FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 268  -  Febbraio 2020

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Nick Sutton messo a morte in Tennessee il 20 febbraio

SOMMARIO:

 

1) Ucciso in Tennessee, dopo 35 anni dalla condanna, un uomo redento

2) Seconda esecuzione capitale in Texas nel 2020: Ucciso Abel Ochoa

3) Fissata un’udienza per ascoltare un testimone a favore di Dailey

4) Rodney Reed salvo in Texas? Neanche per sogno.

5) Notevolmente peggiorate le condizioni di detenzione in Texas

6) Praticamente abolita la pena di morte in Colorado

7) Washington è abolizionista di fatto, ora lo diventerà per legge

8) Un’occhiata all'interno della camera della morte dell'Oregon

9) La Corte Criminale Speciale saudita silenzia le voci critiche

10) I diari spaventosamente dettagliati del boia francese Deibler

11) Notiziario: Cina, Giappone, Iran, Ohio, Somalia

1) UCCISO IN TENNESSEE, DOPO 35 ANNI DALLA CONDANNA, UN UOMO REDENTO

 

 

Quasi nessuno in Tennessee voleva che si procedesse con l’esecuzione di Nick Sutton, un uomo diventato un detenuto modello. Ci sono state manifestazioni in suo favore, hanno chiesto per lui la grazia persino 5 membri della giuria che lo condannò a morte tanti anni fa. Ed hanno chiesto la grazia sette ex apparte-nenti al personale carcerario, 3 dei quali ricordavano che Sutton aveva salvato loro la vita. Niente da fare: il Governatore Bill Lee si è rifiutato di concedere clemenza. Dopo aver pronunciato bellissime parole il condannato è morto sulla sedia elettrica alla 19:26’ del 20 febbraio.

 

La sera del 20 febbraio u. s. il 58-enne Nick Sutton, condannato a morte nel 1985, è stato messo sulla sedia elettrica nel carcere di massima sicurezza di Riverbend a Nashville in Tennessee.

L’esecuzione del condannato non ha fatto piacere a nessuno, neanche ai sostenitori della pena capitale. Gli stessi parenti delle vittime di Sutton erano favorevoli alla grazia.

Alcune decine di persone contrarie alla pena di morte si sono radunate nel posto loro assegnato accanto al carcere di Riverbend, per ricordare le vittime, per pregare per Nick Sutton e per opporsi agli omicidi di Stato. Al contrario l’area destinata ai sostenitori della pena di morte è rimasta vuota finché un solo uomo vestito da cowboy alle 7 di sera è entrato in quell’area e ha cominciato a schiamazzare. I cronisti hanno precisato trattarsi un noto habitué delle esecuzioni.

La vita di Nick Sutton è stata tragica: a 18 anni, appena uscito da un'infanzia brutale e in preda all'abuso di sostanze dopanti, aveva ucciso Charles Almon, John Large e la propria nonna, Dorothy Sutton. Per questi omicidi era stato condannato all’ergastolo. Trascorsi 5 anni, nel 1985, fu accusato dell'accoltellamento mortale di un compagno di prigionia, Carl Estep, che aveva minacciato di morte Sutton durante un alterco per questioni di droga. Per l’uccisione di Estep, Sutton fu condannato a morte.

Durante gli anni trascorsi in carcere Nick Sutton è molto cambiato, circondato da volontari e amici che lo hanno aiutato a cambiar vita. Si è anche sposato con l’amatissima Reba 26 anni fa.

35 anni dopo la condanna Nick Sutton era un altro uomo e nessuno chiedeva più la sua morte.

Durante la veglia tenutasi la sera dell’esecuzione, alcune decine di persone che avevano conosciuto Sutton nel corso degli anni - dai cappellani, ai visitatori, agli studenti universitari che lo hanno incontrato durante le lezioni tenute in carcere - hanno parlato di lui come di un amico.

La richiesta di clemenza al Governatore Bill Lee era stata condivisa anche da 7 ex dipendenti della prigione, tra cui 3 che sostenevano che Sutton aveva salvato loro la vita. Anche 5 membri della giuria che condannò a morte Sutton nel 1985 si sono espressi per la clemenza.

Ma nulla ha potuto evitare l’esecuzione della condanna. Il 19 febbraio il Governatore ha fatto sapere di non voler intervenire.

Nick Sutton è stato dichiarato morto sulla sedia elettrica del Tennessee alle 19:26’ del 20 febbraio.

Dopo l'esecuzione, il Vice Governatore Randy McNally ha twittato: "Stasera è stata fatta giustizia e spero che questo porti un po' di pace alle famiglie delle vittime".

In realtà i familiari delle vittime di Sutton avevano sostenuto pubblicamente la sua richiesta di clemenza. Il nipote di Almon, Charles Maynard, aveva detto che la misericordia, non l’esecuzione, avrebbe onorato la sua parente uccisa.

"Non ci sono nemmeno vittime sopravvissute che chiedono vendetta", ha dichiarato alla CBS News Evan Mandery, professore al John Jay College of Criminal Justice e esperto di pena di morte. "Sul libro mastro pro e contro, non riesco a trovare nulla sul lato pro esecuzione".

Nick Sutton prima di essere ucciso aveva detto:

"Non rinunciare mai al potere di Gesù Cristo di prendere le situazioni impossibili e correggerle”.

Lui può riparare qualunque cosa che si sia rotta. Lui ha riparato me".

Mi sono fatto molti amici lungo il cammino e molte persone hanno arricchito la mia vita. Mi hanno raggiunto e mi hanno tirato su e gliene sono grato. Ho avuto il privilegio di essere sposato con la donna più bella, che è una grande serva di Dio. Senza di lei non avrei fatto i progressi che ho fatto. Spero di fare un lavoro molto migliore nella prossima vita di quello che ho fatto in questa. Se posso lasciare una cosa a tutti voi, è l’invito a non rinunciare mai alla capacità di Gesù Cristo di risolvere i problemi. Lui può

risolvere qualsiasi cosa. Non sottovalutate mai la Sua capacità. Ha reso la mia vita significativa e fruttuosa attraverso i miei rapporti con la famiglia e gli amici. Così, anche nella mia morte, ne sono uscito vincitore. Dio mi ha dato tutto.

Più tardi, ha aggiunto: "Sono solo grato di essere un servo di Dio, e non vedo l'ora di essere alla sua presenza - e vi ringrazio".

L’asserito scopo della sua condanna era quello di togliere la vita ad un ventitreenne violento e impenitente. Ma quel ragazzo è morto da molto tempo. L'uomo che è stato giustiziato in Tennessee questa settimana era, a detta di tutti, qualcosa di nuovo.

La mattina dopo l’esecuzione, Kevin Sharp - un ex giudice federale che ha redatto la domanda di grazia di Sutton - stava ancora cercando di elaborare l’esperienza vissuta. "Non so che dire perché sono furibondo", ha dichiarato.

