FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

Numero  147  -  Febbraio  2007

AVVISO IMPORTANTE: L'Assemblea ordinaria dei Soci del Comitato Paul Rougeau si terrà a Firenze domenica 20 maggio 2007, preceduta da una riunione del Consiglio Direttivo il giorno 19.

 

SOMMARIO:

 

1) Dichiarazione finale del III Congresso Contro la Pena di Morte

2) Opposte reazioni dell'Europa e della Cina, silenzio degli Usa

3) Dichiarazione della Santa Sede contro la pena di morte

4) La nuova Convenzione contro le sparizioni firmata da 55 paesi           

5) Commissione sull'iniezione letale in Florida: macabri consigli              

6) Molti stati negli Usa estendono l'applicazione della pena capitale    

7) La "dottrina del castello" proteggerà i Texani in casa e a bottega    

8) Incombe in Iraq una quarta impiccagione eccellente                 

9) Ordine di arresto di 13 Americani coinvolti nel caso Masri     

10) Pena di morte? Un gettone di scambio politico              

11) Notiziario: Globale, Iraq, Iran  

 

 

1) DICHIARAZIONE FINALE DEL III CONGRESSO CONTRO LA PENA DI MORTE

 

Si è tenuto a Parigi all'inizio di febbraio il Terzo Congresso Contro la Pena di Morte promosso dall'associazione francese Ensemble Contre la Peine de Mort e dalla Coalizione Mondiale Contro la Pena di morte. I precedenti congressi si erano svolti nel 2001 e nel 2004. Dall'animata partecipazione di circa 500 attivisti provenienti da tutto il mondo è scaturita un'ampia e importante Dichiarazione Finale, che riportiamo qui sotto in una nostra traduzione, non ufficiale, dal francese. Sottolineiamo, fra le richieste contenute nella Dichiarazione, l'invito agli stati di promuovere l'iniziativa per la moratoria universale delle esecuzioni nell'ambito dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Da notare l'impegno per una campagna abolizionista centrata sulla Cina in occasione delle Olimpiadi del 2008.

 

Riuniti a Parigi dal 1° al 3 febbraio 2007, per iniziativa dell'associazione Ensemble Contre la Peine de Mort [Insieme contro la pena di morte], col sostegno della Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte, noi cittadini e rappresentanti della società civile e dei poteri pubblici, più numerosi ancora che all'epoca dei due precedenti Congressi contro la pena di morte tenutisi a Strasburgo nel 2001 e a Montreal del 2004, adottiamo la seguente Dichiarazione al termine del lavoro arricchito da una trentina di dibattiti, di scambi di esperienze e di strategie, di testimonianze e di analisi illuminanti.

Ci felicitiamo del fatto che la pena di morte regredisca nel mondo e che, dopo il congresso di Montreal, la Grecia, il Kirghizstan, la Liberia, il Messico, le Filippine e il Senegal abbiano abolito la pena di morte, mentre nessun paese l'ha ripristinata. Ci rammarichiamo tuttavia che nello stesso periodo alcuni paesi abbiano ripreso le esecuzioni al termine di una moratoria prolungata, come il Bahrein nel 2006, e che la pena di morte sia ancora applicata su larga scala in diversi paesi come l'Arabia Saudita, la Cina, gli Stati Uniti, l'Iran e il Vietnam. Condanniamo fermamente le iniziative che si verificano in paesi abolizionisti per ripristinare la pena di morte e chiediamo in particolare alle autorità peruviane di rinunciare ad un tale progetto.  

Siamo coscienti che il processo abolizionista deve accompagnarsi ad una maggiore considerazione dei bisogni delle vittime [del crimine] e ad una riflessione approfondita sulla politica penale e sul sistema penitenziario, nel quadro di una giustizia che sia tanto riparatrice quanto equa.

Chiediamo ad una sola voce di por termine, in tutto il mondo, a sistemi di giustizia che uccidono. Nessuna autorità deve attentare alla vita altrui. Ricordiamo che la pena di morte è un trattamento inumano, crudele e degradante, che essa è contro i diritti dell'uomo, non è affatto utile alla lotta contro la criminalità e segna sempre la sconfitta della giustizia.

Il Terzo Congresso Mondiale Contro la Pena di Morte adotta le seguenti raccomandazioni :

1. Domandiamo a tutti i paesi di abolire la pena di morte e di ratificare i trattati abolizionisti universali e regionali, in particolare il II Protocollo facoltativo al Patto Internazionale dei Diritti Civili e Politici.

2. Facendo seguito alla Dichiarazione presentata all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel dicembre 2006, e sostenuta da un numero senza precedenti di paesi in tutto il mondo, indirizziamo a tutti gli Stati del mondo un Appello solenne a bloccare immediatamente ogni esecuzione.

Riconoscendo che l'adozione con successo di una risoluzione da parte dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite sarebbe di grande valore per l'abolizione della pena di morte nel mondo, invitiamo tutti gli stati membri delle Nazioni Unite a fare quanto serve per assicurare l'adozione da parte dell'Assemblea Generale di una risoluzione che

- chieda una moratoria immediata ed universale di tutte le condanne a morte e di tutte le esecuzioni così come la commutazione delle pene capitali già pronunciate, in vista dell'abolizione universale della pena di morte;

- ricordi che la pena di morte viola i diritti dell'uomo e le libertà fondamentali;

- incoraggi gli Stati membri, l'Organizzazione della Nazioni Unite e gli altri organismi internazionali, regionali e locali che vi appartengono, a sostenere l'attuazione effettiva della moratoria, mobilitando le risorse e le conoscenze necessarie.

Noi chiediamo ai cittadini del modo di sottoscrivere la petizione lanciata dalla Comunità di Sant'Egidio, e sostenuta dalla Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte, che ha già raccolto più di cinque milioni di firme in favore di una moratoria mondiale delle esecuzioni.

3. Ci felicitiamo della presenza a Parigi di un gran numero di abolizionisti dei paesi dell'Africa del Nord e del Medio Oriente e dei loro sforzi per creare delle coalizioni abolizioniste nazionali e internazionali nella regione. Salutiamo particolarmente le iniziative prese in Marocco, in Libano e in Giordania in favore dell'abolizione e chiediamo ai paesi della regione di abolire la pena di morte.

4. Salutando la presenza a Parigi di abolizionisti cinesi, chiediamo al governo della Cina, nella prospettiva dei Giochi Olimpici del 2008 e dell'Esposizione Universale di Shanghai del 2010,  una moratoria immediata delle esecuzioni tesa verso l'obiettivo dell'abolizione progressiva della pena di morte. Noi chiediamo in particolare al governo cinese di togliere dal campo di applicabilità della pena di morte i crimini non violenti, ivi comprese le violazioni di tipo economico e in materia di stupefacenti.

Inoltre, dal momento che a partire dal 1° gennaio 2007 la Corte Suprema di Pechino deve rivedere tutte le condanne a morte pronunciate dai tribunali in prima istanza, domandiamo alle autorità cinesi di togliere finalmente ogni segreto riguardante l'amministrazione della pena capitale.

