FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

Numero 157  -   Febbraio 2008

SOMMARIO:

1) Cina 2008: certi record non sono da perseguire

2) Petizione alla Cina: assicuriamo una massiccia partecipazione

3) In aprile il tour in Italia di Dale e Susan Recinella                            

4) Infine il Texas rinuncia a chiedere la vita di Johnny Penry                        

5) Proibita in Nebraska, la sedia elettrica rischia di scomparire                      6) Il Pentagono vuole la pena di morte per sei detenuti di Guantanamo         7) Reazione dei paesi mantenitori, scontro di civiltà all'Onu                              8) Arabia Saudita, Cina, Iran, Iraq, Stati Uniti e… Cologno al Serio        

9) Scoppia l’immenso carcere americano                                           

10) Dall’assemblea della Coalit prospettive di collaborazione                        

11) “Patiboli di carta”, gli scrittori condannano la pena di morte              

12) Notiziario: Idaho, Iraq, Texas                                                                                                                                                                    

 

 

1) CINA 2008: CERTI RECORD NON SONO DA PERSEGUIRE

 

Nell’agosto di quest’anno Pechino accoglie i Giochi Olimpici. La gioia e l’entusiasmo suscitati dal massimo evento sportivo mondiale, sono venati di tristezza perché non è possibile dimenticare che i Giochi si svolgono in un paese che è un formidabile sostenitore della pena di morte e che detiene il record mondiale delle esecuzioni capitali. Il Comitato Paul Rougeau si propone pertanto di partecipare intensamente alla mobilitazione della Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte nei riguardi della Cina, che è appena cominciata e si svolgerà nei mesi che ci separano dall’inizio dei Giochi.

 

La Carta Olimpica, che impegna organizzatori e partecipanti ai Giochi, afferma la necessità di “promuovere una società pacifica che si preoccupa di salvaguardare la dignità dell’uomo”. La pena di morte, largamente utilizzata in Cina, è incompatibile con questa istanza, in quanto viola il diritto alla vita, fondamentale tra i diritti umani.

La Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte – cui il Comitato Paul Rougeau aderisce - all’avvicinarsi delle Olimpiadi di Pechino, ha deciso di mobilitarsi nei riguardi del governo cinese.

La Cina esegue ogni anno il maggior numero di esecuzioni nel mondo e per di più anche per crimini non violenti.

Una recente riforma tende a limitare le esecuzioni capitali ripristinando il compito della Corte Suprema di rivedere tutte le sentenze capitali emesse nel Paese. Il Presidente della stessa corte afferma che “la pena di morte dovrebbe essere usata con molta prudenza”. In realtà, le esecuzioni continuano a pieno ritmo e numerose condanne a morte conseguono a tortura, oltre che a gravi errori giudiziari.     

L’opinione pubblica cinese si dice favorevole alla pena di morte, ma la popolazione non è informata della gravità del fenomeno. I Cinesi sarebbero della stessa opinione se conoscessero la verità sui dati, attualmente segreti?

La Coalizione Mondiale vuole credere che le riforme avviate dal governo cinese non si limitino solo ad un operazione di comunicazione organizzata ad hoc per i giochi olimpici. Un paese come la Cina, avviato verso la modernità e che si dice regolato dallo stato di diritto, deve introdurre riforme in materia di pena capitale su tutto il territorio. Sempre più presente sulla scena internazionale, la Cina può decidere di fare di queste riforme un primo passo verso l’abolizione della pena di morte, seguendo la tendenza universale, come dimostrato dai 135 paesi che già hanno cessato di utilizzare la pena capitale.

Come richiesto dalla Risoluzione adottata il 18 dicembre 2007 dall’Assemblea Generale dell’ONU, è necessaria una moratoria sulla pena di morte, e questa esigenza riguarda in primo luogo la Cina.

La Coalizione Mondiale, per cominciare chiede alle autorità  cinesi di comunicare in modo trasparente i dati sulla pena di morte. Essa invita inoltre la Cina ha stabilire una moratoria delle esecuzioni allo scopo di aprire un dibattito sereno sull’abolizione della pena capitale.

L’esempio di Hong Kong, che ha abolito la pena di morte nel 1993 e che da quel momento non ha più fatto esecuzioni, dimostra che l’abolizione della pena di morte in Cina è possibile.

La Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte, insieme alle organizzazioni aderenti, ha indetto una mobilitazione da ora e fino all’apertura dei Giochi di Pechino.

Alla fine di febbraio la Coalizione ha invito una lettera aperta al Congresso Nazionale del Popolo Cinese nella quale compaiono tutti i soggetti che la compongono, incluso il Comitato Paul Rougeau

(v. http://www.worldcoalition.org/modules/wfdownloads/singlefile.php?cid=38&lid=121 ).

La conclusione della mobilitazione, alla vigilia dell’apertura dei Giochi, consisterà in una conferenza stampa ampiamente pubblicizzata che si terrà ad Hong Kong, quindi in territorio cinese.

In questi mesi la Coalizione invita tutti gli abolizionisti a firmare la petizione indirizzata al Presidente della Repubblica Popolare Cinese, riportata nell’ultima pagina e tradotta nell’articolo seguente.

 

 

2) PETIZIONE ALLA CINA: ASSICURIAMO UNA MASSICCIA PARTECIPAZIONE

 

Qui di seguito trovate tutte le istruzioni necessarie per partecipare alla petizione contro la pena di morte rivolta alla Cina in occasione dei Giochi Olimpici di Pechino del 2008. Potete aderire on-line oppure, molto efficacemente, raccogliendo le firme su carta, fotocopiando ed utilizzando il modulo pubblicato in ultima pagina.

 

ADESIONE ON LINE

 

La petizione che in occasione dei Giochi Olimpici chiede alla Cina di stabilire una moratoria delle esecuzioni capitali in vista dell’abolizione della pena di morte, può essere sottoscritta facilmente on-line nel sito della Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte, attraverso i seguenti passi:

  1. Nel sito della World Caolition  accedi alla pagina dedicata alla Campagna Cina: www.worldcoalition.org/modules/news/article.php?storyid=11

  2. Cicca, sulla destra, su: Sign the Petition

  3. Cicca ancora su Sign the Petition nella barra al centro.

  4. Riempi il modulo con i dati personali:  Cognome (Last name), Nome (First name), Indirizzo Postale (Address), C.A.P (Post Code), Città (City), Paese (Country), scegliendo Italy, Occupazione, indirizzo e-mail.

  5. Cicca su: Sign the Petition

  6. Attenzione: non è finito! Arriverà un e-mail dalla World Coalition nella quale occorre cliccare sul link in colore per confermare l’adesione. Solo allora la sottoscrizione verrà aggiunta alla petizione.

  7. Ripeti possibilmente le stesse operazioni per parenti, amici, conoscenti, colleghi di lavoro ecc. che desiderino partecipare. Fatti dare con precisione tutti i loro dati; puoi mettere per tutti il tuo indirizzo e-mail. Occorrerà poi dare la conferma cliccando nel link in colore in ogni messaggio e-mail ricevuto dalla World Coalition.

  8. Se possibile: comunicaci, all’indirizzo prougeau@tiscali.it , il numero delle adesioni inserite di cui sei a conoscenza.

 

PETIZIONE SU CARTA

 

Molto efficacemente, la petizione può essere firmata su carta, dopo aver stampato o fotocopiato il modulo che pubblichiamo in ultima pagina.

E’ essenziale inserire i dati completi dei sottoscrittori (che devono firmare di loro pugno): Nome, Cognome, Indirizzo postale COMPLETO.

