condannato a morte per omicidio a scopo di rapina, in base alla sola testimonianza di Craig Ford un coimputato che, in cambio della sua deposizione contro Goff, riacquistò la libertà. Per la legge del Texas le parti si sarebbero potute perfettamente invertire, con Goff libero e Ford ‘giustiziato’. La città di Reggio Emilia, gemellata con Fort Worth, si è battuta in favore di David Goff ed ha manifestato il suo dolore minacciando la rottura del gemellaggio. Questo fatto ha molto stupito e fatto riflettere la stampa e i cittadini del Texas.

A Emanuela Rinaldi, socia del Comitato e grande amica di David, va tutta la nostra solidarietà.

 

 

 

5) NEL MATTATOIO DELL’OKLAHOMA KEATING “COSTRETTO” AD UNA GRAZIA

 

 

Frank Keting governatore del piccolo stato dell’Oklahoma, cattolico osservante che non ha mancato di polemizzare col Papa a proposito della pena di morte, è riuscito a battere con una volata spaventosa all’inizio dell’anno i record di esecuzioni ‘pro capite’ collezionati da George Bush in Texas e da Jim Gilmore in Virginia. Era pertanto impensabile che egli concedesse una grazia ad un condannato a morte. Invece la richiesta della Commissione delle Grazie e considerazioni politiche a medio raggio lo hanno indotto, dopo una lunga e macerante riflessione, a commutare in carcere a vita la condanna a morte di Phillip Dewitt Smith sulla colpevolezza del quale sono sorti più che fondati dubbi.

 

La mossa di Frank Keating è molto simile a quella che fece George Bush in Texas, il quale concesse una – e una sola commutazione – ad un condannato sicuramente innocente del delitto contestatogli (non già per ‘motu proprio’ ma in risposta ad autorevoli pressioni di due ex Attorney General). Come accadde in Texas, non si potrà d’ora in poi più affermare che in Oklahoma l’istituto della grazia esiste solo sulla carta non avendo mai funzionato.

 

La Commissione delle Grazie dell’Oklahoma, con la maggioranza di 4 contro 1, pochi giorni prima dell’esecuzione prevista per l’8 marzo, aveva raccomandato al Governatore clemenza perché alcuni testimoni contro Smith avevano cambiato versione sul delitto del 1983 ed erano spariti alcuni reperti.

 

Le ragioni del Governatore vengono ‘spiegate’, con una dovizia di argomentazioni forcaiole che i giornali americani ormai – salvo eccezioni - non si sognano più di far proprie, dal quotidiano Daily Oklahoman, il quale osserva tra l’altro: “Il Governatore ha adottato una difficile ma corretta decisione… egli sa che nulla può portare più rapidamente alla fine della necessaria applicazione della pena di morte dell’esecuzione di un uomo innocente. (…) Naturalmente la commutazione non si confà alla madre della vittima del caso di Smith.

Possiamo capire il suo dolore ma Keating ha esaminato il caso accuratamente e ha trovato sufficienti irregolarità per ordinare due stay dell’esecuzione e, infine, la commutazione. Ciò pone termine alla contestazione degli oppositori della pena di morte che egli non prenda sul serio il suo ruolo costituzionale di esaminare i casi degli individui marcati per l’esecuzione. I nemici della pena capitale hanno demonizzato il governatore per anni.

Essi dovrebbero essere costretti a riesaminare la loro vedute, ma dubitiamo che la situazione cambierà più di tanto. (…) strombazzano la loro convinzione che gente innocente sia sottoposta ad esecuzione ma essi non possono portare un solo esempio in cui ciò sia avvenuto nell’era moderna. La decisione di Keating, che segue anni di accurata revisione giudiziaria del caso, è un’ulteriore conferma che lo stato non mette i condannati a dormire senza riguardo alla realtà dei fatti. (…)”

 

 

 

