FOGLIO DI COLLEGAMENTO  INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

Numero 178 -  Marzo 2010

Henry “Hank” Skinner

SOMMARIO:

           

1) La nostra assemblea si terrà il 6 giugno a Firenze       

2) Parte dall’Italia la mobilitazione per Kevin Varga      

3) Un aiuto per Michael Perry, ma in che modo aiutarlo?

4) Hank Skinner ancora vivo, sul bordo di una voragine

5) Reynolds ucciso in Ohio dopo un tentativo di suicidio

6) Miseria etica della pena di morte: l’elettrocuzione di Paul Powell      

7) Un giudice texano dichiara la pena di morte incostituzionale  

8) L’incubo di Greg Wilhoit            

9) Esonerazione postuma in Texas, caso più unico che raro        

10) Omicidi mirati, pena di morte senza processo             

11) Relazione sulla pena di morte nel 2009: Amnesty provoca la Cina   

12) Notiziario: Italia, Oklahoma, Romania, Texas, Usa   

 

 

1) LA NOSTRA ASSEMBLEA SI TERRÀ IL 6 GIUGNO A FIRENZE

 

L’Assemblea ordinaria dei Soci del Comitato Paul Rougeau si terrà a Firenze domenica 6 giugno 2010. È prevista una riunione preparatoria informale nel pomeriggio del giorno precedente.

La convocazione dell’Assemblea, con l’ordine del giorno, sarà pubblicata nel prossimo numero del Foglio di Collegamento.

Invitiamo fin d’ora i soci a programmare la propria presenza all’Assemblea che è un momento particolarmente significativo nella vita della nostra associazione, sia per valutare e programmare le  attività, sia per riprendere lo slancio in un rinnovato spirito di amicizia reciproca.

Vi preghiamo, per una migliore organizzazione dei lavori e del soggiorno dei partecipanti, di comunicarci appena possibile la vostra partecipazione, specialmente se desiderate pernottare a Firenze.

 

 

2) PARTE DALL’ITALIA LA MOBILITAZIONE  PER KEVIN VARGA

 

Stefania Silva, grande amica e corrispondente di Kevin Varga, condannato a morte in Texas, ci aggiorna sulla mobilitazione in favore di Kevin la cui data di esecuzione rimane fissata per il prossimo 12 maggio

 

Cari amici,  come ricorderete, nel precedente numero del Foglio di Collegamento, c’era il mio invito a firmare la petizione per salvare Kevin Varga, un mio corrispondete, la cui data di esecuzione è fissata in Texas per il 12 maggio.

Siamo riusciti a creare un certo interesse sul caso di Kevin qui in Italia, con articoli sui giornali e servizi in TV, specie dell’emittente LA7, attenta al problema della pena di morte negli Stati Uniti.

Spero di ottenere in tempo l’intervento di importanti personalità che chiedano clemenza par Kevin e qualche manifestazione in suo favore, almeno a Roma.

A fine marzo, le firme sulla petizione on-line [ http://www.ipetitions.com/petition/save_kevin_varga ]

sono circa 500, mentre quelle su carta, arrivate o preannunciate, sono alcune centinaia.

Ringrazio tutte le persone che hanno aderito a questo appello e ricordo che l’avvocato di Kevin mi ha pregato di fargli avere le adesioni che possiamo ancora ottenere, tassativamente entro il 20 aprile; perciò abbiamo ancora pochissimo tempo, e se qualcuno di voi che non ha aderito volesse farlo, può inviarmi i suoi dati (nome, cognome, indirizzo postale completo) per posta elettronica al mio indirizzo:

stefania.silva@virgilio.it”, scrivendo nell’oggetto: “Petizione per Kevin”.

Grazie ancora a tutti, da Kevin e da Stefania

 

 

3) UN AIUTO PER MICHAEL PERRY, MA IN CHE MODO AIUTARLO?

 

Per gli amici italiani di Michael Perry è difficile capire quale sia la sua situazione giudiziaria, come agisca la squadra dei suoi difensori e come si possa in qualche modo aiutarlo; una cosa sola è estremamente chiara: l’esecuzione di Michael Perry è fissata in Texas per il 1° luglio p. v. In ogni caso serviranno fondi da utilizzare per perizie e investigazioni: partecipate alla sottoscrizione per Michael !

 

Prima di Natale due amici italiani di Michael Perry, condannato a morte in Texas, ci hanno chiesto di  aiutare Michael che si trovava ormai al termine del suo iter giudiziario in una situazione pressoché disperata: presto sarebbe stata fissata per lui la data dell’iniezione letale.

Non eravamo ancora riusciti ad approfondire il caso di Michael quando, il 12 gennaio, è stata effettivamente programmata la sua esecuzione, sia pure con un preavviso insolitamente lungo.

All’esecuzione, prevista per il 1° luglio, mancavano cinque mesi e mezzo. Dovevano essere sfruttati al meglio per avanzare ricorsi di emergenza tesi a scongiurare l’iniezione letale per Michael.

Disposti a fare il possibile per aiutare gli amici del condannato ci siamo trovati subito immersi in una situazione confusa, in cui era persino difficile parlare con i difensori del condannato e capire in che modo si potesse collaborare con loro.

A fine marzo, dopo tre mesi dalla fissazione della data, a due mesi e mezzo dal giorno dell’iniezione letale, non è ancora chiara la strategia difensiva di Michael Perry.

Jim Perry, il padre di Michael, è un ex dipendente della Shell Oil. Nel disperato tentativo di aiutare il figlio ha fatto nominare come suo difensore David Blanke. Questi è un noto e brillante avvocato dello studio civile Vinson & Elkins, specializzato in grandi transazioni internazionali, uno studio che lavora per la Shell. Un vanto di questo grande e prestigioso studio – che ha una quindicina di uffici in diversi stati americani e in diversi paesi orientali - è quello di lavorare ‘pro bono’ (cioè gratis) in difesa di alcuni soggetti deboli ed indigenti. Immaginiamo che solo in virtù di questo encomiabile ideale, uno studio del genere abbia potuto accettare la richiesta del padre di Michael. Ma l’avvocato Blanke non lavora in campo penale e non è certo esperto del complicato e particolarissimo settore della pena capitale, così come una collega a cui ha affidato il fascicolo riguardante Michael.

Recentemente si sono affiancati ai legali dello studio Vinson & Elkins due avvocati esperti di pena di morte da noi conosciuti e stimati. Si tratta del californiano Richard Ellis e della texana Mandy Welch (socia e moglie di Richard Burr insieme al quale lottò strenuamente in difesa del nostro amico Gary Graham negli anni Novanta). Vi sarebbero poi un’investigatrice e infine un professore esperto di false confessioni come potenziali collaboratori alla difesa di Michael: effettivamente il caso di Michael Perry è reso estremamente arduo anche dal fatto che egli a suo tempo rese alla polizia e firmò una dettagliatissima ‘confessione’ in cui si accusò di un omicidio a scopo di rapina, e di complicità in altri due omicidi (salvo poi ritrattare la confessione).

All’eterogeneo gruppo di difensori di Michael Perry si aggiunge la cerchia degli amici del condannato. Tutti costoro, insieme al principale interessato, non sempre riescono a comunicare efficacemente tra loro, ad armonizzare gli sforzi e a ridurre una notevole confusione creatasi intorno al caso di Michael Perry.

Michael chiede affannosamente ai suoi sostenitori di raccogliere fondi per pagare degli esperti che lavorino in sua difesa. In Italia sono stati raccolti 2.000 dollari per lui (ha contribuito anche la cassa del Comitato Paul Rougeau con 600 euro).

