FOGLIO DI COLLEGAMENTO INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

Numero 95 - Marzo 2002

SOMMARIO:

1) Convocazione dell’Assemblea ordinaria dei Soci

2) Rivelate le caratteristiche dei ‘tribunali canguro’ 

3) Chiesta la pena di morte per il francese Moussaoui 

4) Ricetta per ottenere una condanna a morte 

5) “Buoni conservatori” o persone ottuse e pericolose? 

6) Mary Robinson paga il conto per la sua libertà 

7) Nel giuoco delle parti Housel viene comunque ucciso 

8) La ‘giustizia’ del Texas respinge Andrea Pia Yates nel baratro 

9) Safiya si salva ma l’uso della lapidazione persiste 

10) A Torino altri giovanissimi discutono sulla pena di morte 

11) Richiesta di corrispondenza 

12) Riunione del Consiglio direttivo dei giorni 25-26 marzo 2002 

13) Notiziario. Indiana. Louisiana.Texas. Usa 

1) CONVOCAZIONE DELL’ASSEMBLEA ORDINARIA DEI SOCI

L'Assemblea ordinaria dei Soci del Comitato Paul Rougeau è convocata per domenica 5 maggio 2002 alle ore 9 e 45’. L'Assemblea si terrà in Firenze presso la Biblioteca Comunale situata all'interno del Giardino dell'Orticoltura, Via Vittorio Emanuele II no 4. L'ordine del giorno è il seguente:

1. relazione sulle attività svolte dopo l'Assemblea del 22 aprile 2001;

2. situazione iscritti al Comitato;

3. illustrazione ed approvazione del bilancio per il 2001;

4. revisione delle quote associative;

5. rinnovo del Consiglio direttivo con ratifica dei nuovi ingressi del 26                marzo 2002;

6. rapporti con le altre associazioni/gruppi ed eventuali interventi di Ospiti        dell'Assemblea esterni al Comitato Paul Rougeau;

7. iniziative e proposte per il prosieguo delle attività (editoriali, telematiche,      interventi nella scuole, rapporti con i detenuti, campagne abolizioniste ...);

8. varie ed eventuali.

Firmato: Loredana Giannini, Presidente del Comitato Paul Rougeau

Avvertenze: La fine dei lavori è prevista per le ore 17 circa. Il luogo dell’Assemblea è raggiungibile dalla Stazione di Santa Maria Novella anche a piedi in 20’ (Stazione, piazza Adua, via Valfonda, Fortezza da Basso. Arrivati alla Fortezza si volta a ds e si fa un mezzo giro intorno ad essa, superando la fontana sulla sinistra e Viale Milton sulla destra. Ci si trova così di fronte il torrente Mugnone e via dello Statuto. Attraversato il Mugnone, a ds si percorre fino in fondo via XX Settembre e si arriva a destinazione). Con l’autobus n. 13: salire alla fermata Stazione/Largo Alinari; scendere alla fermata del Ponte Rosso (domandare al conducente). Con l’autobus n. 25: salire alla fermata Stazione/Piazza Adua; scendere alla fermata del Ponte Rosso. Infine con l’autobus n. 4: fermata all'uscita sn. della stazione (lato farmacia); scendere alla Fortezza; a piedi attraversare il ponte sul Mugnone e girare subito a ds in via XX Settembre. Percorrerla fino in fondo e imboccare via Vittorio Emanuele. N. B. Il 4 ferma più lontano ma è molto frequente. Per andare dalla Stazione alla Pensione (occorre prenotare tramite Loredana e arrivare entro le ore 23:30’) prendere l’autobus n. 17: salire alla fermata Stazione/Alamanni (direzione Verga) e scendere a Ponte al Pino. Per tutte le informazioni organizzative e per prenotare il pernottamento a Firenze contattare subito Loredana Giannini: tel. 055 474823 – email: paulrou@tin.it

2) RIVELATE LE CARATTERISTICHE DEI TRIBUNALI CANGURO

L’indipendenza del potere giudiziario è una delle regole cardine dello stato di diritto. Sembra che questa nozione elementare sia sconosciuta all’Amministrazione americana ed ai suoi consulenti legali. Oppure può darsi che lo stato di diritto sia da costoro considerato soltanto un’invenzione dei nemici della “giustizia infinita”.

Il 21 marzo il Ministro della Difesa americano Donald Rumsfeld per la prima volta ha spiegato in dettaglio le caratteristiche dei ‘tribunali canguro’, che lui preferisce chiamare ‘commissioni militari’, istituite con un Ordine di Bush per giudicare gli stranieri sospetti di appartenere ad Al Quaeda o al regime talebano. Gli Stati Uniti notificheranno presto agli ‘alleati’ il loro piano.

Rispetto a quanto annunciato inizialmente, Bush e Rumsfeld hanno deciso di concedere agli imputati – almeno formalmente - qualche diritto in più, quali il diritto alla “presunzione di innocenza” fino alla sentenza e il diritto all’affermazione della colpevolezza “al di là di ogni ragionevole dubbio”.

Rimangono tuttavia gravissime preoccupazioni per la regolarità dei processi e, dal momento che già le normali procedure si prestano ad influenze politiche e a gravi errori giudiziari, si può ben immagi¬nare quale sarà la qualità delle sentenze emesse da queste “commissioni” formate da militari scelti dallo stesso Rumsfeld.

I giudici (da tre a sette) per ragioni di sicurezza potranno anche rimanere invisibili (incappucciati?) ed anonimi. La stessa Amministrazione sceglierà, tra i militari, gli accusatori ed il personale ausiliario ed esaminerà gli eventuali appelli contro le sentenze (comprese quelle capitali) prima di consentirne l’esecuzione. Militari scelti dall’Amministrazione saranno gli avvocati difensori degli accusati. Gli accusati potranno comunque scegliere anche in una lista di avvocati civili sempre fornita dall’Amministrazione. Le condanne a morte dovranno essere decise all’unanimità e le altre condanne dalla maggioranza dei due terzi dei giudici.

Le “commissioni”, a differenza delle corti regolari statunitensi, potranno ammettere come prove il sentito dire, per esse avranno valore anche prove “di seconda mano” e testimonianze anonime se lo richiederanno ragioni di “sicurezza”. Le udienze saranno in linea di massima aperte al pubblico ma potranno anche essere segrete. L’accusa potrà chiedere di proteggere col segreto aspetti essenziali del materiale accusatorio, incluso il metodo con cui verranno raccolte (strappate?) le informazioni.

Vedremo probabilmente insediare commissioni militari in autunno a Cuba, vicino alle gabbie di Guantanamo Bay.

Alla serrata critica contro i “tribunali canguro” proveniente anche da diversi settori della più qualificata opinione pubblica statunitense, l’Amministrazione risponde con frasi del tipo: “I sospetti avranno i diritti e i privilegi che gli competono” così come si dice che i prigionieri di Guantanamo “vengono trattati tanto bene quanto vogliono gli americani.”

 

3) CHIESTA LA PENA DI MORTE PER IL FRANCESE MOUSSAOUI

Zacarias Moussaoui, l’unico accusato per gli attacchi dell’11 settembre compiuti dai dirottatori suicidi di quattro voli di linea americani, è cittadino francese. Per Moussaoui il 28 marzo è stata autorizzata la richiesta della pena di morte da parte del Ministro della Giustizia statunitense John Ashcroft. La Francia ha abolito la pena di morte da oltre venti anni ed è uno dei paesi più attivi nel movimento abolizionista. Ciò complica marginalmente il lavoro delle autorità americane.