Kevin Sharp ha visto Sutton per l'ultima volta martedì, prima che il governatore annunciasse il respingimento della richiesta di clemenza. Ciò che fa arrabbiare Sharp ora è il fatto che il Governatore Lee, un uomo che parla apertamente della sua fede nel redentore Gesù Cristo, non abbia voluto risparmiare la vita del condannato. (Pupa)

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Abel Ochoa

2) SECONDA ESECUZIONE CAPITALE IN TEXAS NEL 2020: UCCISO ABEL OCHOA

 

Nel 2002 Abel Ochoa, fatto di crack, compì un’assurda strage in famiglia a Dallas nel Texas. Ora, nonostante il suo profondo pentimento e l’esemplare condotta da lui tenuta in carcere, è stato messo a morte.

 

Il 4 agosto del 2002, a Dallas in Texas, Abel Revill Ochoa uscì dalla sua camera da letto, fatto di crack, e sparò alle figlie di 7 anni e di 9 mesi, alla moglie, al suocero e a due cognate. L’unica a sopravvivere fu una cognata che si rifugiò nella casa dei vicini dopo essere stata colpita.

La polizia arrestò Abel Ochoa subito dopo la strage. Costui non oppose alcuna resistenza e confessò gli omicidi appena commessi. Nove mesi dopo fu condannato a morte per l’omicidio della moglie Cecilia e della figlia maggiore Crystal. L’accusa sostenne che la strage conseguì al rancore accumulato da Ochoa nei riguardi della moglie dopo aver scoperto che costei aveva avuto un figlio da un altro uomo prima del matrimonio.

Alle 18 del 6 febbraio u. s. Ochoa è stato legato al lettino nella camera della morte del carcere di Huntsville mentre alcune parenti della moglie da lui uccisa guardavano attraverso un vetro.

Il condannato ha quindi rilasciato la sua ultima dichiarazione: “Voglio ringraziare Dio, mio padre, e il mio signore Gesù per avermi salvato e aver cambiato la mia vita. Voglio chiedere perdono alle parenti di mia moglie per aver causato loro tutto questo dolore. Vi amo tutte e vi considero tutte mie sorelle. Vi ringrazio per avermi perdonato.”

Abel Ochoa è stato dichiarato morto alle 18:48’, 23 minuti dopo la somministrazione dell’iniezione di pentobarbital. Aveva 47 anni. Aveva passato quasi 17 anni nel braccio della morte.

La difesa di Ochoa aveva inutilmente chiesto alla Commissione per le Grazie del Texas (Texas Board of Pardons and Paroles) di proporre al governatore di commutare in ergastolo la condanna morte o almeno di spostare di tre mesi la data di esecuzione per consentire la risoluzione di alcune questioni pendenti.

L’avvocato difensore Jeremy Schepers, nell’appello presentato in extremis alla Corte Suprema degli Stati Uniti, aveva scritto: “Quello di Ochoa è un caso tipico per la commutazione della sentenza di morte in ergastolo dati il suo profondo rimorso per il crimine commesso, la positiva relazione che egli ha avuto con le guardie e gli altri detenuti, la sua storia personale di redenzione e la sua forte fede in Dio.”

3) FISSATA UN’UDIENZA PER ASCOLTARE UN TESTIMONE A FAVORE DI DAILEY

 

Molti sono convinti dell’assoluta innocenza di James Dailey, la cui esecuzione in Florida, stabilita per il 7 novembre u. s. fu sospesa il 23 ottobre. Il 20 febbraio il giudice Pat Siracusa ha accolto la richiesta della difesa di Dailey di ascoltare la testimonianza dell’omicida reo confesso Jack Pearcy (1), il quale dovrebbe confermare che Dailey non fu coinvolto nell’omicidio della 14-enne Shelly Boggio da lui commesso nel 1985. L’udienza di Jack Pearcy si terrà il 5 marzo p. v.

 

Ci stiamo occupando dallo scorso mese di settembre del caso di James Dailey, condannato a morte in Florida, anche su richiesta del nostro amico floridiano Dale Recinella, assistente spirituale di Dailey. Dale Recinella, come molte altre persone, è convinto dell’assoluta innocenza del condannato.

L’esecuzione di James Dailey fissata per il 7 novembre u. s. fu sospesa 23 ottobre, ma non perché sia stata riconosciuta la sua innocenza (2).

Il giudice Pat Siracusa ha accolto, il 20 febbraio scorso, la richiesta della difesa di James Dailey e ha fissato per il 5 marzo p. v. un’udienza per presentare la testimonianza dell’omicida reo confesso Jack Pearcy (2), il quale dovrebbe confermare che Dailey non ebbe nessun coinvolgimento nell’omicidio della quattordicenne Shelly Boggio. Pearcy ha già ammesso almeno in cinque occasioni di essere stato lui a strangolare, pugnalare oltre 30 volte e infine affogare la ragazzina nel 1985. Lo scorso dicembre gli avvocati di Dailey hanno ottenuto una dichiarazione scritta giurata da Pearcy in cui questi confermava quanto dichiarato a voce.

In seguito alla decisione del giudice, il capo della difesa di Dailey, Joshua Dubin, ha dichiarato ai media: “Ci fa piacere che il giudice Siracusa abbia accettato di fissare un’udienza, durante la quale potrà ascoltare per la prima volta la testimonianza diretta di Jack Pearcy, di come lui e solo lui abbia assassinato Shelly Boggio e successivamente abbia permesso che la colpa di questo crimine ricadesse anche sul signor Dailey. Speriamo che, quando la verità sarà ascoltata, sia evidente che lo Stato della Florida non può e non deve giustiziare un innocente”. Dubin ha aggiunto: “E’ duro rendersi conto che quest’uomo è stato incarcerato per oltre trent’anni per un crimine che non ha commesso”.

L’accusa aveva concesso che non c’erano “prove fisiche o impronte digitali o peli o altre fibre” che collegassero Dailey al crimine. Egli fu condannato per la testimonianza iniziale di Pearcy (poi ritrattata) e soprattutto per la testimonianza del detenuto Paul Skalink, un ‘informatore carcerario’, seguita poi da quella di altri due detenuti (in merito a questi ultimi, prove successive dimostrarono che i dettagli del crimine erano stati loro forniti dalla polizia e che avevano ricevuto una riduzione delle condanne in cambio della loro testimonianza). Secondo i detenuti Daley avrebbe detto loro di essere colpevole.

L’avvocato difensore Dubin ha dichiarato: “Spero che questa udienza sia solo la punta dell’iceberg, che segnerà l’inizio di una serie di procedimenti miranti a ottenere un nuovo processo per James Dailey”.

Invece, secondo il parere di alcuni interessati al suo caso, la situazione di Dailey non è ancora da guardare con ottimismo: l’ottenimento della testimonianza di Jack Pearcy non avrebbe altro affetto oltre a quello di rimandare l’esecuzione della sua condanna capitale.

Dailey aveva dichiarato alla ABC News in un’intervista esclusiva: “Non ho paura di morire, ma ho paura si trascorrere il resto della mia vita in carcere per un crimine che non ho commesso e di non poter palesare la mia innocenza ai miei figli, ai miei nipoti e ai miei pronipoti.”