Contiamo sulla generosità dei lettori per rientrare della somma che abbiamo anticipato  e per avere di che far fronte ad eventuali comprovate ulteriori necessità della difesa.

Fate presto, la data di esecuzione di Michael si avvicina rapidamente e la macchina della morte del Texas non scherza!

Dunque INVIATE OFFERTE ‘pro Michael Perry’, piccole o grandi, sul nostro c. c. postale n. 45648003, intestato al Comitato Paul Rougeau -  (IBAN: IT31Q0760112600000045648003)

 

 

4) HANK SKINNER ANCORA VIVO, SUL BORDO DI UNA VORAGINE

 

Henry “Hank” Skinner, condannato a morte in Texas, si è salvato per la terza volta: il 24 marzo, quando è arrivato l’ordine di sospensione da parte della Corte Suprema federale, mancava solo un’ora all’iniezione letale ed egli aveva perso la speranza di sopravvivere. Il suo caso rimane difficilissimo, la sospensione è provvisoria. Nella migliore delle ipotesi la Corte Suprema lascerà aperta alla difesa di Hank Skinnner una via lunga, tortuosa e cosparsa, fin dall’inizio, di ostacoli formidabili.

 

Henry “Hank” Skinner doveva morire di iniezione letale in Texas il 24 febbraio. Si salvò. Non grazie alle azioni legali intraprese dai suoi difensori ma per un motivo che nessuno poteva prevedere: l’errata scrittura dell’ordine di esecuzione.

Il 17 febbraio, apprendendo la notizia dello stay (sospensione), Hank si è sentì rinascere. Ma solo per alcuni minuti. Fu risucchiato in un nuovo angoscioso conto alla rovescia nel momento in cui gli dissero che la sua esecuzione era stata soltanto spostata di un mese e di nuovo fissata per il 24 marzo (v. n.177).

In marzo, il terrorizzante e umiliante rituale dell’esecuzione si è prolungato per Hank fino all’ultimo mentre venivano rigettati uno dopo l’altro gli appelli avanzati dai suoi legali, nonché respinta dalla Commissione per le Grazie, 7 voti a 0, la sua domanda di clemenza o di rinvio (1).

Il 24 marzo, in extremis, un nuovo ordine di sospensione è arrivato come un fulmine a ciel sereno. Mancava meno di un’ora al momento fissato per l’iniezione letale di Skinner.  Sua moglie Sandrine Ageorges gli aveva appena detto al telefono: “Sono sicura che tu vivrai” ed egli le aveva risposto: “Se vedessi tutto quello che sta accadendo intorno a me non lo diresti.”

Michelle Lyons, portavoce del Dipartimento di Giustizia del Texas, ha precisato che la notizia dello stay è stata accolta dal condannato con sorpresa. “Mi ero convinto di essere sul punto di morire,” ha detto Skinner. “Mi sento come se avessi vinto.”

Galvanizzato dalla notizia ricevuta, ha aggiunto di essere impaziente di ottenere i richiesti test del DNA per provare la sua innocenza e “uscire da questo inferno.”

Purtroppo la strada verso la libertà per Hank Skinner rimane lunghissima e tortuosa, tracciata sul bordo di una voragine, anche se questa seconda sospensione non consegue a motivi puramente formali, come accadde in febbraio, ma è stata disposta dalla Corte Suprema degli Stati Uniti che si è data tempo per decidere se esaminare o meno un’ultima questione riguardante il caso di Skinner.

La questione irrisolta è l’ammissibilità di una causa civile del condannato contro l’accusatore John Mann che lo fece condannare nel processo del 1995, ora deceduto e rappresentato dalla signora Lynn Switzer. Infatti l’accusa si è sempre rifiutata di consentire l’effettuazione di alcuni test del DNA che potrebbero provare l’innocenza di Hank Skinner spostando su un’altra persona la responsabilità dei tre omicidi che gli sono stati attribuiti. E le corti penali hanno dato definitivamente ragione all’accusa.

Il caso di Hank Skinner ebbe una grande notorietà dopo un’indagine condotta dagli studenti di giornalismo della Northwestern University di Chicago, i quali scoprirono che potenziali testimoni non erano mai stati sentiti e numerosi reperti della scena del crimine non erano mai stati sottoposti a test del DNA.

Skinner ha sempre sostenuto di essere innocente dell’uccisione della sua amante Twila Busby e dei due figli adulti di costei avvenuta il 31 dicembre del 1993. Ma la sua difesa non fece tutto il necessario per indagare un altro sospetto dell’omicidio dei tre. Si tratta di Robert Donnell, un violento zio di Twila che aveva un interesse sessuale per la nipote e che tentò esplicite ma inutili avances la sera stessa in cui lei fu uccisa. Test del DNA sui reperti mai analizzati potrebbero implicare Donnell, nel frattempo deceduto.

L’ordine di poche righe che ha sospeso l’esecuzione di Hank Skinner il 24 marzo precisa che se la Corte Suprema non riterrà di prendere in considerazione il ricorso del condannato, lo stay decadrà automaticamente. Se invece la corte deciderà di esaminare il ricorso, la sospensione durerà fino alla notifica di una decisione in merito (al più presto ciò potrà avvenire in autunno).

Si prevede che la Corte Suprema farà sapere la sua volontà di esaminare o meno il ricorso di Skinner nel giro di qualche settimana. Nella peggiore delle ipotesi, dunque, lo stay potrebbe decadere entro il mese di aprile consentendo allo stato del Texas di fissare una nuova data di esecuzione, la terza. Potrebbe farlo con solo 30 giorni di anticipo.

Nella migliore delle ipotesi, cioè se la Corte Suprema 1) decide di esaminare il ricorso e 2) accoglie il ricorso, Hank Skinner NON otterrà i richiesti test del DNA, tuttavia sarà autorizzato a iniziare presso una corte federale la sua causa civile per richiedere i test.

Non sappiamo se Hank Skinner sopravviverà ancora a lungo. Non sappiamo se riuscirà addirittura ad uscire dall’orrendo braccio della morte del Texas, avvolgendo un lunghissimo quanto evanescente filo di Arianna. Siamo tuttavia convinti che se è ancora vivo ciò è dovuto alla sua forte personalità, alla sua intelligenza, alla bravura dei suoi avvocati, all’intervento degli studenti di giornalismo della Northwestern University e alla dedizione della francese Sandrine Ageorges, sua corrispondente dal 1996, innamoratasi di lui e infine diventata sua moglie nel 2008 (2).

Anche se il marito morirà, Sandrine Ageorges assicura che il suo amore per lui continuerà a vivere. “Non cambierà niente,” assicura. “Qualsiasi cosa accada, staremo sempre insieme. La morte non è una fine di per se stessa.”

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(1) Ciò è avvenuto nonostante il fatto che oltre 8.000 persone – tra cui personalità ed esperti - si fossero associate alla petizione per la grazia di Hank Skinner e nonostante il fatto che i media si fossero concordemente schierati per lo meno per una sospensione che consentisse di effettuare i test del DNA richiesti dalla difesa di Skinner.

(2) Sandrine è riuscita a muovere il suo governo in favore di Hank. Il Presidente Nicolas Sarkozy e il Ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner le hanno assicurato il loro sostegno, dopo di che la Francia ha fatto un esplicito passo diplomatico presso il governatore del Texas per sollecitare la grazia nei riguardi del condannato.

