FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 137  -  Marzo 2006

SOMMARIO:

1) Pensieri dopo l’uccisione del piccolo Tommaso

2) I miei saluti vi giungono da un campo di battaglia      

3) Protestiamo contro le orribili condizioni di detenzione

4) Saddam rivendica le condanne capitali di cui è accusato        

5) Alla fine di un tormentato processo, Moussaoui  si dice colpevole     

6) Rinnovato l’Atto patriottico: potrebbe accelerare le esecuzioni         

7) Petizione per Webby Chisanga al presidente dello Zambia    

8) Prato in prima linea contro la pena di morte                

9) A Paolo Cifariello un meritato riconoscimento 

10) Richieste di corrispondenza     

11) Notiziario: Iraq, Texas, Usa     

 

 

1) PENSIERI DOPO L’UCCISIONE DEL PICCOLO TOMMASO  di Grazia Guaschino

 

Di fronte all’impennata “forcaiola” di questi giorni provocata dal brutale assassinio del piccolo Tommaso Onofri, mi pare doveroso dire due parole, sentendomi moralmente vicina agli amici abolizionisti che in questo momento si sono ritrovati particolarmente soli e da più parti attaccati da improvvisati “giustizieri”.

Ogni volta che tengo una conferenza contro la pena di morte, sia nelle scuole che ad un pubblico adulto, esordisco con l’affermazione che “di pena di morte occorre discutere a freddo, con calma, perché quando viene commesso un crimine particolarmente orrendo, che colpisce la nostra sensibilità e la nostra coscienza, si è indotti a guardare alla pena di morte come ad una possibile soluzione del problema della criminalità, cosa che ovviamente non è assolutamente sensata”.

Ed ecco che in questi giorni il crimine orrendo è stato commesso, e puntualmente le voci del popolo si sono levate inneggiando all’esecuzione immediata, magari con una morte lenta e dolorosa dei colpevoli (come ci ha scritto un nostro conoscente in una e-mail).

Tommy era un bimbo piccolo, come tutti i piccoli innocente e pieno di gioia di vivere, e i criminali hanno distrutto la sua tenera vita con una freddezza e una violenza che ci fa rabbrividire.   

L’uomo di fronte a questi orrori ha l’impressione di affacciarsi su un abisso di male senza fondo.

E’ umano il dolore atroce dei genitori che affermano, in questo momento, di non poter perdonare; è già meno umano, e decisamente ottuso, il rancore istintivo che si leva dalle folle e che chiede a gran voce la pena di morte (come è successo per esempio in uno stadio in Toscana, proprio in quella regione che fu la culla dell’abolizionismo nel mondo!). Quelle folle sono probabilmente composte in buona parte dalle stesse persone che hanno gremito piazza San Pietro un anno prima il giorno che papa Giovanni Paolo II è spirato, e che hanno invocato a gran voce la sua immediata santificazione. Lui era stato un avversario dichiarato della pena di morte. Quelle folle sono le stesse che guardano a Tommy con grande pena, presi dalla commozione superficiale e istintiva del momento, ma che prima e dopo questo fatto non esitano a consumare prodotti che provocano indirettamente la morte di altri piccoli, innocenti e carichi di voglia di vivere come Tommy, e guardano con grande indifferenza le immagini dei bimbi che ogni giorno nel mondo muoiono di fame. Perché se ognuna di quelle migliaia di persone che hanno gremito gli stadi piangendo per Tommy e chiedendo morte o linciaggio per i colpevoli, facesse anche solo qualche piccolo sacrificio a beneficio dell’80 per cento dell’infanzia del mondo meno fortunata della nostra, la spaventosa percentuale di mortalità infantile si abbasserebbe subito! Già, ma quelli sono morti lontani, fuori casa nostra e poi nessuno è direttamente responsabile, tutti solo in piccola misura, e la suddivisione delle responsabilità nel dare la morte, come avviene nelle squadre di esecuzione, scarica il senso di colpa.

Accettiamo senza troppo allarmarci dunque l’irragionevolezza del popolo, che muta opinione con il mutare del vento, e che domani avrà dimenticato il grido di oggi per aggregarsi a qualche nuova improvvisata battaglia. Dobbiamo tuttavia rifiutare categoricamente di rassegnarci, e gridare la nostra indignazione, nei confronti di quei politici, la cui voce è resa autorevole dalla posizione che occupano, i quali, anziché mitigare, calmare ed eventualmente compiere il loro dovere, cioè prevenire in modo lungimirante e sensato la criminalità, si uniscono al coro del popolo. Vergogna, Luca Romagnoli, vergogna, Alessandra Mussolini! E vergogna anche a tutti gli altri esponenti politici che con le loro dichiarazioni ambigue tentano di ‘cavalcare’ il furore popolare e danno ad intendere una loro propensione a punizioni assurde e sofferte!

Fate invece il vostro lavoro, signori politici: prevenite davvero la criminalità agendo prima di tutto per risanare il tessuto sociale, occupatevi del sistema giudiziario che adesso è lacunoso e carente, occupatevi delle carceri, sovraffollate, fatiscenti e malsane, piene di sventurati in eterna attesa di giudizio, accelerate i procedimenti giudiziari. E, soprattutto, levate sempre la vostra voce in favore della Giustizia.

 

 

2) I MIEI SALUTI VI GIUNGONO DA UN CAMPO DI BATTAGLIA

 

Questa volta Kenneth Foster ci invia il suo articolo dal livello 3 di segregazione, il più duro di quelli previsti per i condannati alla pena capitale in Texas. E’ la testimonianza di una indomita lotta non violenta contro l’oppressione che patiscono i detenuti nel braccio della morte.

 

Cari amici, i miei saluti vi giungono da un campo di battaglia che sta cercando di lacerare la mia umanità. Mi presento a voi come una persona che si è messa in una posizione estrema – una posizione in cui la maggioranza dei condannati a morte non si metterebbe. Le motivazioni di entrambe le parti sono svariate. Ma il nocciolo della questione è che io mi rendo conto che il miglioramento non avviene senza impegno e sacrificio. Sono consapevole che i diritti umani non dovrebbero esser qualcosa da mendicare ma so che se mi vengono negati combatterò per ottenerli. Vi  prego di  unirvi  alla lotta  non violenta che sto combattendo contro le condizioni di detenzione.

Sapete che vi è una protesta in atto in questa unità. Siamo entrati nel terzo mese di lotta. Non è un gioco quello che sta avvenendo qui. Quei pochi di noi che stanno compiendo questi sacrifici, lo fanno pagando un prezzo altissimo. Abbiamo rinunciato a stare al livello 1. Abbiamo rinunciato alle visite. Siamo stati gassati. Ci hanno punito con il “blocchetto di cibo” perché protestavamo contro un cibo immangiabile. Ci hanno imposto molte restrizioni, come negarci la doccia. Facciamo tutto ciò perché siamo stanchi di questo posto infame. Facciamo questo perché la gente deve sapere che il braccio della morte del Texas non è un albergo. E’ una macchina distruttrice, in cui ci hanno introdotto perché vi marcissimo dentro. Abbiamo dovuto protestare per ottenere che pulissero l’edificio, perché lavassero la nostra biancheria, perché ci dessero da mangiare in modo decente.