Dal Registro Nazionale delle Assoluzioni risulta che quasi 200 condanne relative a casi in cui era stato utilizzato dall’accusa un ‘informatore carcerario’ sono state cancellate negli USA dal 1968 ad oggi. Di queste, 27 erano condanne a morte.

Gli esperti dicono che l’offerta di riduzioni della pena unita alla minaccia di essere rinchiusi in isolamento, dà agli ‘informatori carcerari’ un incentivo a mentire. Mark Bederow, difensore di un condannato di New York, anch’egli incriminato per la testimonianza di un informatore del carcere, ha dichiarato: “Ogni volta che c’è una spia del carcere coinvolta in un caso, chiunque con un briciolo di buon senso dovrebbe capire che si tratta di qualcuno che vuole ottenere qualcosa in cambio della sua collaborazione. Gli informatori non fanno questo per bontà d’animo e gli avvocati dell’accusa dovrebbero rivelare alla giuria i benefici che riceveranno questi testimoni, dando così ai giurati la possibilità di soppesare le prove e valutarle con equità.

Secondo quanto dichiarato nell’appello presentato dagli avvocati di Dailey nel 2018, nel suo caso ci fu anche una forte pressione per ottenere la condanna a morte, dopo che l’accusa non era riuscita ad ottenerla per Pearcy. A quell’epoca nessuno aveva ulteriori informazioni sul caso di Dailey, ma pochi giorni dopo tre altri detenuti affermarono che Dailey aveva parlato con ciascuno di loro dell’omicidio. Nell’appello del 2018 è scritto che la testimonianza di questi informatori “divenne il fulcro dell’accusa, anche se nessuna delle loro dichiarazioni possedeva indizi indipendenti di affidabilità”.

Robert Dunham, direttore esecutivo del Death Penalty Information Center, ha detto che non si dovrebbe mai fare affidamento solo sulle testimonianze di un ‘informatore carcerario’ non corroborate da altre prove. Ed ha aggiunto che tali informatori sono maggiormente attratti dai casi ad alto profilo come quello di Dailey perché ritengono di poter ottenere grossi benefici dagli avvocati dell’accusa in cambio della loro collaborazione.

Dunham ha detto: “Skalink era il peggior tipo di informatore, una spia seriale… eppure è riuscito a far ritenere valide 37 confessioni in caso di assassinii e altri reati. 8 di questi casi ottennero l’incriminazione dell’imputato per omicidio di primo grado e quattro condanne a morte”. All’epoca del caso di Dailey, Skalink stava rischiando una condanna di 20 anni se fosse stato riconosciuto colpevole di furto aggravato. L’avvocato dell’accusa di Dailey dichiarò di non aver fatto un patto con Skalink se avesse testimoniato al processo di James; tuttavia, cinque giorni dopo la condanna a morte di Dailey, Skalink fu scarcerato sulla parola, nonostante l’avvertimento, da parte del poliziotto che lo aveva gestito durante un precedente rilascio sulla parola, che c’era la forte possibilità che egli sarebbe fuggito.

Il Connecticut, l’Illinois e il Texas stanno sforzandosi di attuare politiche di monitoraggio degli ‘informatori carcerari’, quali la redazione di registri che includono, tra le altre cose, i dati relativi alle punizioni disciplinari e la lista dei loro visitatori. Speriamo che anche la Florida prenda in considerazione simili provvedimenti per il futuro e che, nel caso di Dailey, la giustizia (quella vera) trionfi. (Grazia)

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(1) Pearcy non fu condannato a morte ma all’ergastolo.

(2) Vedi nn. 263, 264, 267.

4) RODNEY REED SALVO IN TEXAS? NEANCHE PER SOGNO.

 

Il 24 febbraio u. s. la Corte Suprema degli Stati Uniti ha rifiutato di intervenire in favore del condannato a morte texano Rodney Reed. Ricordiamo che Reed fu salvato dall’iniezione letale nel novembre scorso da un’enorme mobilitazione popolare in suo favore. Ora per il nero Rodney Reed, ritenuto da molti innocente, potrebbe essere di nuovo fissata la data di esecuzione.

 

Riguardo al caso del nero Rodney Reed, condannato a morte in Texas, vi è stata un’appassionata discussione nel pubblico e nei media e un’enorme mobilitazione mentre si approssimava il 20 novembre u. s., giorno fissato per la sua esecuzione. Oltre due milioni di persone, tra cui famose personalità dello spettacolo e della politica, inviarono appelli in suo favore al governatore Greg Abbott.

Il 15 novembre la Commissione per le Grazie del Texas (Texas Board of Pardons and Paroles) votando all’unanimità ha proposto al Governatore di sospendere per 120 giorni l’esecuzione. Poi la Corte Criminale d’Appello del Texas (TCCA) ha sospeso l’esecuzione a tempo indeterminato e ordinato che si tenesse un’udienza per esaminare alcune delle prove di innocenza presentate dalla difesa di Reed (1)

Tale Corte ha fissato otto volte tale udienza prima di negare il suo intervento!

La difesa di Reed composta da noti e valenti avvocati è ricorsa alla Corte Suprema degli Stati Uniti la quale, il 24 febbraio scorso, ha reso noto il suo diniego a intervenire in favore del condannato.

La giudice della Corte Suprema Sonia Sotomayor, contraria al respingimento dell’appello in favore di Rodney Reed, ha dichiarato che a suo avviso il caso non è chiuso: “Conservo la speranza che le possibili opzioni difensive a livello statale assicureranno una piena e giusta considerazione dell’innocenza di Reed e non permetteranno che la peggiore della conseguenze pesi sulla coscienza della Nazione dal momento che la condanna di Rodney Reed rimane impantanata nel dubbio”.

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(1) Vedi l’ampio articolo in merito nel n. 265

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5) NOTEVOLMENTE PEGGIORATE LE CONDIZIONI DI DETENZIONE IN TEXAS

 

Entrano in vigore il 1° marzo nuove disposizioni che peggiorano le condizioni di detenzione nelle carceri texane e ostacolano le relazioni dei detenuti con i loro amici e corrispondenti nel mondo libero.

 

Il 7 febbraio abbiamo ricevuto il seguente messaggio da una nostra lettrice:

 

Buongiorno, scrivo da 14 anni a un condannato a morte in Texas, detenuto nella Polunsky Unit. Oggi ho letto che dal 1° marzo non solo non sarà più possibile inviare cartoline, ma non si potrà più inviare denaro o cibo se non si è sulla sua lista dei visitatori.

Io ho sempre cercato quando potevo di inviargli piccole somme di denaro tramite Jpay e di inviargli cibo tramite TDCJ e-comm.

A quanto pare, dal 1° marzo non potrò più farlo. E come me anche altri pen pal europei, che scrivono e inviano denaro, ma non hanno la possibilità di andare negli States. La vita di molti detenuti in deathrow diventerà ancora peggiore di quanto già non sia.

Qui è dove ho letto la notizia: https://www.tdcj.texas.gov/news/inspect_2_protect.html

Se avete qualche suggerimento da darmi, ve ne sono grata.