 

 

5) REYNOLDS UCCISO IN OHIO DOPO UN TENTATIVO DI SUICIDIO

 

Lawrence Reynolds, colpevole di un orribile omicidio che si inquadra perfettamente nella sua storia di fallimento personale e di disagio mentale, ha tentato di uccidersi con un’overdose di uno psicofarmaco il 7 marzo, due giorni prima di essere messo a morte in Ohio. Soccorso e portato in ospedale, rianimato e rimesso in sesto, è stato ucciso nove giorni dopo con un altro farmaco, questa volta dallo stato.

 

Lawrence Reynolds, condannato a morte per l’omicidio di un’anziana vicina che aveva perseguitato e tentato di violentare nel 1994, doveva essere ucciso l’8 ottobre scorso ma la sua esecuzione fu sospesa mentre l’Ohio rivedeva il metodo dell’iniezione letale (v. nn. 173, 174).

L’esecuzione di Reynolds è stata di nuovo programmata per il 9 marzo ed egli, con due giorni di anticipo sulla data fissata, ha tentato il suicidio con un’overdose dello psicofarmaco che assumeva.     

Portato in ospedale, è stato rianimato ed ha potuto giovarsi della ‘clemenza esecutiva’ del governatore Ted Strickland: questi ha sospeso l’esecuzione della sentenza per una settimana.

Nella notte tra il 15 e il 16 marzo, quella precedente l’esecuzione, Lawrence Reynolds ha fatto numerose telefonate alla madre e agli amici, senza chiudere occhio. Divenuto ansioso ha chiesto ed ottenuto la somministrazione di un calmante.

Poco dopo le 10 di mattina del 16 marzo, ha rilasciato la sua ultima dichiarazione. “Sono entrato qui come un leone e me ne vado come un agnello. […]  Ho cercato di richiamare l’attenzione sulla futilità del sistema difettoso [della pena di morte] che abbiamo oggi. Basta con questa follia.”

Al che una nipote della vittima di Reynolds, presente tra i testimoni, ha esclamato: “Sì, sì, ora basta.”

Di follia e di disagio nella vita di Reynolds ce ne sono stati abbondantemente, già prima del suo assurdo delitto che egli, ubriaco,  raccontò subito agli amici. Anche se riuscì a studiare il minimo indispensabile, la sua infanzia fu rovinata dall’alcool. Si arruolò e rimase 6 anni nell’esercito. Congedato non riuscì a trovare lavoro a causa della dipendenza dall’alcool.   

Dopo aver pitturato il basamento della casa della sua anziana vicina, insoddisfatto della paga ricevuta, cominciò a perseguitarla fino ad arrivare ad ucciderla.

Post Scriptum: Il disperato tentativo di suicidio di Lawrence Reynolds – cha mise da parte le compresse che riceveva regolarmente al fine di mettere insieme un’overdose – ha comportato una rappresaglia nei riguardi di tutti i condannati a morte dell’Ohio per i quali sia stata fissata la data di esecuzione. Per essi verranno limitate le visite. Un nuovo protocollo prevede inoltre sistematiche perquisizioni intime e perquisizioni delle celle. Le medicine verranno somministrate quando possibile in forma liquida obbligando i detenuti a bere dopo ciascuna assunzione di compresse.

6) MISERIA ETICA DELLA PENA DI MORTE: L’ELETTROCUZIONE DI PAUL POWELL

 

La pena di morte è una delle molte facce di una stessa violenza che affligge ed abbrutisce gli Stati Uniti d’America, un paese in cui si verificano 16.000 omicidi ogni anno. La storia di Paul Powell, che ha scelto di morire sulla sedia elettrica della Virginia il 18 marzo, lo dimostra in modo chiaro ed esplicito.

 

Fin dagli anni Ottanta, gli abolizionisti italiani ripetono che la pena di morte negli Stati Uniti d’America “è una delle facce di una stessa violenza” che intride il paese in cui, ogni anno, si verificano 16 mila omicidi e una cinquantina di esecuzioni capitali.

Violenza dei singoli, violenza dello stato. Ad un estremo la violenza, spesso gratuita ed insensata, dei poveri, degli emarginati, degli squilibrati, dei disagiati mentali, all’altro estremo la fredda e metodica violenza dello stato, che pronuncia ed esegue le condanne a morte al massimo livello di consapevolezza e di premeditazione, a nome della società intera.

Criminali e società sono apparentemente contrapposti ma in realtà legati in una perversa alleanza. Vari tipi di violenza si susseguono e si integrano: la società, nei suoi risvolti più disagiati ed oscuri, produce le condizioni per lo scatenamento del crimine violento, a sua volta il crimine produce la violenza dell’apparato repressivo, del sistema giudiziario e della pena di morte.

Come sottolinea da sempre Amnesty International, la pena di morte ‘abbrutisce’. Abbrutisce sia le persone direttamente implicate nella condanne e nelle esecuzioni, sia la società nel suo complesso.

Se è vero che in molti di coloro che compiono i peggiori crimini violenti è del tutto evidente la tendenza irrefrenabile a nuocere a se stessi, la collettività che risponde con la pena di morte fa male a se stessa quanto meno sul piano etico: scesa ad un livello di estrema miseria spirituale, arriva a ‘reificare’ la persona umana, riducendola ad ‘oggetto’ da distruggere.

Una storia che ben illustra le diverse facce della violenza che intride la società americana è quella di Paul Powell, ucciso sulla sedia elettrica della Virginia il 18 marzo 2010.

Paul Warner Powell nell’infanzia abitò per lo più in una casa mobile all’interno di un parcheggio. Affetto da deficit di attenzione, a scuola frequentò classi riservate a bambini con turbe emotive.

Cominciò a delinquere nel 1991 quando aveva 12 anni. Fu arrestato almeno 16 volte per aggressioni, telefonate moleste, violazione delle regole della libertà condizionata, furto e assenze ingiustificate. Finì rinchiuso, in riformatorio o in ospedale psichiatrico, 13 volte.

Gli psichiatri gli diagnosticarono depressione, introversione, disperazione ed odio verso se stesso.

Quattordicenne, fu mandato da un giudice in una struttura psichiatrica per essere sottoposto ad un esame accurato, ma dopo due giorni fu espulso dal nosocomio per comportamento pericoloso e distruttivo.

Entrato nella maggiore età, fu arrestato oltre una dozzina di volte per possesso di farmaci pericolosi, complicità con un minorenne, violazione di domicilio e di proprietà privata, e furto.

All’età di 20 anni, il 30 gennaio 1999, Paul Powell ebbe una diverbio con una ragazza di 16 anni, Stacie Reed, a proposito del boyfriend nero di costei, al temine del quale la uccise con un coltello. Attese che rientrasse a casa la sorella di Stacie, la quattordicenne Kristie, poi legò e accoltellò anche lei.

Kristie Reed sopravvisse,  e testimoniò contro Powell, che venne condannato alla pena capitale.

La sentenza di morte di Powell fu però in seguito annullata dalla Corte Suprema della Virginia. Rimase per lui la pena dell’ergastolo.

Non pago del male fatto fino ad allora a se stesso e al prossimo, nel 2001 Paul Warner Powell scrisse una lettera provocatoria al pubblico accusatore Paul B. Ebert dichiarando di essere disposto a fornire ulteriori particolari relativi al crimine commesso, vantando un suo tentativo di stupro nei riguardi di Stacie Reed.

“Di’ alla sua famiglia – scrisse tra l’altro -  di prepararsi a testimoniare e a rivivere tutto di nuovo, se io devo soffrire per i prossimi 50 o 60 anni o giù di lì, loro possono sopportare il tormento di rivivere l’accaduto per un paio di giorni.”

La lettera si concludeva con un’acida irrisione nei riguardi del destinatario: “Non sei arrabbiato con te stesso per essere stato tanto stupido da fare l’errore che mi ha salvato?