6) GARY JUNIOR CONDANNATO PER REATO CAPITALE

Come avevamo annunciato nel numero 83, si è svolto a partire dal 19 marzo il processo per reato capitale contro Gary Hawkins, figlio ventiduenne di Gary Graham, accusato di aver ucciso per rapina il suo amico Melvin Pope. I nostri corrispondenti in Texas ci hanno riferito che le uniche prove presentate dall’accusa sono state le deposizioni di Stanley White, un coimputato ‘informatore di professione’ della polizia, e della sua ragazza, e la testimonianza di un detenuto il quale ha asserito che Gary Jr. gli confidò di essere colpevole. La pessima qualità delle prove a carico avrebbe dovuto indurre la giuria a rendere rapidamente un verdetto di non colpevolezza. Invece il 27 marzo, dopo ben 25 ore di camera di consiglio, è stata emessa la sentenza di condanna. Delle due opzioni previste per i reati capitali, a Gary Jr. è toccata la meno pesante: 40 anni di carcere prima di una eventuale liberazione sulla parola. L’altra opzione sarebbe stata l’iniezione letale. Se Gary Hawkins avesse accettato di dichiararsi colpevole prima del processo, l’accusa si sarebbe limitata a chiedere per lui una condanna a 20 anni di carcere. Ma lui ha rifiutato.

 

 

 

7) IL GIGANTE DI TERRACOTTA E’ INCRINATO

 

 

La pena di morte si staglia sugli USA come un gigante di terracotta, enorme e spaventoso, ma fragile sotto i colpi della storia. Mai come ora è apparso incrinato. Forse occorrerà aspettare per la sua fragorosa caduta perché c’è chi provvede affannosamente a puntellarlo nell’errata convinzione che questo assurdo simulacro del passato serva a proteggere qualcosa, forse la tranquillità degli onesti, forse la tracotanza dei ricchi e dei potenti.

 

Come abbiamo già osservato (v. ad es. n. 83 pag. 6) i segnali di crisi della pena di morte si scorgono in primo luogo nella brusca svolta dell’atteggiamento degli opinion leader e nella (più lenta) evoluzione dell’opinione pubblica, in secondo luogo nel proliferare di leggi in materia.

 

Si tocca con mano il rapido cambiamento della posizione dei giornali locali (quelli nazionali sono già da tempo su posizioni chiaramente abolizioniste): decine di editoriali critici nei riguardi della pena capitale fioriscono in ogni parte del paese in questi ultimi mesi. Nel contempo i sondaggi rilevano un indubitabile stemperarsi degli stereotipi nell’opinione pubblica: ormai la grande maggioranza dei cittadini ha compreso che vengono messi a morte degli innocenti e il favore per la pena di morte ha raggiunto il punto più basso degli ultimi 20 anni.

 

I Parlamenti e i Governatori sembra corrano ai ripari lasciando avanzare leggi che tendono a rendere meno iniquo il sistema della pena di morte e a ridurre le condanne capitali. I tentativi di introdurre leggi più avanzate e garantiste, che cominciarono a spuntare numerosi ma destinati ad un sicuro fallimento l’anno scorso, esplodono ora numerosissimi e, in alcuni casi, con rilevanti probabilità di successo. Si può vedere in ciò un avanzamento della civiltà ma anche un tentativo di resistere il più possibile all’abolizione pura e semplice della pena capitale. I suoi sostenitori più avveduti, consapevoli che la pena di morte verrà abolita e che è solo una questione di tempo, per resistere più a lungo possibile tendono ad abbandonare sponde ormai insostenibili per arroccarsi su posizioni più temperate e meno attaccabili.

 

Leggi che incidono sulla pena di morte proliferano anche in alcuni stati, come il Texas, la Virginia e la Florida, le cui amministrazioni retrograde fino a ieri avevano impedito ogni evoluzione positiva. Facciamo una panoramica,necessariamente incompleta,delle recentissime novità in campo legislativo.

