FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

Numero 158  -  Marzo  2008

SOMMARIO:

1) Venite ad ascoltare Dale e Susan Recinella!         

2) Negato un nuovo processo a Troy Davis, mobilitiamoci !          

3) Il trattato di Vienna non salva José Medellin                    

4) Corte Suprema: ci fu discriminazione razziale in Louisiana                  

5) Il famoso caso di Thomas Miller-El chiuso con un patteggiamento     

6) Decisione in controtendenza: negato un nuovo processo a Mumia    

7) Iraq, cinque anni di morte e di pena di morte                              

8) Sono veramente fuori dal braccio della morte? di Kenneth Foster

9) Fernando Eros Caro chiede aiuto                                        

10) Continua la campagna Cina, “certi record non sono da perseguire” 

11) Notiziario: Globale, Usa         

           

 

 

1) VENITE AD ASCOLTARE DALE E SUSAN RECINELLA!

 

Il tour in Italia dei nostri cari amici Dale e Susan Recinella, che assistono i condannati a morte della Florida, si svolgerà dal 14 al 23 aprile e toccherà sei città: Milano, Torino, Palermo, Messina, Napoli, Roma. Invitiamo i lettori a cogliere la straordinaria occasione di ascoltare questi valorosi testimoni che combattono in prima linea contro la pena di morte.  Programmate per tempo la vostra partecipazione ad uno degli incontri con Dale e Susan e comunicatecela in anticipo!

 

Come abbiamo annunciato nel numero precedente, Dale e Susan Recinella saranno di nuovo in Italia nella seconda metà di aprile. La complessa e minuziosa orga­nizzazione del tour di Dale e Susan, che è durata un anno, è opera del nostro Comitato. Questa volta il finanziamento del viaggio proviene, in gran parte, dai Padri Gesuiti che hanno chiesto a Dale Recinella di parlare in tutte le loro scuole in Italia.

Dale è un cappellano della Florida - un cattolico di esemplare laicità - che si dedica a tempo pieno all’assistenza dei prigionieri in isolamento e dei detenuti del braccio della morte. Dale, tra l'altro, sostiene i condannati nell’ultimo mese di vita e fin dentro la camera della morte. La moglie Susan, psicologa, si occupa della famiglia del condannato; assiste anche famiglie di vittime del crimine.

I coniugi Recinella sono degli ottimi oratori che si battono efficacemente contro la pena di morte. Instancabilmente tengono conferenze in tutti gli Stati Uniti e anche all'estero.

Dal momento che per lo più le conferenze di Dale e Susan nel mese di aprile si svolgeranno in ambiente scolastico, i soci e i simpatizzanti del Comitato che non vorranno perdere l’occasione di ascoltare la loro testimonianza, dovranno PREAV­VERTIRCI in modo da ottenere il permesso dai presidi delle scuole.

Per dar modo ai lettori di programmare una auspicata partecipazione ad una delle conferenze di Dale, riportiamo qui appresso il calendario degli incontri con Dale e Susan. Per favore preannunciateci la vostra presenza appena possibile.

Lunedì 14 Aprile 2008, ore 11:05: Milano, Istituto Leone XIII, Via Leone XIII, 12.

Martedì 15: Torino, ore 10, Istituto Sociale, Corso Siracusa, 10.

Mercoledì 16: Palermo, ore 18, Auditorium Gonzaga, Via Piersanti Mattarella, 38/42 

Giovedì 17: Palermo, ore 11:15, Centro Educativo Ignaziano, Via Piersanti Mattarella, 38/42 

Venerdì 18: Messina, ore 11:30, Istituto Ignatianum, Via Ignatianum, 23. 

Lunedì 21: Napoli, ore 11:30, Istituto Pontano, Corso Vittorio Emanuele, 581.

Martedì 22: Roma, ore 12:00, Istituto Massimo - Via M. Massimo, 7.

Mercoledì 23: Roma, sera, incontro organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio.

 

 

2) NEGATO UN NUOVO PROCESSO A TROY DAVIS, MOBILITIAMOCI !

 

A stretta maggioranza la Corte Suprema della Georgia ha respinto la mozione straordinaria di Troy Davis che chiedeva un nuovo processo essendosi dissolte le prove in base alle quali egli fu condannato a morte nel 1991. Arrivato alla vigilia dell’esecuzione prevista per il 17 luglio scorso, Davis fu salvato da un rinvio disposto dalla Commissione per le Grazie, rinvio poi prolungato dalla Corte Suprema della Georgia che decise di esaminare il suo caso. Invitiamo i lettori ad unirsi alla campagna di Amnesty International in favore di Troy che, con tutta probabilità, è innocente del crimine che gli fu attribuito.

 

Nel n. 151 abbiamo parlato della grande mobilitazione creatasi negli Stati Uniti in favore dell’afro-americano Troy Anthony Davis che fu condannato a morte nel 1991 da una corte di Savannah in Georgia con l’accusa di aver ucciso il poliziotto bianco Mark MacPhail nel 1989. Il poliziotto fu colpito mentre, fuori servizio, vigilava una stazione di autobus: era intervenuto per sedare una rissa scoppiata per futili motivi.

Troy Davis fu ritenuto colpevole in base alle dichiarazioni di numerosi testimoni, ma non fu trovata l’arma che uccise MacPhail e nessuna prova fisica lo ha mai legato al delitto. Dei nove testimoni a carico, sette hanno poi cambiato o ritrattato le proprie deposizioni. Alcuni di loro affermano di essere stati costretti dalla polizia a testimoniare il falso, altri di aver temuto una possibile rappresaglia di uno dei testimoni d’accusa, un delinquente di nome Sylvester Nathaniel Coles, indicato da diverse persone come l’effettivo perpetratore del crimine.

Tre dei testimoni a carico hanno firmato dichiarazioni che contraddicono la loro identificazione di Davis. Altri due hanno ammesso di aver mentito al processo quando attestarono che Davis confessò loro il delitto. In effetti, risulta che Troy Anthony Davis si sia sempre protestato innocente.

Esauritisi tutti gli appelli fino al livello della Corte Suprema federale, alla vigilia dell’esecuzione prevista per il 17 luglio scorso, Troy Davis fu salvato da un rinvio di tre mesi disposto dalla Commissione per le Grazie, incalzata da una massiccia petizione lanciata da Amnesty International USA.

Il 3 agosto la Corte Suprema dello stato ha poi sospeso sine die l’esecuzione decidendo di esaminare la mozione straordinaria del condannato che chiedeva un nuovo processo (v. nn. 152, 154, Notiziario).

Tuttavia, nonostante il fatto che il caso si sia effettivamente sgretolato nel tempo, la massima corte della Georgia, dopo aver discusso il ricorso di Troy Davis, a stretta maggioranza (4 giudici contro 3) il 17 marzo ha sentenziato che non vi sono motivi sufficienti per riaprire il caso. No quindi all’annullamento del processo iniziale e no all’ascolto di 13 testimoni presentati ora dalla difesa.

L’opinione della maggioranza della Corte Suprema della Georgia, scritta dal giudice Harold Melton, è, in sostanza, che occorre privilegiare le testimonianze al momento del processo sulle successive ritrattazioni.

La giudice Leah Ward Sears ha scritto l’opinione della minoranza secondo la quale la corte si è mostrata “indebitamente rigida” di fronte alla nuove prove a sostegno della necessità di un nuovo processo ed ha omesso di consentire “un’adeguata indagine sulla domanda fondamentale, se cioè una persona innocente possa essere stata condannata o, come in questo caso, possa essere addirittura messa a morte.” La minoranza ha riconosciuto che generalmente le testimonianze al processo sono ritenute più credibili delle ritrattazioni fatte al di fuori della corte, ma ha definito “poco sensato e non necessario stabilire una regola categorica per cui le ritrattazioni non possono essere mai considerate a sostegno di una mozione straordinaria per un nuovo processo.” La giudice scrive: “In questo caso quasi tutti i testimoni che al processo identificarono Davis come colui che ha sparato, ora rinnegano la propria affidabilità.” Seconda la giudice Ward Sears, se si tenesse un’udienza sulle nuove prove, e la corte del processo originario le ritenesse credibili, un nuova giuria potrebbe benissimo trovare ragionevoli dubbi sulla colpevolezza di Davis o almeno conservare dubbi residuali sì da astenersi dall’imporre una sentenza di morte.”