I moduli firmati devono essere inviati, al più tardi entro il 15 maggio, alla Coalizione Mondiale, che la inoltrerà all’interessato, all’indirizzo:

World Coalition Against the Death Penalty
ECPM
197/199 avenue Pierre Brossolette
92120 MONTROUGE   FRANCIA

Se potete, spedite anche una copia della petizione, per conoscenza, a S.E. Sun Yuxi - Ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese - Via Bruxelles, 56 , 00198 Roma

Sarà utile – per consentirci di valutare l’entità e l’andamento della mobilitazione - che ci facciate sapere il numero di sottoscrizioni da voi raccolte o a voi notificate, scrivendoci al nostro indirizzo postale ovvero inviando un messaggio e-mail all’indirizzo prougeau@tiscali.it

 

Traduzione delle petizione, ad uso del lettore: Al Presidente della Repubblica Popolare Cinese Hu Jintao.Eccellenza, secondo la Carta Olimpica, lo spirito dei Giochi si basa sul “rispetto dei fondamentali principi etici universali” e mira a mettere lo sport “al servizio dello sviluppo armonioso dell’uomo con l’obiettivo di promuovere una società pacifica interessata alla protezione dell’umana dignità”. Nonostante ciò, secondo le informazioni ottenute dalla Fondazione americana ‘DUI HUA’ si stima che in Cina nel 2006 siano state giustiziate dalle 7.500 alle 8.000 persone. La pena di morte in Cina comporta:- circa l’80% delle esecuzioni conosciute nel mondo nel 2006;- il ricorso continuo al segreto di Stato sui dati delle condanne a morte e delle esecuzioni;- il ricorso frequente alla tortura al fine di estorcere confessioni;- l’accumulo di errori giudiziari in seguito a processi sommari ed iniqui. Tuttavia, notiamo con interesse che il Governo cinese ha recentemente introdotto una riforma importante che prevede la revisione da parte dalla Corte Suprema di tutte le condanne a morte. Tale riforma potrebbe portare ad una significativa riduzione dell’applicazione della pena di morte. Seguendo l’esempio di Hong Kong, che ha abolito la pena di morte nel 1993, e della maggioranza dei Paesi del mondo, la Cina può e deve mettere fine a questa pratica. Noi cittadini del mondo chiediamo alle autorità cinesi di eliminare il segreto di Stato e di assicurare la massima trasparenza nell’applicazione della pena di morte in Cina. Conformemente alla Risoluzione per una moratoria sulla pena di morte adottata il 18 dicembre 2007 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che chiede a tutti gli Stati che ancora praticano la pena capitale di istituire una moratoria delle esecuzioni in vista della totale abolizione della pena di morte, invitiamo le autorità di Pechino a seguire la tendenza universale verso l’abolizione, stabilendo una moratoria immediata delle esecuzioni. Rispettosamente

 

 

3) IN APRILE IL TOUR IN ITALIA DI DALE E SUSAN RECINELLA

 

Dale Recinella, cappellano laico cattolico che assiste i condannati a morte della Florida sarà in Italia per svolgere conferenze in sei città dal 14 al 22 aprile. Invitiamo i lettori a non perdere la straordinaria occasione di ascoltare Dale, programmando e prenotando la loro presenza ad una delle conferenze.

 

Dale Recinella, un amico di vecchia data del Comitato Paul Rougeau, è un cappellano laico cattolico della Florida che assiste i prigionieri in isolamento e i detenuti del braccio della morte. Dale, tra l’altro, assiste i condannati nell’ultimo mese di vita e fin dentro la casa della morte. La moglie Susan, psicologa, si occupa della famiglia del condannato; assiste anche famiglie di vittime del crimine.

Prima di dedicarsi, ancora in giovane età, a tempo pieno al volontariato nelle carceri, sostenuto e mantenuto dalla famiglia, Dale Recinella era un brillante e ben remunerato avvocato della finanza.

Dale ha fatto una approfondita  ricerca teologica sulla pena di morte nella Bibbia scrivendo infine un libro autorevole sulla questione (v. recensione nel nostro sito). Favorito anche dalla sua cultura americana, è un esempio di limpida laicità.

Dale Recinella è venuto diverse volte nel nostro paese per tenervi conferenze che hanno avuto uno straordinario successo, l’ultima volta Dale è venuto in Italia insieme alla moglie Susan (v. n. 148).    

I coniugi Recinella sono degli ottimi oratori che si battono efficacemente contro la pena di morte. Tengono conferenze negli Usa e all’estero.   

Per lo più i viaggi in Italia di Dale sono stati organizzati dal nostro Comitato, e resi fecondi dalla traduzione degli interventi fatta da Grazia Guaschino, che riesce ad entrare in sintonia perfetta col nostro amico di oltre Oceano.

Susan e Dale saranno di nuovo in Italia nella seconda metà di aprile. La complessa e minuziosa organizzazione del tour è durata un anno. Questa volta il finanziamento del viaggio non proviene solo dalle tasche di Dale e dalla cassa del Comitato ma, in gran parte, dai Padri Gesuiti che hanno chiesto a Dale Recinella di parlare in tutte le loro scuole in Italia.

Dal momento che per lo più le conferenze di Dale e Susan si svolgeranno in ambiente scolastico, i soci e i simpatizzanti del Comitato che non vorranno perdere l’occasione di ascoltarli, dovranno preavvertirci in modo da ottenere il permesso dai presidi delle scuole.

Per dar modo ai lettori di programmare una auspicata presenza ad una delle conferenze di Dale, che si svolgeranno per lo più al mattino, anticipiamo qui sotto il calendario degli incontri. Daremo più precisi ragguagli (orari ed indirizzi) nel prossimo numero che uscirà nella prima settimana di aprile. Pubblicheremo anche un numero di telefono per consentire di preannunciare la propria presenza.

Lunedì 14 Aprile 2008: Conferenza di Dale e Susan Recinella a Milano. Martedì 15: Torino. Mercoledì 16: Palermo. Giovedì 17: Palermo. Venerdì 18: Messina. Lunedì 21: Napoli. Martedì 22: Roma.

 

 

4) INFINE IL TEXAS RINUNCIA A CHIEDERE LA VITA DI JOHNNY PENRY

 

La condanna a morte inflitta per tre volte a John Paul Penry, ritardato mentale reo confesso di omicidio, per tre volte è stata annullata. Patteggiando con la difesa, il 15 febbraio scorso l’accusa ha rinunciato a chiedere che Penry venga condannato a morte per la quarta volta. In cambio i suoi avvocati hanno accettato per lui una condanna a tre ergastoli consecutivi. Questa la conclusione di una vicenda drammatica e assurda che è durata trent’anni ed è costata ben oltre 10 milioni di dollari allo stato del Texas.

 

Johnny Penry, che crede a Babbo Natale, ha un quoziente di intelligenza valutato tra 50 e 63,  pari a quello di un bimbo di 7 anni. Dimostra il suo ritardo mentale con la sua disarmante ingenuità, col modo in cui scrive e si esprime, con i suoi disegni infantili.

John Paul Penry, detto ‘Johnny’, lascerà presto il braccio della morte del Texas in cui è rinchiuso da quasi trent’anni per andare a finire i suoi giorni in un carcere ‘normale’ (*). Nel 1979 egli uccise la 22-enne Pamela Moseley Carpenter, sorella di un famoso giocatore di football americano. Johnny si era illuso che Pamela, di cui si era invaghito, avrebbe accettato un rapporto sessuale, invece la giovane signora si rifiutò e reagì colpendolo con un paio di forbici da cucina (quelle che hanno il manico di plastica arancione). Johnny le strappò le forbici e con quelle la ferì al torace (**). La donna morì in ospedale alcune ore dopo.

Com’era pressoché scontato, il Texas chiese la vita dell’assassino e Johnny venne condannato a morte nel 1980.