5. Ci felicitiamo del fatto che, dopo il Congresso di Strasburgo del 2001, il movimento abolizionista mondiale si sia strutturato, rispettando la diversità dei suoi componenti, intorno alla Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte creata nel 2002 e che raggruppa oggi più di 50 organizzazioni.

Chiediamo alle organizzazioni e alle istituzioni che condividono l'obiettivo dell'abolizione, alle ONG, alle associazioni di avvocati, ai sindacati, alle collettività locali, di aderire alla Coalizione mondiale.

Chiediamo agli abolizionisti del mondo intero di partecipare ogni anno alla Giornata mondiale conto la pena di morte, la cui tematica punterà nel 2007 sulla "Cina nella prospettiva dei Giochi olimpici" e nel 2008 sarà "Insegnare l'abolizione". Noi chiediamo a tutte le organizzazioni regionali e internazionali, e soprattutto all'Unione Europea, di fare del 10 ottobre una Giornata ufficiale in favore dell'abolizione universale.

Chiediamo parimenti alle municipalità di tutto il mondo di partecipare all'evento "Città per la Vita" del 30 novembre di ogni anno.

Infine chiediamo ai parlamentari del mondo intero, a cui spetti di votare l'abolizione, di firmare la presente Dichiarazione.

Scritto a Parigi, il 3 febbraio 2007

 

 

2) OPPOSTE REAZIONI DELL'EUROPA E DELLA CINA, SILENZIO DEGLI USA

 

Il Terzo Congresso Contro la Pena di Morte ha avuto una immediata risonanza sia in Europea che in Cina. Mentre l'Europa, almeno a parole, accoglie favorevolmente le sollecitazioni del Congresso, la Cina oppone un educato ma fermo rifiuto agli abolizionisti. Gli Stati Uniti non rispondono ma agiscono per via diplomatica sul governo inglese e, attraverso di esso, sui governi europei, cercando di sabotare l'iniziativa per la moratoria delle esecuzioni.

 

La Cina si prepara a fronteggiare una serie di pressanti richieste riguardanti il rispetto dei diritti  umani in occasione dei Giochi Olimpici che si svolgeranno Pechino nel 2008. Sembra che abbia deciso di respingerle sistematicamente ma con toni il più possibile smorzati per limitare i danni di immagine che ne conseguiranno.

Un test di quanto avverrà in Cina da ora in avanti lo abbiamo avuto, in occasione del Terzo Congresso Contro la Pena di Morte, nella pronta dichiarazione con cui il governo cinese ha respinto in modo pacato ma fermo la richiesta di indire la moratoria delle esecuzioni e di avviare il procedimento per abolire la pena capitale.  "Più della metà dei paesi nel mondo hanno il sistema della pena di morte, il governo cinese lo ha gestito nel rispetto dello spirito della costituzione," ha dichiarato Jiang Yu, la portavoce del Ministro degli esteri. "Noi controlliamo l'uso dalla pena di morte nel rispetto dei diritti umani," ha aggiunto.

Peccato che in realtà il mostruoso sistema della pena di morte che vige in Cina violi pesantemente i diritti umani e qualsiasi costituzione a cominciare da quella cinese,  intanto  per la diffusa iniquità dei processi capitali. Poi per l'estensione della pena di morte ad un gran numero di delitti non di sangue, per l'enorme quantità di condanne e di esecuzioni, per l'arbitrarietà dell'inflizione delle sentenze capitali, per la segretezza che circonda i dati ufficiali su condanne ed esecuzioni. Non trascurabile sintomo della barbarie del sistema della pena capitale cinese è il generalizzato e massiccio prelievo di tessuti e di organi dai corpi dei condannati appena uccisi.

Sono veramente troppo deboli i recenti segnali di miglioramento del sistema come l'avocazione della revisione delle sentenze capitali da parte della Corte Suprema di Pechino (v. n. 143, notiziario).

Gli esperti cinesi rimandano ad un giorno lontano una pur auspicabile abolizione della pena capitale.   

"Può darsi che fra trent'anni non infliggeremo più la pena di morte," ha dichiarato il professor Chen Zhonglin, Preside della Facoltà di Legge dell'Università di Legge e Politica della provincia di Sichuan. "Ma si verificano ancora più di 40 mila omicidi ogni anno nel paese... perciò essa è un modo per proteggere le vite innocenti."

Se questa è la reazione della Cina, potrebbe meravigliare il fatto che vi sia stato assoluto silenzio da parte degli Stati Uniti, l'altro formidabile paese che sostiene strenuamente il permanere della pena capitale.

Per la verità un messaggio angoscioso è pervenuto dagli Usa alla conferenza. Lo ha inviato per e-mail Rick Halperin, professore universitario di diritti umani e notissimo attivista del Texas.

Sotto il titolo "ALL HELP NEEDED! (Abbiamo bisogno di tutto l'aiuto possibile!)," il valoroso e indomito Rick ha digitato: "Amici, alla vigilia del vostro incontro di Parigi, vi voglio aggiornare sullo stato delle esecuzioni in Texas. Abbiamo avuto l'ottava esecuzione dell'anno ieri sera, negli Stati Uniti in complesso ve ne sono state 9 nel corso del 2007 e 8 di queste riguardano il Texas [...] Il Texas ha già altre 11 esecuzioni già fissate, ciascuna delle quali verrà molto probabilmente portata a termine. Altre date di esecuzione seguiranno a breve. Dov'è lo sdegno globale verso questa barbarie? Ripeto il concetto che ho affermato in passato: [...] l'Unione Europea deve fare di più che parlare contro le esecuzioni, deve AGIRE in modo coerente. La finisca di fare affari con la peggiore giurisdizione assassina del mondo libero!"

L'Europa tuttavia sembra molto ma molto lontana dal porre in atto sanzioni economiche, per esigere il rispetto dei diritti umani sia dal gigante cinese che dagli stati americani. Tuttavia gli esponenti politici dei paesi dell'Unione Europea si dichiarano in completa sintonia con le richieste degli abolizionisti.

Il Parlamento Europeo il 1° febbraio, in coincidenza con l'apertura del Congresso contro la pena di morte, ha approvato una risoluzione che chiede una "immediata ed incondizionata" moratoria delle esecuzioni in tutto il mondo impegnando la Germania - che ha attualmente la presidenza dell'Unione Europea - a farsi carico di una iniziativa urgente per ottenere una risoluzione in questo senso da parte dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Nella risoluzione del Parlamento Europeo, approvata praticamente all'unanimità, si ribadisce che "l'abolizione della pena di morte contribuisce alla promozione della dignità umana  e al progressivo sviluppo dei diritti umani."

Il giorno precedente la presidenza dell'Unione Europea aveva affermato che l'Unione si oppone alla pena di morte "in tutti i casi e in ogni circostanza perché considera la pena capitale una punizione crudele e disumana."