“L’affermazione che le prove in favore di Davis siano insufficienti per riaprire il suo caso è semplicemente sbalorditiva”, ha dichiarato Larry Cox, direttore esecutivo di Amnesty International USA. “Chiudendo gli occhi alla sostanza del caso, il sistema legale ha obnubilato la nozione di giustizia ad ogni livello, da[lla corte di] Savannah fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti. La Commissione per le Grazie deve riconoscere ora che una cieca aderenza alle questioni tecnico-giuridiche non può prevalere su una organica ricerca della verità, specialmente quando una vita umana è in gioco.”

Amnesty International sostiene che il caso di Troy Davis è stato falsato fin dall’inizio, da una discutibile investigazione della polizia, dalla mancanza di fondi per una adeguata difesa legale e da un iter di appelli progressivamente limitato da vincoli procedurali che hanno impedito di presentare le nuove prove emerse dopo il processo.

Ora, dopo la doccia fredda della decisione della Corte Suprema della Georgia giunta a metà marzo, le speranze del condannato si concentrano di nuovo sulla Commissione per le Grazie che potrebbe commutare la condanna a morte in ergastolo. Rimangono infatti poche speranze in un intervento della Corte Suprema federale. Amnesty riprende la mobilitazione al fianco di Troy, raccogliendo le firme in calce ad una nuova petizione che si aggiunge alla precedente cui aderirono più di 60 mila persone.

Invitiamo tutti i lettori che hanno un collegamento ad Internet a partecipare alla petizione on-line in favore di Troy Anthony Davis preparata da Amnesty International USA. Basta andare all’indirizzo www.amnestyusa.org/troydavis , fornire i propri dati e poi cliccare in fondo alla pagina su SEND NOW. I dati personali devono essere inseriti nell’ordine: Nome (First Name); Cognome (Last Name); Indirizzo postale (Address Line 1); Città; Stato: scegliere in fondo all’elenco Not in USA; Codice postale (ZIP); Paese (Country): scegliere nell’elenco Italy; inserire infine il proprio Indirizzo e-mail.

 

 

3) IL TRATTATO DI VIENNA NON SALVA JOSÉ MEDELLIN

 

Per José Medellin, Messicano condannato a morte in Texas, potrebbe essere fissata a breve la data di esecuzione. Una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti del 25 marzo nega infatti a Medellin e ad altri 50 condannati a morte di nazionalità messicana – di cui furono violati i diritti previsti dal Trattato di Vienna sulle Relazioni Consolari – la riapertura dei rispettivi casi davanti alle corti di giustizia. Per gli Stati Uniti si presenta ora un problema apparentemente insolubile: come soddisfare l’obbligo nei riguardi nel Messico di riaprire i casi dei 51 condannati a morte messicani prodotto dalla sentenza emessa nel 2004 della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia?

 

Facendo seguito all’udienza pubblica del 10 ottobre u. s. (v. n. 153), il 25 marzo la Corte Suprema degli Stati Uniti si è pronunciata in merito al ricorso Medellin v. Texas dirimendo un delicato contenzioso sorto tra lo stato del Texas e il presidente degli USA George W. Bush.

Nella sentenza si afferma che le corti del Texas non sono obbligate a concedere un’udienza supplementare a Josè Medellin, un condannato a morte messicano. Ciò nonostante il fatto che Bush avesse emanato un memorandum con cui si chiedeva agli stati di ‘soddisfare gli obblighi internazionali’ del governo americano e di onorare una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia (CIG) (*).

La sentenza della CIG, emessa il 31 marzo del 2004 in seguito ad un ricorso del Messico (**), afferma che i diritti di Medellin e di altri 50 condannati a morte messicani, previsti dal Trattato di Vienna sulle Relazioni Consolari, sono stati violati negando loro la possibilità di godere di assistenza consolare dopo l’arresto, e chiede agli Stati Uniti di rimediare, in modi da loro scelti purché efficacemente, alla violazione (***).

Infatti il Trattato di Vienna di cui gli USA fino al 2005 facevano parte a tutti gli effetti (****), prevede, all’articolo 36, per gli stranieri arrestati il diritto di avvalersi dell’assistenza legale del proprio consolato che deve essere avvertito ‘senza indugio’. Negli Stati Uniti invece si era sistematicamente omesso di assicurare tale diritto agli stranieri perfino nei casi capitali.

L’Amministrazione americana accolse malissimo la sentenza della corte internazionale, tanto da decidere di sottrarsi alla giurisdizione della CIG sul Trattato di Vienna, recedendo dal Protocollo Aggiuntivo che la prevedeva. Tuttavia, per salvare l’immagine degli Stati Uniti sullo scenario internazionale, una settimana prima di notificare tale decisione, il 28 febbraio del 2005, George W. Bush inviò un memorandum al Ministro della Giustizia Gonzales in cui affermava che gli Stati Uniti avrebbero fatto in modo di ottemperare alla sentenza, chiedendo agli stati interessati di ‘dare effetto’ alla decisione della CIG (v. n. 127).

Con una maggioranza di 6 voti contro 3, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che né la sentenza della CIG, né la richiesta del Presidente hanno la forza di superare le procedure giudiziarie del Texas che limitano gli appelli dei condannati a morte dopo il processo iniziale.

I legali di Medellin – che confessò subito alla polizia il suo crimine, rinunciando ingenuamente al diritto di rimanere in silenzio e di essere assistito da un avvocato - sollevarono la questione della violazione dei diritti consolari solo dopo la conclusione del processo e dell’appello diretto. Le corti texane – poi supportate dalle Corti federali inferiori - respinsero la richiesta di riaprire il caso in quanto tardiva.

Secondo l’opinione della maggioranza, scritta dal Giudice Capo John G. Roberts Jr., il Protocollo Opzionale del Trattato di Vienna non è di immediata ed automatica applicazione all’interno degli stati USA ma richiede che, a livello federale, il potere esecutivo in combinazione col potere legislativo producano la legislazione per renderlo efficace all’interno. L’iniziativa del solo Presidente non è sufficiente.

Insomma, secondo Roberts, il potere esecutivo ha il compito di implementare le leggi e non di farne. Se il Congresso non fa una legge per rendere efficace un obbligo internazionale, il Presidente non vi si può sostituire.

Roberts ha notato inoltre che l’articolo 94 dello Statuto dell’ONU prevede che “ciascun membro delle Nazioni Unite si debba impegnare […] per adeguarsi alla decisione” della Corte Internazionale di Giustizia. La frase “si debba impegnare per adeguarsi” significa a suo parere nulla di più di una promessa per il paese di fare del proprio meglio, e non che le decisioni della CIG siano di per sé vincolanti all’interno degli stati.

L’opinione scritta da Roberts è stata firmata anche dai giudici ultraconservatori Antonin Scalia, Anthony M. Kennedy, Clarence Thomas e Samuel A. Alito Jr.

Nella sua opinione dissenziente, il giudice Stephen G. Breyer (cui si sono affiancati i giudici David H. Souter e Ruth Bader Ginsburg) ha osservato che secondo la sentenza approvata dalla maggioranza “la Nazione può benissimo violare la parola data anche se il Presidente vuole mantenerla e il Congresso non fa nulla per suggerire il contrario.” 

L’ottantottenne giudice John Paul Stevens, pur votando con la maggioranza, non ne ha firmato l’opinione. Ne ha scritta una separata in cui si suggerisce al Texas di adeguarsi ‘volontariamente’ alla sentenza della CIG. Pur ammettendo che la decisione della CIG non sia vincolante, il giudice Stevens  afferma che gli Stati Uniti, firmando lo statuto dell’ONU, hanno promesso alla comunità internazionale che avrebbero per propria scelta fatto quanto necessario per osservare le sentenze della CIG. Questo obbligo discende su tutti gli stati. E discende particolarmente sullo stato del Texas - il quale, omettendo di permettere a Medellin di fruire dei suoi diritti consolari, ha fatto sì che la Nazione violasse i suoi obblighi derivanti dalla Convenzione di Vienna; avendo la Nazione già violato la Convenzione di Vienna, spetterebbe ora al Texas prevenire la rottura di un altro trattato: lo statuto dell’ONU.