Nei giorni precedenti la decisione di Ashcroft, che tutti davano per scontata, il governo francese, facendo conoscere la sua opposizione, ha ventilato la possibilità di rivedere gli accordi di cooperazione giudiziaria con gli USA. Il Ministro della Giustizia signora Marylise Lebranchu ha scritto alla controparte americana: “La Francia farà dei passi per rivedere l’accordo [di cooperazione] che richiede che ogni informazione trasmessa al sistema giudiziario degli Stati Uniti (…) non possa essere utilizzata da un’accusa che chiede la pena di morte.” Un grosso fascicolo conservato in Francia su Zacarias Moussaoui per ora non è stato trasmesso alle autorità americane. I legali dell’accusato e le organizzazioni per i diritti umani hanno chiesto alla Francia di interrompere da subito ogni cooperazione giudiziaria ma non sono stati ascoltati. Il Ministro degli Esteri Hubert Vedrine ha espresso “rincrescimento” per la decisione americana ma la Lebranchu ha detto che il suo paese continuerà a collaborare con gli USA “caso per caso” e “solamente se i documenti trasmessi non potranno essere usati per ottenere la pena di morte.” Per altro l’FBI, agevolata dalla DST francese, aveva cominciato ad interrogare i familiari di Zacarias Moussaoui in Francia, pur senza ricavare da loro alcuna risposta. Solo un fratello di Zacarias ha risposto alla convocazione ma ha rifiutato di deporre. Ha poi dichiarato: “Trovo estremamente scioccante che la polizia francese non mi abbia avvertito del fatto che ogni mia dichiarazione poteva servire all’accusa per chiedere la pena di morte per mio fratello (…) trovo mostruoso che chi vuole la pena di morte per mio fratello mi chieda di collaborare e che le autorità francesi abbiano acconsentito a tale richiesta.”

Zacarias Moussaoui, arrestato nel Minnesota in agosto, è stato accusato a New York ma poi, in dicembre, il suo caso è stato spostato in Virginia. Le ricerche di opinione mostrano che in Virginia i favorevoli alla pena capitale superano nettamente in percentuale la media nazionale, in tal modo l’accusa avrà una giuria più facile da convincere. Inoltre la Virginia fa capo alla ultra conservatrice Corte federale d’Appello del Quarto Circuito di cui è nota l’abitudine di approvare tutte le condanne a morte “apponendovi un timbro” (cioè senza entrare nel merito dei ricorsi avanzati dai condannati). Grande enfasi si sta dando al ruolo dei parenti delle vittime degli attentati: costoro già vengono intervistati (v. articolo seguente) e preparati dall’FBI per il ruolo che dovranno svolgere nella seconda fase del giudizio di Moussaoui (quella di irrogazione della pena capitale), con grande anticipo sull’inizio del processo fissato per il 30 settembre.

La cadenza e la natura dei passi fatti dalle autorità americane ci consentono di prevedere che contro Moussaoui si celebrerà il rito di un processo e di una esecuzione capitale spettacolarizzati, di valore simbolico, come avvenne per Timothy McVeigh la scorso anno. Solo che mentre McVeigh era direttamente responsabile dell’attentato di Oklahoma City, Moussaoui – già in carcere il 16 agosto – non può aver partecipato direttamente agli attentati dell’11 settembre. Il diritto americano è stato fino ad ora coerente nel riservare la pena di morte soltanto a chi fosse materialmente e direttamente implicato in gravi fatti delittuosi. Con una sostanziale forzatura della consuetudine statunitense, sono stati ora elevati sei capi di imputazione contro l’accusato, quattro dei quali comportano la pena capitale (cospirazione in atti di terrorismo, nella distruzione di aerei, nell’uso di aerei come strumenti di distruzione di massa, nell’uccisione di impiegati federali). Esperti giuristi assicurano che la Corte Suprema dovrebbe bloccare la probabile condanna a morte di Moussaoui. Ma, nel clima della “guerra al terrorismo”, nulla è garantito

4) RICETTA PER OTTENERE UNA CONDANNA A MORTE

Grazia ci invia il seguente commento sul caso di Zacarias Moussaoui che volentieri pubblichiamo

Zacarias Moussaoui era già in carcere da oltre un mese quando l’11 settembre i piloti suicidi si scaglia¬rono con i loro aerei contro le Torri Gemelle. Gli unici sicuri colpevoli del massacro prodotto dall’impatto (i dirottatori) sono già morti. E allora che fare? La gente, educata al culto della vendetta, vuole la vita di qualcuno… non basta che Bush abbia intrapreso in lontani paesi una oscura “guerra al terrorismo” - che ha già fruttato molte più vittime innocenti rispetto a quelle americane - ci vuole qualcuno da guardare in faccia e ammazzare con tutta calma al centro di un grande spettacolo nazionale. Occorre scegliere pertanto un capro espiatorio. Zacarias Moussaoui, 33 anni, cittadino francese, ha commesso il crimine di frequentare scuole di volo americane e sembra ci siano prove che sia stato in contatto con persone sospette. Ma non era in prigione al momento dell’attentato? Secondo l’accusa egli ha “usufruito delle opportunità educative disponibili in una società libera, allo scopo di acquisire conoscenze specialistiche nel pilotaggio di un aereo per uccidere quanti più Americani possibile”.

Questo basta per arrivare al processo, un processo che lo incrimina di cospirazione in un attentato, non potendolo incriminare di collaborazione diretta al medesimo. E a questo punto, prima ancora del verdetto finale, prima del dibattimento processuale, viene utilizzata con largo anticipo la “ricetta per ottenere una condanna a morte”.

Gli ingredienti sono semplici, ma ben amalgamati e di sicuro effetto: la prima mossa è di intervistare a tappeto familiari delle vittime dell’attentato dell’11 settembre. Nelle interviste, pubblicate sui giornali e trasmesse da tutti i notiziari, si chiede a persone che non si accorgono di quanto vengano strumentalizzate e ulteriormente fatte soffrire, che cosa vorrebbero per Moussaoui se “per caso” egli venisse riconosciuto colpevole. Le vittime di questa operazione (vittime due volte), sono, come tutti gli Americani, in parte favorevoli e in parte contrarie alla pena di morte, e lo dichiarano. Ma chiedere a loro quale pena vorrebbero per un accusato che non è stato ancora giudicato, non è intrinsecamente ingiusto? Non si sta già legando Moussaoui al lettino della camera della morte prima ancora di essere sicuri che abbia avuto un peso (un peso comunque indiretto) nell’attentato? Forse qualcuno se lo starà chiedendo, oltre a noi abolizionisti.

Ed ecco il secondo ingrediente della ricetta: entra in scena il “grande” Ministro della Giustizia Ashcroft, accanito sostenitore della pena di morte, al quale non pare vero di poter dare libero sfogo a tutto il suo livore. Dopo che Bush lo ha chiamato a governare, i fatti dell’11 settembre gli hanno dato mano libera per esercitare il suo potere sulla giustizia penale americana. Ashcroft, violando regole giuridiche e morali, indice una conferenza stampa (che viene trasmessa da tutte le reti televisive) nella quale, in veste di rappresentante ufficiale della giustizia, annuncia che se, sempre “per caso”, Moussaoui verrà dichiarato colpevole, egli, nel nome dell’America, cercherà di ottenere per lui la condanna a morte.

Questa dichiarazione, fatta solennemente davanti a milioni di telespettatori, non è il principio di una valanga che peserà indebitamente sulle future decisioni della giuria? E’ quanto ha obiettato anche dall’avvocato difensore di Moussaoui, Frank Dunham Jr., che ha definito ”disonorevole” il comportamento del Ministro della Giustizia.

La presa di posizione di John Ashcroft ha sollevato molte proteste anche da parte degli alleati europei degli Stati Uniti. Pur sapendo di incorrere nella riprovazione da parte di alleati che in questo momento sono molto utili all’America, Ashcroft non ha potuto astenersi dal rivelarsi tanto assetato di morte.