Grazie, Daniela

 

Dopo di ciò abbiamo chiesto chiarimenti ai nostri corrispondenti texani che ci hanno confermato che dal 1° marzo p. v. occorrerà essere inseriti nella ‘lista dei visitatori’ dei detenuti per poter inviare loro denaro o fare acquisti online in loro favore. Inoltre i visitatori dei detenuti dovranno essere fiutati da cani antidroga (in figura) prima di poter accedere alla sala visite. Cani che a volte danno segnali positivi anche in assenza di droga.

Da notare: Daniela corrisponde con un condannato a morte ma le nuove regole valgono per tutti i detenuti texani e non solo per i condannati a morte.

Riportiamo, in una nostra traduzione, la parte del documento pubblicato dal Dipartimento carcerario del Texas (TDCJ ) che contiene le nuove regole riguardanti la posta per i detenuti:

 

“Le procedure riguardanti la posta per i detenuti verranno così cambiate:

  •  Ai detenuti sarà concesso di ricevere dai corrispondenti generali posta scritta su carta bianca standard. La posta in arrivo su carta colorata, decorata, su cartoncino, carta da zucchero, carta rinforzata da cotone o lino sarà proibita.

  •  Le lettere mandate ai detenuti non potranno contenere sostanze difficilmente controllabili quali profumi, adesivi, rossetti, sostanze in polvere o opere artistiche realizzate con vernice, lustrini, colla o nastri adesivi.

  •  I detenuti non potranno ricevere biglietti d’auguri di qualsiasi tipo.

  •  Non vi saranno restrizioni sulla lunghezza delle lettere in arrivo o in partenza; comunque verrà posto un limite di dieci foto per ogni spedizione.”

6) PRATICAMENTE ABOLITA LA PENA DI MORTE IN COLORADO

 

La Camera dei Rappresentanti del Colorado, dopo un lungo ed acceso dibattito, il 26 febbraio ha approvato la legge che abolisce la pena di morte. Essendo già stata approvata del Senato, la legge abolizionista per andare in vigore ha bisogno solo della firma del Governatore Jared Polis, un abolizionista.

 

I deputati del Colorado, con occhi annebbiati dalla stanchezza, hanno votato la legge di abolizione della pena di morte intorno alle 4 del mattino di mercoledì 26 febbraio, dopo circa 11 ore di discussione.

La legge abolizionista è stata approvata con 38 voti a favore e 27 contrari.

La maggior parte del tempo è stata occupata dai Repubblicani, contrari all’abolizione, che hanno tenuto discorsi e hanno proposto inutilmente emendamenti alla legge abolizionista. I Repubblicani hanno utilizzato un paio d'ore di dibattito chiedendo che gli elettori fossero chiamati a decidere in merito tramite un referendum ma i Democratici hanno rintuzzato i loro attacchi.

"Non ho intenzione di schivare i problemi difficili scaricandoli sul popolo", ha detto la deputata di Fort Collins, Jeni Arndt, sponsor della legge abolizionista. "Noi siamo il popolo".

A un certo punto il deputato repubblicano Steve Humphrey ha cominciato a leggere la Bibbia e ha proseguito per 39 minuti.

Il blocco dell’approvazione della legge è stato considerato un lavoro di squadra dai Repubblicani, anche se gli interventi dei deputati Dave Williams, Terri Carver, Richard Holtorf, Larry Liston e Lori Saine sono stati particolarmente importanti.

"Una parte di questa assemblea ha difeso le famiglie e le vittime", ha detto Lori Saine. "Una parte ha difeso i criminali".

I Democratici sono riusciti a parlare solo dopo mezzanotte.

Il tono della discussione è stato per lo più tragico. Lo è stato in particolare quando il deputato democratico Tom Sullivan, ha parlato di suo figlio Alex, che fu ucciso in una famosa sparatoria nel teatro di Aurora, il cui assassino non ha ricevuto la pena di morte.

Già approvata dal Senato, dopo l’approvazione della Camera la legge abolizionista è stata inviata al Governatore democratico Jared Polis, che si è impegnato a firmarla nel giro di due settimane.

È quindi pressoché sicuro che il Colorado diventerà presto il 22-esimo stato USA ad abolire la pena di morte.

La legge abolizionista varrà per il futuro e non si applicherà ai tre uomini già nel braccio della morte del Colorado. Tuttavia il governatore Polis ha detto che prenderà in considerazione la concessione della clemenza per loro, se richiesta.

Robert Ray e Sir Mario Owens sono entrambi nel braccio della morte per l'uccisione di Javad Marshall Fields, figlio della senatrice Rhonda Fields, e della sua fidanzata, Vivian Wolfe. I due giovani furono uccisi mentre percorrevano in auto una strada nella periferia di Denver nel 2005.

La terza persona nel braccio della morte del Colorado è Nathan Dunlap, condannato per la brutale uccisione a colpi di arma da fuoco di quattro persone all'interno del ristorante Chuck E. Cheese di Aurora nel lontano 1993. Nel 2013, l'allora Governatore John Hickenlooper rinviò a tempo indeterminato la sua esecuzione. (Pupa)

7) WASHINGTON È ABOLIZIONISTA DI FATTO, ORA LO DIVENTERÀ PER LEGGE

 

La stato di Washington non esegue più condanne a morte. Una legge abolizionista è stata approvata a larga maggioranza dal Senato il 31 gennaio. Ci si aspetta che quest’anno anche la Camera dei Rapprentanti la approvi. Ciò anche se negli ultimi tre anni tale ramo del parlamento si è rifiutato di farlo.

 

Il 31 gennaio u. s. la proposta di legge per l’abolizione della pena di morte è stata approvata dal Senato dello stato di Washington con un’ampia maggioranza: 28 voti a favore, 18 contro.

Se la legge abolizionista verrà approvata anche dalla Camera dei Rappresentanti diventerà irreversibile il blocco delle esecuzioni conseguente ad una decisione presa della Corte Suprema di tale stato: nel 2018 la Corte Suprema dichiarò contraria alla costituzione la pena di morte per come era amministrata, in quanto inflitta in modo “arbitrario e razzista”. Allora le sentenze capitali venivano emesse solo in 3 delle 39 contee dello stato di Washington e la probabilità di essere condannti a morte per i neri era quattro volte maggiore che per i bianchi.

Il quella occasione tutte le 8 condanne a morte in essere furono commutate in ergastolo senza possibilità di liberazione.

Negli ultimi tre anni l’abolizione della pena capitale, approvata dal Senato per tre volte, non è passata alla Camera dei Rappresentanti.

Ora la mutata configurazione politica della Camera dei Rappresentanti fa ritenere che l’abrogazione della pena di morte sarà contenuta in una legge che il Governatore Jay Inslee, un abolizionista convinto, sottoscriverà sicuramente. Ricordiamo che Jay Inslee nel 2014 impose una moratoria rifiutandosi di firmare gli ordini di esecuzione (1).