 

Si aspetta entro un anno una sentenza della Corte Suprema federale, che ha deciso di prendere in considerazione la questione delle liceità costituzionale della condanna a morte dei ritardati. La massima Corte ha preannunciato tale esame in occasione del ricorso di Ernest P. McCarver, un condannato della North Carolina che ha un Q. I. di 67. Leggi per esentare dalla pena di morte i ritardati mentali sono state presentate nel frattempo in quattro stati: Texas, North Carolina, Florida e Arizona. In Texas sono state depositate due diverse proposte di legge in tal senso, una più avanzata, l’altra più restrittiva.

 

In quella più restrittiva si lascia alla giuria la facoltà di riconoscere il ritardo mentale. E’ probabile che una delle due leggi venga approvata. In North Carolina la legge per esentare i ritardati dalla pena capitale sembra non avere davanti a sé particolari ostacoli. In Florida il governatore Jeb Bush si è detto disposto a far passare una legge restrittiva che lasci alla Corte la facoltà di decidere, in un’apposita udienza, sul ritardo mentale dell’imputato già riconosciuto colpevole. In Arizona è entrata in vigore il 28 aprile una legge che esenta i ritardati mentali dalla pena di morte, portando a 14 gli stati che prevedono tale esenzione.

 

Leggi per esentare i minorenni dalla pena capitale sono state presentate in Texas e in Florida. In Texas una proposta di legge di questo tipo non sembra incontrare forti opposizioni; se ci fosse stata questa legge, Joe Cannon e Gary Graham, dei quali si è voluta con pervicacia l’esecuzione, non sarebbero stati condannati a morte. La Corte Suprema della Florida aveva di fatto proibito l’esecuzione di coloro che hanno meno di 17 anni al momento del delitto e una legge che codifica tale esenzione era stata presentata alla Camera. La senatrice Sally Heyman è riuscita a modificare la proposta di legge elevando il limite per la pena di morte a 18 anni. La legge ha buone probabilità di venire approvata. In South Carolina verrà approvata una legge per elevare a 17 anni il limite per l’applicabilità della pena capitale.

 

Leggi per consentire ai condannati a morte di accedere ai test del DNA che possono dimostrare la loro innocenza sono state presentate in Virginia, Texas e Florida. La legge del Texas è già stata approvata, in Florida sembra che il percorso della legge, dopo alcuni compromessi che l’hanno resa più restrittiva, sarà abbastanza agevole. In Virginia il governatore Gilmore ha tentato senza riuscirci di sabotare l’efficacia della legge che consentirà l’accesso ai test del DNA ai condannati a morte (voleva limitarla a coloro che si dichiararono innocenti e che chiedano il test in un periodo massimo di tre anni dal processo). Giustamente il Parlamento, respinto il tentativo del Governatore, sta approvando una legge che consentirà di provare l’innocenza di un condannato in qualsiasi momento (ora vi è il limite di 21 giorni dalla chiusura del processo). Gilmore potrebbe tuttavia opporre il suo veto.

 

In Texas è in corso di approvazione una importante legge che destina ingenti fondi statali per il patrocinio legale degli indigenti – finora difesi malamente e in maniera disomogenea con i fondi delle singole contee (vedi n. 83) - e istituisce dei requisiti minimi per gli avvocati d’ufficio nei casi capitali. Mentre George Bush nella passata legislatura aveva affossato un provvedimento analogo ma molto meno incisivo, l’attuale governatore Perry ha appoggiato fortemente questa legge non indolore, perché pesa sui contribuenti, che sarà sicuramente approvata.

 

In Texas e’ stata presentata una proposta di legge – che non avrà vita facile - per introdurre l’ergastolo come terza alternativa nei casi capitali, in aggiunta alle due attuali: pena di morte o carcere per 40 anni con possibilità di successiva di liberazione sulla parola. Questa legge, ben vista dal Governatore, potrebbe diminuire sensibilmente le sentenze di morte e proprio per questo ha sollevato un fuoco di sbarramento da parte dei settori più retrivi. “Non c’è nessun bisogno di avere una legge di questo tipo – ha affermato Dianne Clements di Justice For All – si dimentica il fatto essenziale che le giurie ora hanno la possibilità di scegliere in ciascun caso tra la vita e la morte”.