Sinceramente, Paul Powell”

Ebert usò la lettera di Powell per farlo condannare a morte in un nuovo processo.

Infine, coerentemente con la sua inclinazione a far soffrire se stesso oltre che gli altri, Paul Warner Powell ha scelto di morire sulla sedia elettrica invece che per iniezione letale. (1)

Gli ultimi ricorsi avanzati dai suoi avvocati difensori sono andati a vuoto - nonostante fossero stati compiuti altri errori giudiziari - e il 12 marzo è arrivato il secco diniego alla domanda di grazia rivolta al nuovo governatore della Virginia, il forcaiolo Bob McDonnell (v. nn. 176, 177).

Così Paul Warner Powell ha dovuto guardare la propria morte da vicino. Tutto lascia pensare che alla fine ne fosse terrorizzato.

Dal braccio della morte, alcuni giorni prima dell’esecuzione, Powell è stato spostato nell’Unità L del penitenziario di Greensville e rinchiuso in una delle tre celle che danno direttamente nella camera della sedia elettrica. Lì ha potuto incontrare sua madre e suo fratello.

La vigilia dell’esecuzione ha parlato al telefono per oltre un’ora con Lorraine Reed Whoberry, madre di Stacie Reed che fu da lui uccisa. Erano presenti alcuni familiari tra cui Kristie, la sorella di Stacie che lui aveva tentato di uccidere.

La donna ha parlato con il condannato dallo studio di Jonathan Sheldon, avvocato difensore di Powell.

Secondo Sheldon la telefonata è stata veramente molto intensa ed ha dimostrato che Paul comprendeva di aver compiuto un atto orrendo e vergognoso.

La telefonata non ha tuttavia chiarito il motivo del delitto. “Non c’è un perché,” ha detto l’avvocato Sheldon. “Lui è stato sempre respinto nel corso della sua vita, non ha mai avuto veri amici e un sostegno dalla famiglia. Non c’è un vero perché, anche se ciò è estremamente frustrante. Stacie respinse Paul, per una buonissima ragione. Lui non poté sopportare l’ennesimo respingimento.”

Le cronache dicono che Powell ha passato l’ultimo giorno di vita ‘preparandosi a morire’. L’avvocato Sheldon ha riferito che ha appena toccato cibo. Il suo ultimo pasto non è stato reso noto alla stampa. 

La testa del condannato è stata rasata, così come la sua gamba destra, a cui è stata applicata una spugna imbevuta di un liquido conduttore.

Poi tutto si è svolto in una sequenza serrata. Una sequenza destinata a trasformare una persona in un cadavere.

Alle 20 e 40’ i testimoni dei media entrano un una stanzetta isolata ermeticamente dalla camera della morte da un vetro massiccio: gli sarà risparmiato l’odore della carne bruciata.

Powell arriva al di là del vetro tredici minuti dopo, scortato da quattro guardie, ammanettato. Calza delle ciabattine. La parte destra della sua divisa è tagliata al disopra del ginocchio.

Il condannato è desolato e pallido. Ha un aspetto tetro, il mento proteso in alto.

È collocato sulla sedia elettrica da un totale di 6 guardie che gli stringono 8 cinghie attorno a  polsi, caviglie, braccia, vita e petto. Un pinza viene applicata alla sua gamba destra sotto il ginocchio e un caschetto metallico viene assicurato al suo cranio rasato mediante un sottogola. Il circuito è completo.

Powell deglutisce spasmodicamente.

I sui occhi si muovono rapidamente guardando in ogni direzione consentita.

Alle 20 e 58’ viene acceso un microfono. Powell ha ormai uno sguardo fisso e inespressivo. Rimane silente. Un minuto dopo, una maschera in cui è stato praticato un unico foro per il naso viene applicata sul suo volto.

Un guardia asciuga la faccia e la gamba di Powell con una salvietta bianca.

Viene girata una chiave nella parete della camera della morte e, alle 21 in punto, un operatore nascosto ed anonimo dà il via all’esecuzione che comincia con un forte colpo: si tratta del corpo di Powell, sbalzato indietro, che urta contro la sedia. I suoi pugni sono serrati con le vene che si gonfiano,  le sue mani si arrossano.

Esce fumo dalla gamba destra del condannato mentre su susseguono le prime due scariche elettriche, la prima a 1800 volt per 30 secondi, la seconda a 240 volt per 60 secondi.

Il ciclo di due scariche viene ripetuto. Si sprigionano fumo e scintille dalla gamba di Powell. Le sue nocche diventano bianche. Il ginocchio visibile si gonfia e diventa rosso. 

Finito il secondo ciclo, tutti, ammutoliti, sono costretti ad aspettare cinque lunghissimi minuti durante i quali il corpo di Powell si raffredda un po’. Poi, al di là del vetro, un guardia si avanza e apre la camicia di Powell. Un dottore emerge da una porta che si trova nella parte sinistra della stanza e pone uno stetoscopio sul petto del condannato alla ricerca di un eventuali battiti cardiaci. Non ne trova. Il condannato è dichiarato morto alle 21 e 9’. Le tende della camera della morte vengono chiuse.

La madre e la sorella di Stacie Reed, che fu vittima di Powell, hanno assistito anche loro all’esecuzione ma nascoste dietro uno specchio ad una via in modo da non essere viste dai testimoni dei media e dal condannato.

Insieme a loro c’era anche Paul B. Ebert, l’accusatore che aveva ottenuto, per due volte, la condanna a morte per Paul Powell. Si tratta di un accusatore famoso, che vanta il record di aver mandato 10 persone nel braccio della morte. Tra di essi vi fu il folle cecchino John Allen Muhammad che Paul Ebert vide morire in novembre per iniezione letale (v. n. 174). 

Ebert ha dichiarato che assistere all’iniezione letale si rivelò una delusione: sembrava che Muhammad semplicemente si addormentasse. A suo parere, l’elettrocuzione esprime meglio un senso di irrevocabilità. “E’ stata un po’ più vivace” ha commentato Ebert dopo l’esecuzione di Powell. “Più significativa ed impressionante. Tuttavia molto più garbata della morte che fu data a Stacie”

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(1) Dal 2001, prima di quella di Powell, negli USA si erano verificate in tutto 6 esecuzioni con la sedia elettrica, a fronte di 511 iniezioni letali.

 

 

7) UN GIUDICE TEXANO DICHIARA LA PENA DI MORTE INCOSTITUZIONALE

 

Nessuno si sarebbe aspettato l’accoglimento da parte del giudice distrettuale Kevin Fine, nelle fasi preliminari di un processo capitale, di una mozione della difesa che asseriva l’incostituzionalità dell’uso della pena di morte in Texas. La compatta violenta reazione dell’establishment del Texas, uno degli stati più forcaioli del mondo, rende effimera la presa disposizione del coraggioso ed originale giudice Fine.

 

Il 4 marzo, durante le fasi preliminari del processo capitale a carico di John Edward Green Jr., accusato di aver ucciso una donna a Houston nel 2008 e di averne ferita un’altra, il giudice distrettuale Kevin Fine ha accettato una tra le molte mozioni avanzate dai difensori dell’imputato, dichiarando l’uso della pena di morte in Texas contrario alla Costituzione degli Stati Uniti.

Gli avvocati di Green, Bob Loper e Casey Keirnan, avevano sostenuto che le norme riguardanti le procedure che istruiscono i giurati nei processi capitali in Texas violano l’Ottavo Emendamento della Costituzione USA, che proibisce le pene crudeli e inusuali, e il Quattordicesimo Emendamento, che garantisce il diritto ad un giusto processo.