La pena di morte è stata poco usata nello stato di Washington in cui sono state portate a termine solo 78 esecuzioni capitali a partire dal 1904, l’ultima delle quali il 10 settembre 2010 quando fu ucciso tale Cal Coburn Brown. É ora di finirla.

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(1) Vedi n. 234

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8) UN’OCCHIATA ALL'INTERNO DELLA CAMERA DELLA MORTE DELL'OREGON

 

È passato un quarto di secolo da quando l'Oregon ha messo a morte qualcuno ma in quello stato tutto è pronto per eseguire sentenze capitali che probabilmente non verranno mai eseguite.

 

La camera della morte del Dipartimento di Correzione dell'Oregon si trova nel profondo del carcere più antico dello stato, a Salem. L'ingresso alla suite trilocale non è contrassegnato. Una finestrella sulla porta è coperta.

Il luogo è tranquillo, sospeso nel tempo.

Il Dipartimento di Correzione ha permesso ad un giornalista del giornale The Oregonian di entrare nella camera della morte.

Il giornalista aveva chiesto di visitare la camera della morte dopo l’approvazione alla fine dello scorso anno di una legge che restringe notevolmente l’applicazione della pena capitale introdotta in Oregon nel 1984 quando gli elettori emendarono la Costituzione per introdurla.

"La manteniamo igienica e pulita", ha detto il capo delle guardie carcerarie Toby Tooley. "Riceviamo molti visitatori. C’è molto interesse a visitarla. È più di una tappa storica."

Le stanze compatte - una piccola cella di detenzione, un bagno con doccia e la camera di esecuzione stessa - appaiono vestigia di un'altra epoca. E in un certo modo lo sono. L'ultima persona messa a morte in Oregon è stata Henry Charles Moore. Moore, condannato a morte per gli omicidi del suocero e della suocera compiuti nel 1992, morì alle ore 0:23’ del 16 maggio 1997.

Nel 2011, lo stato ha preparato nuovamente le stanze della morte dopo che un giudice ha firmato il mandato di esecuzione per il killer Gary Haugen. L’ordine di esecuzione fu emesso quando il killer rinunciò a presentare appelli.

Ma due settimane prima della data prevista per l'esecuzione di Haugen, il governatore di allora John Kitzhaber impose una moratoria sulle esecuzioni, definendo la pena capitale "moralmente sbagliata" e sostenendo che il sistema legale dell'Oregon "non riesce a soddisfare gli standard fondamentali di giustizia". La moratoria imposta da Kitzhaber è stata estesa dalla governatrice Kate Brown (nella foto) che gli è succeduta.

La suite viene conservata come un rifugio antiaereo dell'era della Guerra Fredda. L'orologio sul muro non segna più il tempo. Le batterie sono scariche. Ci sono le cinture di cuoio per legare il corpo del condannato.

Il sopravvissuto Gary Haugen rimane nel braccio della morte, una struttura costituita su 2 livelli a pochi passi dalla camera di esecuzione.

Nel braccio della morte dell’Oregon rimangono 28 uomini e una donna che, con ogni probabilità, non metteranno mai piede nella camera.

Oggi, 29 stati, incluso l'Oregon, hanno la pena di morte. In 4 di essi, tra cui l'Oregon, è in atto una moratoria. Si prevede che il numero dei condannati a morte diminuirà ulteriormente.

La legge approvata lo scorso anno riduce drasticamente la possibilità di infliggere pena di morte nell'Oregon. Ora la pena capitale può essere inflitta solo per quattro categorie di omicidio aggravato: uccisione di una persona mentre si è rinchiusi in prigione per un precedente omicidio; uccisione di due o più persone come atto di terrorismo organizzato; omicidio intenzionale e premeditato di un bambino di età inferiore ai 14 anni; uccisione di un agente di polizia penitenzia o di un agente addetto al controllo dei detenuti rilasciati in libertà vigilata.

Mentre la politica e l’opinione pubblica riguardo alla pena di morte sono cambiati, la camera di esecuzione dell'Oregon non è cambiata.

Per arrivarci, devi attraversare 3 porte chiuse nella prigione di massima sicurezza dell'Oregon, quindi attraversare l'edificio principale e tornare fuori.

Da lì percorri un largo passaggio pavimentato, detto “il viale”, che separa il blocco di celle, torreggiante, dal cortile della ricreazione.

Il cammino prosegue fino ad uno squallido edificio giallo situato in un lontano angolo del complesso carcerario dove sono rinchiusi i detenuti più provocatori, e in cui si trovano il braccio della morte e la camera di esecuzione.

La cella di detenzione dove, secondo il protocollo della prigione, il condannato deve essere tenuto per 48 ore prima dell’esecuzione, resta inutilizzata ma pronta: il letto è fatto, una federa viola è sul cuscino. Una coperta di lana grigia è avvolta attorno all’imbottitura del materasso. Non c’è altro.

Una lunga checklist è ancora appesa al muro. È passato così tanto tempo che il capo delle guardie carcerarie Toby Tooley non è del tutto sicuro di quando sia stata affissa. Descrive in dettaglio 25 passaggi tra il momento in cui i testimoni dell’esecuzione vengono fatti entrare nell’area loro riservata e il momento in cui l’addetto dell’obitorio rimuove il corpo del condannato.

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2 telefoni a pulsante, uno rosso e l'altro azzurro, sono appesi al muro. Ciascuno è contrassegnato con una scritta: “Governatore” e “Procuratore generale”.

Il protocollo di esecuzione dello stato richiede che il Governatore e il Procuratore generale diano il via libera prima che venga somministrata l'iniezione letale.

Il Dipartimento di Correzione non consente al pubblico di visitare le sue prigioni, ma alcune volte al mese il personale apre le stanze a piccoli gruppi di avvocati, giudici e studenti universitari. Tooley dice della camera della morte: "È utilizzata solo per tour ed esecuzioni".

(Anna Maria)

9) LA CORTE CRIMINALE SPECIALE SAUDITA SILENZIA LE VOCI CRITICHE

 

L’Arabia Saudita, ricco paese petrolifero alleato dell’Occidente, governato dal principe Mohammed bin Salman, continua a violare pesantemente i diritti umani specie nei riguardi degli oppositori del regime. Qui la pena di morte e la tortura vengono utilizzate per tacitare gli oppositori, colpevoli o innocenti. (1)

 

Un nuovo rapporto pubblicato il 6 Febbraio da Amnesty International (2) rivela come, nonostante tutta la loro retorica sulle riforme, le autorità saudite stiano usando la Corte Criminale Speciale (SCC) come arma per mettere a tacere sistematicamente il dissenso. Oltre a pubblicare il rapporto Amnesty ha lanciato una campagna per chiedere il rilascio immediato e incondizionato di tutti i difensori dei diritti umani, detenuti per la loro attività pacifica.