Tuttavia i difensori portarono con successo il suo caso fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti, perché lo statuto della pena di morte vigente in Texas non aveva permesso alla giuria di valutare adeguatamente le attenuanti del comportamento di Penry - il ritardo mentale e i terribili abusi subiti nell’infanzia (***) - prima di optare per una sentenza di morte. La condanna a morte fu così annullata dalla Corte Suprema nel 1989 con la storica sentenza Penry v. Lynaugh. Ma Johnny fu riprocessato nel 1990, limitatamente alla fase di inflizione della pena, di nuovo senza dare adeguato risalto alle attenuanti, e condannato a morte.

Johnny Penry arrivò a tre ore dall’esecuzione nel 2000, mentre la Comunità di Sant’Egidio, che lo aveva nel frattempo ‘adottato’, teneva intense veglie di preghiera per lui. La procedura dell’iniezione letale fu sospesa dalla Corte Suprema federale; poi, nel 2001, la massima corte annullò la seconda condanna a morte, per motivi analoghi a quelli del primo annullamento.

Il Texas non si arrese e chiese ancora la pena di morte. Mentre Johnny Penry era sotto processo per l’inflizione della pena, nel giugno del 2002 giunse la sentenza Atkins v. Virginia della Corte Suprema Usa, che proibiva la pena capitale per i ritardati mentali. Nonostante ciò il processo continuò, anche se in modo pasticciato, e fu emessa la terza condanna a morte.

L’annullamento della terza condanna a morte di Penry fu decretato il 5 ottobre del 2005. Questa volta intervenne la Corte criminale d’Appello del Texas. L’accusa dichiarò che non avrebbe lasciato la presa.

Ci domandiamo il motivo di tanto accanimento nei riguardi di questo povero ritardato mentale e se mai ci può essere una logica che lo spieghi: fin dal primo processo gli avvocati difensori di Johnny avevano chiesto l’ergastolo per il loro cliente, che non aveva mai negato la sua colpevolezza.

L’accusa, motivata anche dall’importanza della famiglia della vittima e dalla risonanza mediatica del caso, si è invece impegnata al massimo, senza badare a spese, pur di far ammazzare Penry.

Se non ci fosse stato un accordo tra accusa e difesa, si sarebbe ripetuta per la quarta volta la fase processuale di “punishment”, quella in cui si sceglie tra la pena di morte e la massima pena detentiva.

L’accordo fra le parti è arrivato il 15 febbraio: in cambio dell’accettazione a tavolino di una condanna a tre ergastoli consecutivi, l’accusa ha rinunciato ad avviare l’ulteriore processo per ottenere una nuova condanna alla pena capitale. Il procuratore distrettuale della contea di Polk, William Lee Hon, ha scritto in una dichiarazione distribuita alla stampa: “Non c’erano garanzie che il quarto processo si potesse concludere in maniera tale da soddisfare le preoccupazioni delle corti d’appello assicurando infine che Penry venisse messo a morte”. Hon dichiara che “ nessuna punizione al di fuori della pena capitale è la giusta pena per Penry” tuttavia dice di aver dovuto tenere presenti le ragioni che rendono ormai “impraticabile ed insensato” perseguire tale pena.

Il costo di questo lunghissimo iter giudiziario che dovremmo definire farsesco, se non fosse stato drammatico per i familiari di Pamela Moseley Carpenter e per l’imputato, va molto al di là dei 10 milioni di dollari (tenuto conto che un unico processo capitale “normale” costa ai contribuenti del Texas circa 2,3 milioni di dollari).

Non osiamo pensare a quanto si sarebbe potuto fare per il reale contenimento della delinquenza con quella somma: per la sanità, l’istruzione e i sussidi di disoccupazione per i meno abbienti, favorendo così un minore ricorso al crimine per sopravvivere.

A ben pensarci però il Texas non ha speso poi così male il suo denaro: i ricorsi di Penry hanno portato sotto la luce dei riflettori l’assurdità del perseguimento della vendetta nei riguardi di persone con limitato sviluppo intellettivo favorendo la sentenza Atkins v. Virginia  del 2002 che proibisce l’esecuzione dei ritardati mentali. Inoltre gli statuti della pena di morte, a cominciare da quello del Texas, sono stati emendati, in conseguenza della sentenza Penry v. Lynaugh, per garantire la piena valutazione delle attenuanti prima dell’eventuale emissione di una sentenza di morte.

A quanti sostengono che la pena di morte è utile per alleviare il dolore dei familiari delle vittime, desideriamo qui far presente la reazione di Mark Moseley, il famoso fratello di Pamela, che ha presenziato al patteggiamento. Mark ha dichiarato alla stampa che l’udienza lo ha riportato indietro a rivivere il giorno della tragedia e lo ha fatto sentire “proprio come se fosse appena accaduta di nuovo”. Interrompendo le richieste reiterate della propria famiglia della pena di morte per Penry, ha aggiunto di essere contento di potersi finalmente lasciare alle spalle questa esperienza. Ciò dimostra una volta ancora che i familiari delle vittime sono in realtà vittime due volte, dei criminali ma anche dello stato che cerca in tutti i modi, per anni e anni, di ottenere l’esecuzione delle condanne a morte. Lo stato costringe queste persone, per un lunghissimo periodo, a non considerare concluso il proprio travaglio interiore, con il continuo riandare a ricordi indicibilmente dolorosi.

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(*) Del suo caso, che ha marcato la storia della pena di morte negli Stati Uniti, ci siamo occupati molte volte nel corso degli anni (v. ad es. nn. 81, 87, 93, 99, 123, 132).

(**) Si afferma ma non è accertato che Penry riuscisse a violentare la vittima prima di colpirla con le forbici.

(***) V. http://web.amnesty.org/library/Index/ENGAMR511951999

 

 

5) PROIBITA IN NEBRASKA, LA SEDIA ELETTRICA RISCHIA DI SCOMPARIRE

 

In Nebraska, unico stato che prevedeva l’uso della sedia elettrica quale metodo esclusivo per eseguire le sentenze capitali, la Corte Suprema, con una sentenza dell’ 8 febbraio, ha messo fuori legge l’elettrocuzione, dichiarata una punizione crudele ed inusuale e come tale contraria alla Costituzione dello stato. Tale decisione, che aggiunge problemi e discredito al sistema della pena di morte, potrebbe causare la definitiva messa a riposo dello strumento che per 120 anni è stato uno degli oggetti più caratteristici degli Stati Uniti.

 

L’elettrocuzione – sperimentata in uno spettacolo da circo per uccidere un’elefantessa assassina - è stata approvata la prima volta per gli umani nello stato di New York nel 1888. Nel corso della prima metà del Novecento si è sostituita man mano all’impiccagione. L’iniezione letale, introdotta nel 1977, ha successivamente soppiantato l’elettrocuzione.

Fino all’8 febbraio scorso la sedia elettrica era ancora prevista, come unico metodo di esecuzione, in Nebraska.

La Corte Suprema del Nebraska, con una sentenza coraggiosa e storica dell’8 febbraio (*), ha proibito questo metodo per uccidere i condannati a morte, definito crudele ed inusuale e perciò in contrasto con la Costituzione dello stato.

Dopo tale decisione, la sedia elettrica rimane in altri 7 stati – almeno per coloro che siano stati condannati a morte prima di una certa data – come opzionale per i detenuti, in alternativa all’iniezione letale. (**)

Anche se la sentenza del Nebraska non vincola gli altri stati, si può sperare che le corti blocchino l’uso di tale metodo di esecuzione, facendolo diventare un reperto da museo, uno tra i tanti strumenti di tortura seppelliti nel passato. Non la rimpiangeremo. Mai esportata in altri paesi, la sedia elettrica è stata una dei connotati negativi degli Stati Uniti per 120 anni (***).

Il Nebraska, che usa molto raramente la pena di morte (ha fatto solo tre esecuzioni tra il 1977 e il 1997), l’anno scorso stava per abolirla: una legge che cancellava la pena capitale è fallita per un solo voto. Certamente la sua Corte Suprema è molto più avanti della sua opinione pubblica ed anche dei suoi governanti.

