FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 269  -  Marzo 2020

Nathaniel Woods, Ω 5 marzo 2020

SOMMARIO:

 

1) Ucciso in Alabama Nathaniel Woods. Lui non aveva ucciso nessuno

2) Amaramente deluse le speranze di James Dailey

3) Finalmente firmata la legge abolizionista in Colorado!

4) USA: il coronavirus condiziona l’applicazione della pena di morte

5) Esecuzioni in India, un paese che usa pochissimo la pena capitale

6) L’attivista saudita Loujain al-Hathloul sia subito rilasciata

7) Messi a morte per piccoli bizzarri crimini in Cornovaglia

8) Coraggio! Non smettete mai di sognare!

9) Notiziario: Florida, Iran, Italia, Texas, Usa

1) UCCISO IN ALABAMA NATHANIEL WOODS. LUI NON AVEVA UCCISO NESSUNO

 

Il comportamento degli organi giudiziari dell’Alabama e quello della Governatrice Kay Ivey, che hanno lasciato uccidere il 43-enne afroamericano Nathaniel Woods, è stato fortemente criticato negli Stati Uniti.

 

Il 5 marzo è stato messo a morte in Alabama il 43-enne afroamericano Nathaniel Woods, condannato a morte in seguito all’uccisione di tre poliziotti. Woods però non aveva commesso il triplice omicidio: a sparare fu il suo amico Kerry Spencer. Woods fu condannato a morte solo in base alla ‘legge della complicità’.

Nel 2004 Woods e Spencer spacciavano droga, e il 17 giugno di quell’anno quattro poliziotti fecero irruzione nel loro appartamento con un mandato di arresto per Woods. Quando gli agenti entrarono, Spencer dormiva e fu svegliato di soprassalto. Aveva vicino a sé un’arma e aprì subito il fuoco contro i poliziotti. Ne uccise tre e ferì il quarto, che però riuscì a fuggire e mettersi in salvo. Woods assistette alla scena ma non era armato e non sparò alcun colpo. E si costituì subito. I due uomini furono processati per 3 omicidi di primo grado e un tentato omicidio. Spencer ammise subito di essere stato lui l’unico autore degli omicidi, rilasciando una dichiarazione scritta in cui si assumeva l’intera responsabilità del tragico evento.

“Nathaniel Woods è innocente al 100%” aveva scritto Kerry Spencer nella dichiarazione resa nota da un avvocato di Woods alcuni giorni prima dell’esecuzione. “Nathaniel Woods non doveva neanche essere messo in carcere”.

Prima del processo, l’accusa aveva offerto a Woods la possibilità di patteggiare e di accettare una condanna oscillante tra i quindici e i vent’anni di reclusione. Woods non fu consigliato bene dai difensori di allora e non accettò il patteggiamento, anche perché era convinto che, non avendo ucciso nessuno, e avendo invece Spencer ammesso di essere l’unico omicida, lo Stato non avrebbe intentato contro di lui un processo capitale. Si sbagliava. Entrambi gli imputati furono condannati a morte (Spencer è ancora in attesa che gli venga fissata la data di esecuzione).

Anche sui procedimenti con cui furono inflitte le sentenze capitali ai due uomini c’è da obiettare. Infatti nel caso di Woods la giuria votò 10 a 2 per la pena di morte, e nel caso di Spencer la giuria addirittura votò per l’ergastolo, me il giudice andò oltre tale decisione e condannò l’imputato a morte. L’Alabama, come pochi altri stati, accetta che la pena capitale venga comminata non all’unanimità ma da una maggioranza di almeno 10 giurati su 12 o possa essere decisa dal giudice anche se la giuria opta per l’ergastolo.

Dopo che un giudice federale, il 4 marzo scorso, ha negato la sospensione dell’esecuzione di Woods, moltissimi personaggi di spicco, tra cui un Senatore dell’Alabama, vari altri esponenti politici locali e personalità famose, hanno immediatamente rivolto una supplica alla governatrice Kay Ivey, chiedendole di risparmiare la vita al condannato. È intervenuto anche Martin Luther King III, il figlio di Martin Luther King Jr., che ha scritto alla Ivey: “Uccidere questo afroamericano, il cui caso appare essere stato gestito malissimo dalle corti, potrebbe costituire un’ingiustizia irreversibile. Vuole davvero che un uomo potenzialmente innocente venga giustiziato?”. King ha rivelato ai media di aver cercato di ottenere anche un colloquio con la governatrice, che gli è stato rifiutato. Oltre 68.000 persone avevano inoltre firmato una petizione online chiedendo che l’esecuzione fosse fermata.

Un ulteriore tentativo di salvare la vita a Woods è stato compiuto dai suoi avvocati accusando lo stato dell’Alabama di mettere a morte rapidamente quei condannati che due anni fa non accettarono di essere uccisi col metodo dell’ipossia, cioè respirando azoto puro senza l'ossigeno necessario per la vita, un nuovo metodo di esecuzione che l’Alabama e altri stati vorrebbero adottare, vista la scarsità delle sostanze letali usuali.