5) “BUONI CONSERVATORI” O PERSONE OTTUSE E PERICOLOSE?

Nel nostro quotidiano faticoso impegno per promuovere i diritti umani non abbiamo l’ambizione di costruire un mondo ideale ma solo di dare il nostro modesto contributo per l’avvento – incerto e tutt’altro che garantito – di un futuro di pace e di giustizia basato sul rispetto reciproco e sulla solidarietà.

Il mondo ideale caratterizzato da una “libertà duratura” e da “giustizia infinita” che con tanta sicumera perseguono i potenti della terra non si realizzerà mai. Sarebbe un’immensa prigione governata da feroci secondini. Nel loro delirio di onnipotenza - che gli impedisce di comprendere la complessità degli uomini e del mondo - alcuni di loro credono davvero di poter modellare il globo con la forza e il denaro. Il loro disegno è impossibile ed è inevitabile il crollo dell’attuale impero così come è avvenuto per tutti gli imperi del passato. E’ tuttavia in fase di rapida crescita una struttura pericolosa che farà sentire in suo effetto nei prossimi anni. Indebolire le garanzie dello stato di diritto, programmare una guerra dopo l’altra, brandire l’arma nucleare, sono gli aspetti spettacolari di una strategia che consiste anche nel mettere gli uomini giusti nei posti giusti.

Durante il suo lungo governatorato in Texas, George W. Bush aveva consentito (a tutti coloro che non chiudevano gli occhi) di capire quale uomo senza cuore e pericoloso egli fosse, al di là dell’etichetta rassicurante di “conservatore compassionevole”. Conseguito il massimo potere, Bush, chiamando a governare persone come John Ashcroft e Donald Rumsfeld, ha cominciato a tessere le fila di un ordito che avrebbe mostrato in seguito la sua complessiva pericolosità.

Il lavoro di scelta degli uomini, che continua tuttora sia negli Stati Uniti che al di fuori di essi, è estremamente ampio e complesso, qui vogliamo citare solo alcuni esempi tratti dalla cronaca del mese di marzo.

Il 18 marzo la NCADP (Coalizione nazionale americana per l’Abolizione della pena di morte) si è opposta frontalmente alla nomina, effettuata da Bush, del professor Paul Cassell a Giudice nella Corte federale distrettuale dello Utah, chiedendo al Senato di non ratificarla. Cassell è ben conosciuto per la sua campagna nazionale (perdente) contro la storica sentenza della Corte Suprema federale “Miranda contro l’Arizona” che stabilì che gli arrestati nei casi criminali devono essere informati dei loro diritti (ad avere un avvocato e a non rispondere a domande che possano auto-accusarli.) Egli inoltre ha sempre insistito sul concetto che gli innocenti non vengono condannati a morte negli Stati Uniti e che, an¬che se ciò accadesse, si potrebbe ben accettare la possibilità che degli innocenti vengano ‘giustiziati’: “Una corretta valutazione degli errori nei casi capitali – testimoniò Cassell in Senato - porta inesora¬bilmente a concludere che il rischio per la vita innocente che deriva dall’omissione di portare a termine le esecuzioni capitali emesse con le attuali garanzie è di gran lunga superiore a quello del tutto ipotetico di effettuare un’esecuzione per errore.” E’ nota inoltre la sua frase lapidaria: “Nessun innocente è stato giustiziato in questo paese negli ultimi cinquant’anni.” Molte altre sono state le iniziative di questo pupillo di Bush contro le garanzie degli accusati… tanto da far dubitare della sua intelligenza. Afferma Steven Hawkins Direttore della NCADP: “Cassell è anche non qualificato intellettualmente per sedere in una corte federale.”

All’opposizione democratica, che era riuscita a bloccare in Senato il 14 marzo la nomina presidenziale in una corte federale del giudice del Mississippi Charles W. Pickering, ritenuto troppo retrogrado, Bush ha risposto contrattaccando. Il Presidente, parlando a Dallas il 31 marzo durante un party repubblicano nel quale sono stati raccolti quasi due milioni di dollari, ha ribadito la sua intenzione di mettere “buoni giudici conservatori” nelle corti federali e di raccogliere immensi fondi da utilizzare per ottenere nelle elezioni di novembre una maggioranza repubblicana in un Senato che non gli ponga più ba¬stoni fra le ruote. Bush è già personalmente impegnato nel sostenere la campagna elettorale per il Senato di John Cornyn, attuale Ministro delle Giustizia del Texas (ricordate come costui lavorò per ottenere l’esecuzione capitale di Gary Graham?), un uomo che si distinse per il suo pedissequo ed ottuso collateralismo con Bush allora governatore ed aspirante presidente USA. Dotato di scarsa lungimiranza ma di grande attenzione al tornaconto politico a breve scadenza, Cornyn appoggiò sfacciatamente Bush ma, in seguito, con l’avvento del nuovo Governatore Perry cambiò alcune delle proprie posizioni fiutando un’aria leggermente diversa. “Dobbiamo avere persone come John Cornyn nel Senato degli Stati Uniti – ha detto George W. Bush a Dallas - affinché lavorino insieme alla Casa Bianca per avere un solido sistema giudiziario, per essere sicuri che i giudici facciano quello che si ritiene debbano fare negli Stati Uniti e non passino i loro confini.”

(Che importa se ai giudici e ai senatori manca qualsiasi apertura mentale ? Basta che siano “buoni conservatori” e collaborino con la Casa Bianca.)

6) MARY ROBINSON PAGA IL CONTO PER LA SUA LIBERTA’

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti umani Mary Robinson è stata in questi anni una voce libera e pura in difesa delle ragioni degli individui e dei popoli contro la violenza del potere. Se ha compiuto degli errori lo ha fatto schierandosi con i più deboli e i perdenti.

In diverse occasioni Mary Robinson ci ha sorpreso con le sue uscite, con dichiarazioni che associazioni per i diritti umani come la nostra, ed altre più importanti, non avrebbero avuto il coraggio di fare. Naturalmente la Robinson è stata una spina nel fianco degli Stati Uniti ai quali ha contestato puntualmente la prepotenza con cui si pongono al disopra della normativa internazionale sui diritti umani, in primis nel loro spietato, discriminatorio e ingiusto uso della pena di morte.

Le più recenti prese di posizione della Robinson riguardano lo status dei prigionieri di guerra afgani detenuti a Guantanamo e le perdite inflitte ai civili dai bombardamenti americani in Afghanistan. Ella oltre agli USA ha denunciato altri membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, come la Russia per le atrocità in Cecenia e la Cina.

Ora i nodi vengono al pettine. Il 18 marzo, durante l’inaugurazione dell’annuale sessione della Commissione ONU per i Diritti umani, Mary Robinson ha annunciato che dovrà lasciare a breve il suo incarico. Lo stesso giorno Reed Brody, Direttore di Human Rights Watch, ha espresso il suo profondo rammarico: “Mary Robinson paga il prezzo per la sua propensione ad opporsi ai governi potenti che violano i diritti umani (…) Ella ha fissato degli standard di candore e di forza che impegneranno i futuri alti commissari, siamo addolorati di perdere con lei un alleato.”

Anche se la Robinson non ha fatto cenno alla campagna degli Stati Uniti contro di lei, sono ben note le pressioni delle autorità statunitensi nei riguardi di Kofi Annan al quale hanno chiesto di non nominarla per il suo secondo mandato di tre anni.

“Su Kofi Annan grava l’oneroso impegno di non cedere ai governi che vogliono indebolire la voce dei diritti umani – ha dichiarato Brody – egli deve nominare qualcuno che abbia la stessa integrità e statura morale di Mary Robinson.”

