FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero  214 – Aprile / Maggio 2014

Così grazia l’assassino di suo figlio

SOMMARIO:

 

1) Uno schiaffo che salva una vita

2) Agonia di 43 minuti per Clayton Lockett in Oklahoma

3) Rachel Maddox sulla crisi dell'iniezione letale

4) Mancata di nuovo per un soffio l’abolizione in New Hampshire! 

5) La Corte Suprema fa fare un piccolo passo di civiltà agli Usa 

6) Il Texas viola per la seconda volta nell’anno il Trattato di Vienna

7) Il giudice distrettuale dà nuovo respiro al caso di Larry 

8) Sedia elettrica e raffica di esecuzioni in Tennessee? 

9) Senza fine l’incubo di Aasia Bibi 

10) Nel Brunei il codice penale della Sharia 

11) In Egitto altre 683 condanne a morte di oppositori 

12) Sei le condanne per l’omicidio Politkovskaya, ignoti i mandanti 

13) Il perdono, meglio di un’esecuzione capitale 

14) College per i detenuti? La proposta suscita rabbia e sarcasmo 

15) Tortura ovunque proibita, ovunque praticata 

16) Per aumentare la nostra conoscenza della tortura… Le Iene 

17) L’orsacchiotto nella mia cella di Fernando E. Caro 

18) Dal verbale dell’Assemblea di Firenze del 1° giugno 2014 

19) Notiziario; Bielorussia, California, Corea del Nord, Egitto, Gaza, Nigeria,          Usa 

1) UNO SCHIAFFO CHE SALVA UNA VITA

In Iran, secondo la legge islamica della Sharia, in cambio di un riscatto - detto “prezzo del sangue”- i familiari delle vittime di crimini possono graziare gli assassini dei loro cari.

 

È l’alba di mercoledì 16 aprile. Balal cammina verso la forca preparata per la sua impiccagione a Nour, nel nord dell’Iran. Sua madre e le sue sorelle piangono, ma Balal è bendato e non può vederle mentre sale sullo sgabello. Qualcuno tra la folla grida “Perdonatelo!”: la richiesta è diretta ai fami­liari della sua vittima (7 anni fa Balal, all’epoca 19-enne, uccise con un coltello da cucina il 17-enne Abdollah Hosseinzadeh nel corso di una lite).

Ora le guardie stringono il cappio intorno al collo di Balal. Anche lui adesso piange. Ed ecco che la madre di Abdollah si dirige verso Balal e lo schiaffeggia. Poi suo marito gli sfila il cappio dal collo. Lo hanno perdonato, risparmiandogli così la vita. Adesso persino le guardie piangono com­mosse.

La madre dichiara che suo figlio in sogno le ha chiesto salvare il suo assassino. Subito dopo va verso la madre di Balal e le due donne singhiozzano una nelle braccia dell’altra.

Secondo la legge islamica della Sharia, in cambio di un riscatto (detto “prezzo del sangue”), i familiari delle vittime di crimini possono graziare gli assassini dei loro cari.

In favore di Balal si erano attivate organizzazioni umanitarie raccogliendo denaro per pagare il suo riscatto. I genitori di Abdollah hanno deciso in extremis, dopo molte esitazioni e rinvii, di ac­cettare questa offerta e, dal momento che il padre del ragazzo ucciso è un ex calciatore, devolve­ranno il denaro per la realizzazione di una scuola di calcio intestata al figlio.

Il gesto di compassione dei genitori di Abdollah è però una sorta di evento che si verifica abba­stanza raramente in Iran. E la legge della Sharia, che prevede la grazia attraverso il perdono dei fa­miliari delle vittime, è la stessa che prevede la pena di morte per giovani e giovanissimi colpevoli di reati non gravi. Ne deriva la particolare ingiustizia e casualità del sistema giudiziario iraniano. Inol­tre - come ha rilevato Bahareh Davis, di Amnesty International - la possibilità di essere perdonati solo da parte dei familiari delle vittime, impedisce ai condannati di ricorrere alla clemenza istituzio­nale che deve essere sempre accessibile secondo gli accordi internazionali sottoscritti dall’Iran. (Grazia)

 

2) AGONIA DI 43 MINUTI PER CLAYTON LOCKETT IN OKLAHOMA

 

Negli Stati Uniti le ‘esecuzioni mal riuscite’ contribuiscono a mettere in crisi l’istituzione della pena di morte. Ma non sono, e non saranno, la causa principale del tramonto della pena capitale.

 

Quest’anno due esecuzioni capitali ‘mal riuscite’ hanno generato grandi discussioni nei media sta­tunitensi (nonché sproporzionate aspettative tra gli abolizionisti). Si è trattato dell’esecuzione di Dennis McGuire in Ohio del 15 gennaio (1) e dell’esecuzione di Clayton Lockett in Oklahoma del 29 aprile. In tutte e due i condannati hanno sofferto a lungo dopo aver ricevuto i farmaci letali.

Particolarmente raccapricciante è stata l’esecuzione di Clayton Lockett cominciata alle 18 e 23’ del 29 aprile nel penitenziario di in McAlester (alle 20 nella camera della morte dell’Oklahoma do­veva entrare un altro condannato, Charles Warner). (2)

Riportiamo quello che è successo attraverso le note della giornalista Ziva Branstetter del Tulsa World, una tra i testimoni dell’esecuzione.

“Ore 18:28’: Vengono iniettati 50 milligrammi di Midazolam (3) in ciascuna delle braccia di Lockett per dare inizio al processo. Si tratta di un tentativo di sedarlo prima che vengano sommini­strati il secondo e il terzo farmaco che hanno lo scopo di fermare il respiro e di bloccare il cuore. Lockett ha trascorso i minuti precedenti sbattendo gli occhi e increspando le labbra ogni tanto.

Ore 18:29’: Gli occhi di Lockett sono chiusi, la bocca un poco aperta.

Ore 18:31’: Il medico controlla le pupille di Lockett e mette le mani sul torace del detenuto, scuotendolo leggermente. “Lockett non è incosciente”, riferisce la [capo guardia Anita] Trammell.

Ore 18:33’: Dopo un minuto in cui il condannato resta immobile, il dottore controlla Lockett una seconda volta. “Il signor Lockett non è cosciente”, riferisce la Trammell. Sembra che l’incoscienza sia arrivata con un certo ritardo. Nelle altre esecuzioni cui ho presenziato, non fu mai annunciato che il condannato era incosciente: arrivò solo la dichiarazione di morte avvenuta, passati circa 8 mi­nuti senza alcuna reazione da parte del condannato.

18: 36’: Lockett scalcia con la sua gamba destra e la sua testa si gira da una parte. Mormora qual­cosa che non riesco a capire.

18: 37’: Il detenuto comincia a contorcersi e a inarcarsi e sembra che tenti di alzarsi. Tutte e due le braccia sono legate e varie cinghie assicurano il corpo al lettino. Dice un’altra cosa inintelligibile. L’avvocato difensore Dean Sanderford sta piangendo in silenzio.

18: 38’: Lockett fa smorfie, grugnendo e sollevando il capo e le spalle dal lettino. Comincia a gi­rare la testa da una parte all’altra. Mormora ancora qualcosa che non capisco, all’infuori della pa­rola “man”. Solleva la testa e le spalle dal lettino diverse volte, come se cercasse di sedersi. Si vede che sta provando dolore.

18: 39’: Il dottore gira attorno a Lockett fino al suo braccio destro, solleva il lenzuolo e dice qualcosa alla Trammell. “Stiamo per abbassare le tende temporaneamente”, riferisce quest’ultima. Le tende vengono abbassate e noi non possiamo vedere ciò che sta succedendo aldilà di esse. I reporter si scambiano sguardi sconcertati. Niente di simile è avvenuto in nessuna esecuzione a cui abbiamo assistito a partire dal 1990, anno in cui lo stato riprese le esecuzioni usando l’iniezione le­tale.

18:40’: Suona il telefono nero nella camera dei testimoni e Patton [il Direttore del Dipartimento di Correzione Robert Patton è il responsabile sul campo dell’operazione] si alza per rispondere, ti­rando il filo dell’apparecchio nella hall e chiudendo la porta dopo di lui. Anche se l’orologio sulla parete della camera della morte non si può più vedere, ci sembra che passino diversi minuti prima che Thompson venga chiamato fuori nel corridoio. [Michael Thompson è stato nominato dalla go­vernatrice ‘responsabile della pubblica sicurezza dell’Oklahoma’]

Approssimativamente alle 18:50’ Patton torna nella camera dei testimoni e dice che l’esecuzione è stata ‘fermata. Si è verificato il cedimento di una vena e quindi i farmaci non sono passati nel con­dannato… Facendo uso della mia autorità, ho ordinato uno stay per la seconda esecuzione [quella di Warner].’

L’annuncio è stupefacente e ci domandiamo che cosa sia avvenuto di Lockett.”