Sappiamo però che la determinazione dei governi dei 27 paesi membri dell'U. E. nel chiedere la moratoria delle esecuzioni è minata dal lavorio del Primo Ministro britannico Tony Blair, a sua volta pressato, in via riservata, dai diplomatici americani (v. n. 146).

Il 6 febbraio questa situazione ambigua è stata denunciate dall'europarlamentare Marco Cappato sulle colonne dell'Independent: "Non credo che Tony Blair sia contro l'abolizione della pena di morte. Ma se non toglie di mezzo la sua resistenza a livello diplomatico c'è il rischio che divenga il responsabile del fallimento della campagna mondiale [per la moratoria]." Un funzionario del governo inglese ha dichiarato di rimando, con un eufemismo: "Il Regno Unito ha sottoscritto il comune impegno dell'Unione Europea sulla pena di morte e persegue ciò a livello diplomatico a tutti i livelli. Vi sono discussioni in atto all'interno dell'U. E. su come procedere."

 

 

3) DICHIARAZIONE DELLA SANTA SEDE CONTRO LA PENA DI MORTE

 

Il Vaticano, con una dichiarazione ampia e ben meditata, approva e sostiene gli sforzi degli abolizionisti  che si sono riuniti a Parigi in occasione del Terzo Congresso Mondiale contro la Pena di Morte.

 

Gli abolizionisti si impegnarono intensamente per oltre un anno, tra il 1986 e il 1987, per far scendere in campo Giovanni Paolo II contro la pena di morte. Come abbiamo ricordato in un articolo comparso nel n. 128, da allora e fino alla sua morte, il papa polacco si comportò come un coerente ed appassionato attivista contro la pena capitale.

Karol Wojtyla si espose personalmente, nonostante gli inviti alla prudenza che riceveva e le dure critiche, arrivate al limite della derisione, di importanti personalità anche di religione cattolica.

Il nostro articolo del 2005 si concludeva con l'auspicio che il nuovo papa Benedetto XVI proseguisse la battaglia del predecessore e sciogliesse le perplessità generate da una sua precedente presa di posizione in materia di quando era semplicemente il cardinale Ratzinger. Per la verità, l'inizio del presente pontificato non ha suscitato grandi entusiasmi tra gli abolizionisti. Pertanto ogni segnale positivo proveniente dal Vaticano - come l'approvazione dell'abolizione della pena di morte nelle Filippine e la condanna della barbara esecuzione di Saddam Hussein - viene da noi accolto con particolare sollievo ed apprezzamento.

In un documento preparato in occasione del Terzo Congresso Contro la Pena di Morte ma reso noto solo il 7 febbraio, la Santa Sede fa un'articolata critica della pena capitale affermando fra l'altro che "l'uso della pena di morte è non soltanto rifiuto del diritto alla vita ma anche un affronto alla dignità umana". Anche se il messaggio papale era diventato ormai di routine dopo i due interventi di Giovanni Paolo II in occasione dei precedenti congressi, l'incisività della dichiarazione vaticana non ha mancato di generare una lieta sorpresa.

La Santa Sede, oltre a sottolineare alcuni punti della dottrina cattolica in materia, tra cui quello in cui si dice che "mentre la Chiesa cattolica continua a sostenere che le autorità legittime dello Stato hanno il dovere di proteggere la società dagli aggressori [...] difficilmente si può giustificare oggi l'opzione della pena di morte",  ribadisce il suo apprezzamento per coloro che lavorano per l'abolizione della pena capitale e, affrontando il lato pratico della questione, si schiera decisamente a favore dell'iniziativa per la moratoria. Dopo aver ricordato gli appelli di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI per chiedere clemenza nei riguardi dei condannati, la dichiarazione approva la campagna internazionale per una moratoria universale della pena capitale e l'abolizione della pena di morte. "Le coscienze sono state risvegliate dalla preoccupazione di un maggiore riconoscimento della dignità inalienabile degli esseri umani e dell'universalità e integralità dei diritti umani, cominciando dal diritto alla vita," si legge nel documento del Vaticano che fa un implicito ma chiaro riferimento alle recenti esecuzioni di Saddam Hussein e di due suoi collaboratori.

Si afferma inoltre che "ogni decisione di pena capitale comporta numerosi rischi: il pericolo di punire persone innocenti; la tentazione di promuovere forme violente di vendetta più che un vero senso di giustizia sociale"; un'esecuzione costituisce  "un'offesa evidente all'inviolabilità della vita umana [...] e inoltre, per i cristiani, mostra anche il disprezzo dell'insegnamento evangelico sul perdono".

 

 

4) LA NUOVA CONVENZIONE CONTRO LE SPARIZIONI FIRMATA DA 55 PAESI

 

Tra i tanti segnali di barbarie riportati dalle cronache mondiali, ci dà un grande sollievo l'essere testimoni di un importante passo dell'Umanità nel cammino di civilizzazione. Un fondamentale trattato internazionale a difesa dei diritti umani, approvato in dicembre nell'ambito delle Nazioni Unite, ha cominciato in febbraio l'iter per le adesioni e le ratifiche da parte degli stati membri dell'ONU. Si tratta della nuova Convenzione internazionale contro le sparizioni forzate. Si stima che dagli anni Quaranta ad oggi siano 'spariti' nel mondo molte centinaia di migliaia di individui. Non pochi tra questi erano attivisti per la libertà e i diritti umani.

 

La International Convention for the Protection of All Persons from Enforced Disappearance (Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate), è nata il 20 dicembre scorso - senza avere però ancora alcuna efficacia - con l'approvazione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il periodo utile per l'adesione volontaria e la successiva ratifica da parte di ogni stato che lo voglia fare è cominciato il 6 febbraio.

In tale occasione Amnesty International ha diffuso un documento in cui si afferma che, "dopo molti anni di preparazione, l'elaborazione e l'adozione di un testo complesso nel tempo record di quattro anni, attestano l'impegno e la dedizione di molti organismi non governativi e governi. La nuova Convenzione [...] chiede a ogni Stato parte, ogni qualvolta [... si sospetti una sparizione forzata] in qualsiasi parte del mondo [...] di sottoporre il caso alle proprie autorità giudiziarie per l'avvio di un procedimento, a meno che lo Stato parte estradi il sospetto verso un altro Stato o lo consegni a un tribunale penale internazionale. La Convenzione, inoltre, obbliga ogni Stato parte ad assicurare che il proprio sistema legale preveda il diritto alla riparazione per le vittime di una sparizione forzata;  chiede a ogni Stato parte di istituire garanzie rigorose a tutela delle persone private della libertà, compreso il divieto assoluto di detenzione segreta; affronta i problemi della ricerca degli 'scomparsi' e della sofferenza dei loro figli e familiari; istituisce, infine, un comitato di esperti col compito di controllare l'applicazione della Convenzione e di intraprendere azioni su casi individuali."

Amnesty è convinta che "in termini di potenziale efficacia, la Convenzione contro le sparizioni forzate sia una delle più potenti convenzioni a difesa dei diritti umani mai adottata dall'ONU."