Nel rapporto intitolato "Mettere a tacere le voci critiche: Processi politicizzati davanti alla Corte Criminale Speciale dell'Arabia Saudita", l'organizzazione documenta l'impatto agghiacciante delle attività della SCC contro i difensori dei diritti umani, gli scrittori, gli economisti, i giornalisti, i religiosi, i riformisti e gli attivisti politici, inclusa la minoranza musulmana sciita che ha subìto processi palesemente ingiusti davanti alla SCC e ha ricevuto pene aspre, compresa la pena di morte, in base a vaghe leggi antiterrorismo e anti-cibercriminalità.

Nel rapporto sono inclusi: un ampio esame di documenti giudiziari, dichiarazioni governative e normative nazionali, nonché interviste con attivisti, avvocati e persone vicine ai casi documentati. Amnesty International ha scritto alle autorità saudite il 12 dicembre 2019, e ha ricevuto una risposta dalla Commissione ufficiale per i Diritti Umani, che sintetizza le leggi e le procedure pertinenti, ma non affronta i casi sollevati nella relazione.

Il governo dell'Arabia Saudita sfrutta la SCC per creare una falsa aura di legalità attorno al suo abuso della legge antiterrorismo per mettere a tacere i suoi critici. Ogni fase del processo giudiziario della SCC è contaminata da violazioni dei diritti umani, dalla negazione del ricorso a un avvocato, fino alla segregazione, alle condanne basate esclusivamente sulle cosiddette "confessioni" estratte attraverso la tortura", ha affermato Heba Morayef, Direttrice Regionale di Amnesty International per l'Africa Medio-Orientale e Settentrionale. "La nostra ricerca evidenzia la nuova brillante immagine riformista che l'Arabia Saudita sta cercando di creare, spiegando come il governo usi un tribunale quale la SCC nella spietata repressione di coloro che sono abbastanza coraggiosi per esprimere opposizione, difendere i diritti umani o chiedere riforme significative”.

La retorica del governo sulle riforme, che è aumentata dopo l’ascesa al potere del principe ereditario Mohammed bin Salman, è in netto contrasto con la realtà della situazione dei diritti umani nel paese. Contemporaneamente a una serie di riforme positive sui diritti delle donne, le autorità hanno scatenato un intenso giro di vite contro alcuni difensori, di alto profilo, dei diritti umani delle donne, che si erano battuti per anni per quelle riforme.

La SCC è stata istituita nell'ottobre 2008 per processare persone accusate di crimini di terrorismo. Dal 2011 è stata sistematicamente utilizzata per perseguire le persone con vaghe accuse che spesso equiparano le attività politiche pacifiche ai crimini di terrorismo. La legge antiterrorismo, che dà definizioni troppo ampie e vaghe di "Terrorismo" e di "Crimine terroristico", contiene disposizioni che criminalizzano l'espressione pacifica delle opinioni.

Il rapporto di Amnesty International documenta i casi di 95 individui, per lo più uomini, che sono stati processati, condannati o tenuti sotto processo davanti alla SCC tra il 2011 e il 2019. Ad oggi sono ancora in corso processi davanti alla SCC di almeno 11 persone detenute per la loro associazione ed espressione pacifica. Circa 52 stanno scontando lunghe pene detentive da 5 a 30 anni.

Numerosi musulmani sciiti dell'Arabia Saudita, compresi giovani uomini processati per "crimini" di cui furono accusati quando avevano meno di 18 anni, sono a rischio imminente di esecuzione a seguito di processi evidentemente ingiusti davanti alla SCC. Almeno 28 sauditi della minoranza sciita sono stati giustiziati dal 2016, molti dei quali sono stati condannati a morte dalla SCC che si si è basata esclusivamente su "confessioni" ottenute con la tortura.

 

Processi palesemente ingiusti

 

Amnesty International ha esaminato attentamente otto processi presso la SCC di 68 imputati sciiti, la maggior parte dei quali è stata processata per la partecipazione alle proteste antigovernative, e di altre 27 persone processate per la loro espressione pacifica e l'attivismo per i diritti umani. Per tutti i 95 casi l'organizzazione ha concluso che i processi erano stati palesemente ingiusti. Gli imputati sono stati arrestati e, in molti casi, condannati a morte, con vaghe accuse che criminalizzano l'opposizione pacifica o (accuse) di violenza.

Uno dei più sorprendenti fallimenti della SCC nei processi esaminati da Amnesty International è la sua indiscutibile dipendenza da "confessioni" ottenute con la tortura. Almeno 20 uomini sciiti processati dalla SCC sono stati condannati a morte sulla base di tali "confessioni", con 17 di loro già giustiziati.

Le accuse più comuni utilizzate nei procedimenti analizzati da Amnesty International includono "violare la regola", "mettere in discussione l'integrità dei funzionari e il sistema giudiziario", "incitare al disordine invocando dimostrazioni" e "formare un'organizzazione senza autorizzazione", le quali tutte descrivono atti protetti dal diritto alla libertà di espressione, di riunione e di associazione.

A ogni singolo imputato nei processi presso la SCC esaminati da Amnesty International è stato negato il ricorso a un avvocato, dal momento del loro arresto e durante il loro interrogatorio. I ricorsi contro le sentenze della SCC sono condotti a porte chiuse senza la presenza o la partecipazione degli imputati o dei loro avvocati.

 

Museruola alle voci pacifiste

 

Praticamente tutte le voci indipendenti dell'Arabia Saudita, comprese quelle dei difensori dei diritti umani, degli scrittori e dei religiosi, sono dietro le sbarre a scontare lunghe condanne pronunciate dalla SCC e da altri tribunali dal 2011, o rimangono sotto processo con accuse legate alla loro espressione o attivismo pacifista. Tra quelli perseguiti dalla SCC vi sono membri fondatori di gruppi indipendenti per i diritti umani, che le autorità hanno eliminato nel 2013. Ad esempio, tutti gli 11 membri fondatori dell'Associazione Saudita per i diritti civili e politici (ACPRA) sono stati processati e condannati negli ultimi anni per il loro lavoro sui diritti umani. Inoltre difensori dei diritti umani come Mohammad al-Otaibi, membro fondatore dell'Unione per i Diritti Umani, che è stato condannato a 14 anni di carcere per i suoi tentativi di formare un'organizzazione indipendente per i diritti umani. Attualmente costui sta affrontando nuove accuse per la sua comunicazione con le organizzazioni internazionali e per il suo tentativo di chiedere asilo politico.

Tra gli altri che rimangono sotto processo davanti alla SCC vi sono Salman al-Awda, un religioso riformista arrestato nel settembre 2017, che rischia la pena di morte per aver esercitato pacificamente il suo diritto alla libertà di espressione e di associazione. Amnesty International ha documentato i processi e le condanne di 27 individui da parte della SCC, e considera 22 dei 27 ancora detenuti illegalmente come prigionieri di coscienza di cui chiede l’immediata e incondizionata liberazione.

 

Schiacciare il dissenso nella provincia orientale

 

Dal 2011 oltre 100 musulmani sciiti dell'Arabia Saudita sono stati portati davanti alla SCC in relazione sia alle critiche pacifiche al governo, nei discorsi o nei social media, sia alla partecipazione alle proteste antigovernative. Sono stati processati con accuse vaghe e varie che vanno dall'organizzazione e il sostegno delle proteste, al presunto coinvolgimento in attacchi violenti e allo spionaggio in favore dell'Iran.