Molti detenuti non vi raccontano tutto ciò che avviene qui dentro. Perché? E’ una questione psicologica. Vedete, quando una persona subisce dei torti ripetutamente alla fine si abitua. Li accetta. Ci si adatta. Questo è ciò che è accaduto ai condannati a morte qui dentro. Ma non è accaduto ad alcuni di noi. Ci ricordiamo che alcune cose ci sono dovute e prendiamo posizione per averle.

Non posso scrivervi su tutto in questo articolo, ma se vi importa di saperne di più andate a visitare: http://drive.moonfruit.com . Poi, una volta che avrete visitato il sito, unitevi nella protesta con i combattenti dell’organizzazione D.R.I.V.E. Adesso vi chiedo alcune cose. Abbiamo bisogno che scriviate lettere all’Amministrazione carceraria del Texas in favore dei condannati a morte.

Fate loro sapere che siete a conoscenza della protesta che è in atto e che vi preoccupate delle nostre orribili condizioni di detenzione. Ci sono più di 100 soci del Comitato Paul Rougeau. Pensate che effetto provocherebbero 100 LETTERE di protesta inviate alle autorità carcerarie! Avrebbe un FORTE risultato per noi. Abbiamo bisogno che i soci del Comitato Paul Rougeau scrivano lettere in nostro favore, quando abbiamo bisogno di affrontare delle problematiche (come il cibo, la biancheria, la posta, abusi vari).

Abbiamo iniziato questa protesta per progredire. L’amministrazione carceraria ci ha sentiti. Devono avere a che fare con noi, e sebbene lentamente, stanno iniziando a trattare con noi. Sono stati intrapresi dei passi per migliorare il cibo, la lavanderia e le condizioni malsane. E’ accaduto qualcosa di nuovo: adesso i condannati a morte fanno ricreazione per 2 ore per 5 giorni la settimana. Prima facevamo ricreazione per un’ora, sette giorni la settimana. E’ un piccolo cambiamento, ma è qualcosa di nuovo. Finora non era mai cambiato nulla negli ultimi 6 anni.

Ho bisogno che tutti voi capiate che il sistema non farà mai nulla se non viene loro richiesto. Certo, questa è solo metà della lotta perché noi vogliamo abolire la pena di morte. Tuttavia finché dobbiamo vivere qui dentro vorremmo almeno vivere come esseri umani. Non posso parlare per gli altri bracci della morte, ma sto parlando del braccio della morte del Texas, e questo luogo è infame e opprimente. Tutto ciò che vogliono fare è DEPRIVARCI! DEPRIVARCI! DEPRIVARCI!   Siamo stanchi di stare zitti di fronte a tutto questo. Senza tener conto che se 5 o 50 o più si uniscono a noi nella protesta, noi progettiamo di continuare. Vi chiedo anche di scrivere a tutte le organizzazioni contro la pena di morte italiane e di informarle dell’esistenza del movimento D.R.I.V.E. Abbiamo realizzato questo sito in Internet perché il mondo possa vedere. Se non avete un collegamento a Internet chiedete informazioni ai responsabili del Comitato Paul Rougeau e chiedete loro ciò che volete sapere e certamente riceverete le informazioni che vi occorrono.   

Faremo tutto il possibile per informarvi. Non ho in programma di soffrire inutilmente. In tutto ciò che ho fatto durante i miei 9 anni nel braccio della morte, sono stato sempre determinato. Vi chiedo di essere seriamente intenzionati ad aiutarci. Scrivete una lettera. Fatevi coinvolgere. E’ meglio opporsi alle forze che ci spingono ad auto-distruggerci che sopportarle.

Il combattente del D.R.I.V.E.  Kenneth

 

 

3) PROTESTIAMO CONTRO LE ORRIBILI CONDIZIONI DI DETENZIONE

 

Rispondendo alla pressante richiesta di Kenneth, il Comitato Paul Rougeau propone ai lettori che non lo hanno già fatto di scrivere all’Amministrazione carceraria del Texas per protestare contro le condizioni di detenzione nel braccio della morte.  Qui sotto trovate due bozze di lettere. La prima di esse è riservata ai corrispondenti dei detenuti del braccio della morte. Vi invitiamo a sottoscrivere una delle due lettere e ad inviarla al Direttore delle Carceri sig. Doug Dretke

 

Seguite le seguenti istruzioni:

 

1) Scegliete UN modello di lettera, a seconda che corrispondiate o meno con i detenuti, tra i due che pubblichiamo IN FONDO a questo fascicolo.

(Ovviamente CHI SA SCRIVERE IN INGLESE può molto vantaggiosamente comporre un PROPRIO TESTO da inviare in Texas).

2) Fate quattro copie/fotocopie  della lettera scelta.

3) Firmate le quattro copie aggiungendo chiaramente i vostri dati: nome, cognome, indirizzo postale completo. Fate firmare le copie anche a qualche parente o conoscente che abbiate 'a portata di mano'

4) Procuratevi quattro buste, indicate il mittente e indirizzatele ai seguenti quattro destinatari:

 


 

Mr. Doug Dretke

Director Correctional Institutions Division

P. O. Box 99

Huntsville, TX 77342  -  USA

 

The Hon. Rick Perry
Governor of Texas
Office of General Counsel
P.O. Box 12428
Austin, TX 78711- 2428  USA

 

Houston Chronicle
Bissonnet street 11430
Houston, TX 77099,  USA

 

 

The Dallas Morning News
Young street 508
Dallas, TX 75202,  USA


 

 

5) Inserite le copie, affrancate ciascuna busta con 0,80 euro e spedite!

6) Comunicateci, se possibile, la vostra partecipazione in modo da consentirci di valutare l'entità delle pressioni effettuate. (Pubblicheremo a campagna conclusa il bilancio della mobilitazione.)