La reazione del Messico alla sentenza della Corte Suprema è stata secca e immediata. Il Ministro degli Esteri messicano ha subito dichiarato: “Il Messico è preoccupato per la decisione presa il 25 marzo dalla massima corte degli Stati Uniti” aggiungendo che farà di tutto per ottenere il rispetto della sentenza della CIG. Il 31 marzo il Messico ha invito una protesta per via diplomatica al Dipartimento di Stato.

A dire il vero, una sentenza della Corte Suprema favorevole al Texas non era del tutto imprevedibile, per vari motivi. In primo luogo perché i trattati internazionali, sia pure ratificati con votazioni parlamentari, normalmente diventano efficaci all’interno degli stati tramite leggi applicative approvate dai rispettivi parlamenti (e non per decisioni dell’esecutivo). Poi c’è il principio tradizionale della non ingerenza negli affari dei singoli stati da parte del governo federale USA, valido in particolare per le questioni penali, principio molto caro ai conservatori. Al disopra di tutto aleggia il complesso di superiorità degli Stati Uniti, che si ritengono superiori al resto del mondo da ogni punto di vista, anche dal punto di vista giuridico, anche dal punto di vista etico.

Il fatto che la sentenza del 25 marzo potesse essere prevista non significa però che i diritti sostanziali di José Medellin e degli altri 50 messicani che furono condannati a morte senza potersi giovare dell’assistenza del proprio consolato, non siano stati gravemente violati. Anzi rimane tutto intero l’obbligo dei poteri federali e statali di onorare la sentenza della CIG rimediando in qualche modo, finché sono in tempo, a tale violazione. Si tratta di un obbligo immediato nei riguardi del Messico, che ha vinto la causa presso la CIG, ed di un obbligo indiretto nei riguardi dei condannati. Ed è un obbligo grave perché concerne una questione di vita e di morte.

Se il memorandum presidenziale non era la strada giusta per ottenere lo scopo, il governo federale, e in subordine gli stati interessati, sono tenuti a trovare altre strade. Riteniamo che il Messico sia in diritto di esigerlo. Il Messico, attraverso le relazioni diplomatiche, ha come diretto interlocutore l’esecutivo statunitense, tale esecutivo deve trovare il modo di risolvere il problema.

Una soluzione deve esistere. Altrimenti si arriverebbe al paradosso di un paese libero e sovrano che si dimostra impotente di fare ciò che deve e vuole fare, per un corto circuito tra i suoi poteri.

Per capire quale strada sia percorribile possiamo pensare ai casi di trattativa tra stati in materia penale. Per esempio alla richiesta di estradizione di un prigioniero negli USA da un paese terzo che non prevede la pena capitale. Il paese terzo può chiedere ed ottenere dall’esecutivo USA la garanzia che il detenuto estradato non sia condannato a morte. Tale garanzia viene fornita in termini di impegno dell’accusa (che negli Stati Uniti è una branca del potere esecutivo) di non chiedere la pena di morte per il detenuto estradato.

Per analogia, potremmo ipotizzare che un primo passo per risolvere la questione dei 51 condannati a morte messicani possa essere quello di astenersi dal fissare per loro la data di esecuzione a meno che non si produca la riparazione prevista dalla sentenza della CIG del 2004.  

In conclusione, è indubbio che gli Stati Uniti si siano cacciati in un assurdo pasticcio, cui la sentenza della Corte Suprema del 25 marzo ha dato il suggello. Il problema è particolarmente intricato perché  i detenuti sono stati condannati a morte nelle piccole giurisdizioni degli stati che più di una volta hanno dichiarato sprezzantemente di infischiarsene dei rapporti internazionali degli Stati Uniti, anziché nella grande giurisdizione federale (che ha rapporti con l’estero). Ma il problema, anche se assai intricato, rimane e deve essere risolto.

Amnesty International, in un comunicato del 27 marzo, legge in modo piuttosto ottimistico la situazione: “La Corte Suprema ha efficacemente passato la responsabilità ad altre branche del potere affinché agiscano per assicurare che gli USA onorino i loro obblighi internazionali.” Ma non specifica quali branche siano e come debbano agire. Forse un passaggio del comunicato può essere letto come un implicito invito al Congresso a legiferare. Ma in che modo? Se ci fosse la volontà politica di farlo e se fosse possibile sul piano giuridico (cosa assai dubbia) il Congresso dovrebbe approvare una legge 'ad personas' per i 51 Messicani... Francamente, non riusciamo a sperare che si realizzi una cosa del genere.

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(*) In inglese: International Court of Justice (ICJ), detta comunemente World Court (Corte Mondiale).

(**) La CIG, per statuto, si occupa del contenzioso che sorge tra stati (e non tra individui, o tra stati e individui).

(***) La decisione della CIG è nota come sentenza Avena (Case Concerning Avena and Other Mexican Nationals – Caso riguardante Avena ed altri di nazionalità messicana). Riguardava 51 Messicani; di questi 51, 8 sono poi usciti dal braccio della morte per la commutazione della sentenza o per altre cause.

(****) Il Trattato di Vienna del 1963 è stato ratificato nel 1969 dagli Stati Uniti che hanno anche adottato il Protocollo Aggiuntivo che dà alla CIG la giurisdizione per sanzionare le violazioni del Trattato. Gli USA sono poi usciti dal Protocollo aggiuntivo nel 2005.

 

 

4) CORTE SUPREMA: CI FU DISCRIMINAZIONE RAZZIALE IN LOUISIANA

 

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato il processo in cui fu condannato a morte l'afro-americano Allen Snyder in Louisiana nel 1996 decidendo che vi fu discriminazione razziale nell'esclusione dalla giuria di un potenziale giurato di colore. La sentenza, pubblicata il 19 marzo, si armonizza con la sentenza Batson v. Kentucky  del 1986 e con la sentenza del 2005 nei riguardi di Thomas Miller-El, condannato morte in Texas. Si conferma il netto atteggiamento antirazzista della Corte Suprema che ha reso estremamente delicato il compito di formare le giurie nei processi capitali.

 

Il 19 marzo la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso sul caso Snyder v. Louisiana accogliendo il ricorso avanzato dall'afro-americano Allan Snyder. Si sono così dileguate le preoccupazioni suscitate dall'andamento dell'udienza tenutasi il 4 dicembre u. s. (v. n. 155). 

Decidendo con la maggioranza di 7 contro 2, la corte ha ribaltato la sentenza della Corte Suprema della Louisiana ed ha annullato il processo in cui fu condannato a morte Snyder nel 1996. Secondo la massima corte in fase di formazione della giuria vi fu discriminazione razziale e fu quindi violata la clausola di Eguale protezione contenuta nella Costituzione.

L'eliminazione da parte dell'accusatore Jim Williams di due potenziali giurati di colore aveva portato alla formazione di una giuria formata da soli Bianchi. La decisione della corte si è limitata a sanzionare l'eliminazione di uno di questi due potenziali giurati.

Ha scritto la sentenza il giudice ultraconservatore Samuel A. Alito, Jr., cui si sono aggiunti il giudice ultraconservatore John Roberts e i giudici meno conservatori David Souter, Ruth Bader Ginsburg, John Stevens, Stephen Breyer e Anthony Kennedy. I giudici ultraconservatori  Antonin Scalia e Clarence Thomas hanno votato contro.

La decisione Snyder v. Louisiana appare una diretta applicazione della sentenza Batson v. Kentucky del 1986 e si armonizza con la decisione Miller-El v. Dretke del 2005. Entrambe queste decisioni proibiscono le esclusioni 'perentorie' (*) di potenziali giurati con intento razzista.