La 'sparizione forzata' è considerata un crimine contro l'umanità dal Tribunale Penale Internazionale.

Come osserva l'organizzazione per i diritti umani, da quando Hitler nel 1941 'inventò' il diabolico istituto della sparizione, molte centinaia di migliaia di persone sono state fatte scomparire nel mondo.

Il fenomeno dei desaparecidos diventò tristemente famoso nell'America Latina nella seconda metà del Novecento. Inutile dire che tra gli 'scomparsi' figurano numerosi attivisti per la libertà, per la giustizia, per il rispetto dei diritti umani individuali e collettivi.

Accogliamo con grande gioia e commozione una bella ed importante notizia che contrasta con la moltitudine di violazioni dei diritti umani da parte dei governi e dei gruppi armati che le cronache mondiali ci presentano ogni giorno: nel corso della giornata del 6 febbraio, la nuova Convenzione è stata firmata a Parigi da ben 55 Paesi, tra cui 18 africani, 19 europei, 11 latinoamericani.

Con ciò la Convenzione ha acquistato una prima efficacia in quanto i paesi firmatari, già prima delle rispettive ratifiche da parte degli organi nazionali competenti, sono tenuti a non comportarsi in modo contrario a quanto previsto dalla Convenzione.

I 55 Paesi che hanno il merito e il privilegio di aver firmato per primi la Convenzione sono: Albania, Algeria, Argentina, Austria, Azerbaigian, Belgio, Bolivia, Bosnia Erzegovina, Brasile, Burkina Faso, Camerun, Capo Verde, Ciad, Cile, Cipro, Comore, Congo, Costa Rica, Croazia, Cuba, Francia, Ghana, Giappone, Grenada, Guatemala, Haiti, Honduras, India, Kenya, Libano, Lituania, Lussemburgo, Macedonia, Madagascar, Maldive, Mali, Malta, Marocco, Messico, Moldova, Monaco, Mongolia, Montenegro, Nigeria, Paraguay, Portogallo, Samoa, Senegal, Serbia, Sierra Leone, Svezia, Tunisia, Uganda, Uruguay e Vanuatu.

Tra i primi sottoscrittori non figura l'Italia. Amnesty International invita il nostro governo ad onorare la promessa di sottoscrivere l'importantissimo trattato in tempi brevi.

 

 

5) COMMISSIONE SULL'INIEZIONE LETALE IN FLORIDA: MACABRI CONSIGLI

 

La commissione di esperti di nomina governatoriale incaricata di indagare sul metodo dell'iniezione letale attualmente in uso in Florida per uccidere i condannati a morte, dopo aver ascoltato testimonianze a dir poco sconcertanti, ha scritto una lista di consigli per l'Amministrazione. Si tratta in apparenza di istruzioni che consentono di uccidere 'a regola d'arte'. Rimane tuttavia irrisolta almeno una questione basilare: l'uso della seconda sostanza che compone l'iniezione letale, proibito anche in campo veterinario, è di per sé accettabile? Dopo la messa a punto di un metodo soddisfacente per uccidere, il governatore Charlie Crist porrà termine alla moratoria ordinata in dicembre da suo predecessore Jeb Bush e potranno così riprendere le esecuzioni in Florida.

 

La commissione di undici esperti nominata dal governatore uscente della Florida Jeb Bush, dopo l'esecuzione 'mal riuscita' di Angel Diaz del 13 dicembre, con l'incarico di indagare sul metodo dell'iniezione letale, dovendo presentare le proprie conclusioni al nuovo governatore Charlie Crist entro il 1° marzo (v. n. 145), ha completato il suo rapporto nella serata del 28 febbraio.

La stampa ha seguito passo passo le deposizioni degli esperti, che hanno contestato il comportamento della squadra di esecuzione della Florida, e le penose dichiarazioni dei medesimi membri della squadra (di cui non sono state rivelate le identità e che hanno deposto da dietro uno schermo e con la voce contraffatta da un dispositivo elettronico.)

Il capo della squadra di esecuzione ha dichiarato di aver agito di sua iniziativa nel somministrare i farmaci letali in tutte e due le braccia di Diaz (normalmente le sostanze letali vengono iniettate in un solo braccio), non su consiglio dello staff medico. "Ho agito così perché ritenevo di dover fare così," aggiungendo: "Secondo me, quando l'esecuzione comincia l'operatore se ne assume tutta la responsabilità."

Con sorpresa la commissione ha appreso che anche nel corso di un'altra esecuzione gli operatori avevano somministrato i farmaci in entrambe le braccia.

Quando gli è stato chiesto se aveva avuto una preparazione in campo sanitario, egli ha risposto di non aver avuto né addestramento né qualifiche sanitarie.

Nei 34 minuti per cui è durata l'esecuzione (il triplo del tempo previsto) "Nessuno dei materiali iniettati è andato nel posto giusto," ha attestato il patologo dott. William Hamilton che eseguì l'autopsia di Diaz.

Il dottor Mark Heath, un anestesista della Columbia University, che ha testimoniato in merito all'iniezione letale in una ventina di stati, ha affermato che gli operatori "hanno fatto il peggio di ciò che potevano fare". Durante la prolungata uccisione di Angel Diaz, a suo avviso gli addetti "fecero esattamente il 100% delle cose sbagliate che potevano fare."

Gli aghi di plastica inseriti nelle braccia di Diaz avevano trapassato le sue vene, creando una grande resistenza all'iniezione dei farmaci che si spandevano nella carne. In tal modo ne veniva rallentato e modificato l'effetto. (L'autopsia rivelò che il condannato subì estese ustioni chimiche in entrambe le braccia.) Sono state iniettate un totale di 14 grandi siringhe di liquidi nelle braccia di Diaz - consistenti in farmaci o in soluzione fisiologica - ma la sequenza e i tempi di somministrazione previsti sono completamente saltati.

Il fatto che il primo farmaco, il pentotal, un anestetico a rapido effetto, sia andato fuori vena, ne ha smorzato senz'altro l'azione. Poi il respiro corto e affannoso 'da pesce fuor d'acqua' manifestato dal condannato ha dimostrato chiaramente un effetto sia pure parziale del farmaco paralizzante (curaro). La somministrazione della terza sostanza (cloruro di potassio) designata a bloccare il cuore, in assenza di un'appropriata anestesia, dovrebbe aver prodotto un tremendo bruciore  nel condannato.

Ci sono testimonianze delle sofferenze provate durante operazioni chirurgiche in cui è mancata l'anestesia pur essendo il paziente paralizzato dal curaro. Uno di questi incidenti è occorso alla signora Carol Weihrer nel 1998 mente subiva l'asportazione di un occhio. La  Weihrer, che si è fatta promotrice di una campagna per evitare il ripetersi di questi terribili incidenti, ha testimoniato: "Per quanto io stessi urlando con tutte le mie forze sapevo che nessuno mi poteva udire. Credo che la stesa cosa sia capitata ad Angel Diaz. Quello che subii fu crudele e inusuale e nessuno dovrebbe essere sottoposto a qualcosa di simile."