 

Per vostra comodità, ecco la traduzione delle due lettere (trovate gli originali in inglese in fondo al fascicolo):

 

1) lettera per chi corrisponde con i detenuti

Signor Dretke, siamo amici dei detenuti nel braccio della morte alla Polunsky Unit, in contatto epistolare con loro da mesi, in alcuni casi da anni, cercando di aiutarli con ogni mezzo lecito, e anche con piccoli aiuti economici. Ci rivolgiamo a voi nella speranza che il nostro appello non cadrà nel vuoto, dato che nasce da  intenzioni rispettose e oneste. Vorremmo esprimere la nostra preoccupazione per le condizioni in cui vengono tenuti i nostri amici detenuti, cui vengono calpestate le esigenze più elementari.Sono stati accusati e condannati per crimini orrendi: la sentenza di morte è stata pronunciata, e ora vivono nell'attesa di essere giustiziati. Questa è in se stessa una forma estrema di punizione. Naturalmente, non vogliamo qui discutere sulla pena capitale (non è la sede e il momento adatto), ma vorremmo rispettosamente far notare che certe condizioni sono al di là dell'umana decenza e non solo per coloro che le subiscono, ma anche per chi le infligge. Alcune regole e pratiche sono durissime (isolamento, nessun contatto durante le visite con i familiari, stravolgimento del ciclo sonno-veglia, celle piccolissime, livelli estremi di punizione, nessuna possibilità di lavorare, eccetera), tutte evidentemente tese a sottolineare il loro status di non-persone. Ma ci sono fatti che oltrepassano i limiti imposti dallo stesso regolamento, e sfiorano la pura crudeltà. I prigionieri sono ingabbiati e resi inoffensivi, in molti casi ancora giovani, con la consapevolezza che c'è un lettino e un ago ad attenderli. Il sistema è strutturato in modo da privarli della dignità sociale, eppure, dovrebbero esserci dei limiti che impediscano maltrattamenti arbitrari e a capriccio. Speriamo che prenderete in considerazione la nostra petizione per un trattamento più umano. Noi che siamo al loro fianco tutti i giorni sappiamo che nonostante i loro crimini (commessi spesso in età giovanile, per non parlare di chi è innocente) c'è in loro un cuore e un'anima. Ed è per rispetto a quel cuore e a quell'anima che noi vi chiediamo di intraprendere anche un piccolo passo per ristabilire e reintrodurre un livello di trattamento decente per i detenuti. Con tutto il rispetto


2) lettera per sostenitori generici dei diritti umani

Caro Direttore Dretke, con questa lettera vogliamo sottoporle il grave problema delle condizioni di detenzione dei condannati a morte in Texas. Lo facciamo senza nessuna ostilità preconcetta nei suoi riguardi e nei riguardi dell'istituzione che lei rappresenta, sforzandoci di essere obiettivi e pienamente rispettosi, e sperando di avere la possibilità di essere ascoltati e compresi. E vero che molti tra i condannati a morte si sono resi responsabili di azioni terribili ma questo non può esser un motivo per negare loro condizioni di vita compatibili con la dignità e i diritti inalienabili inerenti alla persona umana. Tra gli aspetti di un trattamento penitenziario inaccettabile nel terzo millennio, vi sono i seguenti ma non solo: la totale e perpetua segregazione cui sono sottoposti, l’innaturale ritmo veglia-sonno che viene loro imposto, la pessima qualità del cibo, la limitazione estrema dei periodi di ricreazione e di attività fisica, passati per altro in isolamento in ambienti squallidi, gli estremi climatici che devono sopportare in inverno e soprattutto d’estate, la grave carenza delle cure mediche che vengono loro prestate, le perquisizioni intime che devono sopportare, le punizioni grottesche previste dal regolamento (alludiamo per esempio al ‘blocchetto di cibo’ o al vestito di carta o alla maschera di carta) l’uso di aggressivi chimici anti sommossa nel loro riguardi, la negazione della possibilità di compiere un'attività lavorativa, l’assenza di seri programmi culturali ed educativi, la privazione dalla TV che tradizionalmente era consentita ai condannati a morte, la negazione totale e perpetua di visite con contatto. E’ chiaro che all’origine di tutto questo vi una tragica confusione tra misure di sicurezza e misure solo sadicamente afflittive da adottare nei loro riguardi. Con pieno rispetto ed amicizia siamo pertanto a chiederle di farsi carico di una forte iniziativa per migliorare e rendere umane le condizioni di detenzione nel braccio della morte del Texas. Sinceramente suoi

 

 

4) SADDAM RIVENDICA LE CONDANNE CAPITALI DI CUI E’ ACCUSATO

 

Il 1° marzo si è avuto un colpo di scena, nel caotico processo capitale contro Saddam Hussein e otto suoi collaboratori, quando il principale accusato – con grande disappunto dei suoi avvocati difensori – si è assunto la responsabilità delle esecuzioni che conseguirono al fallito attentato contro la propria persona nel villaggio di Dujayl nel 1982. Saddam, esonerando da ogni responsabilità i coimputati, ha affermato di aver deferito, com’era suo diritto, le persone sospette alla Corte Rivoluzionaria. (Ricordiamo che l’accusa sostiene che di 148, tra uomini e ragazzi, 96 furono impiccati nel 1982, 42 morirono sotto tortura e 10, minorenni all’epoca dei fatti, furono messi a morte al raggiungimento della maggiore età.)

“Se non lo avessi voluto, non li avrei deferiti alla Corte Rivoluzionaria. Ma lo feci, – ha dichiarato Saddam. - Essi furono messi sotto accusa secondo la legge… Quando una persona dice di essere responsabile, perché cercare altri? Saddam Hussein era il leader e ora dice: ‘Sono responsabile’.”

Hussein ha sostenuto la sua facoltà, quale presidente, di confiscare campi e distruggere frutteti di Dujayl. E le uccisioni, secondo lui, sarebbero conseguite a regolari processi. “Dove sta il crimine?” ha domandato.

Fino a quel momento per l’accusa era stato molto difficoltoso tentare di dimostrare una diretta responsabilità di Saddam alla spietata repressione di Dujayl.  E’ vero che un certo numero di testimoni hanno riferito in aula, sia pure in modo frammentario e non sempre coerente, di persecuzioni e torture nei loro riguardi nonché di esecuzioni avvenute all’epoca, ma soltanto il 28 febbraio l’accusatore Jaafar al-Musawi aveva esibito alla corte alcuni documenti riconducibili agli imputati – di cui deve essere ancora stabilita l’autenticità - uno dei quali recherebbe un’annotazione autografa dell’ex dittatore iracheno (v. n. 136, notiziario).

Frattanto, in sintonia col turbolento processo di Baghdad, negli USA e in Iraq si moltiplicano le dichiarazioni alla stampa di politici che chiedono e prevedono una condanna a morte per Saddam Hussein e coimputati.

L’impiccagione dei condannati – prevista per legge entro 30 giorni dalla sentenza definitiva – sarebbe un modo per chiudere un lungo e scabroso capitolo della storia in cui il ruolo di nessuno dei maggiori attori internazionali è esente da sospetti, un modo spiccio per silenziare la giustizia offesa da estese violazioni dei diritti umani che vanno assai al di là di ciò che viene attualmente contestato a Saddam.