Si tratta di un metodo ancora “sulla carta” e mai sperimentato. In Alabama era stata data ai condannati a morte la possibilità di scegliere questo metodo di esecuzione e, dal momento che il metodo stesso per ora non è applicabile, le esecuzioni dei 51 condannati che optarono per questa scelta sono di fatto sospese.

Woods non aveva fatto tale scelta e come lui altri tre condannati che in effetti sono stati già messi a morte. Gli avvocati di Woods hanno contestato ciò dichiarando che “lo stato ha forzato detenuti condannati a morte a occuparsi della loro esecuzione, ha nascosto informazioni che avrebbero cambiato la vita di quei detenuti e il Procuratore Generale ha abusato in modo incostituzionale del potere discrezionale, facendo uccidere solo quei condannati che si sono rifiutati di prender parte alla procedura della loro esecuzione”.

Tutti i tentativi di salvare Woods sono stati però inutili. La governatrice ha rifiutato di concedergli la grazia, dichiarando che Woods aveva attirato comunque i poliziotti nella casa, che altre due persone sono state giustiziate in Alabama dal 1983 per il reato di complicità in omicidio e affermando: “Dopo accurata e attenta considerazione dei fatti relativi a questo caso, della prima decisione della giuria, della vasta documentazione legale e delle revisioni del caso, ho deciso che lo stato dell’Alabama deve eseguire questa sera la condanna a morte del Sig. Woods, che è stata imposta secondo la legge”. Ha aggiunto: “Il Sig. Woods è stato condannato da una giuria di suoi pari su quattro capi d’accusa capitale, in 15 anni il caso è stato rivisto almeno nove volte e nessuna corte ha mai trovato un motivo atto a sovvertire la decisione della giuria”.

E così Nathaniel Woods è stato affidato ai boia e dichiarato morto alle 21:01’ del 5 marzo, dopo 15 minuti dall’inizio dell’esecuzione. Aveva ricevuto la visita dei suoi cari nel pomeriggio, inclusa la figlia e la nipote. Non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione finale e, durante i primi minuti dell’esecuzione, ha mantenuto la testa e le spalle sollevate dal lettino a cui era legato, guardando fisso verso una delle stanze dei testimoni.

La morte così palesemente ingiusta di Woods ha sollevato grande scalpore e rabbia tra gli abolizionisti. Molti hanno scritto sui social media commenti di fuoco sul razzismo e sull’iniquità costituita da questa esecuzione, arrivando a definirla “un linciaggio moderno” e a chiedere perfino la rimozione della Governatrice dalla sua carica. (Grazia)

2) AMARAMENTE DELUSE LE SPERANZE DI JAMES DAILEY

 

La situazione di James Dailey, il condannato a morte della Florida che si professa innocente, è precipitata quando il coimputato Jack Pearcy ha cambiato idea e si è rifiutato di testimoniare in suo favore.

James Dailey seduto a sinistra, Jack Pearcy in piedi a destra

Seguiamo dal settembre scorso le vicende di James Dailey, il condannato a morte della Florida assistito spiritualmente dal nostro amico Dale Recinella (1). Dailey si professa innocente e della sua innocenza Dale è del tutto convinto.

James Dailey era giunto alla soglia dell’esecuzione, fissata per il 7 novembre, quando il 23 ottobre il giudice federale distrettuale William Jung sospese l’esecuzione. La sospensione fu disposta per dar tempo ai nuovi avvocati, venuti a far parte della difesa del condannato il 1° ottobre, di approfondire il caso.

Non sono state fissate altre date di esecuzione per Dailey e il 20 febbraio, come abbiamo scritto nel precedente Foglio di Collegamento, gli avvocati difensori di James Dailey sono riusciti ad ottenere che il giudice Pat Siracusa fissasse per il 5 marzo un’udienza per ascoltare dal vivo la testimonianza del 64-enne Jack Pearcy, coimputato di Dailey per l’omicidio della 14-enne Shelly Boggio, avvenuto nel 1985 (ricordiamo che Pearcy fu condannato all’ergastolo per questo crimine, mentre Dailey fu condannato a morte).

Lo scorso dicembre Jack Pearcy aveva firmato una dichiarazione giurata in cui si assumeva l’intera responsabilità del delitto. Nel documento è scritto: “James Dailey non ebbe nulla a che fare con l’omicidio di Shelly Boggio. Io ho commesso il crimine da solo.”

Tutti si aspettavano quindi che Pearcy, nel corso dell’udienza, avrebbe confermato la sua dichiarazione giurata.

Invece, in una lettera scritta una settimana prima dell’udienza, Jack Pearcy ha ritrattato la sua confessione. Ha professato la sua innocenza, ha stigmatizzato il comportamento dell’accusa e delle forze dell’ordine e ha affermato che fu soltanto Dailey a uccidere la ragazzina.

Nel corso dell’udienza del 5 marzo, Pearcy si è rifiutato di rispondere alle domande che gli sono state fatte.

Il giudice Siracusa ha cercato inutilmente di far parlare il detenuto. “Non sono qui per giudicarla in alcun modo”, ha detto il giudice, “Non la tratterò come uno stupido, né fingerò che ci sia un modo per costringerla a testimoniare. Oggi semplicemente le è data l’occasione per dire la verità”.