Riprendendo anche passi della giurisprudenza di altri stati, la maggioranza di tale Corte, per mano del giudice William Connolly, scrive tra l’altro nella sentenza dell’8 febbraio: “Oltre a rappresentare un rischio sostanziale di dolore non necessario, concludiamo che l’elettrocuzione è  crudele senza che ve ne sia la necessità per la gratuita inflizione di violenza fisica e di mutilazione al corpo del prigioniero. La storia provata che l’elettocuzione brucia e carbonizza i corpi, contrasta sia con il principio dell’evolversi degli standard di decenza che della dignità dell’uomo. Altri stati hanno riconosciuto che le antiche convinzioni circa la morte istantanea e indolore erano semplicemente errate e che ci sono metodi più umani per praticare la pena di morte. Esaminata alla luce della moderna conoscenza scientifica, ‘[l’elettrocuzione] ha dimostrato di essere un dinosauro più adatto al laboratorio del barone Frankenstein che alla camera della morte’ di una prigione di stato.”

La conclusione è che “La sentenza di morte di Mata è confermata. Ma nel nostro sistema di governo, mente il Parlamento può votare perché vi sia la pena di morte, non se ne può prevedere una forma che offenda i diritti costituzionali. Riconosciamo che vi è la tentazione di far sì che il prigioniero soffra, così come egli ha fatto soffrire la sua vittima innocente. Tuttavia è un caposaldo della società civilizzata di punire la crudeltà senza praticarla. I condannati non devono essere torturati a morte, indipendentemente dai loro crimini […] Le prove dimostrano che l’elettrocuzione infligge intenso dolore e tormentose sofferenze. Pertanto, l’elettrocuzione come metodo di esecuzione è una pena crudele e inusuale in violazione della Costituzione del Nebraska […] E, mancando un accettabile metodo di esecuzione, la sentenza di morte di Mata è sospesa.”

Per ‘giustiziare’ Mata ed altri 9 prigionieri che si trovano nel braccio della morte, il Nebraska ora dovrebbe adottare una forma di iniezione letale, possibilmente diversa da quella contestata nel ricorso Baze v. Rees (v. n. 156), oppure metodi per uccidere del tutto differenti. 

Questa, almeno a parole, è un’esigenza imprescindibile per il governatore Dave Heineman che ha accolto malissimo la decisione della massima corte del proprio stato: “Oggi la Corte si è imposta impropriamente come un organo politico […] Ancora una volta questa corte di attivisti ha ignorato i suoi stessi precedenti e i precedenti posti dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, per continuare il suo attacco alla pena di morte del Nebraska.”

Del pari preoccupato si è detto Jon Bruning, Attorney general (ministro della giustizia). Egli intende perseguire subito l’approvazione di una legge che preveda un nuovo metodo di esecuzione (anche se si ritiene che il Parlamento difficilmente approverebbe un metodo per riprendere le esecuzioni). Inoltre Bruning pensa di appellarsi contro la sentenza chiedendone una riconsiderazione, basandosi sull’opinione dell’unico giudice dissenziente (la decisione è stata presa con 6 voti a favore e 1 contro). Vi è inoltre una sia pur piccola probabilità che la sentenza possa essere presa in considerazione dalla Corte Suprema federale.

Il giudice dissenziente, Michael G. Heavican, è il presidente della corte. Secondo Heavican la corte si sarebbe dovuta rifare ad una sentenza della Corte Suprema federale del 1890 che si era rifiutata di dichiarare incostituzionale la sedia elettrica, dal momento che sulla proibizione della pene crudeli ed inusuali la Costituzione dello stato e quella federale sono identiche ( ****).

L’opinione di Michael Heavican è stata scritta con grande cura e dottrina. I suoi argomenti sono molto vicini alla corrente posizione della Corte Suprema federale e, secondo alcuni commentatori, potrebbero effettivamente portare ad una revisione della sentenza dell’8 febbraio.

Noi speriamo ardentemente che ciò non accada. Tale sentenza infatti, oltre a contribuire alla definitiva liquidazione della sedia elettrica, rende sempre più difficile e odioso l’uso della pena di morte.

E appena il caso di sottolineare il fatto che la sentenza del Nebraska giunge nel momento più opportuno per aggiungere dubbi, discredito e complicazioni al sistema della pena capitale negli Usa, mentre è in vigore una moratoria di fatto e la liceità costituzionale del metodo dell’iniezione letale, presente in tutte le altre giurisdizioni, è sotto esame da parte della Corte Suprema federale.

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(*) V. http://supremecourt.ne.gov/opinions/2008/february/feb8/s05-1268.pdf

La sentenza consegue al ricorso di Raymond Mata Jr. che fu condannato a morte nel 2000 per aver ucciso il figlio di tre anni di una sua ex fidanzata e di averne smembrato il corpo dandone da mangiare al proprio cane.

(**)Alabama, Arkansas, Florida, Illinois, Kentucky, Oklahoma, South Carolina, Tennessee e Virginia. In Illinois e in Oklahoma si è deciso recentemente di ritornare all’elettrocuzione caso mai l’iniezione letale venisse dichiarata incostituzionale dalla Corte Suprema federale in base al ricorso Baze v. Rees.

(***) L’ultimo condannato ad essere ucciso con la sedia elettrica è stato Daryl Holton messo a morte il 12 settembre 2007 in Tennessee (v. n. 152)

(****) Nel 1993 è poi fallito un tentativo di spostare la massima corte da questa posizione.

6) IL PENTAGONO VUOLE LA PENA DI MORTE PER SEI DETENUTI DI GUANTANAMO

 

L’11 febbraioi militari americani hanno annunciato che chiederanno la pena di morte per sei detenuti di Guantanamo che verranno processati da una ‘Commissione militare’. Tra di essi vi è Khalid Shaikh Mohammed presunto stratega egli attacchi dell’11settembre 2001 contro gli Stati Uniti. George W. Bush - che si prepara a fronteggiare le critiche internazionali per il modo in cui la sua amministrazione ha trattato gli imputati, per il modo in cui intende processarli e per la richiesta della pena capitale - passerà molto probabilmente questo scottante processo, ancora aperto, al prossimo presidente degli Stati Uniti.

 

Con un comunicato ufficiale dell’11 febbraio, il Pentagono ha annunciato la formulazione delle accuse e l’avvio entro un mese delle udienze preliminari di un processo capitale contro due pakistani e sei arabi detenuti nella base di Guantanamo Bay.

Si tratta di prigionieri cosiddetti di ‘alto valore’ sospettati di aver cospirato nel progettare gli attacchi dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. Cinque di costoro sono stati interrogati, torturati,  imprigionati in luogo sconosciuto per anni prima di essere trasferiti, insieme ad altri 9 prigionieri di ‘alto valore’, a Guantanamo nel settembre del 2006 e ivi detenuti in regime di segregazione durissima. Il sesto, Mohamed al-Qahtani, è stato torturato a Guantanamo nel 2002.

Tra i sei detenuti spicca Khalid Shaikh Mohammed, pakistano educato negli Usa, sospetto progettista degli attacchi contro il World Trade Center e il Pentagono. Vi è inoltre Ali Abdul Aziz Ali, suo nipote. Poi gli arabi Ramzi Binalshibh e Mustafa Ahmed Hawsawi accusati di aver fornito supporto logistico ai cospiratori, Mohammed Qahtani, che secondo l’accusa è un mancato dirottatore, e infine Walid bin Attash che sarebbe un militante di Al Qaeda di vecchia data e fin dagli attentati alle ambasciate americane in Kenya e in Tanzania del 1998 e alla nave militare “Cole” nel golfo di Aden nel 2000.