Non sembra comunque che la conoscenza della verità sulle vicende irachene degli ultimi decenni interessi più di tanto l’opinione pubblica internazionale, peraltro abbastanza pessimista sulla correttezza dell’attuale processo a Saddam e scarsamente favorevole all’esecuzione capitale di costui. L’8 marzo sono stati resi noti i risultati di un sondaggio di opinione eseguito tra il 10 e il 19 febbraio dall’Ipsos per conto dell’Associated Press in otto paesi ‘alleati degli USA’ (Inghilterra, Canada, Francia, Italia, Germania, Corea del Sud, Messico e Spagna) oltre che negli Stati Uniti. Solo negli USA la grande maggioranza dei cittadini (i tre quarti) ritiene che Saddam sia sottoposto ad un giusto processo. Negli altri otto paesi si va da un massimo del 60% di persone che credono nella correttezza del processo a Saddam (Italia e Inghilterra) ad un minimo del 20% (Corea). Scarsissima è la fiducia nell’equità del processo anche in Francia (44%), in Messico (30%) e in  Spagna (27%). Solo negli Stati Uniti, tra i paesi toccati dal sondaggio, si trova una maggioranza di cittadini (il 57%) a favore della pena di morte per Saddam Hussein.

5) ALLA FINE DI UN TORMENTATO PROCESSO, MOUSSAOUI  SI DICE COLPEVOLE

 

Tirando un colpo basso ai sui avvocati, il 27 marzo Zacarias Moussaoui, sotto processo per terrorismo in Virginia, ha improvvisamente cambiato atteggiamento dichiarandosi colpevole di aver tramato per gli attentati dell’11 settembre del 2001. Con tale autoincriminazione – che invero appare poco plausibile – ha cercato di spianare con le sue stesse mani la strada verso l’esecuzione capitale perseguita per quattro anni dal governo americano. Moussaoui ha dichiarato di essere stato destinato a lanciarsi, alla guida di un quinto aereo di linea, contro la Casa Bianca l’11 settembre 2001, insieme al ‘bomber con la scarpa’ Richard Reid (uno strano personaggio che fu catturato dai passeggeri su un aereo il 22 dicembre 2001 mentre armeggiava ‘per far esplodere una carica che aveva in una scarpa’).

Il 29 marzo la giuria ha cominciato le sue deliberazioni al termine di tre settimane di udienze, dopo il raggiungimento di un compromesso tra l’accusa governativa e la giudice presidente Leonie M. Brinkema. Quest’ultima si era infatti scontrata frontalmente con l’accusa perché Carla J. Martin, un avvocato governativo, aveva imbeccato sette testimoni in modo pesante e irrituale. La Giudice, decisa a penalizzare il governo revocando l’opzione della pena di morte, aveva infine ceduto a condizione che venissero eliminate le deposizioni dei testimoni impropriamente istruiti.

Il caso contro Moussaoui è stato tuttavia costruito sulle carte piuttosto che sulle testimonianze. In aula sono state prodotte dozzine di documenti cosparsi di ‘omissis’. Tra di essi anche un’informazione scritta resa dalla C.I.A. sulle dichiarazioni fatte dal presunto organizzatore degli attacchi dell’11 settembre 2001, Khalid Sheikh Mohammed. Costui è uno dei tre esponenti di al-Qaeda – in detenzione in incommunicado in località segrete sotto interrogatorio da anni e forse sotto tortura  - che la difesa aveva citato come testimone e che il governo si era rifiutato di presentare, sia pure per video conferenza, adducendo ragioni di sicurezza nazionale (v. ad es. n. 122).  Neanche dalle asserite dichiarazioni di Mohammed, come dalle estese indagini condotte dal governo, era emersa una connessione diretta di Moussaoui con gli attentati dell’11 settembre. Rimaneva confermato quello che Moussaoui aveva detto, cioè che egli era un semplice esecutore pronto a candidarsi per un attentato suicida di là da venire. Ma niente di più.

Secondo la difesa Moussaoui è un bugiardo connaturato, un bugiardo letteralmente incapace di dire la verità, che ha mentito durante il processo accusandosi di complicità negli attentati dell’11 settembre.

Secondo l’accusa, invece, Moussaoui è un bugiardo per aver mentito all’F. B. I. al momento del suo arresto nell’agosto del 2001, omettendo di mettere il governo sull’avviso per evitare gli imminenti attentati. Per l’accusa ciò che ha detto Moussaoui il 27 marzo è la pura verità.

La difesa ha obiettato che una eventuale confessione di Moussaoui non avrebbe evitato gli attentati perché la stessa F. B. I. e la C.I.A., che avevano ripetutamente segnalato il pericolo di attentati suicidi con aerei, non erano state ascoltate.

Ora i giurati devono scegliere tra la tesi logica e plausibile della difesa e la tesi dell’accusa, forzata per ottenere una condanna capitale dell’imputato. Per poter condannare a morte Moussaoui, occorre infatti che la giuria si convinca che egli è responsabile al di là di ogni ragionevole dubbio almeno del decesso di una delle vittime dell’11 settembre del 2001.

La decisione della giuria sulla ‘eleggibilità’ di Moussaoui per la pena capitale è attesa nei primi giorni di aprile. In caso affermativo, in una successiva fase del processo gli verrà comminata una sentenza di morte o il carcere a vita.

 

 

6) RINNOVATO L’ATTO PATRIOTTICO: POTREBBE ACCELERARE LE ESECUZIONI

 

Dopo molte controversie e alcune modifiche che vengono incontro molto parzialmente alle preoccupazioni  delle organizzazioni per i diritti civili, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato in via definitiva il rinnovo del Patriot Act, la legge di emergenza anti terrorismo fortemente voluta dall’amministrazione Bush. Nel nuovo Patriot Act, operativo dal 9 marzo, è stata inserita una ‘miscellanea’ di testi legali che nulla ha a che fare con il terrorismo, tra cui una norma che intende limitare fortemente le possibilità dei condannati a morte di ottenere un rinvio dell’esecuzione nel corso degli appelli alle corti federali.

 

Nonostante lo stallo dello “Streamlined Procedures Act” (v. n. 131), gli assertori di una accelerazione delle esecuzioni capitali negli Stati Uniti non si sono arresi ed hanno pensato di rifarsi all’AEDPA (Antiterrorism and Effective Death Penalty Act). Tale pacchetto legislativo firmato dal presidente Clinton nel 1996 dopo l’attentato compiuto da Timothy MacVeigh a Oklahoma City, prevede infatti il cosiddetto “fast track”, un’autorizzazione che permette di ottenere un taglio dei tempi concessi per l’appello di habeas corpus federale in quegli stati in cui la competente Corte federale d’Appello stabilisca  che viene fornita un’adeguata difesa legale ai condannati a morte.  