Qui finisce la cronaca, aggiungiamo che alle 19:06’ Clayton Lockett muore. Si dice per un attacco cardiaco. Almeno questa è la ragione del decesso comunicata nell’immediato dai responsabili dell’esecuzione. Saranno eseguite due autopsie per accertare le cause effettive del decesso.

La governatrice Mary Fallin ha dapprima rinviato l’esecuzione di Charles Warner di solo due settimane, poi l’accusa ha acconsentito ad una pausa di sei mesi affinché venga chiarita (lo auspi­chiamo) tutta la faccenda.

Da notare che la tragedia si è compiuta dopo un lungo braccio di ferro tra lo stato e gli avvocati difensori di Lochett e di Warner che chiedevano uno stay e reclamavano la revoca del segreto sul reperimento delle sostanze letali.

La signora Madeline Cohen, avvocato di Warner, ha dichiarato: “Dopo settimane in cui l’Oklahoma ha rifiutato di fornire informazioni basilari riguardo ai farmaci usati per l’iniezione le­tale di stasera, stasera Clayton Lockett è stato torturato a morte.”

La scelta dei metodi di esecuzione, la loro applicazione, la discussione su di essi, i numerosi ‘in­cidenti’ che provocano, non giovano al mantenimento della pena capitale. Ma i problemi relativi ai metodi di esecuzione non sono riusciti ad eliminare la pena di morte negli Stati Uniti e, crediamo, non avranno un ruolo determinate nell’auspicata sua futura abolizione.

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(1) Vedi n. 211

(2) Clayton Lockett fu condannato a morte per aver sparato ad una teenager ed aver assistito mentre questa veniva seppellita ancora viva. Charles Warner per aver violentato e ucciso il figlio di 11 mesi della sua girl­friend.

(3) Era la prima volta che si iniettava come primo farmaco il Midazolam.

 

 

3) RACHEL MADDOX SULLA CRISI DELL'INIEZIONE LETALE

Andy De Paoli riferisce in estrema sintesi di un magistrale discorso della giornalista statunitense Rachel Maddox. Il 30 aprile la Maddox - star del canale televisivo MSNBC - ha parlato del crescente caos generato dalla scarsa disponibilità, e dalla difficoltà di scelta, dei farmaci usati per l'iniezione letale, fino ad arrivare all’esecuzione ‘fallita’ di Clayton Lockett del 29 aprile (1)

 

All'inizio la giornalista descrive le manifestazioni in Italia contro la pena di morte, in particolare l’illuminazione dei monumenti delle città italiane in occasione dell'evento "Cities for Life", orga­nizzato dalla Comunità di Sant’Egidio.

Poi Rachel Maddox illustra i problemi che stanno affrontando i vari stati americani, riguardo al procacciamento e all’uso dei farmaci letali, pur di mantenere in attività la macchina della morte.

La ditta che produceva negli USA il Tiopental sodico (noto anche come Pentothal), dapprima si rifiutò di venderlo per le esecuzioni, poi decise di trasferirne la produzione in Italia. In Italia però se ne proibì la produzione, non essendoci garanzie che questo farmaco non sarebbe stato usato per portare a termine le esecuzioni.

Il Pentobarbital, un farmaco che in seguito alcuni stati decisero di usare in sostituzione del Tiopental, non è un anestetico ma un sedativo. Può agire come anestetico solo in dosi elevatissime. Il Pentobarbital veniva prodotto solo in Danimarca, e anche in questo Paese se ne proibì l'esporta­zione negli USA perché veniva utilizzato nelle esecuzioni. La ditta danese in seguito vendette i di­ritti di produzione, a condizione che la sostanza non fosse usata per i condannati a morte. Quindi la ditta negli USA che attualmente produce il Pentobarbital non può, per contratto, venderlo agli stati americani che hanno la pena capitale.

Lo stato dell'Arizona allora comprò i farmaci in modo totalmente illegale da un 'fornitore' che in realtà... gestiva una scuola guida a Londra. Ovviamente, quando si scoprì questo fatto, scoppiò uno scandalo e il governo federale confiscò i farmaci (non si sa bene cosa fossero in realtà) ma non prima che essi venissero usati una volta per uccidere un condannato. Alla luce di questi ultimi gra­vissimi eventi, dall’Europa si vietò la vendita negli Stati Uniti di qualunque farmaco che potesse es­sere usato nelle esecuzioni.

A questo punto alcuni stati cominciarono a comprare sostanze chimiche da farmacie disposte a produrle in proprio. Sono le cosiddette “compounding pharmacies”. Queste farmacie non sono sog­gette agli stessi controlli che vengono riservati alle aziende produttrici di farmaci.

Il Sud Dakota fu il primo stato ad usare queste sostanze e durante una prima esecuzione il con­dannato fece rumori come gargarismi, respirando a fatica, la pelle divenne blu e gli occhi rimasero aperti tutto il tempo. In pratica accadde qualcosa di simile a ciò che è successo ieri in Oklahoma.

In Texas un farmacista chiese che gli venissero restituiti i farmaci dietro rimborso dei soldi rice­vuti, per il discredito di cui fu oggetto quando fu reso pubblico che la sua farmacia produceva le so­stanze usate per le esecuzioni, ma lo stato del Texas non glieli rese.

Così gli stati cominciarono a cercare di far approvare leggi che vietino l’accesso ad informazioni su chi produce i farmaci.

L'Oklahoma ha esaminato numerose proposte di combinazioni di farmaci letali da usare. I farmaci prospettati, oltre a quelli già nominati, sono stati il Midazolam (un sedativo) e l’Idromorfone (un antidolorifico). Alla fine l’Oklahoma decise di usare, oltre al Midazolam, il Bromuro di Pancuronio (una sostanza paralizzante che blocca la respirazione) e il Cloruro di Potassio che provoca l'arresto cardiaco (Queste due ultime sostanze si ritrovavano nell'iniezione letale ‘classica’ degli anni pas­sati). Ciò anche se era la prima volta che si usava questa combinazione e quindi non se ne conosce­vano gli effetti. La Florida usò una combinazione simile, però a dosi molto diverse.

Oggi, grazie alle leggi di riservatezza non si sa neanche da dove provengono i farmaci, mentre si sa che fino a marzo, cioè solo fino a pochi mesi fa, entrambi gli stati ne erano privi. Si ignora per­tanto come abbiano fatto ad ottenerne una scorta in così breve tempo.

L’Oklahoma non rivela su che basi abbia fatto le proprie scelte, né riguardo alla procedura di ese­cuzione né riguardo alla provenienza dei farmaci. La Corte Suprema dello stato ha quindi ordinato di sospendere le esecuzioni fino a quando la legge sulla riservatezza non sia stata rivista. Ma la go­vernatrice ha fatto fuoco e fiamme, ha minacciato di far sospendere i giudici e questi, alla fine, hanno annullato la sospensione.

Questa era la situazione in Oklahoma quando Clayton Lockett impiegò 43 minuti per morire. Du­rante l’agonia del condannato i responsabili annunciarono che volevano fermare l’esecuzione. Ovviamente non si può “fermare” un’esecuzione in corso, dopo 40 minuti di tentativi di uccidere una persona. Un’esecuzione è definitiva.

Negli Stati Uniti c’è un vero caos.

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(1) V. http://www.msnbc.com/rachel-maddow-show/watch/death-penalty-states-try-new-drug-experiments-242492483517

 

4) MANCATA DI NUOVO PER UN SOFFIO L’ABOLIZIONE IN NEW HAMPSHIRE!

 

È mancato un solo voto in Senato affinché passasse la legge abolizionista in New Hampshire.

 

Il 17 aprile il Senato del New Hampshire, votando 12 a 12, ha fatto fallire per un sol voto la legge che aboliva la pena di morte. La Camera dei Rappresentanti in precedenza aveva approvato la legge con una larga maggioranza (225 a 104). La governatrice Maggie Hassan avrebbe firmato la legge.

Un insuccesso del movimento abolizionista si era già verificato nel 2000 e successivamente nel 2009. Nel 2000 fu la Governatrice Jeanne Shaheen a bloccare la legge già approvata dai due rami del Parlamento, rifiutandosi di firmarla (v. n. 78).

Se il New Hampshire avesse abolito quest’anno la pena di morte sarebbe sto il 7-mo stato norda­mericano ad abolire al sanzione capitale negli ultimi 7 anni (1).

Nonostante il fallimento dell’iniziativa, i promotori dell’abolizione hanno fatto un secondo dispe­rato (e a nostro giudizio inopportuno) tentativo di arrivare all’abolizione della pena capitale quest’anno, prima che si chiudesse la sessione legislativa (5 giugno). Il motivo per riprovarci è stato lo scalpore suscitato dalla drammatica esecuzione di Clayton Lockett in Oklahoma. Dunque il 14 maggio la Camera dei Rappresentanti ha di nuovo approvato la legge a larga maggioranza (218 a 117) ma questa volta il Senato – quasi si sentisse preso in giro – ha perfino rifiutato di votare.

Speriamoche se ne riparli tra un anno. Dopotutto il New Hampshire non fa ese­cuzioni dal 1939.