7) NEL GIUOCO DELLE PARTI HOUSEL VIENE COMUNQUE UCCISO

Tracy Housel è stato ‘dichiarato morto’ alle 19 e 38’ del 12 marzo sul lettino dell’iniezione letale della Georgia, che sostituisce dall’anno scorso la sedia elettrica (sospettata di essere strumento di morte ‘crudele ed insolito’). Housel era provvisto di nazionalità britannica in conseguenza alla sua nascita nelle Bermude e l’avvocato difensore Clive Stafford Smith era riuscito a suscitare una forte mobilitazione in suo favore in Inghilterra a ridosso della data fissata per l’esecuzione. I numerosi appelli di semplici cittadini, di associazioni professionali e di autorità parlamentari e di governo, la partecipazione massiccia di rappresentanti della Gran Bretagna e di paesi dell’Unione Europea all’udienza tenutasi il giorno 11 davanti alla Commissione delle grazie non sono riusciti a scongiurare l’esecuzione.

Hanno firmato una petizione per Tracy Housel oltre 120 parlamentari britannici. Il Ministro degli esteri del Regno Unito Jack Straw ha personalmente telefonato al Governatore della Georgia Barnes. Durante l’udienza per la grazia sono state esibite lettere di Tony Blair e dell’arcivescovo di Canterbury.

In extremis l’avvocato Stafford Smith ha detto che solo una telefonata personale del Primo Ministro Blair alle autorità degli Stati Uniti avrebbe potuto salvare il suo assistito. La telefonata non c’è stata e ci possiamo spiegare il perché: l’Inghilterra dissente nettamente con gli Stati Uniti sulla pena di morte ma l’alleanza strettissima dei due paesi anglofoni impedisce che questo elemento di dissenso produca momenti di crisi nei rapporti tra i rispettivi governi. Insomma, di fronte alle questioni strategiche tutte le altre questioni passano in secondo piano, anche quelle riguardanti i diritti umani.

Non si sa bene quanti crimini Housel abbia commesso nel giro di due settimane nel lontano 1985, sotto l’effetto della droga e dell’alcool. La prima confessione di un omicidio gliela strappò la polizia del Texas con grande fatica. Una fatica che si potrebbe chiamare ‘tortura’: come ricorda Amnesty International, il prigioniero fu tenuto per tre mesi in isolamento senza poter fare una doccia, gli furono somministrate diverse volte scariche elettriche, anche tenendolo con i piedi nell’acqua.

Il condannato prima di morire ha espresso il suo pentimento “dal profondo del cuore” per l’uccisione dell’autostoppista Jean Drew di 46 anni per il quale ricevette la pena capitale. Egli non aveva mai negato i suoi crimini che però diceva di non ricordare in ragione dell’alterato stato mentale di allora. Anzi al processo, consigliato da un avvocato completamente sprovveduto in materia di reati capitali, ammise subito la sua colpevolezza ponendo fine alla prima e più importante fase del giudizio. Nella fase di irrogazione della pena il difensore omise di presentare forti circostanze attenuanti e numerosissimi testimoni che potevano alleggerire la posizione dell’imputato, invece l’accusa introdusse scorrettamente prove di tre ulteriori crimini mai in precedenza contestati all’accusato (tra cui l’omicidio in Texas) ed ottenne facilmente la condanna a morte.

In realtà se fossero state descritte alla giuria le condizioni in cui era cresciuto l’imputato e le sue alterate funzioni mentali, prodotte da una disfunzione endocrina che lui ‘curava’ con droga ed alcool, probabilmente non ci sarebbe stata una sentenza di morte. Tracy Housel nacque dal matrimonio di una quattordicenne con un quarantatreenne, entrambi poveri ed alcolizzati. Picchiato ferocemente in tenera età, vittima di traumi cranici, portatore di terribili cefalee infantili, sosteneva di non aver ricevuto calore umano da nessuno nella sua giovinezza. Prima di morire Tracy ringraziato per la solidarietà l’ultimo indomito avvocato difensore e, per l’affetto tardivo, la madre che si era avvicinata a lui negli ultimi tempi.

8) LA ‘GIUSTIZIA’ DEL TEXAS RESPINGE ANDREA PIA YATES NEL BARATRO

Se la storia dell’Uomo avrà un futuro e se la civiltà umana andrà nella direzione da noi auspicata, il caso di Andrea Pia Yates sarà tra quelli che serviranno ai posteri per descrivere l’efferatezza di questi primi anni del terzo millennio.

Abbiamo già parlato della sventurata madre immersa nella sua malattia mentale che il 20 giugno 2001 ha portato a termine il tragico gesto di annegare nella vasca da bagno tutti e cinque i suoi figlio¬letti di età compresa tra i sei mesi e i sette anni (vedi n. 92). Oscure, in parte comprensibili solo con parametri psichiatrici, sono le motivazioni che hanno portato Andrea Pia Yates ad annientare se stessa uccidendo coloro che più amava. Chiare, facilmente comprensibili alla luce di una ‘giustizia’ grossolana e politicizzata, sono le ragioni della richiesta della pena di morte per la Yates, dell’af-fermazione della sua colpevolezza, della sua condanna al carcere a vita pronunciata il 18 marzo 2002.

L’enormità del gesto della Yates suscitò immediatamente la rapacità dei media. La notorietà del caso allertò al massimo livello la pubblica accusa nella famigerata Contea di Harris. L’andamento dei sondaggi di opinione ha poi spinto la vicenda lungo le strade tracciate da una legge penale feroce e schematica.

Gli accurati calcoli dell’accusa

L’accusa ha articolato il suo piano a partire da una dato di fatto: l’opinione pubblica voleva ‘giustizia’ e non mostrava nessuna pietà per l’accusata. Chiedere la pena di morte avrebbe portato con ottima probabilità almeno al carcere a vita per la donna, l’avrebbero garantito le norme penali texane in sintonia con la rigidità delle corti della Contea di Harris. Ottenere una condanna a morte avrebbe tuttavia comportato il rischio di revisioni accurate della sentenza, suscettibili di vanificare il ‘lavoro’ accusatorio e poi, in realtà, il maggior tornaconto politico non sarebbe conseguito da una sentenza di morte (invocata soltanto da un terzo dei cittadini del Texas). Bisognava dunque che nella prima fase del processo la giuria dichiarasse la Yates colpevole di omicidio capitale; nella seconda fase si doveva allentare la presa in modo tale da rendere altamente probabile che la giuria, tra due possibilità, scegliesse il carcere a vita in luogo della morte. Ciò è stato infine ottenuto, a metà marzo. Lo si poteva prevedere fin dal mese di gennaio (vedi n. 93, Notiziario) e non si trattava solo di temerarie illazioni sulle intenzioni dell’accusa. Questa interpretazione viene pienamente confermata dal luminare del foro Alan Dershowitz in un suo articolo apparso sul Los Angeles Times dopo la conclusione del processo: “Gli accusatori nel caso di Andrea Yates in realtà non si aspettavano, e neanche volevano, che la giuria pronunciasse una sentenza di morte. Essi hanno strumentalizzato il processo capitale in modo da avere una giuria ‘pro-accusa’ [in un processo capitale tutti i giurati devono essere favorevoli alla pena di morte], incline a respingere una difesa basata sull’infermità mentale e a restituire un verdetto di colpevolezza. (…) uno degli accusatori ha [poi] praticamente invitato la giuria a non emettere una sentenza di morte. (…) Gli accusatori sapevano che se la Yates avesse avuto una sentenza di morte, il suo caso – incluso il merito della condanna – sarebbe stato probabilmente esaminato più scrupolosamente in appello. Inoltre sapevano che una sentenza di morte sarebbe stata controversa e li avrebbe esposti a critiche. (…) Essi hanno ottenuto esattamente quello che volevano ed avevano programmato. Queste strategie sono fortemente opinabili.”