La decisione del 19 marzo si concentra sull'eliminazione dalla giuria di  Jeffrey Brooks, uno studente di colore, a motivo sia del suo nervosismo sia del fatto che egli aveva degli obblighi universitari. La difesa aveva obiettato all'eliminazione, ma il Giudice presidente aveva respinto l'obiezione. La corte ha ritenuto che nessuno di questi due motivi fosse sufficiente per eliminare il potenziale giurato e che vi fossero invece motivazioni razziste (tanto più che alcuni Bianchi accettati nella giuria avevano impedimenti almeno tanto seri quanto quelli di Brooks).

La difesa aveva anche contestato l'eliminazione di una seconda giurata di colore, Elaine Scott ma la corte ha ritenuto, dal momento che vi è stato un "chiaro errore" nella rimozione di Brooks, di non dover decidere sulla regolarità dell'eliminazione della Scott. Del pari, nella sua sentenza la corte ha evitato di decidere sui commenti razzisti che erano stati fatti nel corso del processo quando l'accusatore si era riferito al caso del famoso giocatore nero O. J. Simpson (che aveva scampato una condanna a morte in California dopo essere stato accusato di un delitto analogo a quello contestato a Snyder).

Come hanno rilevato alcuni osservatori, la sentenza Snyder v. Louisiana - aggiungendosi coerentemente alla giurisprudenza precedente - rende ormai estremamente delicato il compito di formare una giuria in un processo contro un imputato di colore. Infatti da ora in poi occorrerà evitare non solo procedimenti che appaiano esplicitamente razzisti ma anche ogni scelta che possa far sospettare un nascosto intento razzista.

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(*) Durante la formazione delle giurie i potenziali giurati possono essere eliminati "per causa", cioè per decisione del Giudice presidente in base a motivazioni avanzate dalla difesa o dall'accusa e, dopo di ciò, in modo "perentorio", un certo numero di volte, per decisione autonoma della difesa o dell'accusa. Durante le eliminazioni perentorie, il ruolo del Giudice è solo quello di vigilare sulla regolarità dei procedimenti.

 

 

5) IL FAMOSO CASO DI THOMAS MILLER-EL CHIUSO CON UN PATTEGGIAMENTO

 

Thomas Miller-El, afroamericano, fu condannato a morte in Texas nel 1986 da una giuria selezionata con intenti razzisti; l’unico giurato di colore ammesso a farne parte sosteneva che la pena di morte prevista in Texas era una pena troppo mite. In seguito ad una forte mobilitazione della stampa, difeso da bravissimi avvocati, Miller-El ha ottenuto nel 2005, con una importante sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, l’annullamento del processo originale. Patteggiando con l’accusa, il 19 marzo ha raggiunto un accordo che gli ha permesso di evitare un nuovo processo, nel quale rischiava di essere ancora condannato a morte. Ha accettato una condanna all’ergastolo che, in teoria, potrebbe consentirgli in futuro una liberazione sulla parola.

 

Il caso giudiziario di Thomas Joe Miller-El si è concluso il 19 marzo, dopo 22 anni dalla sua condanna a morte, con una soluzione che, a detta degli avvocati della difesa e dell’accusa, rappresenta un compromesso onorevole e sensato.

Miller-El fu condannato a morte nel 1986 per aver ucciso il commesso di un negozio e averne ferito gravemente un secondo, durante una rapina avvenuta nell’anno precedente.

Dopo un complicatissimo iter giudiziario, con un continuo rimpallo del caso tra  corti statali e federali, nonostante l’ostinata resistenza delle corti inferiori che negavano qualsiasi discriminazione razziale, la Corte Suprema federale infine annullò il processo di Miller-El con una importante sentenza (v. nn. 93, 94, 101, 105, 116, 130).

La massima corte, nella sentenza Miller-El v. Dretke del 13 giungo 2005, riconobbe che un intento razzista nella formazione della giuria di un caso capitale può essere desunto dai fatti, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate: “Le ragioni non-razziste di­chiarate dagli accusatori per eliminare [i giurati di colore] non stanno in piedi e sono talmente in contra­sto con le prove da suonare come un pretesto;  emerge così la presenza della discriminazione che le spiegazioni addotte cercano di negare.”

Nel suo ricorso l’imputato aveva mostrato come gli accusatori della Contea di Dallas al momento della formazione della giuria avessero chiesto di escludere 10 potenziali giurati di colore su 11 in modo ‘perentorio’ (cioè per decisione autonoma anche non motivata dell’accusa) (*).

Il solo giurato nero che fu ammesso riteneva che la pena di morte in Texas fosse somministrata in maniera “troppo veloce” e suggeriva di legare il condannato su un formicaio per poi cospargerlo di miele.   

Negli anni Ottanta, quando Miller-El fu condannato a morte, gli accusatori in servizio erano ancora quelli istruiti secondo un famoso memorandum del 1969, preparato da un accusatore anziano, in cui si diceva che non si dovevano mai cercare giurati che appartenessero a una minoranza perché essi “quasi sempre simpatizzano per l’accusato”. Un altro accusatore anziano aveva scritto che non si doveva permettere a Ebrei, Neri, Dago (= discendenti di Spagnoli o Italiani) e Messicani di entrare in una giuria, “indipendentemente dal fatto che siano ricchi e ben educati.”

Nel 1986 i giornali del Texas, e particolarmente il quotidiano Dallas Morning New, avevano pubblicato impressionanti statistiche che dimostravano la connotazione razzista nell’uso della pena di  morte in uno stato che ha una disonorevole storia di schiavitù e di linciaggi. Per esempio, in 86 su 100 processi per crimini maggiori scelti a caso risultò che i potenziali giurati neri erano stati eliminati dagli accusatori in modo perentorio.

La Corte Suprema federale infine dovette tener conto del fatto che il razzismo stava passando di moda negli strati più evoluti della cultura americana, e nell’aprile del 1986, un mese dopo la condanna a morte di Thomas Miller-El, con la storica sentenza Batson v. Kentucky, proibì la discriminazione razziale nella formazione delle giurie.

Nonostante questa sentenza, peraltro di non chiara applicazione, il caso di Miller-El attraversò una impressionante serie di sconfitte giudiziarie, portando più volte il condannato vicino all’iniezione letale. Poi la schiarita portata dalla decisione della Corte Suprema federale del 2005  ha permesso l’accordo raggiunto il 19 marzo scorso. Riteniamo che si tratti di una conclusione positiva, la migliore possibile.

L’accusa e la difesa hanno concordato sul fatto che la soluzione raggiunta consente finalmente una ‘chiusura’ delle sofferenze per le vittime dei crimini di Miller-El ancora in vita, anche se i parenti di Douglas Walker, il commesso venticinquenne che fu ucciso nel 1985, hanno dichiarato di essere profondamente delusi e di disapprovare l’accordo.

L’imputato si è riconosciuto colpevole di due gravi crimini, rinunciando al diritto di appellarsi contro la sentenza che è stata poi pronunciata dal giudice distrettuale John Creuzot. Miller-El è stato così condannato all’ergastolo per omicidio capitale e a 20 anni di reclusione per rapina aggravata. Le due condanne dovranno essere scontate consecutivamente. In cambio Miller-El ha evitato un nuovo processo, nel quale rischiava di essere ancora una volta condannato a morte.

I giornali del Texas dicono che Thomas Miller-El non uscirà mai di prigione ma i suoi amici hanno calcolato che Thomas potrebbe fare domanda amministrativa al Texas Board of Pardons and Paroles per la liberazione sulla parola tra circa 7 anni. Infatti l'ergastolo che Thomas ha accettato, essendo riferito alla legislazione del 1986, comporta la possibilità di liberazione sulla parola dopo 20 anni. Ha accettato poi l’ulteriore condanna a 20 anni, da scontarsi consecutivamente alla prima, che comporterebbe la possibilità di uscita sulla parola dopo 10 anni. Quindi il periodo minimo di detenzione assomma a 30 anni. Avendo già scontato  23 anni di carcere, l’ulteriore periodo minimo di detenzione sarebbe di 7 anni. Tuttavia - data la natura dell'accordo raggiunto e perdurando la negazione del perdono da parte delle vittime – è assai improbabile che il Board faccia uscire di prigione Thomas Miller-El ancora in vita.