Inutile. Pearcy si è rifiutato di rispondere. Ha rimandato alla dichiarazione scritta asserendo: “In quella ho risposto a tutte le domande. Ho detto che non ho ucciso Shelly. Testimoniare adesso non cambierebbe la mia situazione in alcun modo”.

I difensori di Dailey hanno tentato ulteriormente di far parlare Pearcy. L’avvocato Josh Dubin gli ha chiesto di rendere conto della deposizione giurata rilasciata lo scorso dicembre. Jack Pearcy ha taciuto.

Il giudice ha ancora tentato di ottenere risposte, chiedendo a Pearcy se sentiva la responsabilità di obbedire alle leggi della Florida. Pearcy ha annuito, ma ha detto soltanto: “Ho trascorso 35 anni in carcere per un crimine che non ho commesso e non intendo testimoniare contro nessuno per aiutare lo stato a ucciderlo”. Dichiarazione ovviamente assurda, in quanto tale comportamento favorisce proprio la possibile esecuzione di Dailey.

Gli avvocati accusatori di Dailey hanno sfruttato immediatamente la situazione propizia per loro. L’accusatrice Sara Macks, ha dichiarato: “Vogliamo chiudere questa storia oggi. La misura è colma. La posizione dello stato è quella che abbiamo sentito oggi, facciamola finita.”

Un avvocato difensore di Dailey ha ipotizzato che il completo voltafaccia sia stato suggerito a Pearcy da sua madre, che gli fece 12 telefonate dopo la confessione rilasciata a dicembre.

La madre di Pearcy, interpellata in merito, ha ammesso di essersi molto preoccupata quando apprese della confessione del figlio, ma ha negato di avergli suggerito di non testimoniare, ha anzi dichiarato di avergli chiesto di dire la verità.

Anche i familiari di Shelly Boggio erano presenti all’udienza. Kalli Boggio, sorella di Shelly, ha detto al giudice: “La nostra famiglia ha sofferto abbastanza in tutti questi anni. È ora di porre fine a tutto ciò”.

Il giudice Pat Siracusa ha fissato al 12 aprile il termine entro il quale la difesa e l’accusa di James Dailey dovranno presentare le loro argomentazioni scritte, alle quali risponderà entro il primo maggio.

Certo gli ultimi avvenimenti rendono sempre più difficile sperare nella salvezza di James. (Grazia)

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(1) Vedi nn. 263, 264, 267, 26

Shari Silberstein

3) FINALMENTE FIRMATA LA LEGGE ABOLIZIONISTA IN COLORADO!

 

Il 23 marzo Jared Schutz Polis, Governatore del Colorado, ha firmato la legge che abolisce la pena di morte nel suo stato. Molti, erroneamente, avevano annunciato l’abolizione della pena capitale in Colorado dopo l’approvazione della legge abolizionista da parte del Parlamento il 26 febbraio. (1)

Contemporaneamente alla firma, Jared Polis, che appartiene al Partito Democratico, ha commutato in ergastolo senza possibilità di uscita sulla parola le condanne degli unici tre ospiti del braccio della morte, affermando: “Le commutazioni sono solitamente concesse in seguito a grandi cambiamenti nei detenuti, ma in questo caso le commutazioni delle condanne di questi individui spregevoli e colpevoli sono coerenti con la consapevolezza che la pena di morte non può essere, e non è mai stata, amministrata in modo giusto nello stato del Colorado”.

Il Colorado diventa così il 22° stato, tra i 50 stati USA, ad aver abolito la pena di morte.

Shari Silberstein, leader dell’associazione abolizionista Equal Justice USA, ha commentato con gioia questo evento: “Con la firma del Governatore Polis, lo Stato si è liberato di uno dei più ovvii fallimenti del sistema legale e sta tracciando un nuovo sentiero verso la giustizia. Invece di sprecare milioni di dollari ogni anno [per finanziare il sistema della pena di morte], lo Stato potrà dedicarsi a curare i sopravvissuti alla violenza nonché a rendere più sicure le famiglie e le comunità prevenendo altra violenza.”

La notizia dell’entrata in vigore della legge abolizionista non è stata accolta con altrettanto favore dai sostenitori della pena di morte del Colorado. Il procuratore distrettuale repubblicano George Brauchler ha dichiarato: “Sono pochi oggi in Colorado a rallegrarsi che la vita di assassini a sangue freddo sia stata risparmiata. A tutti gli altri abitanti del Colorado dico: non illudetevi. Non risparmieremo più denaro. Non saremo più sicuri. Le sole vite risparmiate saranno quelle di coloro che commettono le malvagità più estreme contro di noi”.