Un medico 'esperto di esecuzioni' - a suo dire  consulente in ben cinque stati e del governo federale e che avrebbe partecipato ad un totale a 84 esecuzioni - è il consigliere scientifico dell'amministrazione carceraria della Florida per quanto riguarda l'iniezione letale. Egli ha 'presieduto' anche all'esecuzione di Angel Diaz.  

Costui ha penosamente cercato di ribaltare le affermazioni degli esperti sull'esecuzione di Diaz: secondo lui gli aghi sono stati inseriti correttamente in vena ed hanno funzionato a dovere. Ma se l'autopsia ha rivelato che le vene di Diaz sono state trapassate? Dipende dal fatto che il cadavere del condannato è stato spostato dopo l'esecuzione, ha opinato il dottore coperto dall'anonimato.

Una cosa giusta costui l'ha detta. Dalla sua voce artificialmente alterata i membri della commissione governatoriale hanno appreso che, ovviamente: "Non c'è nulla di medico o che vi possa rassomigliare. Un'esecuzione non ha niente che sia lontanamente connesso con la medicina."

Alla fine i giornali hanno commentato in dettaglio le risultanze del lavoro degli 11 esperti rivelando che la commissione ha preparato per il governatore oltre una dozzina di raccomandazioni, tra le quali vi sono le seguenti:

* Rimandare l'esecuzione a dopo la somministrazione del sedativo per essere sicuri che il condannato sia inconscio prima di procedere con i due ultimi farmaci.

* Stabilire chiaramente che il direttore del carcere è colui che prende le decisioni durante le esecuzioni e assicurarsi che il direttore possa comunicare con i membri della squadra di esecuzione.

* Richiedere che un agente del Dipartimento di Esecuzione della Legge della Florida documenti che cosa accade durante la somministrazione delle droghe letali. Aggiungere un secondo agente che osservi il condannato dalla stanza dei testimoni.

* Etichettare le sostanze chimiche ed evitare confusione nell'etichettatura delle linee endovenose e delle siringhe.

* Praticare una visita medica al condannato una settimana prima dell'esecuzione e determinare il metodo migliore per accedere alle sue vene.

* Non muovere il condannato dopo che è stato ottenuto l'accesso endovenoso e usare altri accorgimenti per essere sicuri che l'accesso venoso si mantenga durante tutta l'esecuzione.

* Realizzare un monitoraggio con la TV a circuito chiuso per consentire ai membri della squadra di esecuzione di vedere il viso del condannato e i punti di accesso endovenosi.

* Migliorare l'allenamento, includendo periodici esercizi di addestramento per tutti i membri della squadra di esecuzione in cui essi acquistino una pratica per fronteggiare tutte le possibili evenienze.

* Considerare delle limitazioni nella nomina dei membri della squadra di esecuzione che sono responsabili della cura di routine del condannato. Sottolineare i compiti di ogni persona nella camera di esecuzione e limitare il numero di persone in tale stanza.

* Assicurarsi che sia presente all'esecuzione qualcuno che parli la lingua primaria del condannato.

Nonostante questa sfilza agghiacciante di raccomandazioni, la commissione non ha potuto risolvere una questione essenziale: l'uso del farmaco paralizzante che può nascondere la sofferenza di un condannato ancora cosciente, uso vietato ai veterinari che compiono l'eutanasia di piccoli animali, è di per sé accettabile?

Dovrà essere il governatore Charlie Crist a risolvere questo ed altri problemi prima di por termine alla moratoria ordinata dal suo predecessore Jeb Bush e consentire la ripresa delle esecuzioni capitali in Florida.

6) MOLTI STATI NEGLI USA ESTENDONO  L'APPLICAZIONE DELLA PENA CAPITALE

 

In chiara violazione dello spirito dei trattati internazionali riguardanti i diritti umani che tendono alla progressiva restrizione delle fattispecie di reato capitale, in numerosi stati nordamericani vengono introdotte proposte di legge che estendono la pena di morte a crimini e a categorie di criminali per le quali essa non era prevista.

 

In Virginia si vuole abolire la norma che attualmente ammette la pena capitale, con poche eccezioni, solo per "l'uomo che tira il grilletto" (triggerman rule): la pena di morte verrebbe così estesa ai complici di chi uccide materialmente, così come già avviene in altri stati tra i quali il Texas; inoltre la 'sanzione ultimativa' viene proposta per chi uccide giudici o testimoni. Tutto ciò nonostante l'opposizione del nuovo governatore, il cattolico del partito democratico Timothy M. Kaine, restio ad allargare la pena di morte. (Si ritiene che Kaine potrebbe anche opporre il suo veto.)

La proposta di legge sull'eliminazione della triggerman rule è stata approvata definitivamente dai due rami del parlamento della Virginia il 14 febbraio e la questione è ora sul tavolo del governatore Kaine.

Se il governatore della Virginia frena, quello del Missouri, Matt Blunt, vuole la pena di morte obbligatoria per coloro che uccidono pubblici ufficiali.

Nello Utah, in uno dei rami del parlamento è gia passata la legge che punisce con la pena capitale tutti coloro che uccidono minori di 14 anni; viene inoltre discussa una misura che consenta la pena di morte per colui che uccide di un bambino nel corso di un abuso o di un rapimento anche senza che sia provata la sua intenzione di uccidere.

In Georgia si vuole rendere possibile l'inflizione della pena di morte con una maggioranza di 9 giurati su 12 invece che all'unanimità (attualmente solo in Florida la pena di morte può essere inflitta se manca l'unanimità nella giuria).

In Texas si vuole introdurre la pena di morte per i recidivi di violenze sessuali ai danni di bambini (v. n. 144, notiziario). La relativa proposta di legge in Senato è identificata dal numero 5. Nonché dalla dicitura "Legge Jessica" in quanto riproduce una legge della Florida che scaturì dalla reazione generata dallo stupro e dall'omicidio della bambina Jessica Lunsford di nove anni, compiuto nel 2005 da un uomo che era regolarmente 'registrato tra i maniaci sessuali'. 

La "legge Jessica" fortemente caldeggiata dal vice governatore del Texas David Dewhurst già al tempo della campagna elettorale dello scorso anno, nonché dallo stesso governatore Rick Perry che le ha attribuito il carattere di emergenza, prevede un minimo di 25 anni di carcere o l'ergastolo per chi abusa di un bambino per la prima volta, richiede il tracciamento a vita della posizione del colpevole con un dispositivo satellitare, consente la pena di morte per i recidivi, raddoppia da 10 anni a 20 anni, dopo il compimento del 18-esimo anno di età della vittima, il termine di prescrizione di reati sessuali ai danni di bambini.