Secondo Fine è prudente supporre che in Texas siano state messe a morte persone innocenti. “Volete che vostro fratello, vostro padre, vostra madre siano degli agnelli sacrificali, che una persona innocente sia messa a morte purché si possa avere la pena di morte per giustiziare coloro che meritano la pena di morte?” ha sentenziato Fine. “Non credo che questa sia l’intenzione della nostra società.”

Naturalmente la decisione del giudice Kevin Fine, che esclude la pena capitale nel processo contro Green, ha scatenato un coro di esterrefatte proteste da parte dell’establishment texano.

Greg Abbott, Attorney General (Ministro della Giustizia) del Texas, ha bollato il giudice come uno sfrontato “attivista” contro la pena di morte e si è subito offerto di aiutare l’accusatrice distrettuale  Patricia Lykos ad impugnare la decisione di Fine.

La Lykos, in una affannosa dichiarazione scritta, afferma che lei e il suo Ufficio ‘rispettosamente ma vigorosamente’ dissentono dalla decisione di Fine che “non ha basi nella legge o nei fatti”. Ella precisa che “non vi sono parole per descrivere il disappunto e lo sgomento del suo Ufficio.”

“Rincresce che un ordine della corte privo di basi legali rinvii senza necessità la giustizia e la ‘chiusura’ per i familiari della vittima inclusi i suoi due bambini, che hanno assistito al brutale assassinio della loro madre,” ha dichiarato Abbott.

Il governatore del Texas, Rick Perry, è direttamente intervenuto scagliandosi contro la decisione del giudice Kevin Fine: “Come la vasta maggioranza dei Texani, sostengo la pena di morte come punizione appropriata e costituzionale per i crimini più odiosi,” ha dichiarato Perry. “Si tratta di una chiara violazione della fiducia del pubblico ed io sostengo pienamente gli accusatori della Contea di Harris nel cercare di porvi ogni possibile rimedio.”

Forse anche in seguito alla reazioni suscitate, il giudice Fine ha detto che intende acquisire  maggiori informazioni prima di rendere definitiva la propria decisione sull’incostituzionalità della pena di morte in Texas (*) Ha dunque fissato per il 27 aprile un’udienza in cui ascolterà accusa e difesa di John Edward Green e sentirà eventuali testimoni prima di rendere definitiva la sua sentenza. Una sentenza, per noi logica e naturale ma assolutamente incompatibile con la situazione giudiziaria e con la mentalità del Texas.

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(*) Peraltro corredata dalla citazione di alcuni dati inesatti sulle esonerazioni dei condannati a morte.

 

 

8) L’INCUBO DI GREG WILHOIT

 

Negli Stati Uniti d’America sono state portate a termine 1200 esecuzioni capitali a partire dal 1977. Nello stesso periodo 139 condannati a morte sono stati esonerati e rimessi in libertà. Alcuni di loro, arrivati a ridosso dell’esecuzione dopo molti anni di tremenda prigionia, erano rimasti in vita solo grazie al verificarsi di eventi casuali.

Una minoranza degli ‘esonerati’ è riuscita a reinserirsi senza traumi nell’ambito familiare e nella società, qualcuno ha pure ricevuto un indennizzo in denaro per l’ingiusta condanna. Una dozzina di essi, in seno ad organizzazioni abolizioniste, si spendono incessantemente per portare in tutta la nazione la propria testimonianza sulla mostruosità e sull’ingiustizia della ‘macchina della morte’.

Per contro molti esonerati – perseguitati dai loro fantasmi – hanno fatto una brutta fine, in preda a turbe mentali, minati nel fisico, spesso risucchiati dalla criminalità, a volte vittime di gravi malattie o di incidenti. Abbiamo parlato in passato dei casi di Ricardo Aldape Guerra e di Michael Toney morti in incidenti stradali poco dopo la liberazione dal braccio della morte del Texas. A Greg Wilhoit, apparentemente più fortunato, uscito dal braccio della morte dell’Oklahoma nel 1993, il destino ha concesso un periodo di 16 anni per tentare, ostinatamente ma invano, di trovare un’armonia nella vita civile, prima che gli capitasse un terribile incidente.

Ringraziamo Lucia Squillace e Andy De Paoli per aver tradotto il seguente articolo di Mike Farrell che narra il lungo calvario di Greg Wilhoit (*). Wilhoit è stato definito da Farrell non solo una vittima, ma addirittura “un eroe sconosciuto.”

 

Penso che non abbiate mai sentito parlare prima d’ora di Greg Wilhoit. Ed è un vero peccato, perché si tratta di un eroe. Protagonista di una tra le più grandi tragedie che accadono oggi in America.

Come succede a volte agli eroi silenziosi e sconosciuti, Greg sta lottando per la vita. E non è la prima volta che lo fa.

Greg è uno tra le migliaia di uomini e donne processati, giudicati colpevoli e condannati a morte nel nostro paese. Per la precisione, è uno dei 139 che, dopo aver lottato per  anni onde conservare la sanità mentale e un senso di umanità nella discarica del braccio della morte, fu riconosciuto innocente del crimine attribuitogli, esonerato e liberato. Ciò accadde 17 anni fa.

Uomo semplice, Greg aveva vissuto la sua modesta vita da operaio fino al giorno in cui la moglie, madre dei suoi due bambini, fu brutalmente uccisa e le autorità dell’Oklahoma, incapaci di risolvere il caso, decisero che egli avrebbe dovuto pagare per questo crimine.

Ed egli pagò. Con un ambizioso procuratore all’attacco e un avvocato difensore ubriacone, Greg fu colpito ma non sorpreso dalla sentenza di colpevolezza. Come egli stesso osservò, “la giuria aveva sentito una sola campana”.  […]

Non uso la parola ‘eroe’ con leggerezza. La uso per un uomo che è stato sottoposto a tortura. Un uomo che ha patito l’orrore di essere giudicato così vile da meritare la pena di morte, di essere incatenato e ingabbiato fino alla propria estinzione, di essere ritenuto tanto repulsivo da meritare solo il disprezzo dei carcerieri intenti a strappargli ogni traccia di umanità prima di arrivare ad ucciderlo.

Sperimentare una tale degradazione ed essere improvvisamente liberato grazie al lavoro di un avvocato coscienzioso è come essere vomitato dall’oscurità in piena luce. Passare attraverso tutto ciò ed essere libero senza ricevere un indennizzo per la sofferenza subita, senza neanche ricevere le scuse da coloro che ti avevano spedito alla morte, o dallo stato che ti aveva torturato, può renderti folle.

Sopravvivere ad una simile esperienza richiede un coraggio e una tempra che ben pochi possiedono. Ma indipendentemente dal coraggio che si ha, un essere umano non può uscire da un’esperienza come questa  senza conseguenze. La “sindrome da stress postraumatico” è il meno che può colpire chi ha sofferto un tale inferno. E Greg non ne ha evitato gli orrori: i sudori freddi, le notti di paura, gli attacchi di panico, il bisogno di nascondersi, il senso del futuro chiuso, il terrificante, soverchiante timore che in ogni momento vengano a prenderti per portarti via, legarti ed ucciderti.

Ma, al di là della sofferenza, l’integrità di quest’uomo non venne meno. Nonostante l’inimmaginabile dolore della sua esperienza, […] Greg si mise alle spalle l’Oklahoma e si trasferì in California, lottando per sconfiggere i suoi demoni.  [... ]

Uomo timido, schivo, egli, nondimeno, lavorò per trasformare il suo dolore in beneficio per gli altri. Unendosi a uomini che, come lui, erano stati esonerati, militando in seno a ‘Death Penalty Focus’ ed ad altre organizzazioni, parlando ai fanciulli nelle scuole, agli adulti nelle chiese e nei municipi, Greg cercò di dare un significato al proprio vissuto all’interno del mondo in cui crediamo. Scarsamente scolarizzato e privo di un eloquio naturale, parlava con un’eloquenza generata dalla passione che ispirava in coloro che lo ascoltavano.