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(1) V. n. 212, “Probabile…”

 

 

5) LA CORTE SUPREMA FA FARE UN PICCOLO PASSO DI CIVILTÀ AGLI USA

 

È arrivata l’attesa sentenza della Corte Suprema che salva dall’esecuzione Freddie Lee Hall e altri ‘disabili mentali’ ospiti dei bracci della morte degli Stati Uniti d’America.

 

E’ arrivata il 27 maggio la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti sul ricorso Hall v. Florida prevista entro giugno (1). Come si era potuto sperare dall’andamento dell’udienza pubblica tenuta dalla Corte il 3 marzo (2), la sentenza è stata favorevole al ricorrente e – data la sua validità gene­rale – potrà esserlo per altri condannati a morte in Florida e in altri stati.

La massima corte, in sostanza, ha invalidato le procedure automatiche vigenti in Florida, in Virginia, in Kentucky e in alcuni altri stati per stabilire se i colpevoli di reato capitale debbano es­sere esentati dalla pena di morte in quanto ritardati mentali (oggi detti ‘disabili mentali’) come sta­bilì la medesima Corte Suprema nelle famosa decisione Atkins v. Virginia del 2002.

In precedenza in Florida venivano riconosciuti ritardati mentali solo i soggetti che non raggiunge­vano il punteggio di 70 nei test del Q. I. (Quoziente Intellettivo)

La Corte ha deciso a stretta maggioranza (5 voti contro 4). Il giudice Anthony M. Kennedy, che spesso fa da ago della bilancia, si è aggiunto ai giudici meno conservatori: Ruth Bader Ginsburg, Stephen G. Breyer, Sonia Sotomayor ed Elena Kagan.

Kennedy ha osservato che le leggi basate strettamente sui punteggi del Q. I. vanno contro il pa­rere unanime dalla comunità dei medici la quale afferma che tali misurazioni sono imprecise, ed ha scritto nell’opinione di maggioranza che “le persone che si trovano di fronte alla più severa delle sanzioni devono avere la più chiara opportunità di dimostrare che la Costituzione proibisce la loro esecuzione. La legge della Florida disattende il rispetto del nostro paese per la dignità umana e il suo dovere di insegnare che l’umanità è una caratteristica del mondo civilizzato.”

Il giudice Samuel A. Alito Jr. ha scritto per la minoranza che la Corte stava adottando una “una regola uniforme a livello nazionale in sé concettualmente confusa che genererà confusione.” Alito ha scritto che quando la Corte affermò [nel 2002] che i disabili mentali non possono essere messi a morte lasciò ai singoli stati l’interpretazione del concetto di ritardo mentale.

Ad Alito si sono aggiunti i giudici ultraconservatori John G. Roberts Jr. , Antonin Scalia e Clarence Thomas.

Ricordiamo che il caso dibattuto riguarda il 68-enne Freddie Lee Hall che ha passato più di metà della sua vita in prigione. I suoi avvocati hanno ricordato che Hall trascorse la sua fanciullezza in un ambiente a dir poco brutale e fu definito fin da ragazzo mentalmente ritardato: non gli si poteva ne­gare l’attenuante del ritardo mentale solo per il fatto che in alcuni test del Q. I. avesse raggiunto dei punteggi leggermente superiori a 70. (3)

Non tutti gli opinionisti hanno commentato positivamente la sentenza Hall v. Florida, soprattutto perché essa ha aggiunto opinabilità e incertezza in un campo in cui ve ne erano già molte. Noi la giudichiamo positivamente perché salva Freddie Hall e perché fa fare un piccolo passo agli Stati Uniti sulla strada dell’abolizione della pena di morte e, quindi, sulla strada della civiltà.

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(1) V. nn. 212, 213

(2) V. n. 213

(3) V. N. 212

 

 

6) IL TEXAS VIOLA PER LA SECONDA VOLTA NELL’ANNO IL TRATTATO DI VIENNA

 

Il Texas, e gli Stati Uniti, si pongono ancora una volta al disopra della normativa internazionale ‘giustiziando’ un Messicano cui fu negato il diritto all’assistenza consolare del proprio paese.

 

Il 9 aprile è stato ucciso in Texas, con un’iniezione di Pentobarbitale di provenienza sconosciuta, il messicano Ramiro Hernandez Llanas che fu condannato a morte nel 2000.

Come avvenne in una cinquantina di casi simili al suo, Hernandez al momento dell’arresto in Texas non fu informato del suo diritto di contattare il Consolato del Messico per ricevere assistenza legale, facoltà prevista dal Trattato di Vienna sulle Relazioni Consolari di cui gli Usa fanno parte. Pertanto, Hernandez avrebbe avuto diritto ad un nuovo processo.

Ramiro Hernandez Llanas inoltre era affetto da ‘disabilità mentale’ (condizione che il Texas fa di tutto per non ammettere). E infine, come abbiamo detto, gli è stato negato di conoscere la prove­nienza del Pentobarbitale che gli è stato iniettato.

Senza dilungarci ulteriormente, rimandiamo all’ampio articolo che, nel n. 211, si occupa dell’ese-cuzione del messicano Edgar Tamayo avvenuta in Texas il 22 gennaio scorso (1).

Allora sul Texas erano piovute le vibrate proteste del Messico e delle istituzioni internazionali.

Per la cronaca, le proteste sono arrivate anche ora, in occasione dell’esecuzione di Hernandez… Il fatto è che al Texas quello che avviene fuori dei sui confini non interessa, come ha sottolineato più volte con una certa arroganza lo stesso Governatore, Hon. Rick Perry.

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(1) Sulle questioni riguardanti il Trattato di Vienna vedi i nostri 13 articoli ivi citati.

 

 

7) IL GIUDICE DISTRETTUALE DÀ NUOVO RESPIRO AL CASO DI LARRY

 

Riassumendo un articolo del Montgomery County Police Reporter del 17 Maggio 2014, Andy De Paoli ci permette di avere una chiara comprensione dell’udienza sul caso del nostro amico Larry Swearingen, tenutasi il giorno prima davanti al giudice Kelly Case.

 

Il 16 maggio scorso lo stesso Larry Swearingen era presente dinanzi al giudice Kelly Case del Nono Distretto del Texas quando i suoi avvocati hanno argomentato riguardo alle prove del DNA. Il giudice ha ascoltato sia la difesa che l'accusa; quest’ultima ha affermato che sono già stati fatti esami del DNA più che sufficienti. Il giudice ha deciso che gli serviva del tempo per rivedere i test già fatti e le date in cui sono stati fatti, prima di decidere se concedere nuovi test. Questo malgrado la Corte Criminale del Texas (TCCA) il 5 febbraio scorso avesse respinto la richiesta di altri test, concordando con l’accusa.

Larry Swearingen fu condannato a morte per l’uccisione di Melissa Trotter nel dicembre 1998. Ordini di esecuzione per Larry furono firmati il 17 ottobre 2006, poi nuovamente il 19 dicembre 2008 e il 6 giugno 2011. L’ultimo il 19 dicembre 2012, con data di esecuzione fissata per il 27 feb­braio 2013 dal precedente giudice Fred Edwards. Il nuovo giudice Kelly Case, al termine dell’udienza del 30 gennaio 2013 ordinò la sospensione dell’'esecuzione, dicendo che doveva essere raggiunta la certezza prima che la sentenza venisse eseguita.

Nell’udienza del 16 maggio scorso i difensori hanno detto che nuove prove del DNA avrebbero potuto esonerare Larry, l’accusa ha affermato che le prove fatte erano ormai più che sufficienti e che comunque le contaminazioni e il degrado dei campioni ancora da esaminare avrebbero potuto rendere inutili ulteriori esami.

L'avvocato difensore James Rytting ha dato una interpretazione non negativa della decisione della TCCA del 5 febbraio, dicendo che la TCCA aveva semplicemente affermato che “non avevamo dimostrato che esistesse del materiale da testare”, rimandando la palla al giudice.

Rytting ha aggiunto “Ora abbiamo presentato ulteriori argomenti e prove che dimostrano con assoluta certezza che c’è del materiale biologico che va testato secondo quanto previsto dall’art. 64 , Mozione per il Test Forense del DNA, del Codice di Procedura Penale del Texas.

Rytting ha detto che la difesa crede nell’innocenza di Swearingen, il quale ha sostenuto la sua in­nocenza sin dall’inizio, ed ha lodato il suo cliente dicendo che ha dimostrato grande forza d’animo in circostanze terribili.

Ha ricordato che diversi item prelevati dal corpo alla vittima, Melissa Trotter, sono stati esaminati e nessun DNA che implichi Swearingen è stato trovato.

Il padre di Melissa Trotter, anch’esso presente, si è molto alterato con la difesa e con il giudice Case, accusato di avere un’invincibile riluttanza a firmare ordini di esecuzione.

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(1) Vedi: http://montgomerycountypolicereporter.com/death-row-swearingen-back-in-court/

 

 

 

8) SEDIA ELETTRICA E RAFFICA DI ESECUZIONI IN TENNESSEE?