Malattia di mente e responsabilità morale

I calcoli politici e il giustizialismo approssimativo e grossolano dell’opinione pubblica hanno portato ad una ‘soluzione’ del caso soddisfacente per la maggioranza, prescindendo della reale colpevolezza dell’imputata e delle sue inenarrabili sofferenze. Di fronte a riscontri obiettivi, sia la difesa che l’accusa riconoscevano che la Yates da alcuni anni era affetta da schizofrenia paranoide con allucinazioni e che dopo la nascita della quinta figlia, nei mesi precedenti al suo terribile gesto, era piombata in un profondo stato depressivo. Sappiamo che la schizofrenia produce una specie di sdoppiamento della per¬sona con il sorgere di idee persecutorie e di allucinazioni sensoriali che distorcono il rapporto con la realtà. La depressione grave fa sprofondare il paziente in un baratro sempre più oscuro e profondo, privo di appigli, in cui si esaurisce il gusto di vivere e la vita umana appare come un sofferenza cosmica. I pazienti tendono ad attribuire alle persone che più amano le sofferenze che provano essi stessi e questa ossessione accresce enormemente la pena. Frequenti sono i suicidi dei pazienti depressi, suicidi che qualche volta si accompagnano all’uccisone dei parenti più cari, quasi a proteggerli da una sofferenza illimitata.

Adrea Pia Yates, fino al primo grave episodio psicotico coinciso con la nascita del quarto figlio, era stata una studentessa brillante, una lavoratrice e una madre esemplare, una signora attiva, allegra e carina che suscitava simpatia e amicizia in chiunque la conoscesse. Era amata dai figli, dal marito, dai suoi parenti e dai parenti del marito. Negli ultimi due anni le forti oscillazioni del suo stato mentale avevano messo in allarme la famiglia e prodotto alcuni insufficienti tentativi di cura.

Come abbiamo narrato nel numero 92, il 20 giugno 2001, tra le 9 e le 10 del mattino, Andrea Pia Yates, subito dopo l’uscita di casa del marito, senza pensare a nulla al di fuori di quello che stava facendo, ha portato a termine con tutte le sue forze il compito di affogare nella vasca da bagno, uno ad uno, i suoi cinque figlioletti che lottavano e cercavano di divincolarsi. Poi ha chiamato la polizia. Ai due agenti accorsi ha detto ciò che aveva fatto. E’ stata arrestata e sottoposta in carcere ad un pesante trattamento farmacologico per il suo evidente e profondo stato psicotico: nella sua cella ‘continuavano ad entrare orsacchiotti satanici, uomini, bambini e cavalli.’ Dal giorno seguente a quello dell’arresto la donna, tra pause e confusioni, ha cominciato a narrare meccanicamente la sua vicenda facendo una accurata parafrasi della sua malattia mentale: i suoi figli non sarebbero potuti crescere buoni, lei era posseduta da Satana, aveva dovuto ucciderli nella loro età innocente per preservarli dalle pene dell’inferno, George Bush doveva ucciderla per cacciarla insieme con Satana nell’inferno e liberare così il mondo.

Il processo e la condannna

Al processo capitale facilmente ottenuto dall’accusa, cominciato il 7 gennaio con la scelta dei giurati ed entrato nella fase dibattimentale il 21 febbraio, due eminenti psichiatri hanno reso le loro testimonianze giurate. I due esperti hanno reso testimonianze contraddittorie, l’uno essendo pagato dalla famiglia dell’imputata, l’altro dai pubblici accusatori. Il dott. Phillip Resnick ha argomentato che Andrea Pia Yates uccidendo i suoi bambini non si rendeva conto di fare una cosa sbagliata, infatti, al di fuori delle ragioni cogenti derivanti della sua psicosi, non aveva alcun motivo razionale per uccidere i suoi figli e non ha fatto nessun tentativo di discolparsi o di celare qualche particolare del suo gesto. Eppure per il dott. Park Dietz, chiamato dall’accusa, secondo la legge del Texas essa era da ritenersi colpevole in quanto si rendeva conto di compiere un ‘peccato’, cioè un atto proibito. In Texas un imputato è ritenuto sano di mente fino a prova contraria e l’insanità mentale è definita semplicemente come incapacità di distinguere tra azioni giuste e sbagliate (che è cosa diversa dall’essere affetto da malattia mentale). Diez aveva interrogato l’imputata a novembre: “Lei si rendeva conto che l’atto che stava per commettere era un peccato?” “Sì” aveva risposto la donna. “Ha lottato contro questo peccato?”, ha incalzato il dottore. “No”, aveva concluso Andrea Pia Yates.

In tre settimane la giuria ha ascoltato 38 testimoni e esaminato circa 300 reperti tra cui cinque pigiamini, le foto e il video della polizia che mostravano a lungo e senza pietà i cadaverini dei bimbi uccisi, il disordine del bagno e del corridoio di casa Yates cosparso da impronte bagnate. Il pubblico accusatore Joe Owmby ha infine esortato i giurati ‘a prestare la massima attenzione a come il Texas definisce l’insanità mentale’ e ammonito la giuria a non basare il suo giudizio su un’eventuale simpatia per l’accusata. ‘Anche se la Yates è una malata mentale, sapeva che quel che faceva era sbagliato’ “Essa puo’ aver creduto che fosse nell’interesse dei figli affogarli uno ad uno, ma questo non è secondo la legge del Texas.” Dopo poco più di tre ore e mezza arrivò la sentenza: colpevole di omicidio capitale.

Nella successiva fase processuale di irrogazione della pena, l’accusa ha chiesto alla giuria la pena di morte ma non ha prodotto ulteriori testimonianze contro l’imputata, lasciando che i familiari e gli amici la descrivessero come una madre affettuosa e dedita ai figli, un’ottima persona a prescindere dalla sua malattia mentale. In 35 minuti la giuria ha restituito il suo secondo e ultimo verdetto: non morte ma carcere a vita per Andrea Pia Yates.

Una “giustizia” spietata

Una madre malata mentale che uccide i propri figli si condanna ad una sofferenza interiore inimmaginabile che forse solo le cure più efficaci ed affettuose potrebbero razionalizzare e qualche volta lenire. Lo psicologo Xavier Amador, che ha trattato cinque casi di madri ospedalizzate dopo aver ucciso i loro figli in conseguenza della loro psicosi, ha affermato che in tre casi il trattamento farmacologico ebbe successo ma che nessuna di queste storie ha avuto un lieto fine. “Non appena le donne acquistavano coscienza di sé, esse erano devastate e si presentavano per noi una serie di nuovi problemi: sindrome post traumatica, depressione, tentativi di suicidio. Le due che non riuscimmo a recuperare non si resero mai ben conto di che cosa era avvenuto.”

Andrea Pia Yates ancor prima dell’arresto stava scivolando in un baratro senza fondo. Il Texas spietato ed ottuso ha fatto ‘giustizia’ relegandola nel terribile sistema carcerario della stato fino all’età minima di 77 anni, invece di accoglierla in un ambiente protettivo in cui potesse essere curata nei limiti del possibile. Questa è l’attuale civiltà del Texas.

N. B. per conoscere la famiglia Yates ci si può collegare al sito http://www.yateskids.org

 

9) SAFIYA SI SALVA MA L’USO DELLA LAPIDAZIONE PERSISTE

Il 25 marzo, al momento della sentenza assolutoria la gioia di Safiya – che, con la piccola Adama in braccio, subiva frastornata l’assalto dei media - è stata grande. Il dolce sorriso della sua bocca sdentata si è irradiato attraverso le TV su tutti coloro che le hanno mostrato solidarietà.