Il 2 gennaio 2016, le autorità annunciarono che un religioso sciita, Nimr al-Nimr, noto per la sua posizione critica nei confronti del governo, era stato giustiziato, scatenando nuove proteste nella provincia orientale. Nel luglio 2017, Youssuf al-Muhsikhass, che era stato condannato a morte in seguito a un processo gravemente iniquo, fu giustiziato con altri 3 uomini sciiti, e nell'aprile 2019 è stata condotta un'esecuzione di massa di 37 uomini, la maggior parte dei quali sciiti.

"Se il re e il principe ereditario vogliono dimostrare di essere seri riguardo alle riforme, dovrebbero, come primo passo, immediatamente e incondizionatamente rilasciare tutti gli obiettori di coscienza, assicurarsi che le loro detenzioni e condanne siano annullati, e dichiarare una moratoria ufficiale di tutte le esecuzioni in vista dell’abolizione della pena di morte”, ha dichiarato Heba Moryef.

Lo SCC ha anche condannato a morte e giustiziato diversi giovani per crimini commessi quando avevano meno di 18 anni a seguito di "confessioni" estratte per mezzo della tortura o della coercizione. Tre giovani - Ali al-Nimr, Abdullah al-Zaher e Dawood al-Marhoon – rispettivamente di 17, 16 e 17 anni, furono arrestati separatamente nel 2012 in relazione alla loro partecipazione alle proteste antigovernative. I 3 sono a rischio imminente di esecuzione dopo essere stati condannati a morte in seguito a processi palesemente iniqui davanti alla SCC.

 

Richiesta una riforma urgente

 

Amnesty International chiede la liberazione immediata e incondizionata di tutti gli obiettori di coscienza, nonché una riforma radicale della SCC per garantire che essa possa condurre processi equi e proteggere gli imputati da detenzione arbitraria, torture e altri maltrattamenti. Devono inoltre essere svolte indagini indipendenti su accuse di tortura o altri maltrattamenti in stato di custodia, e pieno risarcimento per tutte le vittime di tortura e di altre violazioni dei diritti umani da parte di funzionari statali o di coloro che agiscono per loro conto.

A marzo ed a settembre del 2019, il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha adottato dichiarazioni congiunte senza precedenti sull'Arabia Saudita, che stabiliscono una serie di parametri di riferimento per urgenti riforme sui diritti umani. Nessuna di queste ha avuto riscontro e i membri del Consiglio devono garantire un attento controllo dell’operato del Consiglio sostenendo l'istituzione di un meccanismo di monitoraggio e di relazione sui diritti umani. (Traduzione di Anna Maria)

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(1) Sulla situazione dell’Arabia Saudita vedi nn.: 241; 247, Notiziario; 248; 251, Not.; 253, Not.; 254; 255; 258; 260, Not.; 266, Not., 267 (2) Vedi: https://www.amnesty.org/download/Documents/MDE2316332020ENGLISH.PDF

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10) I DIARI SPAVENTOSAMENTE DETTAGLIATI DEL BOIA FRANCESE DEIBLER

 

Per capire la pena di morte di oggi dobbiamo studiare la pena di morte del passato.

 

Sfogliando le pagine dei diari del boia francese Anatole Deibler (nella foto) vi si trovano i ritratti di omicidi, di ladri e di stupratori di bambini. Sono i volti dei criminali in attesa di ricevere la loro punizione. I lavori forzati in Guyana? L’ergastolo? O un appuntamento all'alba con il famigerato carnefice?

Fin dall’inizio della sua carriera nel 1891, Deibler stilò meticolose relazioni sui criminali che decapitò, completi dei loro curriculum.

L'esperto di criminologia Éric Guillion stava frugando negli archivi della polizia di Parigi quando si imbatté in uno schedario di foto segnaletiche.

Conservate con cura, le immagini che si trovano nei quaderni di Deibler, documentano le 299 decapitazioni portate a termine in 40 anni di carriera dal miglior boia della Francia.

Il libro Guillotinés scritto da Guillon e pubblicato alcuni mesi fa (1) parla di esecuzioni terribili ma anche di orribili crimini. Un esempio è la seconda esecuzione compiuta da Deibler. Nel 1891 egli decapitò 2 giovani che uccisero una vecchia signora prima provando a tagliarle la lingua, poi forando con un trapano di metallo una sua tempia e danzando sul suo corpo. I due giovani andarono a mangiare un boccone prima di recarsi a teatro per procurarsi un alibi.

Qui di seguito un’intervista fatta dal periodico VICE ad Éric Guillion.

 

VICE: Quando cominciarono ad essere utilizzate le foto segnaletiche?

 

Éric Guillon: alla fine del XIX secolo, quindi poco prima dell'inizio della carriera di Anatole Deibler. Prima del loro utilizzo era facile scivolare attraverso le fessure del sistema giudiziario con una falsa identità e l'unico modo affidabile per identificare i criminali era il marchio sulla pelle.

 

VICE: Che cosa sappiamo dei criminali citati nel libro?

 

Éric Guillon: Erano, in gran parte, assassini e spesso recidivi, colpevoli di crimini sordidi, come torturare donne o bambini. Allora, non potevi attraversare Parigi senza il rischio di essere attaccato da una banda. Il periodo in cui Deibler fu più attivo - dal 1890 al 1939 - si sovrappone anche alla prima guerra mondiale, dove molti casi riguardavano giovani di non più di 20 anni. C'è stato un chiaro aumento del crimine giovanile durante la guerra, a causa della distruzione delle strutture familiari.

 

VICE: Come avvenivano le esecuzioni?

 

Éric Guillon: Ai condannati non veniva comunicata la data della loro esecuzione, per evitare che diventassero incontrollabili. A volte dovevano aspettare quattro o cinque mesi. Dovevano passare ogni notte pensando che potesse essere la loro ultima. Per legge, le esecuzioni dovevano aver luogo nelle prime ore del mattino. La notte prima di un'esecuzione, Deibler e i suoi aiutanti assemblavano la ghigliottina nel modo più silenzioso possibile, ma ciò non impediva alla gente di accorgersene.

 

VICE: Che cosa intende?

 

Éric Guillon: A parte avvocati, giudici e pubblici ministeri, nessuno doveva sapere quando sarebbe avvenuta un'esecuzione. Ma la voce si sarebbe sparsa così tanto che le persone si sarebbero messe in fila per partecipare alle decapitazioni, che furono portate a termine in pubblico fino al 1939. Trovare la zona era abbastanza semplice, poiché la ghigliottina era sempre installata nello stesso punto di Parigi: di fronte alla Prigione della Santé.