Questa clausola non è stata mai messa in atto, perché in nessuno stato è stata ravvisata l’adeguatezza della difesa legale dei condannati, ma potrebbe accadere ora, in particolare in uno stato come la California, in cui il protrarsi degli appelli porta ad oltre 20 anni la detenzione media dei condannati a morte. Con la firma del rinnovato Patriot Act, infatti, cambiano le regole del “fast track”: non sarà più un giudice federale a stabilire l’adeguatezza della difesa legale in uno stato, adesso il compito è demandato all’U.S. Attorney General (il Ministro della Giustizia degli USA), che nella fattispecie è il famigerato Alberto R. Gonzales. Come sappiamo bene, questi è un fedele amico di George W. Bush e un accanito sostenitore della pena di morte (v. ad es. nn. 109, 123).

Affidare ad una persona come Gonzales la tutela dei condannati a morte, secondo David Elliot, portavoce della National Coalition to Abolish the Death Penalty, sarebbe “come far difendere il pollaio dalla volpe”.

Se l’Attorney General stabilirà che in alcuni stati, come la California (e persino, perché no, il Texas), i condannati a morte sono adeguatamente rappresentati e difesi, l’iter giudiziario di questi ultimi potrebbe abbreviarsi molto, anche di 5 anni, aumentando la possibilità di spaventosi irrimediabili errori giudiziari. Attualmente le corti federali possono sospendere le esecuzioni capitali in previsione di un appello, ma con il fast track le sospensioni potranno essere disposte solo dopo l’effettiva presentazione di un appello e, inoltre, gli aspetti su cui potrà esercitarsi il potere di revisione delle corti saranno ridotti.

Le associazioni di avvocati difensori e le organizzazioni per i diritti umani sono insorte, sottolineando la gravità della nuova norma. Questo ci fa sperare che un simile provvedimento non venga mai attuato o almeno che i ricorsi contro la sua applicazione ne ostacolino a lungo l’efficacia.

(Grazia)

 

 

7) PETIZIONE PER WEBBY CHISANGA AL PRESIDENTE DELLO ZAMBIA

 

Sono quasi tre anni che cerco di mantenere una corrispondenza con un detenuto rinchiuso nel carcere di Mukobeko nella città di Kabwe in Zambia, sezione condannati all’impiccagione.

Si tratta di Webster Chisanga, per il quale ho preparato una petizione che vi prego di scaricare dal sito http://www.giovanipace.org/modules.php?name=News&file=article&sid=709 

Cliccate su ‘Petizione in inglese’, firmate la petizione e inviatela a me, oppure direttamente a:

Mr. Charles Mulenga  - Amnesty International Zambia - PO Box 40091 - Mufulira ZAMBIA

E’ possibile anche firmare la petizione ‘ON LINE’.

Credo di dovervi dire qualcosa sul caso di Webby che si dichiara innocente dal ’93. Forse non è molto diverso da quello di altri condannati a morte, anche se egli sostiene che un caso simile non si è mai verificato. In effetti, dopo essere stato condannato a morte, in conseguenza dell’appello presentato alla Corte Suprema fu spostato dal braccio della morte nella sezione riservata a detenuti comuni. Purtroppo dopo due anni fu nuovamente riportato nella sezione dei condannati a morte.

Un giorno Webby mi chiese di contattare Amnesty in Inghilterra, lo feci e provai anche alla sede di Mufulira in Zambia. Dall’Inghilterra mi scrissero che forse Webby aveva trovato un loro opuscolo distribuito nelle carceri, ma che non sono in grado di fare molto. Il fatto è che da molti anni in Zambia non si uccide più nessuno perché il Presidente Mwanawasa non firma sentenze di morte ed anzi ha istituito una Commissione per rivedere i casi capitali.

Ma con tutte queste belle notizie Webby e i suoi 5 o 6 compagni di cella affrontano anche giorni di completo digiuno, perché di cibo non ce n’è, soprattutto in periodi di carestia. Normalmente si mangia una volta al giorno il cibo cucinato dai detenuti non condannati a morte. Attualmente Webby è ospitato nel carcere di Lusaka perché è stato operato da pochi giorni nella capitale per problemi alle vie urinarie.

Scrivi scrivi, ho avuto la risposta insperata del responsabile di Amnesty Zambia.  Poi ho scoperto che un familiare di un mio collega di lavoro ha una sorella, Tiziana, che vive a Lusaka in Zambia. Tiziana è diventata recentemente avvocato e - anche grazie a Mr. Mulenga di Amnesty – ha potuto visitare più volte Webby. Sono state anche fatte ricerche negli incartamenti della Corte Suprema dal suo avvocato che non vuole un soldo.

Ora la situazione è questa: ad Ottobre ci saranno le elezioni in Zambia e prima di allora deve essere formulata una domanda di grazia all’attuale Presidente dello Zambia, personalmente contrario alla pena di morte.

“…Entro quel termine, per avere il perdono del Presidente, occorre una petizione scritta a mano da Webby accompagnata da una lettera di un assistente sociale e se possibile, anche da un rapporto medico sulla salute di Webby. La petizione sarà accompagnata dalla vostra lettera e, se possibile, da una petizione da parte di Amnesty International…” Questo scrive l’avvocato.

Il Sermig di Torino ha gentilmente accettato di ospitare nel proprio sito una pagina contenente le informazioni su di lui dando anche la possibilità di sottoscrivere on line la petizione.

Come ho detto all’inizio, chi lo desidera può scaricare la petizione in inglese (f.to Word o Pdf), firmarla ed inviarla a me, oppure direttamente in Zambia, oppure, infine, firmarla on line.

Che dire ancora dopo tutto questo? C’è bisogno delle vostre adesioni!

Se il Presidente concede il ‘pardon’ cosa succederà a Webster Chisanga?

”… Se il Presidente concede il pardon, Webby verrà scarcerato, se no, allora sembra che rimarrà a vita in prigione, poiché dubito che un qualsiasi presidente firmi la condanna a morte date le continue richieste per l'abolizione della pena di morte.”

Ultimamente alcuni detenuti sono stati scarcerati in Zambia, Webby mi riferisce che questi avevano un supporto esterno.

Se con la mia scarsa conoscenza dell’Inglese sono riuscito, solo tramite l’invio costante di email e di lettere, ad avere il supporto del locale responsabile di Amnesty e di un avvocato che segue il caso, e in più anche la loro amicizia, forse una vostra firma farà la differenza nella vita di Webby.

Grazie! 

Secondo Mosso  - Via della Conceria 2/A - 10028 Trofarello (TO) - m_secondo@iol.it

 

 

8) PRATO IN PRIMA LINEA CONTRO LA PENA DI MORTE

 

Gli organizzatori dell’evento abolizionista di Prato del 17 e 18 marzo, a conclusione dell’iniziativa hanno diffuso il seguente comunicato stampa che volentieri pubblichiamo

 

Un grande successo ha accompagnato la due giorni che ha visto Prato in prima linea contro la pena di morte nelle giornate del 17 e 18 marzo.