Noi riteniamo che si tratti di un’ottima decisione. E come noi lo ritiene Robert Dunham, direttore esecutivo del Death Penalty Information Center, il quale ha rilasciato una lunga dichiarazione che si conclude così: “Il parlamento del Colorado si è impegnato in un dibattito sentito, rispettoso e sincero su problematiche molto sensibili. Alla fine, ha basato la sua decisione sulle prove e sui sentimenti personali di ciascun parlamentare riguardo a ciò che fosse giusto fare per il popolo del Colorado. Il Governatore Polis ha riconosciuto che, per quanto orrendi fossero i crimini commessi dagli ultimi tre condannati a morte, era meglio chiudere questo capitolo della storia della giustizia penale del Colorado, piuttosto che lasciare che il problema imputridisse mentre venivano spesi inutilmente milioni di dollari dei contribuenti.” (Grazia)

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(1) Vedi n. 268

4) USA: IL CORONAVIRUS CONDIZIONA L’APPLICAZIONE DELLA PENA DI MORTE

 

Il coronavirus - che si ritiene abbia raggiunto finora 163 dei 196 paesi del mondo ed abbia fatto più di 40.000 morti - ha salvato due condannati alla pena capitale in Texas, e frenato l’applicazione della pena di morte in vari altri stati USA. La pandemia ha anche interrotto processi per reati capitali. Ha persino cambiato le carte in tavola per gli avvocati difensori che stavano difendendo i loro clienti accusati di delitti capitali.

Il primo rinvio di un’esecuzione si è verificato in Texas, dove la Corte d'Appello ha bloccato l'iniezione letale per John Hummel prevista per il 18 marzo. L’esecuzione di Hummel è stata rinviata di 60 giorni.

Ciò dopo che gli avvocati di Hummel hanno fatto presente che le persone che si radunano per eseguire l'esecuzione e per assistervi avrebbero rischiato di diffondere il virus. Giorni dopo, la stessa corte ha rinviato di 60 giorni l'esecuzione del 59-enne Tracy Beatty programmata per il 25 marzo.

Ciò anche se in entrambi i casi gli accusatori si sono opposti alle richieste di rinvio delle esecuzioni, e i funzionari del Dipartimento di Giustizia Penale del Texas hanno dichiarato di poter ancora effettuare in modo sicuro le iniezioni letali.

Oltre a bloccare le esecuzioni, il coronavirus ha anche impedito un rilascio: in Pennsylvania, il 55-enne Walter Ogrod stava per essere liberato dopo più di due decenni passati nel braccio della morte per l’uccisione di Barbara Jean Horn, una bimba di 4 anni. L’accusa aveva ammesso che egli è con tutta probabilità innocente. Però Walter Ogrod ha iniziato a tossire ed è stato preso da una febbre di oltre 40 gradi derivante dal COVID-19. Nel fine settimana, un giudice ha ordinato che fosse trasferito in ospedale.

Negli Stati Uniti le esecuzioni vengono spesso sospese in extremis in seguito alle decisioni della Corte Suprema o alla mancanza dei farmaci per effettuare l’iniezione letale, ma raramente in seguito ad eventi naturali. L’ultima evenienza del genere risale al 2017, quando l'esecuzione di Juan Castillo programmata per il 14 dicembre di quell’anno fu bloccata perché l'uragano Harvey colpì il Texas. Castillo fu messo a morte l'anno successivo (1).

E potrebbero arrivare altre sospensioni. A metà marzo gli avvocati di Oscar Smith hanno chiesto alla Corte Suprema del Tennessee di rimandare la di lui esecuzione fissata per il 4 Giugno. Hanno detto che avevano intenzione di chiedere clemenza al Governatore Bill Lee ma non potevano preparare la domanda di grazia “senza rischiare per se stessi e gli altri” di contrarre il virus.

Anche per le esecuzioni programmate per maggio nel Missouri e per giugno nell’Ohio gli avvocati si preparano a chiedere rinvii.

Robert Dunham, direttore esecutivo del Death Penalty Information Center, non trova che i ritardi siano sorprendenti.

Ogni stato che intende portare avanti un'esecuzione durante questa crisi sanitaria avrà problemi legali”, ha detto. “Quando si è nelle ultime settimane prima di un'esecuzione, l'accesso al cliente è una necessità assoluta e l'accesso ai tribunali è una necessità assoluta. Laddove tale accesso è compromesso a causa di un'emergenza di sanità pubblica, semplicemente non si può procedere”.

Ha aggiunto che spesso emergono prove a discolpa poco prima di un'esecuzione, quando si fanno avanti dei testimoni.

Con i processi fermati in tutto il paese, il numero di nuove condanne a morte diminuirà, almeno temporaneamente.

Prima che il governatore del Colorado firmasse la legge abolizionista, il giudice Mark Warner della contea di Adams ha rinviato il processo contro Dreion Dearing. Il giudice Mark Warner era stato precedentemente criticato dagli avvocati della difesa per aver portato avanti il processo e per aver riunito 250 potenziali giurati nello stesso luogo, proprio mentre altri tribunali stavano chiudendo.

Nella contea di Tarrant, in Texas, gli accusatori hanno concordato di rinviare il processo a Reginald Kimbro, che rischia la condanna a morte per aver stuprato e ucciso due giovani donne nel 2017. L'avvocato di Kimbro, Steve Gordon, ha fatto presente che molti giurati sono anziani e che i testimoni dovrebbero arrivare dall'Arkansas. “Tutti i processi sono stati rinviati in questo momento”, ha dichiarato in una mail Sam Jordan, responsabile delle comunicazioni presso la Procura Distrettuale della contea di Tarrant. “Il focus in questo momento è sulla protezione della salute, anche dei soggetti coinvolti nel processo”.