Gli artisti e le persone di classe superiore si affrettavano per vedere le esecuzioni. Quando veniva giustiziato un famoso criminale, la gente pagava molto per affittare spazi come appartamenti con vista sul luogo dell’esecuzione. Altri avrebbero scalato muri e alberi. Il pubblico lo considerava un intrattenimento, come un reality show del giorno d'oggi. In seguito l'esecuzione si sarebbe potuta rivedere stampata. Dopo la prima esecuzione di Deibler, l'articolo del giorno seguente recitava: "Il giovane Deibler ha dimostrato un gesto sicuro del polso e la facilità di un praticante esperto. Dopo questa felice prova, possiamo prevedere e augurargli una buona carriera e una serie di spettacoli rispettabili. ”

 

VICE: Deibler era benvoluto?

 

Éric Guillon: È stato visto come un boia modello. Era molto professionale. Non era un sadico; non gli piaceva eseguire le condanne delle persone, voleva solo che la sua macchina funzionasse bene, quindi non avrebbe prolungato la loro sofferenza.

 

VICE: Come si faceva a diventare un boia allora?

 

Éric Guillon: Anatole Deibler proveniva da una dinastia di carnefici che lavoravano in Germania e poi in Francia. I boia erano una specie di casta, Deibler aveva anche sposato la figlia di un carnefice. L'azienda di famiglia non era qualcosa da cui si potesse facilmente uscire.

 

VICE: Ma Deibler voleva diventare un carnefice?

 

Éric Guillon: No, lavorava come commesso per un sarto in un grande magazzino parigino. Ma la sua famiglia lo ha spinto a portare avanti la tradizione di famiglia. Ad ogni modo, Deibler ha fatto la storia: i criminali erano soliti farsi tatuare "La mia testa per Deibler" sul collo, oltre a una linea attorno al collo seguita da "taglia lungo la linea tratteggiata".

 

VICE: Come veniva considerata questa professione?

 

Éric Guillon: Era una professione piuttosto ambita, a causa dello status che dava, e anche per l’ottima paga ricevuta per pochissimo lavoro. Dopo la morte di Deibler nel febbraio del 1939 furono presentate circa 200 domande per succedergli. (Pupa)

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(1) Vedi: https://www.vice.com/en_uk/article/y3mddk/anatole-deibler-executioner-diaries-guillotine-eric-guillon

11) NOTIZIARIO

 

Cina. Il coronavirus può costare la pena di morte. In Cina diffondere intenzionalmente il coronavirus, o approfittare economicamente del coronavirus, o nascondere il coronavirus, o riportare erroneamente i sintomi riferibili al coronavirus sono dei crimini che, nei casi più gravi, possono comportare la condanna a 10 anni di detenzione, o all’ergastolo o alla pena capitale. Tra i reati capitali sono comprese la produzione e la vendita di farmaci contro il coronavirus contraffatti e inefficaci. Lo ha ricordato una corte di giustizia di Pechino il 15 febbraio, citando alcuni articoli del codice penale.

 

Giappone. La popolazione è ancora largamente a favore della pena di morte. Da un sondaggio effettuato dalla Commissione Nazionale per la Pubblica Sicurezza alla fine dello scorso anno, intervistando 3000 giapponesi adulti, emerge che l’80,8% dei giapponesi reputa che la pena di morte sia necessaria. Tra coloro che sostengono il mantenimento della pena capitale il 56,6% ritiene che devono essere prese in considerazione le sofferenze delle vittime del crimine. Solo il 9% dei giapponesi è per l’abolizione in tutti i casi. Il 50,7% degli abolizionisti cita la possibilità che vi siano errori giudiziari. Il sondaggio viene effettuato ogni 5 anni e dal 2004 in poi i risultati sono pressoché uguali con i favorevoli alla pena capitale all’80%. Vedi https://www.nippon.com/en/japan-data/h00640/poll-reveals-more-than-80-support-death-penalty-in-japan.html

Sul perdurare della pena di morte in Giappone vedi nn.: 240; 244, Notiziario; 251; 252; 266 Notiziario.

 

Iran. Messo a morte il “Coccodrillo del Golfo Persico.” Il 25 gennaio u. s. l’agenzia ufficiale ISNA (Agenzia degli Studenti Iraniani) ha riferito dell’esecuzione di un grande trafficante di droga, denominato Coccodrillo del Golfo Persico, senza riportare il nome del condannato. Nonostante ciò l’emittente anti-governativa Radio Farda ha scoperto e riportato il nome e l’età del condannato: si è trattato del 36-enne Eisa Zamin Koofte. Costui è stato impiccato insieme ad un complice che Radio Farda ha identificato in Masih Hatami. Altri 18 uomini, complici del Coccodrillo del Golfo Persico, sono stati condannati all’ergastolo.

 

Iran. Condannati a morte 3 partecipanti alle sommosse contro il governo di novembre. Una Corte Rivoluzionaria di Tehran ha condannato a morte tre uomini che parteciparono, senza uccidere nessuno, alle sommosse antigovernative dello scorso novembre. Il processo contro di loro, presieduto dal noto giudice ultraconservatore Abolqassem Salavati, si è tenuto a porte chiuse. Un gruppo di opposizione ha scoperto l’identità dei tre condannati. Si tratta di Amir Hossein Moradi, Mohammad Rajabi, e Saeed Tamjidi. Saeed Moradi è stato condannato, oltre che alla pena capitale, a 15 anni di reclusione e a 74 frustate. Ricordiamo che le sommosse popolari conseguirono alla triplicazione del costo dei carburanti (Vedi n. 265, Notiziario).

 

Ohio. Il Governatore sposta in avanti le date di esecuzione. Il 31 gennaio il Governatore dell’Ohio Mike DeWine ha spostato in avanti le date di esecuzione di tre condannati a morte fissate nella prima metà dell’anno: Gregory Lott doveva essere ucciso il 12 marzo p. v., ma la sua esecuzione è stata spostata al 27 maggio 2021; John Stumpf doveva essere ucciso il 16 aprile p.v. ma la sua esecuzione è stata spostata al 15 settembre 2021; Warren “Keith” Henness doveva essere ucciso il 14 maggio p. v. ma la sua esecuzione è stata spostata al 12 gennaio 2022. Dall’inizio del 2019, quando è entrato in carica il Governatore DeWine, non vi sono state più esecuzioni in Ohio; l’ultima esecuzione in quello stato fu portata a termine a luglio del 2018. Il motivo per i rinvii addotto dal Governatore è la mancanza di farmaci letali da usare nelle esecuzioni causata dal diniego delle case farmaceutiche a fornire allo stato dell’Ohio tali farmaci. Rimangono fissate in Ohio altre sei date di esecuzioni nel 2020 ma ci si aspetta che tali esecuzioni non verranno portate a termine.

 

Somalia. Il ‘prezzo del sangue’ concordato in 75 cammelli. Per lo stupro e l’omicidio di una ragazza di 12 anni, avvenuto nella città somala di Galkayo un anno fa, sono stati condannati a morte tre uomini. Dopo che due dei violentatori sono stati fucilati, il 20 febbraio il terzo violentatore, tale Abdisalan Ab-dirahman, è tornato in libertà pagando un indennizzo di 75 cammelli alla famiglia della ragazza uccisa.

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 29 febbraio 2020