In questo momento, comunque, sia l’ex condannato a morte che i suoi difensori assaporano il sollievo per lo scampato pericolo di morte.

“Questo significa che egli non avrà più sul suo capo la minaccia della pena di morte, che ha avuto per 20 anni, con 14 date di esecuzione,” ha dichiarato Doug Parks, avvocato difensore di Thomas Miller-El. “E’ difficile dire che si deve essere contenti per aver patteggiato una condanna all’ergastolo più una condanna a 20 anni. Ma noi siamo contenti di questo. Ritengo che sia un buon risultato per lo stato e un buon risultato per Thomas.”

Thomas, che ora ha 56 anni, ha dimostrato una fibra veramente eccezionale, non si è fatto distruggere dal braccio della morte. Si è sempre dichiarato innocente. Ora, continuando a proclamarsi innocente, si ritiene addirittura un eroe ed ha risposto con sussiego, usando il plurale maiestatis (cioè il ‘noi’ al posto dell’ ‘io’), all’intervistatore del Dallas Morning News che è andato a trovarlo in carcere dopo la conclusione dalla sua vicenda giudiziaria.

E’ difficile concordare sull’innocenza di Thomas. Tuttavia non possiamo affermare che egli fu più crudele dello stato del Texas. Secondo l’accusa Thomas uccise a freddo la prima delle sue vittime, dopo averla legata, e lasciò apparentemente morta e paralizzata la seconda. Ma che dire dello stato del Texas che, scientemente, ha lo tenuto per oltre due decenni sotto la spada di Damocle di una sentenza di morte, fissando una decina di date di esecuzione, poi sospese, a volte all’ultimo momento?

Nel momento della conclusione della sua vicenda giudiziaria ci congratuliamo con Thomas.  Se lui è ancora vivo è certamente merito della sua forza, della sua capacità di lottare e di ottenere larghi appoggi alla propria causa. Ma è anche merito della stampa, che ha dato voce alla parte migliore, antirazzista, della cultura del Texas, dei suoi numerosi e bravissimi avvocati difensori, dei suoi amici che, per affetto, si sono adoperati instancabilmente in suo favore.

Un pensiero particolare va ai cari soci Vincenzo Puggioni e Angelina Cunsolo che tanto si sono battuti in questi anni in favore di Thomas.

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(*) V. nota nell’articolo precedente.

6) DECISIONE IN CONTROTENDENZA: NEGATO UN NUOVO PROCESSO A MUMIA

 

Il giornalista nero Mumia Abu-Jamal – ex appartenente alle Patere Nere - è probabilmente il detenuto più famoso e sostenuto negli Stati Uniti d’America ma nonostante ciò e nonostante il fatto che ricorrano seri sospetti di irregolarità e di discriminazione razziale nel processo capitale a cui fu sottoposto in Pennsylvania nel 1982, la Corte federale d’Appello del Terzo Circuito il 27 marzo ha respinto il suo ricorso teso ad ottenere un nuovo processo. E’ stato tuttavia confermata la sentenza di un giudice federale che nel 2001 annullò la fase di punishment del processo del 1982, per cui egli dovrebbe essere di nuovo giudicato per l’inflizione della pena, da scegliere tra pena di morte ed ergastolo. I suoi legali hanno preannunciato ricorso contro la sentenza della Corte federale d’Appello. L’accusa sembra disposta ad un patteggiamento per ottenere una condanna all’ergastolo.

 

Una commissione di tre giudici della Corte federale d’Appello del Terzo Circuito (*) il 27 marzo ha rifiutato di annullare il processo capitale del giornalista afro-americano Mumia Abu-Jamal – ex attivista del movimento delle Pantere Nere. La sentenza ha deluso schiere di sostenitori, appartenenti soprattutto a movimenti di estrema sinistra, che si sono mobilitate negli ultimi decenni in favore del carismatico giornalista, sia negli Stati Uniti che in Europa e specialmente in Francia.

Tuttavia la medesima corte ha ribadito il giudizio favorevole del giudice federale distrettuale William Yohn emesso nel 2001. Yohn, confermando il verdetto di una corte statale, sentenziò che Mumia ha diritto alla ripetizione della fase processuale di punishment (quella in cui viene inflitta la pena) in quanto fu data un’errata informazione alla giuria che pronunciò contro di lui nel 1982 una sentenza di morte: fu detto alla giuria che per la considerazione delle circostanze attenuanti che evitassero la pena di morte era necessaria l’unanimità dei giurati (mentre sarebbe in realtà bastata anche la volontà di un solo giurato.)

Se sottoposto a questa fase processuale, Mumia potrebbe essere di nuovo condannato a morte oppure ricevere la pena dell’ergastolo senza possibilità di uscita sulla parola. Se lo stato non richiedesse la ripetizione della fase di punishment entro 180 giorni, egli riceverebbe automaticamente una condanna all’ergastolo.

In ogni caso gli avvocati di Mumia hanno già dichiarato che si appelleranno conto la sentenza del 27 marzo, chiedendo una nuova udienza da parte della Corte d’Appello del Terzo Circuito al completo, e che sono intenzionati a ricorrere, in caso di insuccesso,  anche alla Corte Suprema federale.

Il fatto che, su un punto essenziale, il giudizio emesso dalla commissione di tre giudici della Corte del Terzo Circuito non sia stato unanime, accresce di molto la probabilità che venga concessa un’udienza dalla corte al completo dei suoi 14 giudici. Infatti i tre giudici sono stati unanimi nel respingere i primi due argomenti avanzati dalla difesa ma riguardo alla composizione razzista della giuria, se due giudici hanno votato contro Mumia, il terzo giudice, Thomas Ambro, si è espresso a favore del ricorrente. Ambro ha spiegato in una quarantina di pagine il suo forte dissenso dalla maggioranza riguardo alla discriminazione razziale in fase di formazione della giuria. Furono infatti esclusi 10 giurati di colore tramite richieste perentorie dell’accusa (v. articoli precedenti). Ambro ha insistito sul fatto che, come dimostra la sentenza Snyder v. Louisiana, l’intento razzista nella composizione di una giuria può essere desunto anche dall’esclusione di un unico potenziale giurato di colore.

L’accusatrice Lynne Abraham ha dichiarato di non aver ancora deciso se appellarsi a sua volta, patteggiare la pena dell’ergastolo per Mumia, ovvero chiedere la ripetizione della fase di punishment del processo. A suo avviso Mumia “non è una vittima, ma un freddo assassino, senza rimorso, senza pentimento”. Ricordiamo che Mumia Abu-Jamal fu condannato a morte nel 1982 con l’accusa di aver ucciso il 9 dicembre dell’anno precedente, in uno scontro a fuoco in cui lui stesso fu ferito gravemente, Daniel Faulkner, un poliziotto bianco che stava per arrestare suo fratello fermato ad un posto di blocco. Faulkner fu finito quando, ferito da un primo colpo di pistola, era già caduto a terra.

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(*) Ciascuna Corte federale d’Appello ha giurisdizione su un insieme di stati detto ‘circuito’. Negli Stati Uniti sono in tutto 13 Corti federali d’Appello. La corte federale di appello che ha competenza sulla Pennsylvania, è la corte del Terzo Circuito.

 

 

7) IRAQ, CINQUE ANNI DI MORTE E DI PENA DI MORTE

 

La guerra scatenata a freddo contro l’Iraq il 20 marzo 2003 doveva durare un mese ma dopo cinque anni non è finita, doveva costare agli Americani 60 miliardi di dollari ma è costata loro almeno dieci volte tanto, e forse anche 4.000 miliardi di dollari. Ma questi dati allucinanti non sono nulla in confronto alle 4.000 vittime tra i militari americani e le centinaia di migliaia di vittime tra la popolazione irachena, i milioni di profughi, la povertà dilagante e le continue massicce violazioni dei diritti umani. Amnesty denuncia che le esecuzioni capitali sono numerose come nei periodi peggiori della dittatura di Saddam Hussein. Una minorenne lapidata nei pressi di Mosul ci ha messo un’ora a morire; la sua agonia è stata ripresa con i telefonini e diffusa in Internet quale ammonimento per le altre donne.