Tale proposta di legge, macchinosa e perentoria quanto costosa e irrazionale, introdotta pomposamente nel Senato del Texas il 14 febbraio, suscita preoccupazioni anche tra i pubblici accusatori e nelle associazioni contro i delitti sessuali. Difatti essa potrebbe trasformarsi in un incentivo ad uccidere le piccole vittime di abusi sessuali e renderebbe più difficile perseguire tale tipo di reati, che avvengono per lo più all'interno delle famiglie, per la prevedibile resistenza dei congiunti a testimoniare in un processo capitale contro il colpevole.

Anche in Tennessee è in gestazione una legge del genere.

Leggi simili sono state già approvate in altri sei stati, l'ultimo dei quali è l'Oklahoma (v. n. 140, "Pena di morte per delitti non di sangue").

C'è da notare che tutto questo fervore forcaiolo dei legislatori si manifesta nonostante il progressivo e chiaro declino della pena capitale per quanto riguarda il numero delle condanne e delle esecuzioni (v. n. 146, notiziario).

Dobbiamo inoltre notare che la tendenza ad allargare la pena capitale viola lo spirito dei trattati internazionali sui diritti umani che non consentono di ampliare lo spettro dei reati capitali nelle giurisdizioni che conservano la pena di morte (*)

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(*) Dovrebbe essere inteso in questo senso in particolare l'articolo 6 del Patto Internazionale dei Diritti Civili Politici firmato e ratificato anche dagli Stati Uniti (v. art. di Claudio Giusti nel n. 145)

 

 

7) LA "DOTTRINA DEL CASTELLO" PROTEGGERÀ I TEXANI IN CASA E A BOTTEGA

 

In Texas ha la strada spianta verso una corale approvazione, una proposta di  legge che rende immuni da qualsiasi procedimento penale i 'cittadini ossequiosi delle legge' che sparano a colui che si introduce, con presunte intenzioni ostili, nello loro casa o in altri luoghi in cui essi hanno il diritto di stare.

 

La proposta di legge 378, introdotta il 31 gennaio nel Senato del Texas dal Senatore repubblicano Jeff Wentworth è stata accolta favorevolmente dalla larghissima maggioranza dei parlamentari. Si prevede che giungerà ad una facile e rapida approvazione. La proposta di legge afferma il diritto di sparare su chiunque tenti di compiere un reato contro un cittadino onesto nella sua casa o in altri luoghi in cui egli possa legittimante stare.

"I Texani che vengono attaccati nella propria casa, nel luogo dove fanno i propri affari, nei loro veicoli o in qualsiasi altro luogo in cui hanno il diritto di stare, devono avere la facoltà di difendersi senza tema di essere perseguiti penalmente." Ha dichiarato Wentworth. La legge 378 esclude la possibilità di un'azione penale contro chi usa la violenza letale contro un intruso e pone seri ostacoli per un intruso (o per i suoi eredi) che volessero tentare una causa civile di risarcimento.

La legge attualmente in vigore prevede che prima di reagire con la violenza letale i Texani debbano, se possibile, battere in ritirata.

Jeff Wentworth ha ricordato che 15 stati già prevedono leggi ispirate alla "castle doctrine" (Tale"dottrina del castello" considera la casa come un castello in cui si ha il diritto di difendersi con tutti mezzi. )

La "dottrina del castello" - in corso di ripristino in diversi stati - vigeva in Texas fino al 1974. Anno in cui fu abrogata 'per ragioni sconosciute', ha affermato Wentworth.

 

 

8) INCOMBE IN IRAQ UNA QUARTA IMPICCAGIONE ECCELLENTE

 

Dato che le norme in vigore non lasciano nessuna possibilità di clemenza o di rinvio alle massime autorità irachene, si prevede che anche Taha Yassin Ramadan, ex vice presidente dell'Iraq, verrà presto impiccato, così come è avvenuto per Saddam Hussein e per due coimputati. Infatti il 12 febbraio la condanna all'ergastolo di Ramadan è stata commutata in sentenza capitale dal Tribunale Speciale iracheno in osservanza alla stupefacente richiesta fatta della Corte di appello.

 

Il caso kafkiano di Taha Yassin Ramadan, ex presidente dell'Iraq e collaboratore di Saddam Hussein, dimostra meglio di ogni altro che alla base dei processi che si tengono davanti al Tribunale Speciale iracheno contro gli esponenti del deposto regime, ci sono ragioni emotive - odio tra fazioni, desiderio di vendetta -  ed interessi politici e non un bisogno di giustizia. Ciò, oltre a violare i diritti civili ed umani degli imputati, costituisce un reiterato affronto alla memoria della vittime degli innumerevoli crimini mai chiariti compiuti nel corso di un ventennio da Saddam Hussein e dai suoi complici iracheni ed internazionali.

Condannato all'ergastolo nel primo processo contro Saddam Hussein, per la repressione che fu scatenata contro il villaggio di Dujail negli anni ottanta, Ramadan, insieme ai coimputati, si era rivolto per la revisione della sentenza all'apposita Corte di appello di nove giudici che hanno il compito di rivedere le sentenze del Tribunale Speciale.

Si poteva supporre che la Corte d'appello ovviasse almeno in parte all'ingiustizia patita dagli imputati nel processo farsa a cui erano stati sottoposti, mitigandone le pene, o, nella peggiore delle ipotesi, si limitasse a confermare le pesanti sentenze emesse dai cinque giudici del Tribunale. Invece tale corte ha confermato le tre condanne a morte già emesse ed ha rimandato il caso di Ramadan al Tribunale Speciale chiedendo che Taha Yassin Ramadan venisse condannato a morte!

A questo punto si poteva sperare che il Tribunale Speciale conservasse un po' di dignità e insistesse con il condannare Ramadan all'ergastolo.

Su questa speranza si sono basati gli appelli piovuti sull'Iraq da tutto il mondo.

Vi sono stati gli appelli e le proteste delle organizzazioni per i diritti umani, a cominciare da Amnesty International e da Human Rights Watch, dell'Unione Europea, degli abolizionisti riuniti nel Congresso contro la pena di morte.

Vi è stato un autorevole passo dell'Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, signora Louise Arbour, che il 9 febbraio ha presentato un documento legale di 18 pagine al Tribunale Speciale iracheno in cui si sosteneva che una condanna a morte di Ramadan sarebbe stata una violazione dei trattati internazionali in materia di diritti umani. "L'alto Commissario argomenta che l'imposizione della pena di morte a Taha Yassin Ramadan violerebbe gli obblighi dell'Iraq derivanti dal Patto Internazionale dei Diritti Civili e politici," si legge in una dichiarazione rilasciata alla stampa a Ginevra. Il Patto, che l'Iraq ha ratificato, richiede che una sentenza di morte possa essere emessa soltanto in seguito a procedimenti condotti in stretta aderenza ai criteri del giusto processo e garantisce a tutti il diritto di chiedere la commutazione o la clemenza. "Date le circostanze, l'Alto Commissario sostiene che la corte deve astenersi dall'imporre una sentenza di morte".

Nonostante tutte le richieste, il 12 febbraio la sentenza a vita di Ramadan è stata puntualmente commutata in sentenza di morte!