Il rallentamento causato dalla crisi COVID-19 riguarda anche casi che non sarebbero andati a processo nel corso dei prossimi mesi. Le persone che affrontano un processo capitale in genere collaborano con un investigatore della difesa il cui compito è raccogliere informazioni che possano indurre la giuria ad atteggiamenti di benevolenza. Questi investigatori svolgono la maggior parte delle interviste di persona, perché ciò consente loro di ottenere informazioni sensibili su problemi di salute mentale e traumi.

La prospettiva della fissazione a breve delle date di esecuzione appare del tutto remota. In Georgia - lo stato che ha il più breve anticipo per fissare le date di esecuzione: solo due settimane - gli accusatori hanno dichiarato che le esecuzioni passano in secondo piano rispetto alle priorità del momento. Katie Byrd, portavoce dell’Attorney General Chris Carr, ha dichiarato al Wall Street Journal: “Le risorse dello stato della Georgia sono dirette ad assicurare i servizi e le funzioni essenziali del governo dello stato alla luce dell’attuale emergenza, ed è altamente improbabile che lo stato voglia procedere con le esecuzioni fino a che tale emergenza sussiste.”

Vi è una sola eccezione a questo rallentamento, che permetterà di verificare quanto può durare l'interruzione delle esecuzioni: a Corpus Christi, in Texas, un giudice ha fissato per il 9 settembre p. v. l’esecuzione di John Ramirez. (Anna Maria)

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(1) vedi nn. : 240, 243, 246, 249.

5) ESECUZIONI IN INDIA, UN PAESE CHE USA POCHISSIMO LA PENA CAPITALE

 

A 7 anni dai fatti sono stati messi a morte a furor di popolo a Nuova Delhi gli stupratori omicidi della 23-enne Jyoti Singh chiamata dai media Nirbhaya (‘senza paura’). Le autorità hanno precisato che la loro impiccagione è ‘riuscita bene’: i condannati sono morti per la rottura dell’osso del collo e non per asfissia.

Fuori dal carcere Tihar all’alba del 20 marzo u. s.

Alle 5 e 30’ del 20 marzo u. s. nel grande carcere di Tihar di Nuova Delhi sono stati impiccati quattro uomini rei dello stupro e dell’uccisione della 23-enne Jyoti Singh chiamata dai media Nirbhaya (‘senza paura’). Tali crimini furono commessi su un autobus nella notte tra il 16 e il 17 dicembre 2012.

Le autorità hanno precisato che dopo l’impiccagione i corpi dei condannati sono stati sottoposti ad autopsia e che dall’esame autoptico è risultato che la loro morte è conseguita regolarmente dalla rottura dell’osso del collo. Non dall’asfissia che avrebbe causato una indebita lunga sofferenza.

I media hanno ricordato che oltre agli impiccati - Mukesh Singh (di 32 anni), Pawan Gupta (di 25), Vinay Sharma (26) and Akshay Singh (31) – fu condannato a morte un quinto violentatore, l’autista dell’autobus Ram Singh, che si suicidò in carcere nel 2013.

Le esecuzioni capitali in India, un grande paese popolato da oltre 1 miliardo e 300 milioni di persone, sono rarissime: prima delle attuali in questo secolo ne sono state portate a termine solo quattro, l’ultima delle quali, quella del terrorista Yakub Memon, nel 2015.

La quasi totalità delle oltre 2.000 condanne a morte pronunciate negli ultimi due decenni sono state annullate o commutate dalle corti superiori.

La crudeltà dei crimini commessi ai danni di Jyoti Singh – una spranga di ferro fu conficcata nel corpo della donna - e il fatto che i crimini siano stati commessi nelle strade trafficate della capitale indiana hanno suscitato grande indignazione nel pubblico, che ha chiesto con forza l’esecuzione degli stupratori omicidi.

Aggiungiamo che oltre ad aggredire Jyoti Singh, che morì 13 giorni dopo l’aggressione in un ospedale di Singapore, i criminali ferirono anche il suo fidanzato. I corpi nudi di Jyoti Singh e del fidanzato furono scaricati dall’autobus in moto.

Il 20 marzo, dopo le esecuzioni, la madre di Jyoti Singh ha detto: "Anche se in ritardo, [Jyoti] ha ottenuto giustizia".

I condannati si erano rifiutati di mangiare la sera prima dell’esecuzione e sono rimasti svegli fino a che sono stati condotti alla forca. Una piccola folla si era radunata fuori dal carcere (nella foto), facendo il conto alla rovescia prima dell'impiccagione avvenuta alle 5:30’.

Le femministe indiane si sono chieste se le esecuzioni avranno qualche effetto positivo lamentandosi di quanto poco sia cambiato dopo la morte di Nirbhaya. Molte donne indiane sono costrette a matrimoni combinati, molestate per le strade e messe a tacere dagli uomini della loro famiglia.