 

A cinque anni dalla trionfalistica ed immotivata invasione dell’Iraq da parte delle truppe anglo-americane, cominciata enfaticamente il 20 marzo 2003, mente filmati di guerra pulita e tecnologica passavano e ripassavano nei telegiornali, i politici e i media americani fanno il bilancio di una guerra diventata vieppiù mostruosa dopo la sua fine ufficiale (dichiarata da George W. Bush 40 giorni dopo il suo inizio, il 1° maggio 2003).

In primo piano c’è il rincrescimento per i 4.000 morti accertati fra i militari statunitensi.  Si calcola anche il costo finanziario di questa operazione: tra 600 e 4.000 miliardi di dollari, almeno dieci volte di più del preventivo ufficiale.

Più sfumato, sullo sfondo, il panorama di centinaia di migliaia di vittime tra la popolazione martoriata (che nessuno si è neanche preoccupato di contare in maniera attendibile), i milioni di profughi, il paese distrutto e alla fame, l’odio ardente ed inestinguibile tra le numerose fazioni scese in lotta.

Ancora più tenue nella stampa e nella coscienza mondiale l’eco delle estesissime e continue violazioni dei diritti umani, le orrende e stracolme carceri, le torture e i maltrattamenti, l’assenza di processi, i processi iniqui e lo spetto lugubre della pena di morte ritornata in auge come nei periodi peggiori della dittatura di Saddam Hussein (*): Amnesty ha registrato almeno 199 condanne capitali solo nel 2007.

Poco noto è il fatto che, in anni di bombardamenti e di attacchi armati nello stile della ‘pulizia etnica’, si è creato un massiccio flusso di popolazioni in fuga, con 4 milioni di sfollati interni su 27 milioni di abitanti e 2 milioni di rifugiati in Siria e in Giordania.

Nel paese ricchissimo di risorse petrolifere, manca la benzina e l’elettricità, la povertà è dilagante, l’insicurezza per l’incolumità personale è altissima.

Si hanno 60 mila carcerati per lo più trattenuti senza processo, con un’età minima di 10 anni e massima di 80 anni. 24 mila sono detenuti degli Americani in condizioni deplorevoli, 35 mila sono imprigionati dagli Iracheni in condizioni inumane. Frequenti e costanti sono le notizie di torture sui detenuti.

I numerosi episodi di torture, rapimenti e uccisioni immotivate della popolazione da parte delle truppe inglesi e americane sono rimasti per lo più impuniti.

Una grande varietà di soggetti, che detengono una quantità impressionate di armi, sono impegnati ad uccidere. Uccidono le fazioni armate irachene, la forza ‘multinazionale’ guidata dagli Americani, le forze di sicurezza irachene e i gruppi armati internazionali.

Nel rapporto di Amnesty International intitolato “Da cinque anni: stragi e disperazione” si denuncia anche la drammatica crescita nel corso della guerra dei crimini contro le donne, prese di mira dai gruppi religiosi armati se non sono vestite in modo tradizionale, se vanno al lavoro o all’università, o semplicemente per il fatto di appartenere ad un diverso gruppo religioso. Gli omicidi d’onore sono aumentati specie in Kurdistan dove soltanto nel primo semestre del 2007, secondo le Nazioni Unite, sono state uccise 255 donne, 160 delle quali bruciate.

Un anno fa la 17-enne Du’a Khalil Aswad è stata sottoposta a lapidazione nei pressi di Mosul davanti alle forze di sicurezza e a centinaia di spettatori. Ci ha messo un’ora a morire. La sua agonia è stata registrata con i telefonini e pubblicata in Internet quale monito nei riguardi delle altre donne.

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(*) La moratoria iniziale della pena di morte imposta saggiamente dagli Americani è durata 14 mesi.

 

 

6) SONO VERAMENTE FUORI DAL BRACCIO DELLA MORTE?  di Kenneth Foster

 

Kenneth Foster, dopo la commutazione della sua sentenza di morte, è stato trasferito in un carcere ‘normale’ ma ben presto si è accorto che il nuovo carcere è uguale a quello di prima, e non soltanto per il fatto che le due unità carcerarie di massima sicurezza sono state costruite con l’identico progetto ar­chitettonico. In questa sua lettera percepiamo tutto lo sgomento di Kenneth che patisce come una vit­tima della tortura. Sappiamo che negli ex torturati, specie in quelli che hanno subito la tortura per lunghi periodi di tempo, si riscontrano postumi persistenti. E’ come se il torturatore rimanesse dentro di loro. Al di là dei danni fisici, anche dopo anni dalla fine delle torture subite, queste persone manifestano gravi disturbi psichici: hanno incubi ricorrenti, a volte si nascondono terrorizzate se vedono un uomo in uniforme (anche solo un portalettere) e non riescono a comunicare al prossimo il loro disagio interiore. Kenneth ci dimostra, con questa sua lettera, che la pena di morte agisce sugli individui come una vera tortura: a lui il braccio della morte è rimasto “dentro”. Pertanto non rallegriamoci troppo quando la mo­bilitazione degli abolizionisti riesce a salvare qualche vita, ma cerchiamo di batterci senza posa per ot­tenere l’abolizione della pena di morte, uno strumento di tortura raffinato che non lascia sopravvissuti, nemmeno tra coloro che, per un caso fortunato, si salvano la pelle. 

 

Guardo fuori dalla mia finestra… gli edifici sono semplicemente uguali a quelli del braccio della morte. Mio malgrado, non posso fare a meno di rimanere con lo sguardo fisso. La stessa costruzione, le stesse finestre; persino l’area circostante è quasi uguale. Pare che non possa staccare lo sguardo dall’edificio. Lo fisso intensamente illudendomi che possa sparire, ma non è così. E’ lo stesso cemento e acciaio che ho conosciuto per 11 anni. E mentre guardo questo edificio – che appare esattamente come il braccio della morte – chiedo a me stesso: come stai?

Il dialogo tra me e me continua, perché ho imparato, molto tempo fa, che se non riesci a rimanere in contatto con la tua anima, patisci tormenti peggiori di quelli inflitti dal sistema penitenziario. Prigione e inferno, sono dentro e fuori di te. Mi sorprendo a chiedermi continuamente: come stai? Stai bene? Stai guarendo?  

Mi guardo allo specchio e mi chiedo quanto io sia traumatizzato. Ho resistito, sono stato forte, ho sopportato, ho sorriso quando avrei voluto piangere e ho pianto senza sapere il perché. So di avere delle cicatrici! So di avere dei problemi!  Non posso negarlo e nemmeno far finta di niente. L’abbiamo già fatto abbastanza nel death row. Ma non sono più nel braccio della morte, anche se gli dei non mi permettono di dimenticare.

Vi chiederete di che cosa stia parlando. Sto parlando dell’edificio appena fuori della mia finestra. Adesso so di essere nella McConnell Unit di Beeville in Texas, ma potrebbe essere un’illusione. A metà degli anni ’90, in Texas c’è stato il boom delle carceri e così hanno usato lo stesso progetto per costruire molte prigioni. Pertanto le unità  Polunsky e McConnel sono state fatte con lo stesso stampo. Quando la mia famiglia varca la soglia della McConnel, è come se entrasse in Polunsky. Le sale visita sono identiche, le strutture, internamente, sono identiche. E così i nomi dei blocchi. Che razza di schifoso gioco è questo? Sono uscito dal braccio della morte e sono tornato indietro, per arrivare… in un posto che sembra il braccio della morte.