 

Il Tennessee, che ha compiuto solo 6 esecuzioni capitali nell’ultimo mezzo secolo, sembrerebbe intenzionato ad accelerare la macchina della morte, all’occorrenza usando la sedia elettrica.

 

Con il risultato di 23 voti contro 3, il 9 aprile scorso il Senato dello stato del Tennessee ha appro­vato l’uso della sedia elettrica in sostituzione dell’iniezione letale, qualora quest’ultima non fosse più praticabile.

La proposta di legge in merito è stata approvata pure dalla Camera dei Rappresentanti il 18 aprile con una maggioranza di 63 voti contro 13. Anche se il Senato dovrà votare nuovamente per ratifi­care qualche modifica introdotta alla Camera, si dà per scontato che la legge arriverà sulla scrivania del governatore repubblicano Bill Haslam e che questi la renderà operativa.

Secondo la nuova legge, l’iniezione letale sarà mantenuta come metodo primario di esecuzione, ma la sedia elettrica sarà ammessa come alternativa, nel caso lo stato non riesca a reperire le so­stanze chimiche necessarie o se l’iniezione letale venisse dichiarata incostituzionale.

Al momento ci sono 75 uomini e 1 donna condannati a morte in Tennessee, uno stato che ha messo a morte solo 6 condannati dal 1960. Nello stato non si effettuano esecuzioni dal 2009, ma sembra che ci sia una forte pressione per rimettere in moto la macchina della morte. La prima ese­cuzione è stata programmata per il 7 ottobre prossimo e almeno altre 10 esecuzioni sono state fis­sate entro il 2015. Sembra che l’attuale fervido dibattito intorno alla pena di morte sia dovuto al­meno in parte all’avvicinarsi delle elezioni del prossimo mese di Agosto in cui 3 giudici della Corte Suprema del Tennessee dovranno ricevere la conferma nell'incarico. (Grazia)

 

 

9) SENZA FINE L’INCUBO DI AASIA BIBI

 

Aasia Bibi, cristiana condannata alla pena capitale per blasfemia in Pakistan, doveva essere graziata e liberata anni fa. Ora, dopo 5 anni di prigionia, rischia sempre più di essere messa a morte.

 

A metà aprile il processo di appello per Aasia (1) Bibi, la donna di fede cristiana che fu condannata a morte in Pakistan nel novembre 2010 per blasfemia (2),è stato sospeso e rinviato per la terza volta.

Eppure, dopo che la vicenda di Aasia, arrestata nel 2009 nella provincia del Punjab, ebbe riso­nanza mondiale, sembrò che le autorità volessero risolvere rapidamente con un provvedimento di grazia il suo increscioso caso.

Sembrò anche che potesse essere abrogata la legge sulla blasfemia: “Chiunque con le parole, sia dette che scritte, con immagini o altro, o con doppi sensi, o insinuando, direttamente o indiretta­mente, macchi il sacro nome del Santo Profeta Maometto (Pace Su Di Lui) sarà punito con la morte, o il carcere a vita, e sarà anche suscettibile di pena pecuniaria.”

Purtroppo però gli omicidi del Governatore del Punjab, Salman Taseer e del Ministro federale per le Minoranze Shahbaz Bhatti, schieratisi in favore di Aasia, le crescenti pressioni degli integralisti e il rischio di gravi disordini hanno consigliato un basso profilo. Così Aasia si trova ancora rinchiusa in isolamento sotto stretta sorveglianza.

Anche se gli avvocati di Aasia Bibi continuano a mostrarsi fiduciosi nella sua liberazione, la si­tuazione si sta ulteriormente deteriorando, tanto che al caso di Aasia si è aggiunto quello di Sawan Masih anch’esso condannato a morte per blasfemia a fine marzo.

È doloroso “vedere la situazione in Pakistan farsi più difficile di giorno in giorno, per le mino­ranze e specialmente per le donne e le ragazze,” ha dichiarato ad Asia News padre James Chand dell’Arcidiocesi di Lahore. “Continuiamo a pregare per Aasia Bibi e per Sawan Masih”.

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(1) Chiamata molto spesso semplicemente Asia

(2) Sul caso di Aasia Bibi v. ad es. 185, 187, 188, 208.

10) NEL BRUNEI IL CODICE PENALE DELLA SHARIA

 

Nel nuovo codice penale del Brunei pena di morte anche per diffamazione del profeta Maometto, per offese a qualsiasi versetto del Corano o dell’Hadith, per blasfemia. Lapidazione per gli adulteri.

 

Il Sultano Hassanal Bolkiah, capo di stato e di governo nel Brunei Darussalam (1), piccolo ma ricco paese petrolifero nell’isola del Borneo, ha deciso di introdurre la legge della Sharia, scegliendo di questa legge religiosa una delle più aspre declinazioni.

Bolkiah ha aumentato a dismisura la lista dei “reati” per i quali si può essere condannati alla pena capitale, nonché la gamma delle pene corporali e dei metodi di esecuzione.

Risultano infatti inclusi tra i reati capitali, oltre al furto e all’omicidio, lo stupro, la sodomia e le relazioni extraconiugali.

Può essere imposta la pena di morte anche per diffamazione del profeta Maometto, per offese a qualsiasi versetto del Corano e dell’Hadith (racconti della vita di Maometto), per blasfemia e per chi si proclama un profeta non musulmano.

Tra le pene sono previsti i colpi di frusta, le mutilazioni e, per i reati a sfondo sessuale, la lapida­zione.

Tutto ciò si sta avverando rapidamente anche se il Brunei non effettua esecuzioni dal 1957 (allora e fino al 1984 era sotto la dominazione britannica) e Hassanal Bolkiah è in carica ininterrottamente dal 1967.

Rupert Colville, portavoce dell’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, ha stigmatizzato il nuovo codice penale del Brunei. Colville ha ricordato che infliggere la pena di morte per i “reati” ivi citati viola la legge internazionale e che la lapidazione costituisce “tortura o altro trattamento o punizione crudele, inumana o degradante”. Viene inoltre violata la libertà di reli­gione, di opinione e di espressione.

Nel Brunei la religione islamica è praticata con atteggiamenti molto conservatori, non così negli stati confinanti della Malesia e dell’Indonesia. Nel Brunei è ad esempio vietata la vendita e il con­sumo in pubblico di bevande alcoliche anche da parte di non musulmani.

Il Sultano ha dichiarato che il rafforzamento delle leggi islamiche nel suo paese va inteso come difesa dalle influenze esterne che lui considera dannose, e ha definito il suo regime islamico un “sistema di protezione” contro la globalizzazione.

Sommerso dalle aspre critiche provenienti dal mondo esterno, il Sultano Hassanal Bolkiah ha de­ciso di introdurre gradualmente il nuovo codice penale (il 1° maggio è stata avviata la prima di tre fasi). Inoltre i funzionari del sultanato hanno dichiarato che i reati giudicati secondo la Sharia do­vranno essere dimostrati con prove schiaccianti e che ai giudici sarà lasciato ampio potere discre­zionale per l’imposizione delle pene. (Grazia)

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(1) Nonché Ministro delle Finanze e Ministro della Difesa.

 

 

11) IN EGITTO ALTRE 683 CONDANNE A MORTE DI OPPOSITORI

 

In Egitto sono state inflitte oltre mille condanne a morte, in processi iniqui, a membri della Fratellanza Musulmana, il movimento politico-religioso che si oppone al regime militare al potere.

 

Il 28 aprile il tribunale di El Minya, 250 km a sud del Cairo, ha proposto la pena di morte per 683 persone in un processo ‘politico’, dopo le 528 condanne capitali proposte un mese prima, il 24 marzo (1).

Tra le condanne del 28 aprile spicca quella di Mohamed Badie, ‘guida suprema’ della Fratellanza Musulmana. L’attuale regime militare instauratori in Egitto ha definito ‘organizzazione terroristica’ la Fratellanza Musulmana, il movimento politico-religioso più esteso in Egitto, base del potere dello spodestato presidente Mohamed Morsi (ora in carcere).

Nessuno dei condannati ha presenziato al processo, definito iniquo da un rappresentante di Amnesty International che vi ha partecipato.

Il Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-moon si è detto allarmato dalle condanne e si è ripro­messo di discuterne con il Ministro degli Esteri Egiziano Nabil Fahmy in un prossimo incontro.

I 683 condannati a morte sono stati riconosciuti colpevoli di omicidio, tentato omicidio, incendio doloso della stazione di polizia di Adua, di appartenenza ad un gruppo messo al bando e di aver partecipato ad un raduno, di più di 5 persone, con intenti delittuosi nell’estate 2013.

Frattanto delle 528 sentenze capitali proposte a fine aprile , 491 sono state commutate in ergastolo o in pene detentive di minore entità, in quanto il ‘gran Mufti’, massima autorità religiosa egiziana, si è rifiutato di ratificarle. Le altre 37 sono divenute effettive.

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(1) v. n. 213. Amnesty parla di 528 condanne, altre fonti parlano di 529 condanne.