Dopo di ciò anche un ricorso ad una corte federale degli Stati Uniti - che detengono il prigioniero - perché esso non venga ceduto ai boia iracheni - è stato respinto il 27 febbraio (così come era avvenuto per gli analoghi ricorsi presentati da Saddam Hussein e dai suoi due collaboratori già 'giustiziati'.)

La scontata conferma della sentenza di morte da parte della Corte d'appello che l'ha sollecitata, unita al fatto che le leggi forcaiole che riguardano il Tribunale Speciale non lasciano nessuna possibilità di rinvio delle sentenze di morte, di commutazione o di grazia da parte delle autorità irachene, rende l'ingiusta esecuzione, praticamente un linciaggio, di Ramadan prevedibile a breve.

 

 

9) ORDINE DI ARRESTO DI 13 AMERICANI COINVOLTI NEL CASO MASRI

 

Le violazioni dei diritti civili ed umani di migliaia di persone in tutto il mondo compiute dal governo americano, e non solo, nel quadro della cosiddetta 'guerra al terrore', sono nascoste da una pesante coltre di segretezza. Sono rari gli strappi a tale inquietante congiura del silenzio. Uno di essi si è verificato nel caso di Khaled el-Masri, cittadino tedesco che fu deportato dalla CIA in Afghanistan all'inizio del 2004. La magistratura tedesca ha ora ordinato l'arresto di 13 agenti americani coinvolti nel sequestro di Masri. Questo provvedimento fa seguito all'incriminazione in Italia di 26 Americani responsabili del rapimento dell'imam Abu Omar verificatosi a Milano nel 2003. Sono emerse gravi responsabilità sia del governo tedesco che del governo italiano nei due allarmanti episodi.

 

Khaled el-Masri - scambiato per un membro di Al Qaeda - fu arrestato in Macedonia da poliziotti super zelanti l'ultimo giorno dell'anno 2003 e passato agli Americani. Etichettato come 'nemico combattente' da un rappresentante del Governo USA, fu subito deportato dal famigerato Rendition Group del CTC (Centro Antiterrorismo della CIA) in una orrenda prigione Afgana. All'inizio fu maltrattato, malmenato, terrorizzato, sottoposto ad incalzanti interrogatori; fu poi dimenticato e infine liberato in Albania cinque mesi dopo in precarie condizioni fisiche e psichiche. La sua numerosa famiglia non aveva saputo più nulla di lui (v. n. 134).

Certo, il governo americano è il principale e diretto responsabile dell'allucinante disavventura di Kaled el-Masri, cittadino tedesco la cui unica 'colpa' è di avere un nome arabo perché di discendenza libanese. Ma anche il governo tedesco è responsabile della mancata protezione di un proprio cittadino nonché di aver sempre tollerato se non assecondato le intense operazioni illegali compiute dalla CIA nel quadro della cosiddetta 'guerra al terrore' le quali, dall'Europa, e in particolare dalla Germania, si irradiano in tutto il Globo e soprattutto verso l'Africa e il Medio Oriente. (Secondo alcuni calcoli, le vittime di queste operazioni segrete - a volte colpevoli di atti di terrorismo ma molto spesso soltanto di atti ostili nei riguardi degli USA, se non del tutto innocenti - superano le 3000 unità.)

Ora la magistratura tedesca, nella sua autonomia, ha ordinato l'arresto di 13 Americani a vario titolo coinvolti nel sequestro e nella deportazione in Afghanistan di Masri. Si tratta di quattro membri dell'equipaggio dell'aereo con cui fu trasportato Masri, di un meccanico e di otto membri della CIA. L'arresto dei sospettati è una condizione preliminare indispensabile per un processo penale in Germania dove gli imputati non posso essere giudicati in absentia. August Stern, procuratore di Monaco di Baviera, nell'ordine di arresto del 31 gennaio non ha rivelato i nomi dei 13 Americani incriminati (tra cui vi sarebbero 2 donne) anche perché non è sicuro di conoscerli: alcuni di essi possono essere stati infatti sostituiti da pseudonimi come avviene spesso nel mondo nebuloso dei servizi segreti.

L'istruttoria è stata fatta attingendo a fonti dei media, del Consiglio d'Europa e delle Nazioni Unite. Inutile aggiungere che la magistratura tedesca non ha avuto nessuna collaborazione da parte del governo e delle corti americane. La CIA ha sempre negato il proprio coinvolgimento nel caso Masri. E' pendente un ricorso di Masri alla Corte federale di appello con sede a Richmond in Virgina, contro la decisione di un giudice federale di opporre un muro, col pretesto di proteggere la sicurezza nazionale, alla richiesta di risarcimento avanzata dal malcapitato cittadino tedesco al governo USA.

La stampa americana fa notare l'unicità del caso Masri: prima d'ora nessuno si era mai azzardato a chiedere l'arresto di un agente della CIA impegnato nella 'guerra al terrore'. Nel precedente caso Abu Omar i 26 Americani coinvolti sono stati solo 'incriminati in absentia' dalla magistratura italiana (che si trova a fronteggiare enormi ostacoli posti non solo dal governo americano ma anche dal governo italiano la cui complicità nel rapimento di Abu Omar, avvenuto a Milano nel marzo del 2003, e nella 'rendition' del medesimo in Egitto appare innegabile.)

 

 

10) PENA DI MORTE? UN GETTONE DI SCAMBIO POLITICO

 

Pubblichiamo volentieri questa pregevole, attualissima e condivisibile analisi di Carlo Parlanti, un italiano detenuto in California dove sta scontando una pesante condanna per violenza sessuale. Vittima delle sue scelte di vita, dell'odio implacabile di una sua amante abbandonata e di un sistema penale grossolano e crudele - nonché probabilmente prevenuto nei riguardi di uno straniero - Carlo ha una preziosa amica in Italia, Katia Anedda, che sta facendo l'impossibile per aiutarlo. Katia ci ha chiesto di sostenere finanziariamente la difesa legale di Carlo Parlanti ma, purtroppo, l'angosciosa situazione dei condannati a morte e il nostro statuto non ci lasciano questa possibilità. Invitiamo tuttavia i lettori a scrivere a Carlo Parlanti per fargli sentire la loro amicizia e umana solidarietà.

 

Abbiamo da poco attraversato la soglia di un nuovo millennio ma non siamo ancora riusciti a liberarci dal vendicativo desiderio di giustiziare i criminali, comuni o di guerra che siano. Che cosa ci guadagna la società dal giustiziare un serial killer? Che cosa ha guadagnato il popolo irakeno impiccando Saddam Hussein?

La vox populi più comune è che la pena di morte rappresenterebbe un efficace deterrente dal commettere i crimini più efferati. In qualche modo, però, questa teoria fallisce nello spiegare per quale motivo Paesi che della pena di morte fanno una delle loro bandiere, come gli Stati Uniti d'America, presentino una peggiore criminalità, per quantità ed efferatezza, delle nazioni Death Row Free.