L’associazione Derek Rocco Barnabei infatti, insieme alla cooperativa Pane&Rose, con il patrocinio di Provincia e Comune di Prato, grazie a innumerevoli sforzi sono riusciti nell’intento di organizzare una serie di incontri, prima con gli studenti dell’I.S.I.T- Gramsci Krynrs, poi presso Officina Giovani e infine nella Sala del Consiglio Comunale, che ha visto la partecipazione attiva di circa ottocento persone in maggioranza giovani.

Quattro i relatori, Shujaa Graham, ex condannato a morte, Magdaleno Rose Avila, ex membro di una gang e ora educatore di ragazzi di strada, Cecilia Negri e Katia Rabacchi, fondatrici del Comitato Modenese contro la Pena di Morte che hanno fornito una visione a 360 gradi su quello che è il mondo della pena capitale negli Stati Uniti d’America.

Il grande coinvolgimento emotivo offerto, unito all’utilizzo di “linguaggi alternativi”, hanno portato, in particolare i giovani della città di Prato, a restare particolarmente coinvolti nell’iniziativa, tanto da chiedere, e ottenere, la realizzazione di una quarta conferenza non prevista presso l’istituto Copernico.

Oltre agli interventi, infatti, si è cercato di comunicare con gli studenti attraverso l’utilizzo di un video, realizzato da Katia Rabacchi, la lettura di poesie e di una lettera scritta appositamente agli studenti da un condannato detenuto dal braccio della morte del Texas. Questo, unitamente al contributo fornito dal gruppo di danza Hip Hop Blak Soulz di Modena e alle coreografie studiate dal coreografo Endro Bartoli per questa occasione, ha permesso di parlare attraverso un linguaggio comune, affrontando un tema controverso e delicato come questo.

Tanti incontri e discussioni, insomma, che speriamo possano continuare a lungo e sfociare nel coinvolgimento di sempre più persone nella lotta per i diritti umani.

9) A PAOLO CIFARIELLO UN MERITATO RICONOSCIMENTO

 

Con grande gioia informiamo i nostri soci, gli amici e i simpatizzanti del Comitato Paul Rougeau che a Paolo Cifariello, basilare membro dello staff e nostro carissimo amico e compagno di strada in tante vicende liete e tristi, è stato conferito il Premio per la Pace “Livia Cagnani”, un riconoscimento che viene dato ogni anno dalla Provincia di Piacenza ad un suo cittadino.

A quanti conoscono meno bene Paolo, vogliamo ricordare per sommi capi il suo curriculum.

Paolo Cifariello è nato nel 1942 a Piacenza, città nella quale è vissuto e ha lavorato per decenni come bancario. Come avviene nella maggioranza dei casi, ha fatto il lavoro che ha trovato, non quello di elezione: avrebbe voluto fare il maestro d'asilo ma questa professione era riservata per legge a personale di sesso femminile. (Oggi ha però modo di dimostrare il suo talento psicologico e pedagogico nei confronti dei più piccini, seguendo con amore la crescita dei suoi nipotini.)

Ha una moglie valorosa, Olga. Ungherese, laureata in architettura a Budapest e in seguito anche a Firenze con l’aiuto di Paolo, Olga ha saputo sostenere Paolo nelle sue stressanti attività per i diritti umani.

I rapporti con l'Ungheria sono stati costanti per Paolo e negli ultimi anni i suoi soggiorni a Budapest si sono fatti più lunghi e frequenti.

Paolo ha 2 figlie entrambe sposate, la prima di 26 anni, la seconda di 29 che è stata adottata all'età di 3 anni. Ha in qualche modo ‘adottato’ altri giovani che avevano bisogno di un aiuto, tra cui un palestinese.

Compatibilmente con gli impegni di lavoro e familiari, Paolo si è sempre interessato di diritti umani, di ambiente, di volontariato e si è iscritto a varie associazioni di questo tipo. Per un anno ha collaborato con un'associazione che assiste a domicilio i malati di AIDS.

E’ iscritto ad Amnesty International da oltre 20 anni come socio attivo, e con questa associazione ho collaborato ad attività tendenti all’abolizione della pena di morte.

La sua amicizia con Gary Graham, afro-americano condannato a morte in Texas, è cominciata per caso, dopo aver letto sul bollettino di Amnesty International l'appello di una suora francescana che chiedeva aiuto per lui. Graham aveva infatti bisogno di una efficace difesa legale per  dimostrare la propria innocenza.

Paolo ha contribuito in tutti modi, anche pagando di tasca propria, alla difesa legale di Gary Graham, ricevendone sincere e bellissime parole di ringraziamento. Nel 1998 è andato in Texas a conoscere il prigioniero di persona. L’amicizia con Gary Graham, che ha prodotto anche un profondo scambio a livello personale, è durata dal 1991 al 2000, quando, nonostante una drammatica mobilitazione internazionale in suo favore, Graham è stato ‘giustiziato.’

Gary Graham, dalla prigione, ha curato per anni un progetto socio-politico non violento di riscatto dei detenuti e di educazione del pubblico americano che si esprimeva in un periodico, l'ENDEAVOR, di cui Paolo Cifariello fu collaboratore e referente per l'Italia.

Nel frattempo, su segnalazione di Amnesty International, Paolo Cifariello è entrato in contatto con il Comitato Paul Rougeau. Dal 1994 ininterrottamente ha fatto parte del Consiglio direttivo del Comitato, con l’incarico di tesoriere, contribuendo fortemente e intelligentemente alle scelte operative della nostra associazione. Basandosi sulla sua esperienza bancaria, ha anche svolto il prezioso e pesante lavoro di inoltrare offerte in denaro di  italiani che corrispondono con detenuti in diverse parti del mondo, detenuti per lo più condannati a morte.

Paolo Cifariello, sia a titolo personale che come socio di Amnesty International e del Comitato Paul Rougeau, ha partecipato a numerosi eventi sulla pena di morte, tenendo conferenze aperte al pubblico e nelle scuole, ha scritto articoli su giornali e riviste, sia italiani che statunitensi. Ha rilasciato frequentemente interviste ai media sull'argomento.