"Continuiamo a parlare di donne e non facciamo nulla per educare gli uomini", ha detto Deepa Narayan, una sociologa che ha recentemente pubblicato un libro su come le donne vengono trattate in India. "Anche la polizia e il sistema giudiziario fanno tutti parte della stessa cultura patriarcale".

L'India continua a fare notizia a livello internazionale per gli orrendi stupri di gruppo che si verificano. Solo pochi mesi fa, una giovane veterinaria è stata violentata e uccisa da un gruppo di uomini nel corso di un crimine che ricorda ciò che avvenne del 2012 ai danni di Nirbhaya.

6) L’ATTIVISTA SAUDITA LOUJAIN AL-HATHLOUL SIA SUBITO RILASCIATA

 

Amnesty International ha promosso un appello in favore dell’attivista saudita per i diritti delle donne Loujain al-Hathloul torturata e ingiustamente detenuta. Invitiamo i lettori che non lo abbiano già fatto a sottoscrivere l’appello cliccando sul link riportato in fondo a questo articolo.

 

Dopo quasi due anni dall’arresto, l’attivista saudita per i diritti delle donne Loujain al-Hathloul [nella foto] tornerà in aula il 18 marzo per rispondere di varie accuse legate alle campagne per la fine del divieto di guida e del sistema del guardiano maschile, di cui è stata protagonista. Rischia una lunga pena detentiva.

Non solo è privata della sua libertà da quasi due anni, ma in carcere Loujain è stata torturata, ha subito violenza sessuale ed è stata posta in isolamento”, ha dichiarato in una nota ufficiale Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche di Amnesty International sul Medio Oriente.

Il processo è iniziato il 13 marzo 2019 presso il Tribunale penale speciale, nella capitale Riad. Finora le udienze si sono svolte a porte chiuse e a diplomatici e giornalisti è stato proibito assistervi.

Loujain al-Hathlouf è stata arrestata il 17 maggio 2018 insieme ad altre attiviste per i diritti delle donne. Dal giorno dell’arresto, ha subito numerose violazioni dei diritti umani tra cui maltrattamenti, torture e violenza sessuale. Per i primi tre mesi non ha potuto vedere familiari né avvocati. Dal gennaio 2020 è stata posta per diversi periodi in isolamento.

Attualmente, sono sotto processo 13 attiviste per i diritti umani. Cinque di loro – Samar Badawi, Naseema al-Sada, Nouf Abdulaziz, Maya’a al-Zahrani e la stessa Loujain al-Hathloul – sono in carcere.

Le altre otto sono state provvisoriamente rilasciate ma rischiano di essere condannate ai sensi delle norme sui reati informatici, unicamente a causa del loro attivismo in favore dei diritti umani.

Il fatto stesso che sia in corso questo processo rivela il vero volto delle cosiddette riforme in Arabia Saudita. Come si può parlare di cambiamento se proprio le donne che hanno lottato per ottenerlo vengono punite?”, ha proseguito Maalouf.

 

Roma, 10 marzo 2020

L'appello per chiedere il rilascio di Loujain è online qui: https://www.amnesty.it/appelli/loujain/

7) MESSI A MORTE PER PICCOLI BIZZARRI CRIMINI IN CORNOVAGLIA

 

Più guardiamo indietro nel tempo, più comprendiamo che le radici della pena di morte hanno poco a che fare con la giustizia ma piuttosto con la crudeltà e il sadismo.

Il carcere di Bodmin

L'elenco completo delle esecuzioni portate a termine in Cornovaglia tra il 1577 e il 1901, che si trova qui: http://www.jackiefreemanphotography.com/bodmin_executions.htm , informa su chi è stato giustiziato in Cornovaglia, quando è stato giustiziato e per quale crimine.

Stralciamo da tale elenco le esecuzioni che conseguirono a ‘crimini’ per i quali oggi le persone sarebbero punite solo… con uno schiaffo.

La maggior parte delle esecuzioni avvenne nella sinistra prigione di Bodmin.

Uomini, donne e infanti sono stati ingabbiati nella prigione di Bodmin in condizioni disperatamente dure e tetre. Sono stati lasciati in totale isolamento, con l'applicazione spietata del silenzio assoluto, il terribile disagio di un duro letto a doghe, una dieta umiliante e magra costituita da pane e cipolla, e la privazione di tutti i diritti.

Le esecuzioni pubbliche sono state un vero spettacolo e hanno attirato folle di curiosi. Tantissime persone arrivavano a Bodmin da lontano per assistere alle esecuzioni con curiosità morbosa.

La fine delle esecuzioni pubbliche nella prigione di Bodmin ebbe luogo a luglio del 1909, quando William Hampton fu impiccato per omicidio.

In Inghilterra nel 1820 c'erano 220 crimini per i quali si poteva emettere la pena di morte, oggi… non ce ne sono più.

Oltre a coloro che sono stati effettivamente giustiziati in Cornovaglia, molti sono stati mandati in Australia e nelle colonie. I giudici credevano che se anche il viaggio non li avesse uccisi, le malattie e gli altri rischi del nuovo mondo lo avrebbero sicuramente fatto.