Anzi, spendere il resto della propria vita, o comunque una parte significativa della stessa, in istituti di pena modello "Guantanano Bay", rappresenta, probabilmente, un deterrente di gran lunga più efficiente di qualsiasi iniezione letale. 

O perlomeno sembrano pensarla così i criminali ospitati, per esempio, nelle carceri californiane e texane: 41 suicidi in California nel 2006 (in crescita del 17% rispetto al 2005) e 24 in Texas (2 più dei 22 del 2005). Il numero dei tentati suicidi è ancora più impressionante:  652 solo in Texas nel 2006 (erano 559 nel 2005); oltretutto, la maggior parte di essi, fino al 69%, può essere legata alle condizioni di isolamento o meglio "segregazione amministrativa" in cui vengono tenuti i criminali più pericolosi (fonte: USA Today).

Di sicuro, e per motivi molto simili, la pena di morte non può rappresentare una efficace forma di vendetta o di giustizia retributiva visto che coloro a cui è riservata si sono a volte macchiati di crimini così efferati da richiedere ben più di una impiccagione o di una camera a gas per "pareggiare i conti".

Se non rappresenta un deterrente né una vendetta, può darsi, allora, che si tratti di una semplice questione economica? Di una maniera per risparmiare i costi di mantenimento della popolazione carceraria? Temo che anche i Paesi più rigidi nell'applicazione della pena di morte non eliminino abbastanza criminali da avere un concreto beneficio economico.

Ho, purtroppo, la sensazione che l'unico vero motivo che sta dietro la difesa e applicazione delle pene capitali sia molto più semplicemente il fatto che esse rappresentano un efficace gettone di scambio politico. Una maniera semplice ed economica di dare del pane alle folle affamate di giustizia, anche se sbrigativa, crudele e di sicuro non costruttiva. La stessa molla che sta dietro all'inasprimento vorticoso delle scelte anti-criminalità di alcuni Paesi, ormai, purtroppo, vicini alla realizzazione del perfetto "stato di polizia", di triste memoria orwelliana.

Mi auguro, sinceramente, di non vederlo un futuro dove questo incubo si sia trasformato completamente in realtà. Spero che la richiesta alle Nazioni Unite della moratoria sulla pena di morte, avanzata dall'Italia, sia il primo passo di una più estesa campagna di sensibilizzazione verso il rispetto di tutti i fondamentali diritti dell'uomo e non soltanto un diverso tipo di scambio politico.

Carlo Parlanti

 

Se mi volete scrivere, ecco il mio indirizzo:

Carlo Parlanti F25457, 350-2-58X

P. o. box 9

Avenal, CA 93204, USA

 

 

11) NOTIZIARIO

 

Globale. Definito genocidio il massacro di Srebrenica. Con una sentenza del 26 febbraio la Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia (*) ha attribuito il carattere di genocidio al massacro di migliaia di uomini e ragazzi (si parla di 8000 morti) avvenuto nella città di Srebrenica in Bosnia nel luglio del 1995 (v. nn.  119, notiziario, 131). La sentenza consegue ad una causa per risarcimento promossa dalla Bosnia contro la Serbia, a 9 settimane di udienze da parte dei 15 giudici internazionali della Corte ed a 10 mesi di deliberazioni. Tra il materiale probatorio utilizzato dalla Corte vi sono le prove a carico di due ufficiali serbo bosniaci che furono dichiarati rei di genocidio dalla Corte Internazionale per la ex Jugoslavia per aver partecipato alla strage di Srebrenica. La Corte ha affermato che la Serbia in sé non è colpevole del genocidio che fu compiuto dalle truppe serbo bosniache comandate dal generale Ratko Mladic - e non deve quindi un risarcimento alla Bosnia. La Serbia tuttavia ha violato la Convenzione Internazionale sul Genocidio perché omise di prevenire una 'strage annunciata' da parte dell'esercito del piccolo stato (Repubblica Serba di Bosnia) che essa sosteneva anche finanziariamente. Altra violazione della medesima Convenzione da parte della Serbia è di aver omesso di perseguire i responsabili della strage. La sentenza è stata accolta come una sostanziale assoluzione postuma, dai molti sostenitori dell'ex presidente serbo Slobodan Milosevic, morto in prigione all'Aia l’11 marzo 2006 mentre era sotto processo davanti alla Corte Internazionale per la ex Jugoslavia anche con l'accusa di genocidio in relazione al massacro di Srebrenica.

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(*) La Corte Internazionale di Giustizia, che si occupa di dirimere questioni tra stati, non deve essere confusa con la Corte (o Tribunale) Penale Internazionale.

 

Iraq. Condannato un secondo dei cinque soldati americani che stuprarono e uccisero. Il soldato americano James P. Barker ammise di aver partecipato, il 12 marzo 2006, con tre commilitoni, allo stupro e all'uccisione di un'adolescente irachena e all'uccisione della sua intera famiglia (v. n. 141). Fu processato davanti ad un tribunale militare a Fort Campbell nel Kentuky. Il 15 novembre scorso, dopo aver letto in lacrime una confessione, ricevette una condanna a 90 anni di carcere con possibilità di liberazione sulla parola una volta scontati effettivamente 20 anni. Il 21 febbraio un secondo componente del gruppo, il ventiquattrenne Paul E. Cortez, ha ricevuto una condanna a 100 anni con la possibilità di uscire di prigione dopo 10 anni. Anche lui ha confessato in lacrime. I due rischiavano la pena di morte ed hanno patteggiato le sentenze in cambio delle confessioni e delle future testimonianze contro gli altri accusati. Saranno sottoposti ad una corte marziale anche i soldati Jesse V. Spielman, di 22 anni, e Bryan L. Howard, di 19.  Colui che rischia di più è Steven D. Green, che materialmente compì quattro omicidi. Egli non è più un militare per essere stato allontanato dall'esercito per altre ragioni già prima di essere indagato. Verrà giudicato da una corte civile federale in Kentuky. Le condanne già comminate ai due soldati sono di gran lunga le più pesanti tra quelle inflitte a militari americani che hanno compiuto delitti ai danni di civili iracheni.

 

Iran. Incriminate tre attiviste per i diritti delle donne. Tre giornaliste iraniane, attiviste per i diritti delle donne, sono state arrestate all'aeroporto di Teheran il 1° febbraio mentre stavano per mettersi in viaggio per l'India, dove avrebbero dovuto partecipare ad un seminario. Due di esse, Talat Taghinia e Mansoureh Shojai, scrivono per il giornale online Zanestan ("La città delle donne"), una pubblicazione che sostiene i diritti umani delle donne. La terza, Farnaz Seify, gestisce un blog femminista molto popolare (farnaaz.com). Le tre donne sono state portate nelle rispettive case, dove sono stati sequestrati computer, libri e documenti. Rinchiuse in cella sono state rilasciate il giorno dopo. Dovranno affrontare un processo entro due mesi. L'avvocatessa Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace del 2003, sosterrà la difesa delle tre giornaliste, accusate di "attentato alla sicurezza nazionale tramite intervento ad un seminario di istruzione".

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 28 febbraio 2007