In seno al Comitato Paul Rougeau ha maturato la convinzione che il caso di Gary Graham sia emblematico di come il sistema giudiziario statunitense ha funzionato e continua tuttora a funzionare. E’ convinto che finché la pena di morte continuerà ad esistere e ad essere applicata, questo caso possa servire nella lotta per farla abolire. Ha contribuito pertanto, con un ruolo rilevante, alla realizzazione di un libro sul caso personale e giudiziario di Gary Graham. Ha fornito la maggior parte della robusta documentazione autentica su cui il libro è basato.  Del libro, come molti di voi sanno, è uscita nel 2004  una traduzione italiana a cura del Comitato Paul Rougeau, con il titolo: “Muoio assassinato questa notte” (che tutti possono ottenere richiedendocela per lettera o per e-mail a mailto:prougeau@tiscali.it )

E adesso, due parole su Livia Cagnani a cui è intestato il premio che Paolo riceverà. Livia, un’insegnante di francese scomparsa da diversi anni, è stata promotrice a Piacenza del Gruppo Italia 6 di Amnesty International (uno dei primi gruppi nati in Italia) ed ha attivamente appoggiato in tutta la sua vita i movimenti del Terzo Mondo che volevano affrancare il loro paese dal dominio coloniale straniero. Il movimento per l’indipendenza dell’Algeria (1954-1962) ha trovato in lei una strenua sostenitrice, convinta che per la pace nel mondo fosse indispensabile la fine del colonialismo.

A suo nome è stato pertanto istituito un premio che viene assegnato ogni anno dalla Provincia di Piacenza a chi contribuisca al raggiungimento della pace mondiale.  La promozione dei diritti umani e l’abolizione della pena di morte sono considerati fattori essenziali della pace nel mondo.  Per questo il premio del 2006 è stato assegnato a Paolo Cifariello. Verrà consegnato nel corso di un convegno che si terrà a Piacenza il 21 aprile alle ore 21 nella Cappella Ducale di Palazzo Farnese.

Il premio verrà conferito sotto forma di un’opera realizzata dagli studenti del Liceo Artistico di Piacenza e di una somma di 5000 euro. Paolo, che avrebbe ovviamente potuto tenere per sé il denaro, ha invece già reso nota la decisione di devolvere intermente la somma, ripartendola in parti uguali fra Amnesty International, Emergency e ed il Comitato Paul Rougeau.

Ovviamente, siete tutti invitati a presenziare alla premiazione, sia per il piacere di salutare in quell’occasione Paolo, sia per ascoltare nelle sue parole la testimonianza di un grande sostenitore dei diritti umani.

A nome di tutto il Comitato, ci congratuliamo vivamente con il nostro amico per questo meritatissimo riconoscimento e lo ringraziamo ufficialmente del grande onore che ci procura l’averlo tra i nostri soci più attivi, fedeli e stimati. Bravo, carissimo Paolo! (Grazia)

 

 

10) RICHIESTE DI CORRISPONDENZA

 

Cari amici, ho avuto il vostro indirizzo e-mail dalla signora Gabriela 'Ela' Rotoli (Death Penalty Coordinator - Coordinamento pena di morte di Amnesty International). Mi chiamo Sabrina Giammattei e un mio amico di penna (che si trova nel braccio della morte) mi ha scritto che due suoi compagni vorrebbero corrispondere con qualcuno. Mi permetto di inviare i loro nominativi nella speranza che possiate trovare per ognuno di loro almeno un amico. Chiedo inoltre se potete segnalarmi all’indirizzo mailto:giammattei@email.it qualche recapito a cui possa inoltrare analoga richiesta in modo che la possibilità di trovare un corrispondente sia più ampia.

Scrivete dunque a:

 

Quintin Jones #999379

Polunsky Unit D/R
3872 F.M. 350

South Livingston -Texas 77351 USA

 

Willie Tyrone Trottie #999085  

Polunsky Unit D/R

3872 F.M. 350

South Livingston -Texas 77351 USA

 

11) NOTIZIARIO

 

Iraq. Impiccati 13 insorti. Il governo iracheno ha comunicato l’esecuzione per impiccagione di 13 prigionieri accusati di ribellione violenta contro l’attuale regime, rendendo noto il nome di un solo condannato, Shukair Farid. E’ la prima volta che dei militanti vengono ‘giustiziati’ dopo la caduta del regime di Saddam. A settembre l’Iraq, per la prima volta nel dopo Saddam, aveva messo a morte tre criminali comuni.

 

Texas. Annullato il processo capitale di Anthony Graves. Accusato della partecipazione ad una strage compiuta da tale Robert Earl Carter nel 1992, in cui furono uccisi Bobbie Joyce Davis di 45 anni, sua figlia di 16 anni e quattro nipotini di età compresa tra 4 e 9 anni, Anthony Graves era stato condannato a morte solo in base ad una testimonianza di Carter. Testimonianza poi ritrattata più volte, fin sul lettino dell’iniezione letale, dove Carter morì nel 2000 (v. nn. 98, 100, 122). Per merito degli avvocati di Graves, dei suoi sostenitori e degli studenti di giornalismo che hanno effettuato le investigazioni in suo favore negli ultimi tre anni, il 3 marzo la Corte d’Appello federale del Quinto Circuito ha annullato il processo del 1994. E’ venuto fuori infatti che la notte prima del processo Carter dichiarò al procuratore distrettuale Charles Sebasta di aver commesso il delitto da solo. Carter inoltre implicò sua moglie Theresa. Sebasta avrebbe dovuto mettere al corrente di queste dichiarazioni la difesa di Graves ma non lo fece. “Se le due dichiarazioni fossero state rese note, l’approccio difensivo potrebbe essere stato assai differente e probabilmente molto efficace” ha scritto il giudice W. Eugene Davis nella sentenza. Ora, sta all’accusa decidere se appellarsi contro la sentenza di annullamento, ovvero riprocessare Graves o lasciarlo libero.

 

Texas. Fissata la data per Mauriceo Brown, coimputato con Kenneth. Il compagno di Kenneth Foster, accusato di aver ucciso, nel corso di una tentata rapina commessa il 15 agosto 1996 a San Antonio, il giovane Michael La Hood, figlio di un noto avvocato texano, ha esaurito gli appelli e la data della sua esecuzione è stata fissata per il 19 luglio. Mauriceo Mashawn Brown, processato insieme a Kenneth, fu condannato a morte per aver ucciso La Hood mente Kenneth si trovava all’interno della propria auto a parecchi metri di distanza. Come sappiamo, la sentenza capitale di Kenneth Foster è stata annullata un anno fa perché al processo “non sono state portate alla giuria prove che Foster intenzionalmente incoraggiò, diresse, agevolò o cercò di assecondare l’uccisione di La Hood da parte di Brown” (v. n. 127).

 

Texas. Fissata la data per Greg Summers. Un giudice di Abilene ha fissato per il 25 ottobre l’esecuzione capitale di Gregory Lynn Summersnonostante sia ancora pendente un suo ricorso alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Come narrato nell’opuscolo del Comitato Paul Rougeau, Gregory Summers è stato accusato di essere il mandante dell’uccisione dei suoi genitori adottivi e di uno zio che furono spietatamente accoltellati nel 1990. Tale Andrew Cantu, ritenuto l’esecutore materiale della strage, è stato messo a morte nel 1999. Greg, divenuto da oltre un decennio molto amico di Caterina Calderoni, ha ricevuto da lei e da due signore olandesi ingenti fondi per la propria difesa legale. Purtroppo il grande sforzo fatto in suo favore rischia di essere vanificato dall’inesorabile macchina della morte del Texas. Caterina non ha perso la speranza e insieme a lei ci auguriamo che nei prossimi mesi si abbia la tanto sospirata svolta nel caso giudiziario di Gregory. Potete visitare il sito www.springforsummers.org realizzato per Greg da Caterina Calderoni; in esso è descritto l’iter giudiziario del condannato e sono anche riprodotte suggestive pitture da lui realizzate nel braccio della morte.