Ecco i nomi dei giustiziati per strani crimini a Bodmin (di alcuni conosciamo anche l’età):

 

1741 - John Harris – reo del furto di un cavallo

 

1742 - William Francis – furto di una pecora

 

1743 - John Pegrose - furto di un cavallo

 

1786 - Thomas Roberts (34 anni) - furto di una pecora

 

1786 - Filone di Francesco (45 anni) – furto di una pecora

 

1791 - Michael Taylor (22 anni) – furto di una cavalla

 

1791 - James Symons (25 anni) – furto di un bue

 

1791 - John Taylor (26 anni) - furto di un bue

 

1791 - William Moyle - uccisione di una giumenta

 

1795 - Joseph Williams (28 anni) – furto di una pecora

 

1796 - John Hoskin - furto di grano a Redruth [città della Cornovaglia]

 

1798 - William Howarth - furto di una borsa

 

1812 - Pierre Francois La Roche (24 anni) - falsificazione di una banconota                da 2 sterline

 

1812 - Elizabeth Osbourne (20 anni) – incendio di un mucchio di mais

 

1825 - William Oxford (21 anni) - incendio di un mucchio di mais

 

1834 - William Hocking (57 anni) - bestialità [sesso con animali] (Pupa)

8) CORAGGIO! NON SMETTETE MAI DI SOGNARE!

 

In questo tempo particolare la nostra Maria Grazia invia a tutti noi un messaggio di incoraggiamento, attingendo dal patrimonio di amicizia accumulato dal Comitato Paul Rougeau nel corso degli anni.

 

Cari amici, in questi giorni così particolari e drammatici, sento il bisogno di condividere con voi queste mie riflessioni.

Siamo costretti a una reclusione forzata: mai come ora possiamo quindi immedesimarci e capire cosa provano i detenuti in generale e i condannati a morte in particolare. Proprio come loro, dobbiamo infatti restare “reclusi”, siamo separati dai nostri cari che non abitano con noi e dai nostri amici, non possiamo stare all’aria aperta quanto vorremmo, non vediamo chiaramente la luce alla fine di questo tunnel e avvertiamo una minaccia letale incombente su di noi, subdola e serpeggiante. A differenza dei detenuti e dei condannati a morte, però, noi viviamo in case comode, abbiamo spazi di movimento, possiamo comunicare in qualsiasi momento con amici e parenti attraverso il telefono o addirittura vederli, sia pure a distanza, con i nostri computer, possiamo mangiare cibi di nostra scelta e abbiamo molti mezzi di ricreazione disponibili: libri, musica, film, ecc.

Eppure siamo tutti più o meno infelici, avvertiamo pesante l’oppressione di queste limitazioni e della paura. Ecco, allora, che l’incoraggiamento e la forza di reagire ci possono arrivare proprio dai condannati a morte, dai moltissimi esempi di bontà, di altruismo e di tenacia che tanti di loro ci hanno dato nel corso degli anni. E quindi non trovo di meglio, per fare coraggio a voi e a me stessa, che citare alcune loro frasi, prese qua e là dai loro scritti: proprio da loro dobbiamo imparare perché stiamo vivendo qualcosa di simile a ciò che vivono o hanno vissuto loro. Dobbiamo reagire proprio come loro.

 

Cito allora alcuni dei nostri amici.

 

Il saggio e sensibilissimo nativo americano Fernando Eros Caro:

 

“Non ci si deve mai arrendere e rinunciare alla speranza”

“Nella speranza, rinascono spirito ed energia. Se un condannato a morte può sorridere pur guardando la morte, a maggior ragione tutti voi nel mondo libero potete iniziare ogni giorno con un sorriso! Non smettete mai di sognare!”

“La tua vita è una poesia, solo tu puoi comporla scrivendone i versi.”

“La vita vale la pena di essere vissuta. La vita ‘esiste’ solo nel viverla.”

“La gioia, l’umorismo e il riso sono valori che rafforzano lo spirito… tutti abbiamo bisogno di ridere. Riempite le vostre giornate di luce, e ascoltate il canto degli uccellini!”

 

Il tenace e indomito guerriero afroamericano Gary Graham:

 

“Voglio che sappiate che sto bene, che sono forte e che il mio spirito indomabile non sarà distrutto dalle forze del razzismo e dell’ingiustizia. Ricordate ciò che vi dico e traetene forza…”

“Il mio spirito di resistenza non sarà mai stritolato da questa oppressione inumana.”

“Rimanete forti e siate certi che siete nei miei pensieri.”

 

Il dolce poeta nativo americano Ray Allen, Orso-che-corre:

 

“La mia fede è forte e il mio spirito è pronto...”

“Quindi, camminate con cuore felice e sappiate che il mio amore e le mie preghiere camminano al vostro fianco...”

“Che i vostri sogni per sempre possano essere dorati e per sempre possiate camminare e dormire nella bellezza.”