 

In Nevada e in Texas sono state presentate leggi per una moratoria delle esecuzioni in attesa che il sistema della pena capitale venga sottoposto ad un rigoroso esame. Una moratoria delle esecuzioni è tuttora in vigore in Illinois. In Texas il governatore si oppone alla moratoria e l’iter delle diverse leggi che la vorrebbero istituire si presenta problematico. Ma i sostenitori di queste leggi non si danno per vinti, contando sulle perplessità indotte nell’opinione pubblica dal recente dibattito sulla correttezza dell’uso della pena capitale. Non è escluso che si tenga a novembre in Texas un referendum per chiedere ai cittadini di decidere sulla moratoria. Sarebbe un evento di portata storica sulla strada che porta all’abolizione della pena di morte negli Stati Uniti!

 

 

 

8) SIGNOR PRESIDENTE FACCIA BRILLARE UNA STELLA!

 

 

Candida Berti, socia fedele del Comitato da molti anni, ha scritto al Presidente Bush una lettera che ha piacere di condividere con noi. Pubblichiamo una nostra traduzione della lettera.

 

Signor Presidente, l’uomo nel disegno di Dio è corpo, spirito ed anima. Per questa sua peculiarità soprannaturale l’uomo, la vita dell’uomo, ha un assoluto valore.

 

L’uomo, a suggello della sua fisionomia spirituale, esalta la vita e il suo sacro aspetto. Questo divino privilegio dà all’uomo caduto in peccato per aver ucciso un altro uomo, se per misericordia umana gli viene risparmiata la vita, l’opportunità di riscoprire nella profondità dello spirito e del cuore un sentimento di ravvedimento, di pentimento, di penitenza. Ciò nella mente di Dio è un cambiamento di mentalità.

 

L’uomo di per sé è creato per la vita e se per disgrazia nel corso della sua esistenza incontra la macchia di un’ombra morale, fortunatamente, per volere di Dio, ha l’opportunità di redimersi. Signor Presidente faccia brillare una stella sulla sua missione di bene e di giustizia come capo di stato: l’abolizione della pena di morte.

In obbedienza alla legge di Dio, rivendicando la vita dal concepimento al suo termine naturale, auguro a lei e alla sua famiglia buona Pasqua.

 

 

 

9) NOTIZIARIO

 

 

Alabama. Evitato all’ultimo momento l’uso della sedia elettrica. Come abbiamo osservato più volte, è arrivato il momento di relegare tra gli orrori del passato l’uso della sedia elettrica. Sia i sostenitori che gli avversari dell’elettrocuzione sono in sostanza d’accordo sul fatto che per i cittadini degli Stati Uniti la sedia elettrica costituisce una pena ‘crudele ed inusuale’ sostanzialmente contraria alla Costituzione da sostituire con l’iniezione letale (v. ad esempio n. 82 pag. 5). Ormai solo l’Alabama e il Nebraska la prevedono, oltre alla Georgia per i crimini commessi prima del 1° maggio 2000. Il 27 aprile era stata programmata in Alabama quella che poteva essere una delle ultime esecuzioni con la sedia elettrica ma il giorno prima la Corte Suprema federale ha concesso una sospensione dell’esecuzione. I legali di Thomas D. Arthur sperano ora che sia accolta la loro richiesta di un nuovo processo nel quale si possa dimostrare l’innocenza dell’imputato. Arthur è stato già condannato in un primo processo, poi annullato, e in un secondo processo. La seconda condanna non fu appellata perché il detenuto non disponeva di un avvocato difensore. In Alabama non viene concesso un avvocato d’ufficio dopo il primo grado del procedimento. Trenta dei 185 ospiti del braccio della morte non hanno presentemente un avvocato. Il rinvio dell’esecuzione di Arthur rende abbastanza probabile che dall’anno in corso non si verifichino più esecuzioni con la sedia elettrica e che rimanga quale unico metodo di esecuzione effettivamente praticato l’iniezione letale.