Il Presidente della federazione nigeriana Olosegun Obasanjo ha salutato con grande soddisfazione il verdetto della Corte d’Appello islamica di Sokoto di assolvere Safiya Hussaini dall’accusa di adulterio e di annullare la pena di morte per lapidazione che era stata pronunciata il 9 ottobre contro di lei: “Ringrazio Dio e tutti coloro che hanno lavorato duro per salvare la vita di Safiya”. Obasanjo ha poi spiegato che gli occhi del mondo erano puntati sulla Nigeria del momento in cui divenne noto il caso.

Tutti i leader politici che egli ha incontrato nell’ultimo mese hanno voluto discutere con preoccupazione della condanna di Safiya. “In qualsiasi parte del mondo mi recassi non avevo pace. – ha detto Olosegun Obasanjo – Nella mia visita in Messico, la prima persona che chiese di vedermi fu il Capo del Governo spagnolo. Andai da lui con tutto il seguito ed egli mi pose la questione di Safiya. Il secondo leader che incontrai fu il Presidente della Norvegia poi il Presidente dell’Unione Europea: tutti quanti volevano parlare di Safiya.”

La mobilitazione in favore di Safiya Husseini (della quale sollevammo per primi il caso in Italia a fine ottobre) è stata veramente incredibile: una delle più vaste di tutti i tempi contro una condanna a morte. Solo dall’Italia si stima siano state inviate alle autorità nigeriane petizioni in favore di Safiya corredate da circa 500 mila firme. Si sono mossi per Safiya non solo i settori più attenti ai diritti umani e quelli progressisti ma anche forze conservatrici di solito inclini ad una giustizia dura e inflessibile. Si sono mossi paesi abolizionisti e paesi che mantengono la pena di morte.

Le ragioni della straordinaria mobilitazione per Safiya Hussaini sono molteplici e complesse e certamente anche il delicato rapporto instauratosi durante la “guerra al terrorismo” tra il mondo cristiano e quello musulmano ha avuto la sua parte. Non si capisce sennò perché le notizie raccapriccianti di lapidazioni per adulterio, sodomia ecc. avvenute in diversi stati islamici negli anni scorsi siano state relegate in brevissime note di agenzia notate solo da Amnesty International e non abbiano prodotto quasi nessuna protesta.

Forte del sostegno internazionale, il Governo centrale della Nigeria ha potuto rivolgere un forte ri¬chiamo agli stati islamici del Nord che hanno imposto la legge della Sharia. Il nuovo Ministro della Giustizia Godwin Agabi ha inviato un messaggio a tutti gli stati federati per condannare gli eccessi incostituzionali dei tribunali islamici ricordando che il suo ufficio veniva “inondato quotidianamente da centinaia di lettere di protesta provenienti da tutto il mondo” e concludendo che “In quanto rispettato membro della comunità internazionale la Nigeria non può rimanere indifferente a tali proteste.”

Il braccio di ferro tra il Governo centrale nigeriano e gli stati del Nord sulla questione penale è tuttavia destinato a continuare come parte di un gravissimo conflitto interno tra la popolazione islamica e quella cristiana e animista del più grande paese africano. Tanto è vero che, nello stesso giorno del proscioglimento di Safiya nello stato del Sokoto, si è appreso di un’altra condanna alla lapidazione per adulterio pronunciata in uno stato vicino. E’ assai probabile che un tale tipo di sentenza si ripeta a breve in uno dei 12 stati che implementano la Sharia.

In diversi paesi islamici continueranno a verificarsi lapidazioni come in passato e su questi paesi dovrà continuare la pressione del movimento abolizionista. E’ del 29 marzo una dichiarazione del Ministro della Giustizia del Sudan Mohamed Osman Yassin che riafferma l’intenzione del suo paese di continuare ad applicare le punizioni islamiche quali la lapidazione e la fustigazione, pur vigilando per evitare eccessi come, ad esempio, la pena di morte per i minorenni, per gli anziani e per le donne incinte. Yassin ha parlato dopo la revoca della condanna a morte per lapidazione di Abok Alfa Akok, una ragazza incinta accusata di adulterio in favore della quale si era mobilitato il mondo cattolico a comin¬ciare dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Radio Vaticana.

10) A TORINO ALTRI GIOVANISSIMI DISCUTONO SULLA PENA DI MORTE

Il "Gruppo Torino" ha effettuato il 13 marzo un intervento di sensibilizzazione sulla pena di morte presso la classe terza della Scuola Media "Madre Cabrini".

Le modalità operative sono state le medesime adottate a febbraio nella scuola Pier Lombardo di Novara. I ragazzi hanno visto il film "Difesa a oltranza" e hanno ascoltato le lettere di due condannati a morte. Qualche giorno dopo hanno partecipato con attenzione ed interesse alla conferenza tenuta da Irene e da me, con tutti gli esempi e i discorsi introduttivi. La "visita" alla cella nel braccio della morte ha suscitato commenti di compassione e di meraviglia. Anche la descrizione della giornata tipo nel braccio della morte, ha stupito molto per la bizzarra crudeltà degli orari: l'idea che i detenuti debbano fare colazione alle 3 del mattino, pranzare alle 9,30 e cenare alle 16 ha lasciato senza parole i ragazzi.

Il dibattito che si è svolto subito dopo i nostri discorsi è stato vivacissimo: la maggior parte dei ragazzi ha fatto più di un intervento e le obiezioni sono state svariate. Alcune domande sono state dirette a conoscere dettagli dei metodi di esecuzione (un ragazzo ci ha chiesto se viene ancora usato l'impalamento). Come ha sottolineato la professoressa Serra, che ha assistito a tutto il dibattito (era stata lei a preparare i ragazzi all'incontro), molti giovanissimi hanno il desiderio di conoscere particolari macabri. A parte questo tipo di domande, però, abbiamo notato che in prevalenza i ragazzi erano sinceramente contrari alla pena di morte, e inorriditi dall'evidente ingiustizia della sua applicazione. Ci sono stati molti interventi davvero profondi. Alcuni ragazzi hanno discusso lungamente sulla "giustizia" dell'ergastolo senza possibilità di uscita sulla parola. Una parte di loro sosteneva che un assassino non ha più il diritto di uscire di prigione in alcun caso, altri puntavano sulla possibilità per ogni uomo di riabilitarsi e di cambiare. I giovani all'età dei nostri ascoltatori tendono ad essere assoluti: per loro una cosa o è giusta o è sbagliata, una persona è buona o è cattiva. La prof. Serra è nuovamente intervenuta per far riflettere sulla necessità di accettare le sfumature e di non essere mai troppo recisi: ogni caso umano è un caso a sé, non si deve generalizzare il discorso neppure per quanto riguarda la condanna all'ergastolo. Nel film era evidenziato, quale circostanza attenuante, il fatto che Cindy (la condannata) aveva assunto droghe pesanti prima del delitto e questo le aveva impedito di capire bene ciò che stava facendo. Una ragazza ha detto però che anche usare la droga era stata una sua scelta e che pertanto Cindy era da considerarsi comunque responsabile.

A quel punto Irene ha narrato la storia di Joe Cannon, sottolineando come sia difficile per una persona cresciuta in un ambiente degradato e avvezzata all'uso di droghe già dai familiari, capire quanto sia sbagliato drogarsi e riuscire a "scegliere" di non farlo.