 

Ecco, traiamo forza da tutta questa energia positiva che ci è stata trasmessa da chi ha vissuto per anni in condizioni molto peggiori di quelle in cui stiamo vivendo noi da pochi giorni! E, mi raccomando, quando questa dura prova sarà finita, perché certamente finirà, quando torneremo alla vita normale e alla libertà, cerchiamo di fare tesoro di questa esperienza, ricordandoci di rispettare maggiormente il nostro pianeta (che in questi giorni sta dimostrandoci come stia molto meglio senza i nostri maltrattamenti quotidiani, e che siamo suoi ospiti e non suoi padroni…), di amare di più e con maggiore trasporto tutti quelli che soffrono e che non hanno voce per difendere i loro diritti, e non parlo solo degli esseri umani! Milioni di animali vivono reclusi negli allevamenti in condizioni barbare: per favore, pensiamo anche a loro, ricordandoci inoltre che alcune delle malattie gravi che hanno colpito l’uomo negli ultimi decenni sono arrivate proprio da queste situazioni aberranti di reclusione malsana degli animali.

Vi abbraccio forte (tanto virtualmente posso trasmettervi solo il mio affetto!) e prego per il ritorno di tempi sereni per tutti. Maria Grazia Guaschino

9) NOTIZIARIO

 

Florida. Ex condannato a morte si concede il piacere di calpestare l’erba con i piedi nudi. Dopo aver passato 35 anni in carcere, 29 dei quali nel braccio della morte della Florida, Pau Hildwin è stato messo in libertà il 9 marzo u. s. L’Innocence Project che lo ha assistito legalmente ha reso noto che la sua liberazione consegue ad un patteggiamento con lo stato: la liberazione in cambio dell’accettazione di una condanna per omicidio di secondo grado. Ciò mentre l’accusa, dopo l’annullamento del processo originale, si preparava a chiedere di nuovo per lui la pena di morte. In un tweet dall’Innocence Project leggiamo: “Egli diceva di sperare molto di sentire di nuovo l’erba sotto i piedi nudi dopo decenni e ciò è proprio quello che è avvenuto. Unitevi a noi nel dargli il benvenuto a casa!

 

Iran. Condannato a morte 22 anni fa, messo in libertà 2 anni fa ed ora giustiziato. Il 26 febbraio u. s. è stato impiccato nella prigione Rajai-Shahr di Karaj l’omicida 65-enne Mohammadreza Rafati. L’omicida era stato scarcerato due anni fa perché la famiglia della sua vittima non aveva chiesto la sua esecuzione né patteggiato il ‘prezzo del sangue’ (l’indennizzo che può consentire la messa in libertà del reo). Nel mese di febbraio Mohammadreza Rafati aveva incontrato per strada un parente della sua vittima. Era scoppiato un alterco e la polizia aveva arrestato l’omicida. Dopo 10 giorni dall’arresto il condannato è stato messo a morte.

Italia. È deceduto Carlo Casini oppositore della pena di morte. Il 23 marzo u. s. è morto all'età di 85 anni nella sua casa di Roma Carlo Casini, fondatore del Movimento per la Vita. Era nato a Firenze a marzo del 1935. Magistrato, giurista, parlamentare ed eurodeputato, è stato tra i protagonisti dell'attivismo cattolico impegnato nella società, nella cultura e nella politica. Egli ha sempre espresso apertamente le proprie opinioni, nel rispetto della dialettica democratica. Il Movimento per la Vita faceva parte del Coordinamento Non Uccidere, tra associazioni religiose e laiche per l’abolizione della pena di morte, nato nel 1987 per iniziativa di don Germano Greganti con lo scopo di salvare Paula Cooper condannata alla sedia elettrica per un omicidio compiuto a 15 anni di età. (Il sottoscritto fu nominato Segretario del Coordinamento Non Uccidere da don Germano). Al Coordinamento Non Uccidere aderirono un gran numero di enti e associazioni, dal Movimento per la Vita al Partito Radicale, che su questioni diverse dalla pena di morte avevano orientamenti anche contrastanti. L’apporto del Movimento per la Vita alla battaglia per la salvezza di Paula Cooper – infine condannata ad una pena detentiva - fu rilevante, soprattutto per l’impegno dei suoi membri romani Olimpia Tarzia e Antonio Ventura. Giuseppe Lodoli

 

Texas. L’innocenza di Ruben Cantu riconosciuta dal suo accusatore. Sam Millsap, l’accusatore che perorò la pena capitale per Ruben Cantu messo a morte in Texas 24 agosto 1993 - durante un dibattito organizzato il 29 febbraio dalla Texas Coalition to Abolish the Death Penalty (Coalizione del Texas per l’Abolizione della Pena di Morte) - ha riconosciuto, profondamente commosso, di aver compito un tremendo errore di cui si rese conto dopo l’esecuzione: Cantu era innocente.

Sulla vicenda di Ruben Cantu vedi nn. 133; 134; 141, Notiziario; 151; 166; 174, Notiziario.

 

USA. A Donald Trump piacerebbe ordinare l’immediata esecuzione degli spacciatori. Il 3 marzo parlando nel corso di un evento organizzato dalla National Association of Counties Legislative Conference, l’importante organizzazione di cui fanno parte i dirigenti delle contee degli Stati Uniti, il presidente Donald Trump si è lamentato di non poter ordinare l’immediata esecuzione di coloro che commettono reati di droga come avviene in altri paesi, in primis in Cina.

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 31 marzo 2020