Il regolamento delle Commissioni Militari prevede che i processi inizino entro quattro mesi dalla formulazione delle accuse ma si ritiene che il processo vero e proprio per i sei, che verrebbero giudicati congiuntamente, non cominci prima di novembre o venga addirittura rimandato al prossimo anno a causa delle complesse schermaglie legali prevedibilmente frapposte dagli avvocati difensori (che saranno concessi a pieno titolo agli imputati solo dopo la contestazione delle accuse).

Uno dei primi tentativi della difesa sarà quello di impedire che vengano usate come prove le confessioni estorte sotto tortura, confessioni per altro fin troppo esagerate da sembrare almeno in certe parti inverosimili e non corrispondenti alla realtà (v. n. 148, “Confessioni di detenuti di alto valore e torture”).

Per la verità l’FBI e i militari sostengono di aver interrogato nuovamente i sei a partire dal 2006, anni dopo le ‘confessioni’ originali, con metodi puliti (basati esclusivamente sull’inganno) e di aver ricavato da 5 dei 6 sospetti le stesse informazioni che la CIA aveva ottenuto sotto coercizione. I nuovi interrogatori sarebbero stati effettuati nell’arco di 16 mesi dal cosiddetto “Clean Team”, un gruppo di specialisti in tecniche avanzate di manipolazione psicologica (tali tecniche sarebbero stata applicate anche nei confronti di Saddam Hussein). Le nuove confessioni – aggiunte alle altre prove – fornirebbero una solida base accusatoria per un processo capitale, non attaccabile sotto il profilo etico.

E’ appena il caso di osservare che da persone che sono passate attraverso un trattamento più che sufficiente a distruggerne la personalità originale si può ottenere facilmente qualsiasi cosa, compresi il ruggito di un leone e il gorgheggio di un usignolo.

L’amministrazione Bush è consapevole del discredito arrecato all’immagine degli Stati Uniti dal modo in cui i suoi dipendenti hanno trattato e si apprestano a giudicare i sei detenuti, e specialmente dal fatto che abbiano chiesto per loro la pena di morte.

Il Dipartimento di Stato ha pertanto inviato a tutte le ambasciate americane un messaggio in cui si afferma che la pena capitale è una punizione accettata internazionalmente per coloro che sono condannati per gravi crimini di guerra. Lo prova il fatto, si dice, che alcuni dei più importanti collaboratori di Adolf Hitler furono giustiziati dopo essere stati condannati a morte nel processo di Norimberga tra il 1945 e il 1946. Il messaggio intende mettere in grado i diplomatici americani di rispondere alle obiezioni dei governi stranieri sulla legalità dei processi annunciati l’11 febbraio.

La decisione di processare prigionieri di ‘alto valore’ segna una svolta nella politica dell’amministrazione americana nei riguardi dei detenuti di Guantanamo e delle Commissioni Militari, svolta che avviene poco prima della fine del mandato non rinnovabile al presidente Bush. Fino ad ora si era preferito scegliere una linea minimalista: pochi processi, rimandati il più possibile nel tempo, contro personaggi secondari.

L’unico processo finora portato a termine nei confronti di un detenuto nella base di Guantanamo, per la quale sono passati circa 800 prigionieri, è stato quello contro l’australiano David Hicks. Il processo, svoltosi in seguito alle pressioni politiche australiane, si è concluso con un patteggiamento e con la spedizione del prigioniero in patria, seguita dal suo rilascio (v. n. 148, “Le Commissioni militari cominciano…”).

Vedremo che cosa succederà da ora in poi. E’ quasi scontato che il processo capitale ancora aperto nei riguardi dei sei di Guantanamo sarà una patata bollente passata da Bush al prossimo presidente degli Stati Uniti.

Barak Obama, il più probabile successore di Bush, ha dichiarato di essere favorevole alla pena di morte per i responsabili degli attacchi dell’11 settembre 2001 ma chiede garanzie per gli imputati: “Ovviamente dobbiamo assicurarci che gli organizzatori e gli esecutori di questi attacchi terroristici siano portati davanti alla giustizia e la pena di morte è appropriata per tali odiosi crimini. Tuttavia i processi devono essere senza incrinature.” Perciò Obama è perplesso sull’uso delle Commissioni militari: “Questi processi sono troppo importanti, il sistema della Commissioni militari ha molti difetti.”

 

 

7) REAZIONE DEI PAESI MANTENITORI, SCONTRO DI CIVILTA’ ALL’ONU

 

Il 25 febbraio, 58 paesi che sostengono la pena di morte, presentando un documento comune al Segretario Generale della Nazioni Unite, hanno messo in chiaro che essi non accettano la risoluzione per la moratoria della pena di morte e che daranno battaglia a partire dalla prossima sessione dell’Assemblea Generale.  Tra i firmatari del documento vi sono praticamente tutti i paesi islamici ma mancano gli Stati Uniti, dando l’impressione che lo scontro ideologico sulla pena di morte si vada configurando sempre più come uno ‘scontro di civiltà.’ Diventa sempre più chiara e urgente la necessità di ricucire lo strappo, causato dalla votazione di dicembre, tra paesi abolizionisti e mantenitori. Occorre rendere ovvio a tutti che la fine della pena di morte non sarà una sconfitta per nessuno ma una conquista per l’umanità intera.

 

Reagendo all’approvazione a maggioranza della risoluzione per la moratoria della pena di morte da parte dell’Assemblea delle Nazioni Unite avvenuta il 18 dicembre u. s. (*), il 25 febbraio un gruppo di 58 paesi che sostengono la pena capitale hanno inoltrato un documento scritto al Segretario Generale della Nazioni Unite chiedendogli di prendere atto che “essi si trovano in uno stato di obiezione permanente rispetto ad ogni tentativo di imporre una moratoria nell’uso della pena di morte o la sua abolizione”. 

Tra i paesi firmatari del documento, figurano praticamente tutti i membri dell’Organizzazione della Conferenza Islamica (OIC), oltre a Bahamas, Cina, Corea del Nord, Giappone, Myanmar, Singapore, Tailandia, Uganda e Zimbabwe.

Dobbiamo prendere atto che, con un’efficace azione di lobbying, i paesi più attaccati alla pena di morte sono riusciti ad a far firmare il documento a otto paesi che si erano in precedenza astenuti: Emirati Arabi Uniti, Eritrea, Figi, Guinea, Guinea Equatoriale, Laos, Swaziland e Repubblica Centrafricana.

Occorre interpretare il fatto che gli Stati Uniti si siano astenuti dal firmare il documento (insieme ad altri tre paesi che in dicembre avevano votato contro la risoluzione per la moratoria: Belize, Ciad, India).

Non abbiamo informazioni dettagliate sulla dinamica che ha portato al pronunciamento dei 58 paesi, possiamo però azzardare l’ipotesi che questa volta gli Stati Uniti non se la siano sentita di solidarizzare con paesi che essi aborriscono, alcuni dei quali non esitano a definire Nemici. Tra di essi ve ne sono tre (**) che essi addirittura definirono “Asse del Male”. Se è così, lo scontro sulla pena di morte assume sempre più nettamente il connotato di uno ‘scontro di civiltà’, come inteso dal professor Samuel P. Hungtinton, famoso esperto di strategia americano (***).

Se gli Stati Uniti in questo frangente hanno evitato di solidarizzare apertamente con gli altri paesi che sostengono la pena di morte, ciò non toglie che la loro posizione si stagli a tutto tondo nel documento inviato a Ban Ki-moon a fine febbraio, documento cha contesta il tentativo di definire la pena di morte una questione attinente ai diritti umani, e in particolare al diritto alla vita. “In ogni caso”, afferma il documento, “si tratta in primo luogo e principalmente di una questione di giustizia criminale e la pena di morte è un importante deterrente per i più gravi crimini. Deve essere quindi vista in una più larga prospettiva sullo sfondo dei diritti delle vittime del crimine e del diritto della comunità di vivere in pace e sicurezza. […] Ciascuno stato ha l’inalienabile diritto di scegliere i suoi sistemi politici, economici, sociali, culturali e legali, senza interferenze…”

Come ha dichiarato uno degli estensori del documento, la parte minoritaria “non accetta il risultato del voto all’Assemblea Generale” e ci aspettiamo che “la battaglia riprenda” nella 63-esima sessione che si aprirà a settembre.