MA… non sono al blocco 12, sono al numero 8. Comunque, il blocco 12 sta appena fuori dalla mia finestra. Quando guardo questo blocco, non vedo il numero 12 della McConnell Unit, ma vedo il blocco 12 del braccio della morte. […] Ho guardato da quelle finestre per 7 anni, e adesso… loro scrutano me. Il blocco 12 qui ospita i detenuti in regime di segregazione. Ma non vedo ciò quando guardo fuori: nel blocco 12 vedo Tony e Gabriel. Penso al padiglione F e alle guardie che mi erano familiari. Mi pare di sentire l’odore del gas urticante.  La mia mente mi sta giocando un brutto scherzo. Chiudo gli occhi, ma continuo a vedere i blocchi. E’ come se fossi in una dannata trance. Comincio ad angustiarmi, così mi tiro indietro.

Quale trauma ho subìto? Cosa sta succedendo alla mia mente? In effetti sono fuori dal braccio della morte, ma dentro di me il braccio mi sta ancora corrodendo. Che vantaggio ho dall’essere fisicamente libero se la mia anima è ancora incatenata nell’abisso?

Mi sveglio in una cella che è semplicemente uguale a quella di Polunsky, eccetto il fatto che ci sono due letti e un altro detenuto. Tuttavia, mi aspetto che qualcuno che conosco esca dalla porta con una data di esecuzione fissata. Quando cammino verso la sala visite, continuo a vedere i familiari allineati per dare l’ultimo saluto. E’ così vivido il ricordo… Il  furore mi attraversa il corpo.

No, non sto bene! Sento il bisogno di dirlo ad alta voce. NO, NON STO AFFATTO BENE! Ho bisogno di sentir uscire questa frase dalla mia bocca!

In questo poco tempo, sono stato messo di fronte a ripetute sfide. Il posto cambia, ma sotto l’oppressione del Dipartimento di Giustizia del Texas, la lotta non può finire! Quando ho iniziato la mia lotta di ribellione, sapevo che si sarebbero vendicati. Sono sicuro che finirò la mia prigionia nella sezione di segregazione! Merda! E allora, sarò punto e daccapo. La ricreazione da soli. Le manette in qualsiasi spostamento. L’isolamento. Il blocco 12! Che gioco schifoso! Posso resistere ancora? 4 anni? 6 anni? 7? La mia anima geme al solo pensiero. […]

Non lo vorrei, ma non posso fare a meno di ripensare a quello che mi sono lasciato dietro le spalle, a quello che ho sopportato e che ancora altri stanno sopportando oggi. Da quando sono uscito dal death row, lì ci sono state 3 esecuzioni e 2 suicidi.

Si discute se la pena di morte sia una punizione crudele e inusuale. Albert Camus diceva: ”La Pena Capitale è il più premeditato degli omicidi, rispetto al quale il più calcolato dei piani criminali non regge il confronto! Perché ci fosse equivalenza, la pena di morte dovrebbe essere inflitta ad un criminale che abbia avvertito la sua vittima dell’epoca in cui le infliggerà una morte orribile e che, da quel momento in poi, l’abbia sequestrata a sua discrezione per mesi e mesi. Un simile mostro non si incontra tra la gente.”

Da bambino, avevo paura del buio, come la maggior parte dei bambini… ci sono troppi film che spaventavano. Pensi sempre che un mostro si aggiri di nascosto per la casa, così devi accendere la luce. E corri per farlo. Come un bolide. Ma da chi corre un detenuto nel death row? Da Dio? Forse! I politici cosiddetti “cristiani” che chiedono vendetta non rendono giustizia al nome di Dio. […]

Sembra che io stia ancora scappando dal mostro. Ho avuti questi pensieri quando ho letto il libro di Primo Levi “Se questo è un uomo”. Qualcuno potrà sorprendersi che io possa paragonare i campi di sterminio al braccio della morte, ma sono la stessa cosa. E’ morte! E’ oppressione! Per i tanti che sono entrati, non altrettanti ne sono usciti. Chi è sopravvissuto, è stato miracolato. Come i detenuti nei campi, che lottavano per un solo giorno di vita in più. Si aggrappavano a quell’idea… “Magari oggi è il giorno in cui uscirò!”. Come loro, noi abbiamo gli stessi pensieri. Un altro appello, un altro esonero. Il braccio della morte è l’Auschwitz del nostro Ovest! Dei, a che gioco giocate per tormentare così noi mortali?

Parlare tra me e me oggi. Dirmi che mi devo irrobustire, che non posso avere esitazioni. Sento le ginocchia traballare e il cuore correre. So di aver guardato fuori dalla finestra troppo a lungo. Mi rivolgo a me stesso e mi ricordo (con le parole di Nietzsche) che: “Chiunque combatta i mostri dovrebbe fare attenzione a non trasformarsi a sua volta in un mostro mentre lo fa. E quando scruti a lungo nell’abisso, l’abisso scruta dentro te”.

Vedete? Sono stato rigurgitato dalla balena! […] Non riesco a dormire. Non posso fermare la mia mente. Ho combattuto una guerra. Soffro le stesse pene dei veterani del Vietnam o dell’Iraq. Ci è stato rubato qualcosa. Il governo lo ha fatto – un ladro non arriva a tanto. Tuttavia non c’è terapia per me. Non c’è il lettino dello psicanalista!  Non ci sono terapie di gruppo! I miei maestri rimangono sepolti nella storia di tragiche battaglie.

Ma la rivoluzione è figlia della tragedia, non è forse così?! Ho un frutto dolce e amaro da mangiare. Ho nuovi mantra e canti per meditare che mi daranno nuove risposte e nuova forza. […]

E così, mentre cerco di guarire e di capire… do un’altra occhiata fuori dalla finestra. Non ci sono sorrisi né lacrime, ma c’è consapevolezza. Puoi schiacciare una rosa, ma la sua fragranza rimane.  E… caro braccio, il mio profumo rimane. Quando comincio una lotta, o braccio, sappi che non mi accontento di un risultato parziale. Do tutto e non mi accontento di ottenere meno del tutto. 

Sì, la lotta continua e, anche se schiacciato, rimango una rosa che non smetterà di emanare profumo!

Forza, avanti!

Il sopravvissuto  Haramia KiNassor  (alias Kenneth Foster)           17 febbraio, ore 4 del mattino.   

(Trad. di Stefania Silva)

 

 

9) FERNANDO EROS CARO CHIEDE AIUTO

 

Marco Cinque ci ha presentato Fernando Eros Caro, nativo americano condannato a morte in California, suo amico fraterno. Fernando, in una lunga corrispondenza con Marco, si è rivelato una persona squisita nonché un pittore di grande talento. La sua vicenda legale sta attraversando una fase molto delicata nella quale, egli sostiene, se assistito da un buon avvocato, potrebbe addirittura conseguire il completo proscioglimento dalle accuse. Pubblichiamo molto volentieri una lettera di Fernando che chiede un aiuto finanziario per la propria difesa legale e anche dei consigli (a chi è in grado di dargliene) per affrontare al meglio la presente fase del suo iter giudiziario. Scrivetegli!

 

Amici, sono stato condannato a morte in California nel 1982 per due omicidi e due tentati omicidi.    Per anni ho detto ad ogni avvocato che ho avuto che sono state usate contro di me prove false e testimoni spergiuri, ma nessuno mi ha creduto.

Dopo quasi due decenni di appelli, nel 2000 la Corte federale d’Appello del Nono Circuito ha annullato la fase di punishment  del mio processo, la fase in cui fu emessa la condanna a morte.  

Dopo un anno di appelli dell’accusa contro l’annullamento, tutti respinti, sono stato riportato davanti alla Corte della Contea di Fresno per essere sottoposto ad un nuovo processo per l’inflizione della pena: sentenza di morte o ergastolo senza possibilità di liberazione sulla parola.

I due avvocati d’ufficio che avevo hanno continuato a lavorare per tre anni; poi uno di loro ha abbandonato il caso e l’altro è andato in pensione.

Mi è stato assegnato un nuovo avvocato d’ufficio, il sig. Ronald E. Perring, ed egli ha bisogno di tempo per prepararsi.

In tutto questo lungo periodo uno dei due individui nei confronti dei quali ero stato accusato di tentato omicidio è morto. Prima di morire egli ha confessato alla sua compagna di aver mentito nel mio caso. La sua confessione è stata riportata all’Ufficio della pubblica accusa di Fresno e di lì al mio avvocato. Ne sono stato informato il 12 dicembre 2007. L’iter per far affiorare questa confessione è durato oltre due anni.