Dieci anni dopo che era stato dichiarato innocente e rilasciato, in Oklahoma finalmente fu approvata una legge che consentiva il risarcimento di coloro che erano stati condannati per errore. Pieno di speranze, Greg tornò a casa. Se non delle scuse, almeno avrebbe potuto ricevere qualcosa che lo aiutasse a guarire le ferite inflittegli dallo Stato. Ma i politici erano svegli. Prima che potesse essere risarcito, doveva esserci la grazia. La Commissione per le Grazie e la Libertà sulla Parola dichiarò che, dal momento che Greg non aveva commesso alcun crimine, non poteva esserci grazia.

Senza la grazia, dissero gli avari cassieri, egli avrebbe dovuto dimostrare che la corte lo aveva ritenuto “innocente di fatto”. Ma nel 1993, quando un giudice lo mise in libertà affermandone la non colpevolezza, l’espressione “innocente di fatto” non fu messa a verbale, non essendo questa, all’epoca, una formula giuridica generalmente in uso.

Quando Greg tornò in tribunale con la ritrattazione dell’esperto la cui testimonianza aveva fornito le basi all’impianto accusatorio, il pubblico ministero, rifiutando di ammettere l’errore, disse che la prova a carico non era più rilevante, quindi l’opinione dell’esperto inammissibile. Il giudice concordò.

Insultato, ferito ancora una volta, Greg tornò in California e ricominciò il suo solitario viaggio di guarigione e i suoi sforzi per istruirci riguardo al pericolo costituito da pubblici ministeri ambiziosi, da giudici compiaciuti e soddisfatti di sé e da un sistema corrotto. 

Trovò una casa e degli amici, sì, ma mai pace. Mentre era sulla sua bicicletta, a Sacramento, lo scorso anno, Greg fu investito da un camion, rimanendo gravemente ferito. Determinazione, pazienza ed una estenuante terapia fisica lo condussero più vicino alla realizzazione del sogno di perseguire nuovamente giustizia, ma ciò non doveva essere.

Lo scorso mese è collassato. Solo e incapace di muoversi, è rimasto per terra, piegato in due, per ore, sottoponendo ad ulteriore trauma la sua già lesionata spina dorsale. Quando finalmente lo trovarono, era paralizzato. […] Ora si trova in un ricovero per malati inguaribili.

Mentre egli si trova lì, vi chiedo: Quando lo Stato diventa un mostro senz’anima che tutto frantuma, chi deve risponderne? Quando ambizione, arroganza, autocompiacimento ed egoismo tradiscono la giustizia, chi ci guadagna? Quando un uomo semplice può essere stritolato da un sistema che non si preoccupa degli esseri umani, la vita può avere senso? Un eroe sconosciuto, Greg Wilhoit, crede di sì.

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(*) Unsung hero [Un eroe sconosciuto] – di Mike Farrell, articolo pubblicato nel quotidiano on-line “The Huffington Post” il 16 marzo 2010. Mike Farrell, noto autore ed attore, è presidente dell’ organizzazione abolizionista californiana Death Penalty Focus, v. http://www.deathpenalty.org/

 

 

9) ESONERAZIONE POSTUMA IN TEXAS, CASO PIÙ UNICO CHE RARO

 

Incalzato dal lavoro indefesso dell’ Innocence Project of Texas, il governatore Rick Perry, non ha potuto fare a meno di concedere il perdono postumo a Timothy Cole, che fu condannato a 25 anni di carcere per violenza carnale. Cole fu scagionato dalle ammissioni del vero colpevole ma fu lasciato morire in carcere nel 1999 dopo 13 anni di detenzione. In seguito i test del DNA dimostrarono senza ombra di dubbio la sua innocenza. E’ impensabile che un gesto simile venga fatto in Texas per un condannato a morte, giustiziato e riconosciuto successivamente innocente.

 

Il 1° marzo il governatore del Texas, Rick Perry, ha concesso il perdono postumo a tale Timothy Cole. Cole, condannato a 25 anni di reclusione perché accusato di violenza carnale ai danni di una studentessa universitaria nel 1985, morì in carcere nel 1999 all’età di 39 anni dopo aver scontato oltre 13 anni della pena che non meritava. Nel 2008, a nove anni dalla sua morte, le ammissioni del vero colpevole, tale Jerry Wayne Johnson, confermate da test del DNA, ne hanno dimostrato senza ombra di dubbio l’innocenza. Per la verità Johnson confessò il crimine anni prima della morte di Cole ma le corti non vollero esonerare il prigioniero innocente.

Il gesto di clemenza postuma del governatore, il primo del genere verificatosi in Texas, è stato preceduto da una sentenza del giudice Charlie Baird, che ha formalmente esonerato Timothy Cole nell’aprile del 2009, e dalla proposta di perdono avanzata dal Texas Board of Pardons and Paroles.

L’Innocence Project of Texas (Progetto per l’Innocenza del Texas), giustamente orgoglioso per il coronamento dei suoi sforzi di riabilitare Cole, ha rilevato che “con centinaia, se non con migliaia di uomini e donne innocenti nelle carceri del Texas” il lavoro è soltanto cominciato. L’ Innocence Project è riuscito recentemente, in conseguenza del caso Cole, a far approvare una legge che prevede congrui compensi per gli innocenti che vengono erroneamente condannati e un’altra che istituisce una commissione consultiva statale che ha il compito di indagare sulle cause degli errori giudiziari.

Dopo il ripristino, sia pure irrimediabilmente tardivo, della giustizia nel caso Cole, pensiamo agli innocenti nel braccio della morte e all’estrema difficoltà di arrivare alla loro esonerazione prima che sia eseguita la sentenza. Per non parlare della assoluta indisponibilità del potere esecutivo e di quello giudiziario ad ammettere che vengano messi a morte degli innocenti (come è avvenuto ad esempio per i casi di Ruben Cantu, v. nn. 133, 134, 151 e di Cameron Todd Willingham, v. nn. 171, 173).

Un anno fa il giudice Baird, nell’esonerare Timothy Cole, ha ammesso che si arrivò alla sua condanna dopo errate identificazioni di testimoni oculari, procedimenti di riconoscimento all’americana scorretti ed errate investigazioni della polizia. Proprio il genere di ‘prove’ che catapultarono il nostro amico Gary Graham nel braccio della morte del Texas. Solo che - nel dubbio che fosse innocente - Graham fu spedito comunque nella camera della morte dal governatore George W. Bush nel 2000.

 

 

10) OMICIDI MIRATI, PENA DI MORTE SENZA PROCESSO

 

L’individuazione di ‘sospetti militanti’ della guerriglia in Afghanistan e in Pakistan è affidata a oscuri personaggi che svolgono operazioni di spionaggio a favore degli USA. I sospetti militanti vengono poi uccisi con operazioni ‘mirate’ che molto spesso provocano ‘vittime collaterali’. Si tratta di una forma di pena di morte – peraltro non limitata all’Afghanistan e al Pakistan - imposta senza neanche un processo che accerti i crimini dei condannati, senza limiti geografici e senza rispetto della sovranità altrui.