 

 

12) SEI LE CONDANNE PER L’OMICIDIO POLITKOVSKAYA, IGNOTI I MANDANTI

 

Con grande fatica sono stati individuati e condannati gli esecutori dell’omicidio dell’intrepida giornalista russa Anna Politkovskaya, uccisa nel 2006. Rimangono ignoti i mandanti del crimine.

 

Nel terzo processo per l’omicidio dell’intrepida giornalista russa Anna Politkovskaya, uccisa con numerosi colpi di pistola nell’ascensore di casa il 7 ottobre 2006 a Mosca, sono stati giudicati col­pevoli tutti e cinque gli imputati. Nella prima fase del processo che si è conclusa il 21 maggio gli imputati sono stati dichiarati colpevoli. In una seconda fase del processo verranno inflitte le pene.

Il 14 dicembre 2012, in un processo stralcio, l’ex poliziotto Dmitry Pavliutchenkov, diventato ‘collaboratore di giustizia’, era già stato condannato a 11 anni di carcere duro per aver pedinato la vittima, partecipato all’organizzazione del delitto e fornito l’arma al killer (1),

Il 21 maggio il ceceno Lom-Ali Gaitukayev è stato dichiarato colpevole dell’organizzazione del delitto, delitto a cui hanno partecipato i suoi tre nipoti, i fratelli ceceni Rustam, Ibragim e Dzhabrail Makhmudov, e l’ex dirigente della polizia moscovita Sergehi Khadzhikurbanov. Nella dichiara­zione finale, prima che i 12 componenti la giuria si ritirassero in camera di consiglio, i cinque si erano proclamati innocenti.

Nel primo processo conclusosi il 19 febbraio 2009 (v. n. 167), Ibragim e Dzhabrail Makhmudov e Khadzhikurbanov erano stati assolti per insufficienza di prove, Rustam era ancora latitante e Gaitukayev era stato ascoltato solo come teste. La Corte Suprema aveva però annullato la sentenza, una sentenza che aveva frustrato i sostenitori della Politkovskaja e gli attivisti per i diritti umani.

Dopo alcuni mesi, accogliendo un ricorso della famiglia Politkovskaya, la Corte Suprema aveva bloccato il secondo processo appena iniziato, inviando gli atti alla procura per unificare il procedi­mento con l’inchiesta sui mandanti, sconosciuti, dell’omicidio e sul presunto killer, Rustam Makhmudov, che nel frattempo era stato catturato in Cecenia.

Per comprendere il contesto in cui si sono verificati gli avvenimenti, ricordiamo che il 9 ottobre 2006, pochi giorni dopo l’assassinio di Anna Politkovskaya, Dmitry Muratov, coraggioso direttore del giornale Novaya Gazeta, aveva affermato che la giornalista stava per pubblicare un reportage sulle torture commesse dalle forze di sicurezza cecene legate al Primo Ministro Ramsan Kadyrov, pupillo del presidente Vladimir Putin. Peraltro il delitto Politkovskaja è solo uno tra decine di omi­cidi eccellenti a sfondo politico che si sono verificati negli ultimi anni nella Federazione russa di Valdimir Putin (2). Per tali omicidi si sono solo raramente, e confusamente, indicati dei mandanti.

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(1) V. n. 202, Notiziario

(2) V. ad es. nn. 144, 166, 167, 171, 174 “Razzismo…”, 186, 191, 194, Notiziario

 

 

13) IL PERDONO, MEGLIO DI UN’ESECUZIONE CAPITALE

 

Hector Black, padre di Patricia Ann Nuckles uccisa nel 2001, ha rilasciato una dichiarazione che è stata trasmessa dalla NPR nel 2008 (1). Riportiamo una nostra traduzione di ciò che ha detto Black.

Pubblichiamo questa dichiarazione,per quanto datata, perché la troviamo commovente ed esemplare

 

“Abbiamo appreso poco per volta che cosa era successo. Lei era arrivata a casa mentre lui stava nascosto nell’'armadio sperando di saltare dalla finestra sul retro e scappare. Ma lei aprì l'armadio, così lui le saltò addosso, la fece cadere all’indietro e le legò le mani dietro la schiena.

Poi ci fu una breve conversazione tra loro, durante la quale lei consigliò all’intruso di farsi aiutare per uscire dalla dipendenza dalla droga. Dal canto suo, lui le consigliò di far mettere delle sbarre alle finestre sul retro e di lasciare sempre una luce accesa. Poi le chiese di fare sesso e lei gli rispose: “Preferirei piuttosto che mi ammazzassi”. E così fu.

Eravamo distrutti. Non ci era mai successa una cosa del genere. Conoscevamo la morte, ma non così. Non sono mai stato favorevole alla pena capitale ma volevo che lui subisse il male che aveva fatto subire a lei, volevo soffrisse come stavo soffrendo io.

Ma dopo un po' ho cercato di sapere chi era, quale mostro potesse fare una cosa del genere. Al­lora ho appreso alcune cose di Ivan Simpson. Ho scoperto che era nato in un istituto psichiatrico. E che quando aveva 11 anni la madre portò lui, suo fratello e sua sorella sul bordo di una piscina e disse che Dio le aveva ordinato di distruggerli. Lui e suo fratello le sfuggirono, ma egli vide sua madre annegare la sua sorellina.

Suzie ed io siamo andati dal procuratore distrettuale che si inquietò quando gli dicemmo che non volevamo che quell’uomo venisse messo a morte. Ivan si dichiarò colpevole di tutti i capi d'accusa. Poi venne il momento, per tutti quelli che erano stati coinvolti, di dire quali conseguenze il crimine avesse avuto su di loro.

Così ho letto la mia breve dichiarazione: “Non ti odio, Ivan Simpson. Ma odio con tutto il mio cuore ciò che hai fatto a mia figlia.” E l’ho guardato negli occhi. Le lacrime gli scendevano lungo le guance. Prima di essere portato via chiese di parlare, e fu accompagnato al microfono. Disse due volte: “Sono addolorato per la pena che vi ho dato.”

Quando tornai nella mia stanza quella sera rimasi sveglio pensando che mi ero liberato di un peso enorme e che lo avevo perdonato.”

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(1) Vedi: http://www.upworthy.com/if-a-monster-murdered-your-child-would-you-be-able-to-handle-it-as-compassionately-as-this-man-did

 

 

14) COLLEGE PER I DETENUTI? LA PROPOSTA SUSCITA RABBIA E SARCASMO

 

Nonostante le aspre critiche ricevute, il Governatore dello stato di New York, Andrew M. Cuomo, non ha del tutto rinunciato al progetto di realizzare in carcere corsi di livello universitario.

 

A febbraio il Governatore dello stato di New York, Andrew M. Cuomo, annunciò la realizzazione di corsi universitari a livello di college in dieci carceri statali. Cuomo dichiarò che i detenuti con un’educazione superiore avrebbero avuto molta più facilità nel trovare un lavoro una volta scarce­rati e avrebbero costituito una minaccia minore per la società. Il Governatore sottolineò che il costo di questa iniziativa (circa 5.000 dollari l’anno per detenuto) avrebbe rappresentato un vero affare tenendo conto dei 60.000 dollari cui ammonta il costo annuo di un detenuto in carcere.

L’iniziativa avrebbe impegnato una piccola parte del denaro stanziato per le prigioni: 1 milione di dollari su un budget totale di 2,8 miliardi. Purtroppo però, dopo che si sono levate voci nettamente contrarie, il Governatore ha ritirato la proposta.

La principale obiezione avanzata da molti repubblicani, ma anche da alcuni democratici, è stata: “Come osa il Governatore offrire denaro dei contribuenti per educare dei criminali, quando cittadini onesti fanno una fatica tremenda per mandare i loro figli al college?” Il senatore repubblicano George Maziarz ha specificato che il motto dovrebbe essere: ‘commetti un crimine, sconti una pena’, non ‘commetti un crimine, prendi un diploma’. Aggiungendo: “E’ inconcepibile dare ai cri­minali una possibilità competitiva sul mercato del lavoro nei confronti degli onesti newyorkesi che non possono andare al college a causa dei suoi costi elevati”. E’ stato persino osservato che istruire i delinquenti li renderebbe criminali più scaltri.

Una raccolta di firme per bloccare l’iniziativa è stata pubblicizzata online con due immagini: una mostra ragazzi bianchi felici, con il mantello della facoltà, che gettano in aria i loro “tocchi” univer­sitari e dicono: “Abbiamo studiato sodo, svolto lavori d’estate, risparmiato, chiesto prestiti fidu­ciari…”; l’altra immagine mostra dei detenuti appartenenti a razze minoritarie in uniforme carcera­ria arancione, che dicono: “Abbiamo rubato un’auto, svaligiato una banca, sparato a un passante e ricevuto un diploma universitario gratuito pagato da VOI”.

Ovviamente questi signori ignorano il significato dei termini ‘riabilitazione’ e ‘correzione’ che invece ricorrono, guarda caso, nelle denominazioni dei Dipartimenti carcerari americani (ad es. Department of Correction and Rehabilitation) e che in sostanza erano l’oggetto del budget a dispo­sizione di Cuomo (denominato “budget per il programma correzionale”).