 

 

Florida. Arrestato l’agente Dewey Marce Beck in servizio presso il braccio della morte di Raiford. Prelevato dalla sua abitazione il 10 aprile è stato accusato di omicidio per negligenza, complicità dopo un assassinio, cattiva condotta in servizio e spergiuro relativamente ai fatti che circondarono l’assassinio del condannato a morte Frank Valdes. Ciascuna delle prime due imputazioni può comportare una pena di 15 anni, ciascuna delle altre due una pena di 5 anni. Beck, che è stato rilasciato in serata dietro una cauzione di 20 mila dollari, non ha rilasciato dichiarazioni alla stampa. E’ la quinta guardia ad essere incriminata in seguito al pestaggio mortale di Valdes avvenuto nel mese di luglio del 1999.

 

 

Texas. Potrebbe concludersi a breve la supervisione di un giudice federale sulla carceri. Il detenuto David Ruiz nel 1972 a nome suo e di altri prigionieri inviò un ricorso scritto a mano alla Corte federale competente per denunciare le inumane condizioni di detenzione nel Texas, derivanti in parte dal sovraffollamento delle carceri, che rendevano la prigione una ‘punizione crudele e inusuale’ contraria alla Costituzione USA. Dopo un processo che durò 149 giorni, il giudice federale William Wayne ordinò una serie di miglioramenti nelle carceri che, nel corso degli anni, gravarono sulle tasche dei contribuenti per miliardi di dollari. Dovettero essere realizzate nuove prigioni, librerie legali in ogni Unit, aree per la ricreazione all’aperto e indoor… Furono migliorati i servizi sanitari. Il Giudice Wayne ha continuato a supervisionare la situazione nei trent’anni in cui le carceri hanno avuto un impressionante sviluppo, mentre la popolazione carcerata passava da 15 mila a 150 mila unità. Lo sta facendo tuttora. Ovviamente tale tutela, anche se ha portato grossi vantaggi per gli stessi amministratori, va stretta all’Amministrazione carceraria la quale dichiara che le cose vanno benissimo e che il Giudice può essere ritirato. A fine marzo la Corte federale di Appello del Quinto circuito ha pertanto emesso un ordine che lascia a Wayne un termine di tre mesi per decidere se il sistema carcerario è sufficientemente migliorato, in modo che possa cessare la sua supervisione. A sua volta Wayne ha fissato per i detenuti e i rispettivi avvocati un termine di 30 giorni entro il quale presentare per iscritto loro osservazioni sullo stato attuale delle carceri.

 

 

Texas. Udienza per Johnny Penry alla Corte Suprema federale. Il 27 marzo si è tenuta un’udienza davanti alla Corte Suprema federale durante la quale i legali di John Paul Penry hanno esposto i motivi per i quali si oppongono all’esecuzione del famoso condannato texano che soffre di un marcato ritardo mentale (vedi i nn. 80 e 81). Le questioni proposte alla corte sono state due: 1) il fatto che il giudice, anche nel secondo processo in cui egli fu sottoposto nel 1990, mancò di istruire la giuria sul fatto che il ritardo mentale dell’accusato e la sua infanzia abusata potevano costituire delle attenuanti (il secondo processo si concluse con la seconda condanna a morte) e 2) l’uso scorretto, da parte dell’accusa, di uno psichiatra che affermò che Penry poteva costituire in futuro una continua minaccia per la società. I commenti dei supremi giudici sembrano indicare che essi hanno quanto meno ritenuto importanti i motivi presentati dalla difesa. Una decisione della Corte non si avrà prima della prossima estate. Il giorno prima dell’udienza per Penry la Corte Suprema aveva fatto sapere che, a partire dal caso di Ernest P. McCarver della North Carolina, esaminerà la questione della liceità costituzionale della pena di morte per i minorati mentali. Se dunque Penry dovesse perdere il presente appello si potrà agganciare con un nuovo appello a tale questione. Vi è inoltre la speranza che una legge per esentare dalla pena di morte i ritardati mentali venga approvata in Texas entro pochi mesi e possa essere estesa retroattivamente a Johnny.