 

In un lungo articolo del 14 marzo, due giornalisti del New York Times, Dexter Filkins e Mark Mazzetti, analizzano in dettaglio il ruolo di tale Michael D. Furlong, un ex ufficiale dell’esercito attualmente funzionario del Dipartimento della Difesa USA. Furlong ha organizzato una rete di ‘contrattisti’ privati in Afghanistan e in Pakistan per individuare sospetti militanti islamici da uccidere con ‘azioni mirate’.

La disinvoltura di Michael Furlong, una vecchia volpe che ha operato in numerose regioni calde, inclusi l’Iraq e i Balcani, ha finito per suscitare il risentimento della CIA, una concorrente che fa più o meno le stesse cose ma con una patente di ufficialità. Finalmente stoppato, sembra che Furlong ora sia  sotto inchiesta. Rimane ancora del tutto oscuro se egli  avesse agito con l’approvazione dei comandanti in capo.

“Anche se  nessuna  legittima operazione di intelligence finì male, non è in genere una buona idea quella di avere dei free lance che pretendono di essere James Bond in giro in un zona di guerra,” ha ammesso in condizioni di anonimato un funzionario governativo a proposito degli ‘agenti’ di Furlong.

Mentre si discute sia sulla legittimità istituzionale, sia sull’estensione delle operazioni di intelligence coordinate Michael Furlong ed effettivamente proseguite dal ‘braccio armato’, noi vogliamo sottolineare le gravi violazioni dei diritti umani insite nella pratica degli ‘omicidi mirati’ utilizzata apertamente dagli Stati Uniti (ma anche da Israele, v. n. 117, e non solo).

Si tratta di una forma di pena di morte, comminata senza neanche un processo che accerti i crimini dei condannati, senza limiti geografici e senza rispetto della sovranità altrui. Per di più tali ‘omicidi’ vengono ‘mirati’ con una grossolana approssimazione – per esempio utilizzando elicotteri o – sempre più frequentemente - ‘droni’ (velivoli senza pilota) che fanno ‘vittime collaterali’ tra la popolazione.   

Come tutto ciò sia funzionale alla democrazia che si vuole esportare e alla pacificazione di popoli dilaniati dalla violenza e dall’odio, è difficile comprendere.

11) RELAZIONE SULLA PENA DI MORTE NEL 2009: AMNESTY PROVOCA LA CINA

 

Nella propria relazione sulla pena di morte nel 2009, Amnesty International espone un dato eccezionalmente basso relativo al totale delle esecuzioni nel mondo. Si tratta di una salutare provocazione nei riguardi della Cina che mantiene il segreto sul suo ampio uso della pena di morte: calcolando il numero complessivo delle esecuzioni accertate nel mondo, il contributo della Cina è stato posto uguale a zero.

 

Secondo Amnesty International, nel 2009 sono state messe a morte almeno 714 persone in 18 paesi e condannate a morte almeno 2001 persone in 56 paesi (1).

Si tratta di dati eccezionalmente bassi, resi noti il 30 marzo.  A prima vista farebbero pensare ad un drastico regresso della pena capitale rispetto agli anni precedenti: nel 2007 Amnesty denunciò 1.252 esecuzioni in 24 paesi e  3.347 condanne a morte in 51 paesi. Mentre nel 2008 le esecuzioni sono state almeno 2.390 in 25 paesi e le condanne a morte 8.864 in 52 paesi.

Tuttavia, come abbiamo osservato più volte, dai dati complessivi non si possono ricavare impressioni sulla tendenza mondiale. Infatti le fluttuazioni dei dati complessivi resi noti di anno in anno dipendono non tanto dalle variazioni dei dati reali ma soprattutto dalla difficoltà di reperire informazioni in molti paesi che mantengono un sostanziale segreto sulla pena di morte.

Aggiungiamo che questa volta il numero delle esecuzioni denunciato è volutamente bassissimo perché è stato posto uguale a zero il contributo della Cina al dato mondiale.

Stanca di diffondere dati approssimati per difetto, che si distaccano sicuramente molto dai dati reali, Amnesty, in modo provocatorio nei riguardi della Cina, ha preferito omettere del tutto il dato cinese.

Il numero delle esecuzioni in Cina è probabilmente dell’ordine delle migliaia all’anno anche se le autorità a partire dal 2008 – anno delle Olimpiadi di Pechino -  ripetono che sono in diminuzione.   

Effettivamente, dalle notizie di stampa percepiamo una propensione a diminuire i processi capitali, a infligge le condanne a morte per delitti più gravi che in passato. Vi è inoltre una più accurata revisione di tutte le sentenze capitali che è stata avocata alla Corte Suprema del Popolo di Pechino.

Possiamo ipotizzare una reale marcata tendenza alla diminuzione delle esecuzioni in Cina ma la pubblicazione di esaurienti dati ufficiali aiuterebbe sia le autorità e la popolazione cinesi, sia il mondo intero a monitorare tale diminuzione.

“La pena di morte è crudele e degradante, un affronto alla dignità umana” ha dichiarato Claudio Cordone, Segretario Generale di Amnesty International presentando i dati del 2009, ed ha aggiunto: “Le autorità cinesi affermano che le esecuzioni sono in diminuzione. Se questo è vero, perché non dichiarano al mondo quante persone mettono a morte?”.

Se si esclude la Cina, è stato sicuramente l’Iran il paese con il più alto numero di esecuzioni: almeno 388.  In Iraq sono state ‘giustiziate’ almeno 120 persone, in Arabia Saudita almeno 69 e 52 negli Stati Uniti d’America (2)

Secondo Amnesty International le esecuzioni sono anche servite per mandare messaggi politici e per intimidire l’opposizione. Ciò soprattutto in Cina, Iran e Sudan.

In Iran ben 112 esecuzioni sono avvenute nelle otto settimane successive alle contestatissime elezioni del 12 giugno, fino alla proclamazione della vittoria del presidente Mahmoud Ahmadinejad.

A parte la Cina, la regione in cui rimane più grave l’uso della pena di morte si situa tra il Medio Oriente e l’Africa del Nord in cui sono state registrate almeno 624 esecuzioni in sette paesi: Arabia Saudita, Egitto, Iran, Iraq, Libia, Siria e Yemen.

Arabia Saudita e Iran hanno messo a morte complessivamente 7 persone che avevano meno di 18 anni al momento del presunto reato, violando lo spirito e la lettera dei trattati internazionali sui diritti umani.

Pur non potendo ricavarsi dai dati complessivi delle esecuzioni e delle condanne a morte, la conferma di una tendenza al lento ma costante declino della pene di morte si evince dal piccolo numero di paesi in cui si verificano esecuzioni: 18 nel 2009, un numero abbastanza attendibile, e alla crescita del numero dei paesi abolizionisti totali arrivato a 95, con l’abolizione della pena di morte in Burundi e in Togo.

Amnesty nota con soddisfazione che il 2009 è il primo anno, da sempre, in cui non si è verificata alcuna esecuzione in Europa (3), continente in cui solo la Bielorussia mantiene ed applica la pena di morte.

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(1) V. http://www.amnesty.it/dati_pena_di_morte_nel_2009   e i vari link ivi riportati.

(2) Per i dati dettagliati sugli Stati Uniti d’America v. n. 175.

(3) Purtroppo a marzo di quest’anno la Bielorussia ha messo a morte due persone.