Ignorano anche che circa la metà dei detenuti scarcerati a fine pena torna in prigione nei tre anni successivi. La scarsità di cultura contribuisce a rendere impossibile trovare un lavoro che permetta loro di mantenersi e pertanto li spinge a delinquere per sopravvivere.

Pare che Cuomo stia cercando dei fondi privati per finanziare per un primo anno il suo progetto, e che cercherà di convincere lo stato a farsi carico della spesa per il secondo anno di corsi uni­versitari. (Grazia)

 

 

15) TORTURA OVUNQUE PROIBITA, OVUNQUE PRATICATA

 

Riportiamo una sintesi del denso, altamente preoccupante, comunicato diffuso da di Amnesty International il 13 maggio in occasione del lancio della Campagna mondiale “Stop alla Tortura”

 

[…] Amnesty International ha accusato i governi di ogni parte del mondo di aver tradito l’impegno a porre fine alla tortura, 30 anni dopo la storica adozione della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura.

“La vietano per legge, la facilitano nella pratica. Ecco la doppia faccia dei governi quando si tratta della tortura” – ha dichiarato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia, durante la conferenza stampa di lancio della campagna globale “Stop alla tortura”.

“Non solo la tortura è viva e vegeta, ma il suo uso sta aumentando in molte parti del mondo poi­ché sempre più governi tendono a giustificarla in nome della sicurezza nazionale, erodendo così i progressi fatti negli ultimi 30 anni” – ha proseguito Marchesi.

“Quella Convenzione era stata il prodotto di una campagna di Amnesty International contro la tortura. È disarmante rendersi conto che, nonostante i progressi fatti da allora, 30 anni dopo ci vo­glia un’altra campagna di Amnesty International affinché sia rispettata” ha commentato Marchesi.
“A partire dal 1984, la Convenzione contro la tortura è stata ratificata da 155 paesi. Amnesty International ha svolto ricerche su 142 di essi, giungendo alla conclusione che nel 2014 la tortura viene praticata ancora da 79 paesi. Negli ultimi cinque anni, Amnesty International ha registrato casi di tortura o di altri maltrattamenti in 141 paesi ma, dato il contesto di segretezza nel quale la tortura viene praticata, è probabile che il numero effettivo sia più alto” – ha sottolineato Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia.

In alcuni di questi paesi la tortura è sistematica, in altri è un fenomeno isolato ed eccezionale. Ma, sottolinea l’organizzazione per i diritti umani, anche un solo caso di tortura è completamente inac­cettabile.
Nel rapporto della campagna globale “Stop alla tortura”, intitolato “La tortura oggi: 30 anni di impegni non mantenuti”, è riportato un lungo elenco di metodi di tortura usati contro presunti cri­minali comuni, individui sospettati di costituire una minaccia alla sicurezza nazionale, dissidenti, rivali politici e altre persone ancora: dall’obbligo di rimanere in posizioni dolorose alla privazione del sonno, dalle scariche elettriche ai genitali allo stupro.

Prima del lancio della campagna, Amnesty International ha commissionato un sondaggio all’istituto di ricerche GlobeScan per conoscere l’attitudine dell’opinione pubblica rispetto alla tor­tura in 21 paesi del mondo. Il risultato allarmante è che il 44 per cento del campione pensa che, se fosse arrestato nel suo paese, rischierebbe di essere torturato. L’82 per cento ritiene che dovrebbero esserci leggi rigorose contro la tortura ma più di un terzo (il 36 per cento) crede che la tortura po­trebbe essere giustificata in determinate circostanze. […]

Nell’ambito della campagna “Stop alla tortura”, Amnesty International continuerà a sollecitare l’Italia a colmare il ritardo di oltre 25 anni – tanti ne sono trascorsi dalla ratifica della Convenzione contro la tortura – e a introdurre finalmente il reato di tortura nel codice penale.

“A 13 anni dal G8 di Genova del 2001, molti dei responsabili di gravi violazioni dei diritti umani sono sfuggiti alla giustizia e nel nostro paese non esistono strumenti idonei per prevenire e punire le violazioni in maniera efficace. Nel frattempo, molti altri casi che chiamano in causa la responsabi­lità delle forze di polizia sono emersi e, purtroppo, continuano a emergere senza che vi sia stata una risposta adeguata da parte delle istituzioni” – ha dichiarato Antonio Marchesi. […]

 

16) PER AUMENTARE LA NOSTRA CONOSCENZA DELLA TORTURA… LE IENE

 

Il dottor Andrea Paolo Taviani, Presidente dell’associazione Medici Contro la Tortura, se ne in­tende di tortura, quale studioso del fenomeno e terapeuta delle vittime della tortura. Il nostro amico Andrea ci ha segnalato, e raccomandato, un video de “Le Iene” sulla tortura. Nel video del 16 aprile si parla anche delle torture praticate dai militari Italiani in Somalia nel 2003. Consigliamo la visione del seguente filmato solo a chi si ritiene abbastanza forte da sopportare immagini sconvolgenti:

http://www.iene.mediaset.it/puntate/2014/04/16/pelazza-missioni-di-pace-con-torture_8562.shtml

 

 

17) L’ORSACCHIOTTO NELLA MIA CELLA di Fernando E. Caro

 

Appesa al muro della mia cella c’è un’illustrazione che rappresenta un orsacchiotto di pezza. È su un biglietto di auguri che mi è stato inviato per il mio compleanno. Nonostante sia ormai vecchio, il mio compleanno significa ancora molto per me. L’orsacchiotto è raffigurato in piedi, con le brac­cia spalancate, un sorriso sul suo musetto peloso. Proprio come se stesse per abbracciarmi! Come se stesse per abbracciarmi, senza pregiudizi su di me, sul luogo in cui mi trovo, o su quali pecche io possa avere. Un abbraccio incondizionato, e un sorriso che dicono che tutto andrà bene!

Naturalmente, la sensazione di empatia proveniente da un oggetto inanimato può sgorgare sol­tanto dal mio interno. L’attitudine ad immaginare certe cose rivela la mancanza di ciò che deside­riamo veramente. Amore, tenerezza, sollievo che ci impediscano di sprofondare sempre più nella tristezza o nella rabbia!

Affidare tutti questi sentimenti all’illustrazione di un orsacchiotto di pezza con gli occhi fatti di bottoni, può sembrare un po’ stano, persino inquietante! Bisogna tener conto che, quando una per­sona è rinchiusa in una cella, può solo abbracciare una misera realtà! E la realtà, all’interno del car­cere, non offre molto calore! Anzi, è terribilmente fredda!

Ecco perché tengo e amo l’orsacchiotto che mi dice “abbracciami”. La signora che me l’ha spe­dito è affettuosa e dolce come questo orsacchiotto. Da più di vent’anni continua a dirmi: “Eccoti un abbraccio, andrà tutto bene!” San Quentin, 17 aprile 2014

 

L’abbraccio di un orsetto di Fernando E. Caro

 

Un orsacchiotto di pezza

Che mi offre un abbraccio

Condividendo l’impulso innocente

Di alleviare la mia tristezza

 

Come si può resistere

Ad un’intenzione calda e garbata

Ad un sentimento diretto a te

Per alleviare un dolore cocente?

 

Un abbraccio attenua la tua infelicità

Quando ti senti triste

Abbracciarmi è come accettarmi

Calma e placa la mente

 

La vera felicità si trova

In cose semplici e modeste

Ciò a cui tu re-agisci

È ciò che già si trova anche in te

 

Vieni tra le mie braccia

Dice l’orsacchiotto

Tra le mie braccia scorre l’amore

E tutto andrà bene.