 

 

Virginia. Si tenta ancora di dimostrare l’innocenza di Roger Coleman ‘giustiziato’ nel 1992. Quattro giornali e l’organizzazione per la liberazione degli innocenti Centurion Ministers hanno di nuovo chiesto alle autorità della Virginia di consegnare per un test del DNA i reperti biologici prelevati sulla scena del delitto attribuito al minatore Roger Keith Coleman, lo stupro e l’uccisione di una sua cognata. Fu tale la mobilitazione degli abolizionisti per salvare Coleman che il Governatore di allora Douglas Wilder concesse all’ultimo momento al condannato una prova alla ‘macchina della verità’. A detta dei tecnici la prova andò male per Coleman ed egli fu immediatamente ucciso sulla sedia elettrica. Il Ministro della Giustizia della Virginia Mark Earley con una dichiarazione del 29 marzo si è opposto al tentativo di riaprire il caso insistendo che la colpevolezza di Coleman fu stabilita senza alcun dubbio prima della sua esecuzione. Un giudice risponderà entro la metà di giugno se concedere i richiesti test del DNA.

 

 

Cina. Lanciata la campagna anticrimine “Colpire duro!” Nel 1996, secondo Amnesty International, la campagna anticrimine “Colpire duro!” lanciata dal Partito e dal Governo comportò oltre 2500 esecuzioni capitali a furor di popolo. Incorniciati da slogan deliranti urlati dei mezzi di comunicazione di massa, i processi sommari celebrati davanti a migliaia di persone erano seguiti dalle esecuzioni fuori porta tra frenetici applausi. Un’omonima campagna “Colpire duro!” è esplosa all’inizio del corrente mese di aprile e immediatamente il numero delle esecuzioni rese note dalle autorità cinesi ha superato il centinaio, almeno 89 sono stati i ‘giustiziati’ soltanto l’11 aprile. Si rinnova dunque l’orrore di queste carneficine propagandistiche in cui non ha posto la preoccupazione di assicurare un giusto processo alle ‘vittime sacrificali’. Alla faccia delle recenti dichiarazioni delle autorità cinesi che assicuravano che la pena di morte veniva sempre più ristretta ai crimini più gravi e seguiva sempre ad un giusto processo. Continuano a giungere notizie sul prelievo sistematico e non autorizzato di organi dai cadaveri dei ‘giustiziati’ cinesi.

 

 

Nazioni Unite – Ginevra. Approvata un risoluzione per la moratoria delle esecuzioni capitali in vista di una completa abolizione della pana di morte. Il 25 aprile è stata approvata per la quinta volta l’ormai tradizionale risoluzione della Commissione delle Nazione Unite per i Diritti umani contro la pena di morte. La risoluzione chiede agli stati che ancora non lo hanno fatto di aderire al Patto internazionale dei Diritti Civili e politici e al suo Secondo Protocollo opzionale che prevede l’abolizione della pena di morte. La Commissione chiede di restringere sempre di più l’applicazione della pena di morte – esentando i minorenni, i malati mentali e i ritardati - di diminuire sempre più il numero di delitti passibili di pena capitale, di rispettare rigorose garanzie processuali nella sua applicazione e il trattato di Vienna sulle Relazioni consolari. La risoluzione chiede infine ai paesi che ancora mantengono la pena di morte di indire una moratoria delle esecuzioni in vista di una completa abolizione della pena capitale. Un passo della risoluzione dichiara nulla ogni riserva all’articolo 6 del Patto internazionale dei Diritti Civili e politici che vieta la pena di morte per i minorenni (tale riserva è stata posta dagli Stati Uniti). La risoluzione è stata approvata con 27 voti favorevoli, 18 contrari e 7 astenuti. Tra i contrari figurano la Cina, il Giappone, la Nigeria, il Pakistan e gli Stati Uniti.

 

 

 

 

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Questo numero è stato chiuso il 30 aprile 2001.