La confessione ha confermato quello che io ho sempre detto. Le vittime del tentato omicidio sono state usate contro di me per accusarmi di omicidio. I due casi invece avrebbero dovuto essere separati.

La confessione ha profondamente cambiato la mia situazione giudiziaria. Il mio difensore sta ora assumendo un avvocato esperto di habeas corpus per ottenere un processo completamente nuovo, in luogo della sola fase di punishment del processo. Il mio attuale avvocato d’ufficio non ha esperienza per fare ciò.

C’è per me una possibilità di essere assolto o addirittura di essere liberato senza neanche essere processato di nuovo. Il problema è che il mio avvocato non ha la possibilità di occuparsi di questo. L’avvocato d’ufficio che ho avuto negli anni 1980-81 è ora il capo dell’ufficio dei Pubblici difensori di Fresno. L’accusatore di allora è diventato magistrato federale.

La contea di Fresno è assai conservatrice e razzista, ed io devo fronteggiare una corte ostile. Mi appello a voi per avere un aiuto o almeno un consiglio. Ho bisogno di qualcuno che venga dal di fuori della contea di Fresno che vigili sui procedimenti giudiziari che mi riguardano e che assicuri che sia fatto tutto ciò che si deve fare.

Il mio caso può essere usato come un esempio in ogni battaglia contro la pena di morte.

Grazie per avermi dedicato il vostro tempo e la vostra considerazione. Sentitevi liberi di scrivermi come volete.

Vi saluto rispettosamente.

Fernando Eros Caro C-40800

San Quentin State Prison

San Quentin, California 94974  USA

 

 

10) CONTINUA LA CAMPAGNA “CINA, CERTI RECORD NON SONO DA PERSEGUIRE”

 

Ricordiamo ai lettori che la campagna contro la pena di morte in Cina, lanciata in occasione delle Olimpiadi di Pechino dalla Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte, continuerà nei mesi di aprile e di maggio.  Partecipate numerosi e datevi da fare per ottenere la partecipazione di amici e conoscenti!

 

Il Comitato Paul Rougeau è impegnato per promuovere la petizione al Presidente cinese Hu Jintao, lanciata, in occasione delle Olimpiadi di Pechino, dalla Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte, di cui fa parte il nostro Comitato. La petizione è il nucleo della Campagna “Cina 2008: certi record non sono da perseguire” che chiede alla Cina una moratoria delle esecuzioni in vista dell’abolizione della pena di morte. Ecco le istruzioni per partecipare alla campagna che abbiamo illustrato nel numero 157.

Le istruzioni per aderire “on-line” si trovano ora nel nostro sito all’indirizzo www. paulrougeau.org  

Molto efficacemente si può partecipare alla petizione cartacea, riempiendo con tutti i dati richiesti e con la firma dei sottoscrittori il modulo riprodotto in ultima pagina nel n. 157. I moduli riempiti devono essere inviati per posta, possibilmente entro il 20 maggio, alla:

World Coalition Against the Death Penalty - ECPM
197/199 avenue Pierre Brossolette
92120 MONTROUGE   FRANCIA

Sarà utile – per consentirci di valutare l’entità e l’andamento della mobilitazione - che ci facciate sapere il numero di sottoscrizioni da voi raccolte o a voi notificate, scrivendoci al nostro indirizzo postale ovvero inviando un messaggio e-mail all’indirizzo prougeau@tiscali.it

 

 

11) NOTIZIARIO

 

Globale. Polemica uscita di scena di Louise Arbour, Alto commissario Onu per i Diritti umani. All’inizio di marzo si è diffusa la notizia che l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Louise Arbour, lascerà il suo incarico, al termine del suo primo mandato quadriennale, il 30 giugno. La sua è una uscita di scena polemica, dopo una serie di scontri con l’Amministrazione Bush sulla guerra all’Iraq, sulla pena di morte, sulla cosiddetta ‘guerra al terrore’. In una intervista del 29 febbraio, la 61-enne ex giudice della Corte Suprema del Canada ed ex accusatrice presso il Tribunale delle Nazioni Unite per la ex Iugoslavia, aveva dichiarato che la ‘guerra al terrore’ guidata dagli Stati Uniti ha riportato indietro di decenni la causa dei diritti umani ed ha esacerbato le divisioni tra gli Stati Uniti, i suoi alleati occidentali e i paesi in via di sviluppo. La Arbour ha criticato l’erosione di capisaldi fondamentali dei diritti umani, come la proibizione della tortura. Il Dipartimento di Stato ha risposto che è completamente errato insinuare cha la campagna contro il terrorismo sia la questione critica per quanto riguarda i diritti umani, aggiungendo che vedrebbe volentieri l’Alto commissario occuparsi dei governi totalitari. Le organizzazioni per i diritti umani hanno molto apprezzato Louise Arbour dimostratasi una combattente dotata di forti principi che ha esteso la rete di osservatori del rispetto dei diritti umani nel mondo producendo in continuazione rapporti sulle violazioni e gli abusi. Ricordiamo che la valorosa Mary Robinson, Alto commissario per i diritti umani dell’Onu fino al 2002, era stata costretta a lasciare il posto per l’aspra opposizione degli Stati Uniti (v. n. 95). (Dopo la Robinson e prima della Arbour l’incarico di Alto Commissario per i Diritti Umani fu ricoperto da Sergio Vieira de Mello, ucciso in un attentato a Baghdad il 19 agosto 2003 insieme a 22 colleghi di lavoro.)

 

Usa. Errori giudiziari: tra il 2,3% e il %5 dei condannati a morte sarebbero innocenti. In America, nei processi capitali, troppo spesso accade che un pubblico accusatore, convinto della colpevolezza dell’imputato o semplicemente desideroso di fare carriera ottenendone la condanna, utilizzi prove che - seppure in grado di convincere la giuria formata da gente ‘comune’ affetta dai pregiudizi caratteristici della cultura a cui appartiene - lui stesso e gli studiosi di questioni penali ritengono insufficienti per provare la colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio. Questa è una delle principali cause della condanna a morte di persone innocenti. In proposito illuminati sono le argomentazioni di Samuel R. Gross, professore di Legge all’Università del Michigan, di prossima pubblicazione sull’Annual Review of Law and Social Science. Gross intende rispondere ad Antonin Scalia, il membro più conservatore della Corte Suprema federale, il quale ha affermato due anni fa che gli innocenti condannati per i crimini maggiori sarebbero una percentuale infinitesimale, solo lo 0,027% del totale di coloro che vengono riconosciuti colpevoli negli Stati Uniti. Secondo Gross, oggi è molto difficile calcolare con precisione quanti innocenti ci siano tra i condannati per omicidio e violenza sessuale, però corrette valutazioni statistiche suggeriscono che siano molti di più di quanto valutato da Scalia. In particolare, tra i condannati a morte la percentuale di innocenti oscillerebbe tra il 2,3% e il 5%. Gross auspica che la scienza faccia dei passi in avanti per riuscire a capire meglio il fenomeno degli errori giudiziari ancora difficilmente analizzabile. Ricorda però che alcuni punti fermi sono stati ormai raggiunti. Per esempio si sa che i Neri hanno più probabilità di essere erroneamente condannati per stupro, rispetto ai Bianchi. I più giovani più spesso confessano falsamente di essere colpevoli di omicidio. Gli innocenti esonerati hanno un record di condanne per gravi crimini minore rispetto agli altri condannati. Coloro che professano la propria innocenza è più probabile che siano davvero innocenti. Più tempo si impiega a trovare il colpevole, maggiore è  la probabilità che il colpevole individuato sia in realtà innocente. Le scorrettezze dell’accusa e la scarsa qualità della difesa legale ricorrono maggiormente nei casi degli innocenti che alla fine vengono esonerati. Poi a produrre errori giudiziari vi sono le errate identificazioni oculari, le false confessioni, le frodi e gli errori degli specialisti che eseguono le analisi forensi, lo spergiuro degli informatori carcerari.

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 31 marzo 2008