Chiudendo il lungo articolo sull’approvazione della risoluzione per la moratoria, nel numero 155 avevamo espresso la forte preoccupazione di non lasciare aperta la ferita determinatasi con la votazione del 18 dicembre all’ONU e l’esigenza di cominciare immediatamente a ricucire, con un lavoro sommesso, intenso e paziente, lo stappo tra paesi che si era prodotto. Purtroppo quello che sta accadendo aggrava questa nostra preoccupazione e dà qualche argomento in più ad una minoranza di abolizionisti che considerano con scetticismo, se non con aperta contrarietà, tutta l’operazione moratoria.

Ha osservato, in questo giustamente, Vanu Gopala Menon, ambasciatore di Singapore alle Nazioni Unite, all’indomani dell’approvazione della risoluzione per la moratoria: “Non c’è stato nessun tentativo reale di cercare consenso e di persuadere gli altri avanzando degli argomenti”.

La pena di morte scomparirà  dalla faccia della Terra soltanto quando avremo convinto ogni paese che il suo superamento è una conquista per tutto il genere umano e una sconfitta per nessuno. Non ci possiamo risparmiare la fatica che è necessaria per arrivare al traguardo.

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(*) Ricordiamo che la risoluzione è stata approvata con 104 voti a favore, 54 voti contrari e 29 astensioni.

(**) Corea del Nord, Iraq (prima della ‘liberazione’) ed Iran.

(***) Un famoso saggio di Hungtinton del 1993 tende a dimostrare che “la politica mondiale entra in una nuova fase, nella quale le grandi divisioni nel genere umano e la predominante fonte di conflitto internazionale saranno culturali. Le Civiltà, i più elevati raggruppamenti culturali tra popoli differiscono l’una dall’altra per religione, storia, linguaggio e tradizione. […] Le linee di faglia delle civiltà sono le frontiere lungo le quali si combatteranno le battaglie del futuro. In questa nuova era di conflitto culturale gli Stati Uniti devono forgiare alleanze con culture simili alla loro…”

 

 

8) ARABIA SAUDITA, CINA, IRAN, IRAQ, STATI UNITI E… COLOGNO AL SERIO

 

Abbiamo appreso con stupore che, in occasione dell’iniziativa per la moratoria alle Nazioni Unite, a fianco dei grandi paesi mantenitori della pena capitale si è mossa l’amministrazione di una cittadina del ‘profondo Nord’ italiano: Cologno al Serio in provincia di Bergamo. Lo abbiamo saputo da un gruppo di attivisti che svolge in loco una preziosa opera di educazione civica.

 

Il 18 giugno scorso, mentre l’Italia si apprestava a lanciare presso l’Assemblea Generale delle Nazione Unite l’iniziativa per la moratoria della pena di morte, il Consiglio comunale di Cologno al Serio, un centro di 10 mila abitanti della bassa bergamasca, ha approvato una mozione, presentata da tre consiglieri leghisti, riguardante la “presa di distanze dalla proposta di una moratoria internazionale contro [sic] la pena di morte’.

Sono stati espressi 9 voti a favore e 4 contrari, con 3 astensioni.

La mozione afferma che “il diritto internazionale riconosce all’interno di regole democratiche basate sul diritto, la più completa sovranità interna di ogni singolo stato indipendente”, per arrivare infine a chiedere - dopo aver espresso “la più ferma condanna contro ogni forma di uso politico-repressivo della pena di morte” - che il comune prenda “le distanze da questa iniziativa e non appoggi sul proprio territorio azioni o attività in tal senso.” (*)

Abbiamo appreso solo nel mese di febbraio di questa singolare uscita di Cologno al Serio.

Ci ha informato in proposito Omar Fiordalisio, animatore del gruppo “C’entra la Solidarietà” di Cologno, impegnato in una meritoria opera di educazione civica attraverso iniziative aperte al pubblico.     

  Il 28 febbraio il gruppo di Omar ha proiettato e discusso il documentario “Mr. Death” di Errol Morris, che racconta le alterne vicende di Fred Leuchter, costruttore di sistemi automatizzati per le esecuzioni capitali negli Usa. Durante le vacanze pasquali, dal 21 al 24 Marzo, presso la Sala del Cavallo sotto il comune di Cologno si terrà una mostra fotografica con materiali informativi riguardanti la pena di morte forniti da Amnesty International, Coalit, Comitato Paul Rougeau e Nessuno Tocchi Caino.

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(*) Un sostegno particolare viene dato da Cologno agli Stati Uniti: la mozione definisce “tale moratoria […] un’uscita propagandistica di stampo ideologico”, biasimando “i media e l’opinione pubblica” che si soffermano “sulle questioni statunitensi.”

 

 

9) SCOPPIA L’IMMENSO CARCERE AMERICANO

 

Il contenimento della criminalità negli Stati Uniti – che pur rimane elevatissima – si è potuto ottenere negli ultimi venti anni con l’aumento del tasso di carcerazione, prodotto da un sistema penale sbrigativo che non fa veri e propri processi. Ora si è arrivati a stabilire il record di tutti i tempi di 1 detenuto ogni 100 cittadini adulti e le spese degli stati per la carcerazione hanno toccato il limite della sopportabilità.

 

Sidà per scontato che tra i molti record degli Stati Uniti, vi sia anche quello del più alto numero di carcerati al mondo, sia in assoluto sia in percentuale sulla popolazione residente, ma il 28 febbraio ha fatto un certo scalpore la pubblicazione di un rapporto del Pew Center on the States (1) sul tasso si carcerazione degli adulti: 1 cittadino adulto statunitense su 100 si trova attualmente in carcere. Con un aumento di 25 mila carcerati nel 2007 si è arrivati infatti ad un totale di 2.320.000 detenuti adulti (2) e questa cifra è da confrontare con il numero di adulti statunitensi: 230 milioni. 

E’ la prima volta che ciò succede negli Usa e probabilmente nel mondo (3).

La Cina, che ha una popolazione quasi cinque volte più numerosa di quella degli Usa, è al secondo posto nella classifica internazionale con 1 milione e mezzo di detenuti.

Il tasso di carcerazione degli adulti negli Stati Uniti è ancora più elevato in determinati gruppi razziali e fasce di età e negli stati del Sud. Ad esempio: si trova in carcere 1 su 36 Ispanici, 1 su 15 Neri e addirittura 1 su 9 Neri di età compresa tra 20 e 34 anni.  

La carcerazione sempre più estesa (4) ha rappresentato la soluzione facile per contenere la criminalità (5), arrivata a livelli stratosferici negli anni Ottanta. In particolare il tasso di reati violenti – pur rimando altissimo – è sceso del 25% negli ultimi 20 anni, attestandosi al livello di 464 crimini per 100,000 persone adulte nel 2007, contro i 612,5 del 1987.

Funzionale all’aumento della carcerazione si è rivelato il sistema della giustizia penale, divenuto un nastro trasportatore che trasferisce direttamente la gente dietro alle sbarre, senza effettuare veri e propri processi, per lo più usando il sistema del patteggiamento. (v. n. 150, “Efficienza americana”).

L’aumento della carcerazione rimane però una soluzione facile solo fin quando vi sono i soldi per sostenerlo. Ora i fondi cominciano a scarseggiare e già si temono gli effetti di una inversione di tendenza.