 

 

 

18) DAL VERBALE DELL’ASSEMBLEA DI FIRENZE DEL 1° GIUGNO 2014

 

L’Assemblea ordinaria dei Soci del Comitato Paul Rougeau/Ellis One Unit si è riunita il 1° giugno 2014 […] L'ordine del giorno è il seguente: 1. Relazioni sulle attività svolte dal Comitato Paul Rou­geau dopo l'Assemblea del 2 giugno 2013; 2. situazione iscritti al Comitato Paul Rougeau, ge­stione dei soci; 3. illustrazione ed approvazione del bilancio per il 2013; 4. ratifica di eventuali di­missioni dal Consiglio direttivo; elezione di membri del Consiglio direttivo. Breve sospensione dei lavori dell'Assemblea per consentire una riunione del nuovo Consiglio direttivo con il rinnovo delle cari­che sociali. 5. Discussione, programmazione e approvazione del prosieguo delle attività in corso (incluso il sostegno a Larry Swearingen e a Gerald Marshall); proposte di pubblicazioni di libri (ri­stampa del libro di Paul Rougeau "Mi uccideranno in maggio", pubblicazione di un libro con le let­tere di Fernando Eros Caro, opuscolo del Comitato Paul Rougeau, od altro); 6. proposte di nuove attività nell'ambito del mandato del Comitato Paul Rougeau e approvazione delle stesse; 7. eventu­ale incremento delle quote associative; eventuale quantificazione di un contributo per la ricezione del Foglio di Collegamento su carta; 8. ricerca di adesioni ideali di personalità al Comitato Paul Rougeau; 9. varie ed eventuali. In apertura di seduta si affronta il punto 1. all’o. d. g., e in parte il punto 5. illustrando le principali attività svolte dal Comitato dopo l’Assemblea del 2 giugno 2013 e proponendone - ove appropriato - il prosieguo. Vi sono state presenze attive del Comitato in eventi abolizionisti/culturali/formativi, con la partecipazione di Paolo Cifariello, Andy De Paoli, Giuseppe Lodoli, Grazia Guaschino, Guido Grenni, Dale Recinella. Andy De Paoli ha rappresentato il Comi­tato Paul Rougeau nell'Assemblea Generale della Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte e nel Quinto Congresso Mondiale Contro la Pena di Morte svoltisi a Madrid dal 12 al 15 giugno 2013. Andy ha partecipato al maggior numero possibile di sedute ed ha potuto incontrare gruppi e personalità del mondo abolizionista stabilendo utili rapporti. In quattro giorni si sono rias­sunti gli ultimi sviluppi nella lotta per l’abolizione e si è discusso sulle strategie da adottare. Il Con­gresso ha riunito esperti internazionali, attivisti e figure di alto profilo, come ministri, diplomatici, cariche governative di molti Paesi, famosi avvocati, oltre ai rappresentanti di centinaia di organiz­zazioni abolizioniste (anche abolizionisti cinesi). Ci sono state molte testimonianze: di ex carcerati, di prigionieri esonerati, di personale carcerario (pentito) e di familiari delle vittime. Hanno anche partecipato alcuni premi Nobel per la Pace […] Papa Francesco ha inviato una lettera ribadendo la posizione della Chiesa cattolica contro la pena capitale. Nella risoluzione finale è stato chiesto a tutte le organizzazioni governative ed internazionali di continuare ed intensificare la cooperazione con gli stati e la società civile per promuovere l’abolizione della pena di morte. […] Grazia rela­ziona sulla visita di Dale Recinella a Roma e a Firenze dal 26 novembre al 4 dicembre 2013 in concomitanza del grande evento abolizionista Cities for Life 2013 organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio. Dale Recinella è stato accompagnato da Grazia Guaschino che ha tradotto passo passo i suoi interventi durante numerose conferenze e interviste. Dale ha parlato nel corso dell'VIII Con­gresso Internazionale dei Ministri della Giustizia "Per un mondo senza pena di morte", organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio presso la Protomoteca del Campidoglio il 29 novembre […] Altri interventi notevoli di Dale si sono svolti presso l'Università Luiss di Roma, il Carcere di Regina Coeli, il Colosseo illuminato (30 novembre), il Consiglio Provinciale di Firenze. In quell’occasione è stata recapitata a papa Francesco (che ha fatto inviare una risposta di ricezione), una copia del li­bro di Dale “Nel braccio della morte”. Pochi giorni fa, facendo seguito al primo invio, è stato spe­dito al Papa un plico con un'ampia documentazione preparata da Dale Recinella sulla pena di morte in Florida e la richiesta di un intervento papale. […] Grazia ha parlato il 12 ottobre presso il “Cecchi Point” di Torino e il 22 novembre nella Sala Consiliare del comune di Sommariva Bosco (TO), nel corso di eventi organizzati da Amnesty International. Il 5 maggio 2014 Paolo Cifariello ha parlato nel liceo classico "Gioia" di Piacenza con oltre 50 alunni presenti […]. Grazia ha continuato lo scambio epistolare con Fernando Eros Caro, corrispondente del Comitato dal braccio della morte della California. Sette ottimi articoli di Fernando sono stati tradotti da Grazia per il nostro Foglio di Collegamento. Il 10 febbraio 2014 è stato pubblicato nel sito di Famiglia Cristiana, con un certo rilievo, un articolo appositamente scritto da Fernando […] Giuseppe fornisce alcuni dati sull’impegno del Comitato nell’ultimo anno. […] Per quanto riguarda il Foglio di Collegamento: ne sono usciti nell’ultimo anno 8 numeri (8 nell'anno precedente), di cui 3 doppi (maggio/giugno, luglio/agosto, dicembre/gennaio), in luogo degli 11 previsti nel periodo, per un totale di 116 pagine (contro le 119, 112, 145 pagine degli anni precedenti). […] Rapporti al vertice con organizza­zioni abolizioniste (Sezione Italiana di Amnesty I., Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte, Comunità di Sant’Egidio): al minimo e di routine, per lo più via e-mail. È stata data assistenza, in termini di incoraggiamento e consulenza, ad una decina di corrispondenti con detenuti del brac­cio della morte per lo più segnalatici negli ultimi anni da Amnesty Italia. Sono stati ricevuti dal Comitato oltre 10.000 messaggi e-mail e spediti circa 1.300 messaggi e-mail […] La mailing list per l’invio mensile del Foglio di Collegamento e di proposte di mobilitazione comprende ora circa 360 nominativi, un numero pressoché uguale a quello dell'anno precedente. Andy, in qualità di we­bmaster, parla della situazione del sito del Comitato e della necessità ormai improrogabile di ripu­lirlo e di aggiornarlo, con il contributo di tutti, riguardo alle news, agli articoli importanti tra­dotti che rimangono nel sito, ai libri pubblicizzati […]. Si passa al punto 2. all’o. d. g. e Grazia rife­risce sulla situazione del soci. Rimangono nell’elenco dei soci 110 persone, di cui circa 40 in regola con il pagamento della quota associativa. Grazia nelle prossime settimane solleciterà i morosi a mettersi in regola. Punto 3. all’o. d. g.: Paolo Cifariello distribuisce e illustra il rendiconto econo­mico del Comitato per l’anno solare 2013 […] Le entrate sono costituite principalmente dalle quote associa­tive. Per valutare un eventuale utile conseguente alla vendita dei libri di Dale Recinella biso­gnerà fare un consuntivo finale. Tra le uscite notiamo che a Fernando Eros Caro nel 2013 sono stati man­dati da parte nostra - in tre riprese - 400 dollari pari a 299 €. 600 euro sono stati spesi per finan­ziare la partecipazione di Andy al Congresso di Madrid. Si discute sulle ingenti spese postali per la pro­duzione e la spedizione del Foglio di Collegamento su carta (circa 445 €). Si decide di aumen­tare di 15 € la quota annuale versata dai soci ordinari che vogliono ricevere il F. di C. su carta. In cassa a fine 2013 c'erano 2.000 €. Il bilancio per il 2013 è approvato all’unanimità. Punto 4. all’o. d. g.: tutti i membri del Consiglio Direttivo si presentano dimissionari […] e si candidano ad una eventu­ale rielezione ad eccezione di Loredana Giannini sovraccarica per attività di volontariato car­cerario e per impegni familiari a Firenze e a Bologna. Loredana riceve un grande ringraziamento per tutto quello che ha fatto come Presidente e come membro del Consiglio Direttivo fin dal 1992. […] Si eleggono all’unanimità: Giuseppe Lodoli a Presidente, Maria Grazia Guaschino a Vice Presidente, mentre Paolo Cifariello viene eletto Tesoriere […] L’Assemblea affronta ciò che non è stato già di­scusso e deciso all'inizio riguardo al punto 5. all’o. d. g. Giuseppe riassume la situazione giudizia­ria, sostanzialmente di stallo, dei due detenuti adottati dal Comitato, Larry Swearingen e Gerald Marshall. Per Larry Swearingen, dopo la decisione negativa della Corte Criminale d'Appello del Texas che il 5 febbraio ha bocciato la richiesta della difesa di nuovi test del DNA, il caso è ritornato al giudice di contea Kelly Case nel quale l'avvocato difensore James Rytting ripone parti­colare fi­ducia. Nessuna novità per Gerald Marshall che si ostina a difendersi da solo e per il quale nessuno degli avvocati da noi contattati - tra cui il famoso avvocato David Dow - si è dichiarato disponibile ad un affiancamento discreto del difensore ufficiale James Godinich. Si potranno even­tualmente ri­contattare Rick Halperin, Dick Burr e Mandy Welch dicendo che ora disponiamo di 10.000 dollari per la difesa legale di Gerald. Per Larry un nostro prossimo eventuale impegno finanziario dipen­derà dalle decisioni delle corti nonché dalle esigenze prospettate dall'avvocato Rytting. […] Punto 6. all'o. d. g. Si decide di curare la pubblicazione di due libri: 1) La seconda edizione del libro di Paul Rougeau "Mi uccideranno in maggio" del quale il socio Alberto Moreni sta eseguendo la digi­talizzazione completa avendo ricevuto l'assenso da 'Sensibili alle Foglie', la Casa editrice originale che rinuncia ad eventuali diritti residui. 2) La raccolta delle lettere inviate, dal braccio della morte della California, da Fernando Eros Caro al Comitato e/o a Grazia Guaschino. […]. Punto 7.: Si de­cide di aumentare dal prossimo 1° settembre la quota associativa Ordinaria annuale (da 30) a 35 euro, mentre la quota di Socio sostenitore passerà da 60 a 70 euro annui. In pari data sarà eliminata la quota agevolata di 'socio giovanile'. I soci ordinari che desidere­ranno ricevere il Foglio di Colle­gamento su carta dovranno versare un rimborso spese di 15 euro l'anno (per loro la quota da versare sarà di 50 euro). […]