Sono davvero soddisfatta del lavoro nelle scuole che abbiamo cominciato. Ritengo che molti dei giovani partecipanti abbiano mutato il loro punto di vista sulla pena di morte, avendo avuto per la prima volta la possibilità di analizzare i risvolti di un problema spesso citato ma quasi mai approfondito. (Grazia)

11) RICHIESTA DI CORRISPONDENZA

Due o tre anni orsono una signora chiese al mondo abolizionista se c’era qualcuno in grado di costruire un sito Web per Frank Lynch, condannato a morte in California. La accontentò Sabine Hauer un’abolizionista texana, vedi http://www.deathrow.at/franklynch/home.html

Sembrava che la signora richiedente fosse tutta intenta scrivere a Lynch e a sostenerlo. Qualche settimana fa Frank Lynch è riuscito a contattare Sabine Hauer e le ha chiesto di aiutarlo a trovare qualcuno che gli scrivesse e lo aiutasse dal momento che non c’era nessuno che si incaricasse di lui. Sabine rilanciando la richiesta di Frank si augura che questo condannato a morte possa trovare qualche buon amico.

“Oltre a corrispondere con te – scrive Frank nel suo sito – i miei interessi sono: spiritualità, economia, matematica, informatica, con la voglia di imparare sempre più in modo che dopo la mia liberazione io possa dare un grande contributo alla società.”

Scrivete a: Mr. Franklin Lynch - P.O. Box H-34201 - San Quentin, CA 94964 - USA

12) RIUNIONE DEL CONSIGLIO DIRETTIVO DEI GIORNI 25-26 MARZO 2002

Ritenendo che possa interessare numerosi soci, riportiamo una sintesi del Verbale della recente riunione del Consiglio direttivo della nostra associazione tenutasi per via telematica. Nel corso della riunione è stato fatto il punto sullo stato di salute del Comitato e si sono fomulate alcune proposte da sottoporre all’Assemblea dei Soci del 5 maggio p. v.

(…) Risultano collegati nel corso della riunione i consiglieri: Simonetta Abenda, Roberta Aiello, Paolo Cifariello, Loredana Giannini, Maria Grazia Guaschino, Giuseppe Lodoli; partecipa ai lavori senza di¬ritto di voto la socia Irene D’Amico. Presiede Loredana Giannini, funge da segretaria Maria Grazia Guaschino. L’ordine del giorno è il seguente: 1) Verifica sulla attuale situazione del Comitato, 2) attività svolte durante l’ultimo anno, 3) rinnovo del C.D., 4) iniziative e proposte (…), 5) varie ed eventuali. Nel corso della riunione ogni partecipante invia circa cinque messaggi e-mail indirizzati a tutti gli altri, in cui si tiene anche conto dei contributi forniti da ciascuno durante una ‘prova’ di collegamento svoltasi il 18 marzo 2002 e nel corso della settimana 18-25 marzo 2002. Sul punto 1) all’o.d.g. Lodoli osserva preliminarmente: “Mi sembra che ci siano elementi oggettivi per poter affermare che il Comitato in questo momento si trovi relativamente in buona salute, con un ottimo livello di efficienza (comparabile con quello dei migliori momenti del passato, sia quantitativamente e, soprattutto, qualitativamente). Inoltre, e questo è molto importante, viene riconosciuta (…) una grande serietà e una grande autorevolezza alla nostra associazione.” Una valutazione dello stato di salute del Comitato si può fare esaminando ciò che esso ha realizzato di recente e così nella trattazione del punto 1) si inserisce quella del punto 2): La relazione di Giannini, Guaschino, Lodoli, Cifariello sulle attività svolte nell’ultimo anno riguarda in particolare: A) l’Attività telematica: (…) le nostre Caselle e-mail ricevono ogni giorno almeno 50 messaggi da tutto il mondo e svolgono un ottimo e apprezzato servizio di smistamento/traduzione delle informazioni; B) la Documentazione: siamo al corrente dei Libri sulla pena di morte che escono negli Stati Uniti e compriamo le opere più importanti e significative; abbiamo acquisito nell’ultimo anno Film o Video sulla pena di morte utili per dibattiti ecc.; (…) C) le Pubblicazioni: nell’ultimo anno è stato praticamente completato dal Comitato il libro su Gary Graham, opera difficile e importante; si tratta del più grosso e corale lavoro editoriale del Comitato; è stata pubblicata una nuova edizione dell’Opuscolo del Comitato Paul Rougeau, di cui sono state distribuite 140 copie nell’ultimo anno; il Bollettino mensile esce regolarmente con 12-14 pagine ricche di informazioni e di commenti – ricavati da oltre cento pezzi, provenienti dai media e da circa 300 pagine stampate da Internet; D) la Produzione di Materiale propagandistico: sono stati prodotti 700 adesivi e 50 magliette serigrafate; E) la Propaganda Abolizionista: soci del Comitato hanno partecipato nell’ultimo anno ad almeno 25 eventi di portata piccola o grande di carattere abolizionista (nelle scuole, negli edifici pubblici, nei teatri, nelle strade); il Comitato ha partecipato con il proprio striscione alla importante manifestazione del 2 luglio 2001 davanti all’Ambasciata Americana a Roma; un esponente del Comitato – anche per indicazione di Amnesty - è stato ricevuto il giorno dopo dall’Ambasciata per un lungo confronto, approfondito e costruttivo, degli abolizionisti italiani con il Ministro plenipotenziario americano per gli Affari politici; F) il Sostegno e le Rimesse di denaro ai detenuti: è stato dato un forte sostegno indiretto ai detenuti, procurando loro dei pen pal e sostenendo questi ultimi con informazioni e consigli (…) sono continuate le rimesse di denaro ai detenuti per conto dei rispettivi sostenitori/comitati anche se in quantità nettamente inferiore agli anni precedenti; G) il Tour di Dale Recinella: l’organizzazione e l’onere del tour in Italia (19-31 gennaio 2002) di Dale Recinella sono stati sostenuti in prevalenza dal Comitato (oltre che dallo stesso Dale); Dale ha fatto dieci conferenze in Italia, per un pubblico com¬plessivo di 800 persone, ottenendo ovunque un grande successo e dando un non trascurabile supporto alla causa abolizionista nel nostro paese; gli interventi di Dale hanno causato l’inizio di una corrispondenza con alcuni condannati a morte e l’attivazione di persone e gruppi in attività abolizioniste; H) il Supporto a/la collaborazione con altre organizzazioni: vi è stata una ricorrente collaborazione con la Sezione Italiana di Amnesty International per aiutare persone che desideravano corrispondere con/aiutare detenuti del braccio della morte; ottima la collaborazione con l’associazione Medici Contro la Tortura; I) la Consistenza della base associativa: il numero dei Soci è attualmente di 215, circa la metà di questi deve ancora pagare la quota annuale, Loredana Giannini sta selezionando i nominativi da sollecitare (…) Passando al punto 4) i consiglieri Abenda e Cifariello e la socia D’Amico, pongono, con varie accentuazioni, la necessità di verificare lo scopo associativo anche per valutare l’opportunità di mantenere in vita un’organizzazione come la nostra nel quadro delle associazioni abolizioniste. Giannini, Guaschino, Lodoli ricordano l’impegnativo lavoro di ridefinizione dello scopo del Comitato svoltosi un anno fa, lavoro che ha portato anche a modifiche statutarie, sottolineando come le nuove linee adottate si siano dimostrate feconde. Si prospetta l’opportunità di stabilire nell’immediato futuro una corrispondenza diretta del Comitato con un condannato a morte. I consiglieri Aiello, Cifariello, Giannini, Guaschino, Lodoli concordano infine che vi siano motivi sufficienti per proseguire nelle attività del Comitato così come ridefinite nel 2001, purché si accentui il peso di attività per esso peculiari (come ad esempio l’appoggio ai corrispondenti con i condannati a morte). Vengono fatte numerose proposte di prosecuzione e di incremento delle attività in corso (…) – attività da proporre all’Assemblea ordinaria del 5 maggio p. v. - (…): a) raccolta fondi (occorrerebbe trovare un coordinatore di questa attività), b) trasmissione di fondi ai detenuti (ma con un ritmo sensibilmente ridotto rispetto al passato), c) sito Web, d) acquisizione di libri sulla pena di morte e di altra documentazione (attività da formalizzare e porre a carico del fondo comune), e) produzione, conservazione e smistamento di materiale propagandistico per manifestazioni esterne, f) elaborazione di linee guida per interventi abolizionisti nelle scuole, g) rendere accessibile ‘agli addetti ai lavori in senso lato’ la bozza del libro su Gary Graham (…) in modo da poter raccogliere su di esso commenti, integrazioni, correzioni, critiche ecc. (…) g) corrispondenza del Comitato con un detenuto capace di far sentire la ‘voce del braccio delle morte’, h) appoggiare le attività esterne attualmente in fase di programmazione ad Udine, Firenze, San Vito di Cadore e Cortina.(…) Si affronta il punto 3) all’o.d.g. tenendo conto che le consigliere Abenda e Aiello (Vice presidente) si presentano dimissionarie e che il consigliere tesoriere Cifariello pone seri dubbi sulla sua possibilità futura di continuare a svolgere il ruolo fino ad ora svolto. (…) Paolo Cifariello accetta di rimanere nel C. D. in qualità di tesoriere, con l’intesa che i suoi compiti saranno limitati alla gestione dei conti del Comitato, togliendogli quindi l’incarico di effettuare bonifici all’estero per conto di soci e corrispondenti di detenuti. (…). Guaschino propone (…) di inserire [nel C.D.] la socia Anna Maria Esposito, che fa parte del gruppo di Torino e risiede a Novara. Anna Maria è una socia molto attiva iscrittasi da circa due anni. (…) Giuseppe Lodoli, dato l’eccessivo prolungarsi dei lavori, chiede di votare la nomina di un nuovo C.D. di dimensioni minimali da porre in carica fino alla sua ratifica ed integrazione da parte dell’Assemblea dei Soci. (…). La proposta di Lodoli sulla composizione del nuovo C.D. è la seguente: Loredana Giannini (Presidente), Giuseppe Lodoli, Paolo Cifariello (Tesoriere), Maria Grazia Guaschino (Vice presidente), Anna Maria Esposito Tarallo. La proposta di Lodoli (…) risulta approvata con 5 voti favorevoli ed una astensione. I lavori si concludono alle ore 22 del 26 marzo 2002. (…)