 

 

12) NOTIZIARIO

 

Italia. Tutti gli imputati delle torture di Bolzaneto obbligati al risarcimento. Il 5 marzo la Corte d’Appello di Genova ha affermato la responsabilità civile di tutti i 44 imputati  per le torture inflitte agli oltre 200 manifestanti del G8 portati nella caserma di Bolzaneto nel luglio 2001. Sette  di loro sono stati riconosciuti colpevoli anche penalmente ricevendo pene che variano da 1 a 3 anni di carcere. Nel 2008 in primo grado erano state giudicate responsabili solo 15 persone, a cui erano state inflitte pene varianti tra i 5 mesi e i 5 anni di carcere. Ora tutti gli imputati dovranno risarcire i danni inferti ai prigionieri ma nessuno sconterà un solo giorno di carcere, a causa della prescrizione dei reati di lieve entità loro ascritti. Amnesty International,  in un comunicato del giorno 6, osserva che la mancanza del reato di tortura nell’ordinamento italiano ha impedito di punire i responsabili delle violenze con pene proporzionali alla gravità dei reati commessi ed ha rinnovato “la richiesta alle autorità italiane di introdurre il reato di tortura, con le caratteristiche previste dalla Convenzione contro la tortura, istituire un meccanismo indipendente per accertare le responsabilità delle forze di polizia e dare attuazione a tutte le raccomandazioni a riguardo degli organismi internazionali”. Ricordiamo che nel corso dei gravi disordini verificatisi nell’ambito delle manifestazioni dei no-global a margine del G8 di Genova del 2001, morì il giovane Carlo Giuliani, colpito da un carabiniere, e oltre alle torture di Bolzaneto, si verificò una  brutale incursione notturna della polizia nella scuola Diaz, assegnata come sede ai no-global, incursione oggetto di una separata iniziativa giudiziaria che ha portato a 13 condanne in primo grado.

 

Oklahoma. Nuovo tentativo di introdurre la pena di morte per i pedofili non omicidi. Negli stati USA più attaccati alla pena di morte proseguono i tentativi di estendere le fattispecie di rato capitale, in controtendenza con quanto avviene nel mondo e negli stessi Stati Uniti. Nonostante la famosa sentenza Kennedy v. Louisiana del 2008 della Corte Suprema federale vieti la pena di morte per i crimini ordinari che non comportino l’omicidio, in particolare per gli abusi sessuali nei riguardi dei minorenni (v. n. 161), continuano le richieste di introdurre la pena di morte per i pedofili non omicidi. Una proposta di legge approvata il 1° marzo dalla Camera dei Rappresentanti dell’Oklahoma, con 91 voti a favore e 2 contro, prevede la pena dell’ergastolo senza possibilità di uscita sulla parola - in luogo della sanzione attuale oscillante tra 25 anni di reclusione e l’ergastolo non definitivo - come pena massima per i pedofili non omicidi e la pena di morte per chi compia abusi sessuali nei riguardi di bambini di età inferiore ai 7 anni (ed abbia avuto in precedenza una condanna a 10 o più anni per qualsiasi tipo di reato). La proposta di legge è stata poi approvata in commissione al Senato il 24 marzo. Qualora fosse approvata definitivamente nella forma attuale, tale legge sarebbe sicuramente bocciata dalla Corte Suprema federale. Ci si domanda allora per quali ragioni venga portata avanti, al di là della retorica e della demagogia.

 

Romania. Il 91% della popolazione a favore dalla pena di morte. L’appartenenza all’Unione Europea non consentirebbe in ogni caso alla Romania il ripristino della pena capitale ma un sondaggio condotto tra il 24 e il 27 marzo dall’istituto CCSB rivela che il 91% dei Romeni è in favore della reintroduzione della pena di morte e il 50% vorrebbe che fosse tenuto un referendum in proposito. Il medesimo sondaggio evidenzia altri connotati di intolleranza della popolazione romena: l’88% vorrebbe sanzioni penali per chi critica la religione ortodossa e il 94% vorrebbe che fosse tolta la cittadinanza ai Rom romeni che delinquono all’estero.

 

Texas. L’ACLU e il Texas Innocence Network sostengono l’innocenza di Max Soffar. Il 30 marzo sia l’ACLU (Unione Americana per le Libertà Civili) che la Rete per l’Innocenza del Texas (Texas Innocence Network) hanno presentato documenti alla Corte Suprema degli Stati Uniti a sostegno del riconoscimento dell’innocenza di Max Soffar, rinchiuso nel braccio della morte del Texas da 30 anni. La condanna di Soffar fu annullata nel 2004 a causa della difesa inadeguata di cui aveva usufruito nel processo del 1981 imputato dell’uccisione di tre persone nel corso di una sparatoria. Riprocessato nel 2006 Max Soffar è stato di nuovo condannato a morte. Ora si discute l’assurda ‘confessione’ che rese a suo tempo Soffar. Ricordiamo che nel gennaio 2004 Max Soffar fu intervistato per il Foglio di Collegamento dal nostro amico Kenneth Foster (v. n. 114). Vedi anche nn. 118, 123, Notiziario, 125, Notiziario, 137, Notiziario.

 

Usa. Neri, maschi e stranieri ricevono pene più severe a parità di reato. Un’apposita commissione federale (la US Sentencing Commission), in un rapporto datato Marzo 2010 (*), rileva ‘differenze demografiche’ nell’emissione di sentenze di condanna a livello federale. Le differenze nella lunghezza delle pene detentive si situano tra il 10%  e il 23% a seconda delle categorie di persone e a seconda dei metodi statistici usati. I maschi neri ricevono sentenze più lunghe dei maschi bianchi e la differenza è in aumento. Le donne ricevono sentenze più miti rispetto agli uomini. Gli stranieri ricevono sentenze più severe dei cittadini statunitensi e la differenza è in aumento. Coloro che hanno un’istruzione superiore ricevono sentenze più miti degli altri. Non c’è relazione tra la lunghezza delle sentenze e l’età dei colpevoli. Se ciò avviene nel sistema di giustizia federale, più rigoroso e distaccato, c’è da credere che la disparità di trattamento sia presente, e in misura assai maggiore, nei sistemi dei singoli stati in cui i fattori emotivi e i pregiudizi hanno maggiori possibilità di influire sui processi.

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(*) Vedi:  http://www.ussc.gov/general/Multivariate_Regression_Analysis_Report_1.pdf

 

Usa. Ulteriori arretramenti sui diritti dei prigionieri. A fine marzo si è saputo che l’amministrazione Obama intenderebbe utilizzare l’orribile carcere di Bagram in Afghanistan per detenere a tempo indeterminato i ‘sospetti terroristi’.  La notizia ha suscitato reiterate proteste da parte dei gruppi per i diritti umani che ricordano come Barack Obama si insediò alla presidenza promettendo di chiudere il campo di Guantanamo che aveva quella medesima funzione. Il proposito dell’amministrazione di spostare alcuni prigionieri di Guantanamo nel carcere di Thomson in Illinois si è scontrato in dicembre con l’opposizione del Congresso che non vuole tali prigionieri sul suolo USA (v. n. 175). Obama promise anche di chiudere le prigioni segrete della CIA all’estero e di spostare i processi dei sospetti terroristi dalle famigerate Commissioni Militari alle normali corti di giustizia. Su entrambi questi punti sono stati fatti in seguito passi indietro. Detenzioni segrete della CIA, sono ancora autorizzate, purché ‘temporanee’, in qualsiasi parte del mondo. L’annuncio fatto il 13 novembre scorso dal Ministro della Giustizia Eric Holder dello spostamento del processo ai cospiratori degli attacchi dell’11 settembre 2001 davanti ad una corte civile di New York ha trovato la ferma opposizione sia dell’amministrazione della città che dello stato di New York ed ora ci si aspetta una marcia indietro almeno per quanto riguarda il processo al principale imputato Khalid Shaikh Mohammed.

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 31 marzo 2010