 

 

 

19) NOTIZIARIO

 

Bielorussia. Due esecuzioni, altre due imminenti. La Bielorussia è l’unico paese europeo che mantiene la pena di morte. Nel 2013 in esso non vi sono state esecuzioni capitali e si sperava che le pressioni provenienti da tutti gli altri paesi del continente producessero una moratoria di lungo peri­odo, se non l’abolizione. Purtroppo però quest’anno si è saputo dell’esecuzione di due detenuti. L’8 maggio è stato comunicata l’esecuzione di Rygor Yuzepchuk, omicida, probabilmente avvenuta in aprile. La data dell’esecuzione e il luogo della sepoltura del condannato sono stati mantenuti segreti come di consueto (a volte i detenuti si suicidano affinché il loro corpo venga restituito alle fami­glie). La notizia dell’esecuzione di Pavel Selyun, pluriomicida, era stata data il 17 aprile. Inutili per lui le richieste di grazia inviate al Presidente Alexander Lukashenko dallo stesso detenuto, dalla madre, del Capo della Chiesa Ortodossa della Bielorussia. Amnesty International ritiene che siano imminenti altre due esecuzioni, quella di Eduard Lykau e quella di Eduard Lykau.

 

 

California. La riforma della pena di morte rimandata al 2016. In California la macchina della pena di morte si è ingolfata, per il progressivo aumento del numero di condannati alla pena capitale (oltre 740) e la moratoria di fatto delle esecuzioni (a partire dal 2006). Ciò ha allarmato poliziotti, accusatori e parenti delle vittime del crimine che hanno cercato di indire un referendum tendente a riformare e a rendere ‘efficiente’ il sistema. La prospettata riforma ha lo scopo di limitare le possi­bilità di appello, di riprendere le esecuzioni, di distribuire i condannati a morte nelle varie carceri, di chiudere il braccio della morte e di far risparmiare lo stato. Il comitato promotore del referendum si è trovato però molto indietro nella raccolta delle firme e pressoché privo di risorse economiche e così - come informa un comunicato del 9 maggio - ha rinunciato ad indire il referendum per la pros­sima scadenza di novembre ed ha rinviato l’iniziativa di due anni.

 

 

Corea del Nord. L’ex amante del Presidente è libera, viva e vegeta. Hyon Song Wol, la cantante di musica leggera ex amante del giovane leader nord-coreano Kim Jong Un, non è stata messa a morte nell’agosto scorso come fu annunciato dai media della Corea del Sud e ripreso dai media oc­cidentali (V. n. 210). Ogni dubbio sulla sua sorte è svanito con la sua apparizione in pubblico la sera del 16 maggio quando ha partecipato ad un incontro nazionale di artisti a Pyongyang. Incontro tra­smesso dalla TV. I media occidentali che parlarono della sua esecuzione si arrovellano per capire come mai abbiano potuto prendere per buona la notizia della sua uccisione.

Egitto. Modeste pene detentive inflitte a Hosni Mubarak e ai suoi figli. Il 21 maggio sono state emesse le sentenze nei riguardi dell’ex presidente egiziano Hosni Mubarak e di due suoi figli, tutti in qualche modo già detenuti. L’86-enne ex presidente, che vive in un ospedale militare, è stato condannato a 3 anni di carcere per appropriazione indebita di milioni di dollari di denaro pubblico, Il suo caso potrebbe riguardare anche l’attuale Primo ministro egiziano e il capo del Servizio se­greto. Il figli Gamal e Alaa, sono stati entrambi condannati a quattro anni di carcere per il ruolo svolto nel meccanismo di distrazione dei fondi pubblici. I tre imputati sono stati inoltre condannati al pagamento di multe e alla restituzione di 20 milioni di dollari, a quanto pare in aggiunta ai 17 milioni già restituiti. La pena dell’ergastolo che fu comminata ad Hosni Mubarak due anni fa, per aver ordinato la repressione armata dei manifestanti di piazza Tahrir, che si battevano per spode­starlo nel clima della ‘primavera araba’, fu annullata e egli dovrebbe essere riprocessato per tale ac­cusa.

V. anche nn. 188; 189; 191, Notiziario; 195; 198, Notiziario.

 

 

Gaza. Pene corporali e pena di morte secondo la Sharia. In un articolo comparso il 30 marzo nel sito ebraico statunitense Algemeiner.com, si denuncia che il regime di Hamas al potere nella Striscia di Gaza, sta cercando di superare i Talebani, in merito alle pene corporali e alla pena di morte, con un nuovo codice penale ispirato alla Sharia. Secondo tale fonte si profilano fustigazioni, amputazioni, esecuzioni di massa. In un articolo apparso su Gulf News un esponente di Hamas di­chiara che saranno inflitte da un minimo di 20 frustate ad un massimo di 80 a seconda della gravità dei reati. Le fattispecie di reato punibili con la pena capitale saranno aumentate secondo la legge della Sharia. La nuova legge comporterà anche l’amputazione della mano per i ladri. Frattanto, al’inizio di maggio si è saputo che Hamas ha messo a morte due uomini accusati di collaborazioni­smo con Israele: il Ministro dell’Interno ha comunicato che tale P. K. è stato fucilato mentre G. T. è stato impiccato, per violazione degli articoli 131, 144, e 148 del Codice Penale del 1979.

V. www.algemeiner.com/2014/03/30/hamas-imposes-radical-new-law-lashings-amputations-and-massive-executions

 

 

Nigeria. Localizzate le 270 ragazze rapite. Il Maresciallo dell’Aria Alex Badeh, capo del Consiglio di Difesa delle Nigeria, ha dichiarato il 26 maggio che le oltre 270 ragazze detenute dal gruppo armato Boko Haram sono state localizzate. A metà aprile vennero rapite oltre 300 studentesse in una scuola di Chibok, ma poi alcune riuscirono a fuggire. Badeh ha scartato ogni opzione di inter­vento militare, mentre si parla di negoziati segreti con i rapitori, anche se le dichiarazioni ufficiali sono caratterizzate dalla massima intransigenza nei riguardi del gruppo islamista autore della vile impresa. Un mare di critiche si sono riversate sul governo nigeriano, accusato di pusillanimità, da parte di singoli individui, di gruppi femministi e perfino di ambienti militari statunitensi. Manifesta­zioni accalorate si tengono nella capitale Abuja.

 

 

Usa. Brutalità infinita nella ‘guerra infinita’. Il 22 maggio la giudice federale distrettuale Gladys Kessler ha revocato l’ordine, da lei stessa impartito una settimana prima, di non procedere all’alimentazione forzata di Jihad Ahmed Mujstafa Diyab, un siriano di 43 anni detenuto nella base di Guantanamo Bay. Ella ha dichiarato: “Semplicemente non posso lasciare che muoia.” La Kessler aveva chiesto invano il trasferimento del detenuto nell’ospedale della base. Da notare: la Task Force che rivede periodicamente la situazione dei detenuti aveva dato parere favorevole al rilascio di Diyab. Tuttavia gli sforzi dell’ Uruguay di ospitare il siriano, sono stati vanificati dall’ammini-strazione Obama che non ha voluto acconsentire alla liberazione (dopo 11 anni di detenzione).

 

 

Usa. Diminuisce il sostegno per la pena di morte. Risulta da un sondaggio dell'autorevole agenzia cattolica Pew Research, condotto negli Stati Uniti nel 2013 i cui risultati sono stati pubblicati a fine marzo, che il sostegno alla pena di morte sta scemando tra gli Americani, anche se la maggioranza è tuttora favorevole alla pena capitale. Secondo questa indagine il 55% degli statunitensi adulti conti­nua a volere la punizione capitale e il 37% no. La percentuale si è ridotta rispetto a due anni fa, quando i favorevoli erano il 62% e i contrari il 31%. Il 59% dei cattolici americani è tuttora a favore, nonostante il fatto che la gerarchia cattolica sia contraria alla pena capitale. (v. www.pewforum.org/2014/03/28/shrinking-majority-of-americans-support-death-penalty )

 

 

Usa. In Internet un filmato sulle dimensioni del sistema carcerario. A chi è collegato a Internet e capisce bene l’Inglese - ma non solo – consigliamo un breve filmato che con una serie di anima­zioni mostra quello che Claudio Giusti definisce "il più grande esperimento di imprigionamento di massa dai tempi di Stalin". Cliccate dunque su: Mass Incarceration in the US

 

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 1° giugno 2014