Gli stati nordamericani ormai spendono in media il 7% del loro budget per mantenere in carcere la gente e sono arrivati al limite delle loro possibilità (6), tanto che alcuni di essi hanno cominciato a liberare selettivamente almeno categorie di detenuti meno pericolosi. L’anno scorso in California il numero di detenuti è sceso di 4000 unità facendo diventare il Texas lo stato col più alto numero di carcerati: 172 mila. Anche il Texas l’anno scorso ha legiferato per diminuire la carcerazione dei tossicodipendenti ed aumentare le uscite dal carcere sulla parola.

Gli esperti pensano tuttavia che non si possa risolvere il problema con una maggiore selettività nella carcerazione. “Anche se dobbiamo certamente stare attenti a chi mettiamo in prigione,” ha dichiarato il prof. Paul Cassell, esperto di questioni penali dello Utah, “sarebbe un errore pensare che si possa rilasciare un significativo numero di prigionieri senza un aumento della criminalità. Un adulto su cento sta dietro alle sbarre perché ha compiuto un grave reato.”

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(1) V. www.pewcenteronthestates.org/news_room_detail.aspx?id=35912

          www.pewcenteronthestates.org/uploadedFiles/One%20in%20100.pdf

(2) Aggiungendo i condannati liberati ‘in prova’ e quelli in libertà sulla parola, il totale triplica.

(3) Il dato italiano attuale è, all’incirca, di 1 detenuto ogni 1200 adulti.

(4) Il tasso di carcerazione si è triplicato in 30 anni.

(5) Pur senza migliorare la società: il tasso di recidività si mantiene costante, con circa la metà dei prigionieri in uscita dal carcere che vi ritornano entro 3 anni.

(6) Nel 2007 gli stati hanno sostenuto una spesa di 49 miliardi di dollari per il sistema carcerario, una cifra che, depurata dell’inflazione, risulta del 127% più alta di quella di 20 anni fa.

 

 

10) DALL’ASSEMBLEA DELLA COALIT PROSPETTIVE DI COLLABORAZIONE

 

Durante l’assemblea della Coalizione Italiana Contro la Pena di Morte, svoltasi a Pozzuoli il 23 febbraio, si sono delineate numerose possibilità di collaborazione tra le diverse organizzazioni abolizioniste italiane, a cominciare dalla partecipazione alla Campagna “Cina 2008: certi record non sono da perseguire” indetta dalla Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte. Anche l’eventuale ripresa della Campagna Rimbalzo, diretta all’opinione pubblica del Texas, potrebbe avvenire in collaborazione tra varie associazioni.

 

Il 23 febbraio si è svolta a Pozzuoli l’assemblea della Coalizione Italiana Contro la Pena di Morte (Coalit), con la presenza, tra gli altri, di Arianna Ballotta (presidente Coalit), Michela Mancini (vice presidente), Giancarlo Liguori, Alessandra Ruberti e Chiara Silva. Ospite della riunione è stato Dave Atwood,  leader della Texas Coalition to Abolish the Death Penalty. Ha partecipato in qualità di ospite anche Giuseppe Lodoli del Comitato Paul Rougeau.

L’assemblea è stata dedicata per lo più a studiare, proporre e programmare attività in collaborazione tra diverse associazioni abolizioniste, attività che in maggioranza possono interessare il Comitato Paul Rougeau. Si sono prospettate in particolare le seguenti attività.

1) Dal 27 febbraio in poi: partecipazione alla campagna “Cina 2008: certi record non sono da perseguire” indetta dalla Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte in occasione delle Olimpiadi di Pechino. Una delle attività principali sarà la promozione della raccolta delle firme in calce ad un appello contro la pena di morte diretto a Hu Jintao, Presidente della Repubblica Popolare Cinese

2) Organizzazione di un eventuale evento pubblico sulla campagna “Cina 2008: certi record non sono da perseguire” a ridosso dell’assemblea dei soci del Comitato Paul Rougeau che presumibilmente si terrà in maggio o all’inizio di giugno a Firenze.

3) Partecipazione di membri della Coalit all’assemblea del Comitato Paul Rougeau.

4) Nel prossimo autunno, viaggio in Texas organizzato dalla Coalit (il ‘titolo’ del viaggio è ancora da definire) di 8-10 rappresentanti di varie associazioni abolizioniste italiane, con circa 5 speaker, tra i quali dovrebbe figurare auspicabilmente un rappresentante del Comitato Paul Rougeau. Con Dave Atwood, si sono individuate tappe a: San Antonio, Dallas, Fort Worth, Austin, Houston, Corpus Christi. Si faranno visite a detenuti nella Polunsky Unit. Attività/incontri si prospettano in: università, State Capitol, chiesa cattolica locale, giornali. Lo scopo dovrebbe essere anche quello di far sapere in Texas che c’è stata l’approvazione della risoluzione per la moratoria della pena di morte alle Nazioni Unite, evento totalmente sottaciuto dalla stampa americana. Una prima bozza del programma del viaggio dovrebbe essere preparata entro aprile.

5) Si è manifestato interesse da parte della Coalit per una eventuale ripresa della Campagna Rimbalzo (‘direct mailing’ sulla pena di morte ai cittadini del Texas) già sperimenta alla fine del secolo scorso e rivelatasi molto promettente, campagna che potrebbe essere suddivisa tra varie organizzazioni.

 

 

11) “PATIBOLI DI CARTA”, GLI SCRITTORI CONDANNANO LA PENA DI MORTE

 

E’ uscito “Patiboli di carta”, un libro di Antonio Salvati, insegnate e studioso di questioni sociali e penali. Si tratta di un’opera complessa, che approfondisce la vita, la personalità e il pensiero di trentatre scrittori che negli ultimi due secoli si sono occupati delle pene e in particolare del dramma della pena di morte. Al testo sono intercalati ampi impressionanti stralci delle opere degli scrittori visitati. Ringraziamo Antonio Landino che ha preparato per noi la seguente riflessione su “Patiboli di carta”.

 

Ci sono eventi o persone che ci costringono a ri-pensare a quello che conosciamo già. E’ come inciampare in qualcosa che si stava cercando. Chissà dove, chissà da quanto. E che può fare la differenza se non continuiamo a fingere che non ci riguardi.

Antonio Salvati ci obbliga a scavare in noi stessi, mettendoci davanti ad una serie di spunti e testimonianze riaffioranti tra gli scritti ed i pensieri di chi si è occupato - per arte, per mestiere o per disgrazia - della pena di morte. Che lo ha fatto immaginando o assistendo, partecipando, soffrendo. Scrivendone in prima persona, seppure dall’altra parte delle sbarre. In modo diretto, senza fronzoli.

Salvati passa in rassegna trentatre scrittori per lo più illustri, tutti accomunati dalla terribile questione di cui si racconta. Il suo è un lavoro certosino, sicuramente impagabile per tempo e dedizione.

Spaziando tra Gide e Dostoevskij, tra Balzac e Lee, tra Parini ed Hugo, tra Kafka e Sciascia e Grisham, l’Autore intraprende un viaggio a ritroso, ripercorrendo con passo doloroso e metodico gli orrori di un passato che, purtroppo, ancora non sa diventare soltanto tale. Al di là della superficie delle parole, e soffermandosi brevemente per farci riprendere fiato, ci conduce tra sangue e catene, immedesimandosi ed immedesimandoci, risvegliando in noi l’ancestrale inquietudine verso la fuga, il disagio emozionale, la vergogna sociale, l’intolleranza dello spazio chiuso, la mortificazione del corpo, e, oltre a tutto ciò, la ricerca del contatto con lo Spirito.

Si intitola “Patiboli di carta” il libro scritto da Antonio Salvati (*), un libro duro, in cui la denuncia morale sgorga direttamente dalla penna degli autori visitati. Anche scomodo, pensato e che fa pensare. Non adatto a stomaci deboli: qui si chiamano le cose col loro nome.