13) NOTIZIARIO

Indiana. Proibita la pena di morte per i minorenni. In Italia l’inizio del movimento popolare per l’abolizione delle pena di morte data dal 1986, anno in cui si registrò una vastissima mobilitazione per salvare dalla sedia elettrica dell’Indiana la quindicenne di colore Paula Cooper. Uno degli effetti immediati della campagna in favore della Cooper fu il cosiddetto “Paula Cooper bill”, una legge dell’Indiana che elevava a sedici anni l’età minima per essere condannati alla pena capitale. Si può dire che il cammino iniziato allora si sia concluso il 26 marzo scorso con la firma da parte dell’attuale Governatore dell’Indiana Frank O’Bannon della legge che eleva a 18 anni l’età minima per essere perseguiti per delitto capitale.

Louisiana. Possibile pena capitale per un delitto non di sangue. Il 23 marzo è stato reso noto l’arresto in Louisiana, senza facoltà di rilascio su cauzione, di una danna – il cui nome non è stato rivelato – accusata di aver avuto rapporti sessuali con il figlio di sette anni. La pena obbligatoria per la violenza carnale aggravata è l’ergastolo senza possibilità di uscita sulla parola ma è stato specificato che in questo caso l’accusa può chiedere la pena di morte dato che la vittima ha meno di 12 anni.

Texas. Sta per cominciare il terzo processo capitale per Johnny Penry. Come abbiamo ricordato più volte, il caso di Johnny Penry è uno di quelli ritenuti cruciali nella battaglia per ottenere la proibizione della pena di morte per i ritardati mentali. Dopo l’annullamento di due processi, in ragione del fatto che le giurie non furono adeguatamente messe al corrente delle attenuanti prima di emettere la sentenza di morte, sta per finire la parte preliminare del terzo processo intentato contro Penry. All’inizio di aprile si comincerà con la valutazione della capacità attuale dell’accusato di partecipare ad un procedimento penale. Si è raggiunto un accordo per spostare il processo nella contea di Montgomery, dalla contea di Polk in cui si svolsero i primi due processi. Articolati e complessi argomenti sono stati preparati da parte sia dell’accusa che della difesa. Numerosi avvocati difensori si scontreranno con i molti avvocati dell’accusa. Insolitamente lunga è la lista degli esperti, solo per l’accusa sono quattro gli esperti che si preparano a testimoniare. “Penry deve essere ucciso”, lo ha giurato l’aristocrazia conservatrice del Texas. Il 16 novembre 2000 fu sospesa la sua esecuzione per la quarta volta, insperatamente e a meno di tre ore dal momento fissato.

Usa. Il nuovo studio sulla deterrenza è una bufala. Abbiamo dato notizia nel numero scorso di uno studio condotto presso l’Università del Colorado che avrebbe dimostrato il potere deterrente della pena di morte nei riguardi dei potenziali omicidi. Ebbene l’esperto Mike Radelet che si era incaricato di controllare la validità di questo studio ha rinunciato in partenza a farlo dato che l’autore della ricerca, dopo aver mostrato una totale ignoranza dei concetti tecnico-giuridici riguardanti i procedimenti per reati capitali, ha rifiutato di fornire i dati in suo possesso per consentirne una loro verifica indipendente (procedimento del tutto normale nel mondo scientifico).

VIENI A LAVORARE CON NOI

A. A. Abbiamo bisogno di te! Cerchiamo amici con cui lavorare per il nostro sito Web, per le traduzioni. Occorre qualcuno che si incarichi di tenere i rapporti con i soci, di mandare avanti i libri in corso di pubblicazione, di produrre magliette e materiale promozionale, di organizzare campagne e azioni urgenti, di occuparsi della raccolta fondi ecc. ecc. Vuoi diventare un socio ATTIVO facente parte dello staff del Comitato Paul Rougeau? Vuoi assumerti la responsabilità di uno dei compiti svolti dalla nostra associazione? Faccelo sapere scrivendo al nostro indirizzo postale o alla nostra casella e-mail. Chiunque può dare un contributo alle attività del Comitato se decide di dedicarvi una quota - piccola o grande - del proprio tempo. Se hai mezzi o capacità particolari - per esempio una qualche conoscenza dell'inglese - l'aiuto potrà essere più specifico. Se vivi a Firenze, Torino, Roma, Napoli, Bologna o Piacenza potrai venire a far parte di un gruppo di persone che ogni tanto si riuniscono per programmare il lavoro e prendere lo slancio. Anche se abiti in un paesino sperduto, specie se possiedi un computer collegato a Internet, potrai lavorare con noi!

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Il Comitato Paul Rougeau riesce ad aiutare e sostenere i condannati a morte, ad organizzare iniziative e a promuovere la cultura abolizionista solo grazie all'azione dei suoi aderenti. Per migliorare il nostro lavoro occorrono NUOVI ADERENTI.

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Dalla redazione: il Foglio di collegamento di norma viene preparato nell’ultima decade di ogni mese. Pertanto chi vuole far pubblicare articoli, appelli, notizie, comunicati, iniziative, lettere o riflessioni personali deve far pervenire i testi in tempo utile a un membro del Consiglio Direttivo o, preferibilmente, inviare un mail a prougeau@tin.it

Questo numero è stato chiuso il 31 marzo 2002