 

Texas. Nuova condanna a morte per Max Soffar. E’ un caso ‘forte’ quello di Max Soffar, amico di Kenneth e da lui intervistato per noi (v. n. 114). Informatore della polizia e drogato, Soffar fu arrestato perché guidava una moto rubata. Per alleggerire la sua posizione offrì delle informazioni su un delitto avvenuto un mese prima, il 13 luglio 1980: l’assassinio di tre persone in un impianto di bowling. Messo alle strette dalla polizia desiderosa di chiudere quel caso eclatante, Max aveva ‘confessato’ sotto insostenibili pressioni di essere l’autore della strage, dando per altro versioni dell’accaduto poco coerenti con i rilievi effettuati a suo tempo. In seguito aveva ritrattato. I suoi avvocati erano riusciti ad ottenere una brillante vittoria legale presso la Corte d’Appello federale del Quinto Circuito alla fine del 2004: l’annullamento del processo del 1981 a causa della pessima difesa legale che ricevette allora. Si imponeva pertanto il rilascio di Soffar a meno che non si fosse disposto un nuovo processo per lui. L’accanimento dell’accusa ha portato di nuovo in giudizio Max Soffar a 25 anni dai fatti. Purtroppo lo scontro aspro tra la difesa, sostenuta dagli avvocati Kathryn Kase e Stanley Schneider, e l’accusa, condotta con accanimento da Lyn McClelland, si è risolta con una vittoria di quest’ultima: la giuria ha preferito credere alla sua tesi e Max Soffar il 2 marzo si è visto rispedire una seconda volta nel braccio della morte. Ora per lui ricomincia il lungo iter degli appelli. Speriamo bene. Per lui e per la giustizia.

 

Usa. Celebrato il 1° marzo l’Abolition Day. Il primo marzo del 1847, anche in conseguenza di alcuni tragici errori giudiziari, venne abolita la pena di morte nello stato del Michigan. Ricordando questo evento, ogni anno gli abolizionisti americani si mobilitano il 1° marzo. Molti, soprattutto negli USA, ritengono che il 1° marzo dovrebbe essere la ‘giornata mondiale’ contro la pena di morte, in concorrenza con il 10 ottobre, data promossa dalla Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte e con il 30 novembre, anniversario della prima abolizione dalla pena di morte (il 30 novembre del 1786 fu abolita la pena capitale nel Granducato di Toscana), data sostenuta soprattuto dalla  Comunità di Sant’Egidio.

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 31 marzo 2006

 

 

 

 

Mr. Doug Dretke, Director

Correctional Institutions Division

P. O. Box 99

Huntsville, TX 77342 -  USA

 

                                                                       c. c.      The Hon. Rick Perry Governor of Texas

                                                                                   Houston Chronicle

                                                                                  The Dallas Morning News

 

Dear Mr. Dretke

 

We are friends of death row inmates at the Polunsky Unit: we have been corresponding with them for months, in some cases for years, trying to help them by any means per­mitted, including some little economic support. We approach you with the hope that our appeal will not be cast aside, as it is meant with the most respectful and honest intentions.

 

We wish to express our concern regarding the conditions of our inmate friends, including the deprivation of some of their basic needs.

 

They have been accused and condemned for horrible crimes: their death sentence has been pronounced, and they are simply waiting to be executed. This in itself is already an extreme form of punishment.

 

We of course do not wish to question capital punishment (this is not the proper time nor forum), but we would like to respectfully point out that some conditions are beyond human decency, not just for those subject to those conditions but for those who inflict them as well.

 

Some rules and practices are harsh (isolation, no contact during visits with family members, disruption of the night-day cycle, restricted cells, extreme levels of punishments, no possi­bility of working, etc.), all are obviously meant to emphasize their status as non-persons. But there are events which fall outside of boundaries set by the rules themselves, approaching pure cruelty.


The prisoners are caged and rendered harmless, in many cases still relatively young, with the knowledge that a gurney and needle awaits them. The system is so structured as to deprive them of social dignity, still, limits should be posed to prevent wanton and arbitrary treatment.

 

We hope you will take our petition for a more humane treatment into consideration. We who are by their side daily know that despite their deeds (often committed at a young age) and in some cases even innocent of any crime, there beats a heart and soul inside of them.

 

In recognition of that heart and soul we ask you to take but a little step, to restore and reintroduce a decent standard of treatment for the inmates.

 

Respectfully

 

 

 

 

Mr. Doug Dretke, Director

Correctional Institutions Division

P. O. Box 99

Huntsville, TX 77342 -  USA

 

                                                                       c. c.      The Hon. Rick Perry

Governor of Texas

 

                                                                                   Houston Chronicle

                                                                                  The Dallas Morning News

 

 

Dear Director Dretke,

 

With this letter we wish to bring to your attention the quite serious problem of the conditions of detention of death-row prisoners in Texas.  We do this with no preconceived hostility in your regard or with regard to the institutions that you represent, but in the attempt to be objective and most respectful, and hoping to have the possibility of being heard and understood.

It is true that many among those sentenced to death are responsible for terrible actions, but this cannot be a reason to deny them the living conditions compatible with the inalienable rights and dignity inherent to all human beings.
Among the characteristics of prison treatment which are unacceptable in the third millennium, there are the following:

the total and perpetual segregation to which prisoners are subjected;

the unnatural wake-sleep rhythm which is imposed on them;

the terrible quality of food;

the extreme limitation of the periods of recreation and physical activity, undertaken moreover in isolation and squalid settings;

the climatic extremes which they must endure in winter and especially in summer;

the serious shortcomings in the medical care which they receive;

the intimate bodily searches they must undergo;

the grotesque punishments provided for by the regulations (for example, the food loaf, or the paper gown or paper mask);

the use of harsh chemical anti-personnel agents against them;

the denial of the possibility of performing work activities;

the absence of serious cultural and educational programs;

the denial of television which traditionally had been allowed to death-row inmates;

the constant, total denial of visitations with the possibility of physical contact.

It seems quite clear that at the basis of all this, there is the tragic confusion between security measures and merely afflictive measures sadistically inflicted on these prisoners.

With maximum respect, and also in friendship, we would thus like to kindly ask you to assume the responsibility for improving and rendering human the conditions of detention on death row in Texas.

Sincerely yours,