Gli scrittori, concordemente, da un lato mostrano la disarmonia tra la dolorosa condizione dell’uomo peccatore (o presunto tale) e la gratuita azione vendicatrice della Legge che si fa - essa - strumento di irrecuperabilità; dall’altro, spaziando tra filosofia ed etica, oltre il romanzo, ci consegnano un dilemma di impressionante attualità: mettono in forse l’accettabilità morale di gran parte della cultura giuridica, pur senza finire in una sorta di indulgenza unilaterale (qualcuno direbbe “buonista”) nella considerazione degli effetti della violenza e della devianza. E’ evidente che l’assassino è la prima vittima della sua stessa violenza e ciò la società deve comunque considerarlo, in base ad una moderna e cristiana concezione della pena volta al suo recupero. Quindi, l’individuo e da redimere. Ma per essere redenti, è necessario vivere.

In questo filo conduttore, multietnico e variegato, dalla Cina alla Sicilia, dalla Russia agli Stati Uniti, dall’Europa all’Asia, dentro le celle di espiazione e legati ai letti di contenzione, Salvati ci fa guardare attraverso lo spioncino dell’Anima; si ferma, riprende, e ci offre la sua mano, per farci recuperare credito verso noi stessi; oltre ogni possibile conflittualità non accidentale, pacatamente e con piena cognizione di causa, ricordandoci che dobbiamo ricordare.

Dalla lettura del libro emerge un rimprovero per quello che non facciamo, per come poco e male lo facciamo, per il nostro scarso impegno. Capiamo che i problemi degli altri sono anche i nostri. Perché alla fine, per gli altri, gli altri siamo noi. Perché non possiamo più dire di non sapere.

E’ certa la necessità di un effettivo percorso personale di espiazione del reo, ma è altrettanto certa la necessità di una prassi umana e contrassegnata dalla civiltà, che superi il Diritto romano arcaico, attualizzandosi finalmente nella comprensione e nel recupero sociale. Per il sociale.

“Patiboli di carta” è un libro che non si fa fatica a leggere pur nella sua ricchezza e profondità. Serve ad informare, a ricordare. Per buona memoria, si diceva. Per superare l’idea che la legittima richiesta di sicurezza della Società debba sconfinare nella richiesta di vendetta, una vendetta sbattuta lì, a casaccio, compressa nel rancore di chi ancora si ostina a pensare che non ci può essere Perdono.

Ma il Perdono dopo tutto non è al centro: è Rispetto, la parola-chiave. Rispetto per la vita e la dignità umana. Detta così, sembra semplice. Ma siamo capaci di capirlo?

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(*) Antonio Salvati: “Patiboli di carta”,  Edizioni Associate, Roma 2007. Pagg. 250, 14 euro. Il ricavato dei diritti d’autore è devoluto al sostegno della Campagna per l’abolizione della pena capitale promossa dalla Comunità di Sant’Egidio. Si può richiedere il libro direttamente all’Editore che lo spedirà senza addebitare spese postali. Tel. 06 44704513, sito: www.edizioniassociate.it , e-mail: easso@fastwebnet.it

 

 

12) NOTIZIARIO

 

Idaho. Mark Lankford di nuovo riconosciuto colpevole di omicidio capitale. Il 13 febbraio, dopo aver discusso il caso per quattro ore, una giuria di Wallace in Idaho ha deliberato che Mark Henry  Lankford è colpevole di omicidio capitale per aver ucciso una coppia di campeggiatori nel 1983. Mark era stato condannato a morte nel 1984, dopo essere stato accusato dal fratello Bryan, implicato negli omicidi. Bryan aveva patteggiato un condanna vita in cambio della testimonianza contro Mark. La Corte d’Appello federale del Nono Circuito nel 2006 aveva annullato il processo di Mark Lankford per errori procedurali. Nel corso del nuovo processo durato otto giorni, tenutosi in una diversa contea a causa della eccessiva attivazione dei media nella contea di origine, la difesa ha invano sostenuto l’innocenza di Mark addossando al solo Bryan la responsabilità degli omicidi. La nuova sconfitta legale amareggia i numerosi sostenitori di Mark, tra cui vi sono alcuni amici del Comitato paul Rougeau. L’udienza per l’inflizione della pena e la lettura della sentenza è stata fissata per il 17 aprile.

 

Iraq. Via libera all’impiccagione del solo Ali il Chimico. Il presidente iracheno Talabani, proseguendo il braccio di ferro con il premier Nuri al-Maliki, si rifiuta di firmare l’ordine di esecuzione per due dei tre imputati eccellenti condannati a morte del tribunale speciale iracheno il 24 giugno scorso. Per loro l’accusa è di genocidio per aver sterminato gli abitanti dei villaggi curdi in rivolta durante la guerra con l’Iran nel 1988, nel corso della Campagna Anfal. Il Consiglio di presidenza – formato da Talabani e da due vice presidenti – come era prevedibile, il 27 febbraio ha approvato la sentenza di morte per il solo Ali Hassan al-Majid, detto Ali il Chimico (v. nn. 154, 156). Costui dovrebbe quindi essere giustiziato nel giro di poche settimane. Tuttavia sembra che gli Americani che lo detengono non lo consegneranno ad al-Maliki prima che si sia composto il dissidio tra lui e il presidente Talabani sulla sorte di tutti e tre i condannati. Dunque Ali il Chimico ha ancora qualche speranza di scamparla perché Talabani appare deciso ad opporsi all’esecuzione degli altri due condannati, Sultan Hashim Ahmad al-Ta'i e Hussain Rashid al-Tikriti.

 

Texas. Un altro suicidio di un condannato a morte. William Robinson, un condannato a morte malato mentale grave si è ucciso il 1° febbraio impiccandosi nella sua cella con un lenzuolo. Si trovava nella Jester 4 Unit. Il detenuto vi era stato trasferito in settembre dalla Polunsky Unit a causa della sua malattia. Il suicidio è stato reso noto qualche giorno dopo con disappunto da Michelle Lyons, portavoce dell’Amministrazione carceraria, la quale ha precisato che i pazienti psichiatrici vengono controllati ogni 15 minuti mente i condannati a morte vengono controllati ogni 30 minuti. Robinson è stato portato ancora vivo in ospedale. I familiari hanno deciso di far interrompere le cure di rianimazione dopo che i dottori avevano diagnosticato la morte cerebrale.  Il suicidio di Robinson segue di tre giorni quello di un altro condannato a morte, Jesus Flores (v. n. 156). E’ il nono portato a termine tra i condannati a morte dopo la reintroduzione della pena capitale in Texas.

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 29 febbraio 2008

 

 

To the President of the People’s Republic of China Hu Jintao
 

Your Excellency,

the Olympic Charter recalls that the spirit of the Games is based on “respect for universal fundamental ethical principles” and aims to place sport “at the service of the harmonious development of man, with a view to promoting a peaceful society concerned with the preservation of human dignity”.

Yet, 7,500 to 8,000 persons are estimated to have been executed in China in 2006, according to information gathered by the U.S.-based Dui Hua Foundation.

The death penalty in China means:
- nearly 80% of known executions across the world in 2006;
- an ongoing State Secret as regards data on sentences and executions;
- frequent use of torture to extract confessions;
- accumulation of miscarriages of justice following hasty and unfair trials.

We note however with interest that the Chinese Government recently introduced important reforms requiring the Supreme Court review of all death sentences, which could eventually significantly reduce the use of the death penalty.

As is the case in Hong Kong, which abolished the death penalty in 1993, and a majority of other countries across the world, China can and must end use of the death penalty.

We, citizens of the world, demand that the Chinese authorities lift the State Secret and ensure transparency in the practice of the death penalty in China.

In agreement with the resolution on a moratorium on the use of the death penalty adopted on 18 December 2007 by the General Assembly of the United Nations that calls upon all states that still maintain capital punishment to establish a moratorium on executions with a view to abolishing the death penalty, we invite the Chinese authorities to ensure that their country is part of the universal trend towards abolition of the death penalty by introducing an immediate moratorium on executions.

Respectfully

 

 

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