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FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 136   -   Febbraio 2006

SOMMARIO:

1) Opposizione etica all’iniezione letale     

2) Smettetela di nutrirci come cani!

3) Caduta verticale dei diritti umani in Iran                       

4) Mantenere la vergogna di Guantanamo: una questione d’onore?         

5) Il carcere di Bagram: assai peggio di quello di Guantanamo    

6) Liberato dal braccio della morte, come da copione       

7) La moralità è una virtù flessibile, specie in chi dà la morte     

8) “Punizione suprema”, di Scott Turow                 

9) Notiziario: Arizona, Illinois, Iraq, Texas, Usa     

 

 

1) OPPOSIZIONE ETICA ALL’INIEZIONE LETALE

 

Il sospetto che l’iniezione letale costituisca una pena terribilmente dolorosa e quindi da considerare ‘crudele e inusuale’, come tale proibita dall’Ottavo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, ha prodotto conseguenze pratiche apprezzabili, dopo anni, soltanto a partire dal 25 gennaio scorso. La svolta si è avuta con il blocco delle esecuzioni in Florida determinato dalla decisione della Corte Suprema federale di esaminare un ricorso in merito avanzato da Clarence Hill che doveva essere giustiziato il giorno 26 (v. n. 135). Ben presto, come era prevedibile, la contestazione dell’iniezione letale si è rafforzata in molti altri stati (California, Indiana, Kentucky, Louisiana, Maryland, Missouri, New Jersey, North Carolina, Ohio, Oklahoma, Tennessee, Texas e Virginia) rallentando il ritmo delle esecuzioni capitali. In California, un blocco delle esecuzioni si è prodotto dopo il ritiro di due anestesisti, chiamati per ordine di un giudice a partecipare ad un’iniezione letale il 21 febbraio. Gli anestesisti avrebbero dovuto garantire al condannato Michael Morales una morte senza sofferenze ma si sono rifiutati di intervenire per ragioni di etica professionale.

 

Le associazioni mediche degli USA - più volte pronunciatesi contro la partecipazione dei sanitari alle uccisioni legali - hanno approvato il loro comportamento. In un clima di grande incertezza, decine e decine di articoli sui maggiori giornali americani discutono ormai non soltanto del metodo di esecuzione ma anche della pena di morte in sé.

All’infuori del Texas, che sembra intenzionato a procedere con le numerose esecuzioni già programmate, negli altri stati – spesso per intervento delle corti di giustizia – si sono manifestate forti resistenze a continuare ad uccidere secondo il protocollo classico dell’iniezione letale fino al momento in cui verrà  chiarita giudizialmente la questione.

Per la precisione, gli esperti legali interpretano l’iniziale sospensione decisa dalla Corte Suprema federale per Clarence Hill solo come la volontà della maggioranza della corte di discutere se il condannato abbia o meno il diritto di contestare in una causa civile il metodo dell’iniezione letale, ma di non voler esaminare il problema della costituzionalità di tale metodo in sé e per sé. La differenza sembra irrilevante, ma non lo sono certamente i suoi effetti: la massima corte ha infatti rifiutato di sospendere le esecuzioni di due condannati, quella di Marvin Bieghler in Indiana e quella di Jaime Elizalde in Texas, che sono stati messi a morte all’inizio di febbraio nonostante avessero contestato genericamente la costituzionalità dell’iniezione letale.

Drammatici eventi che si susseguono in California a partire dal 1 febbraio dimostrano quanto grandi siano ormai l’incertezza e la confusione in materia.

Il giudice federale distrettuale Jeremy Fogel, in risposta ad un ricorso di Michael Morales, la cui esecuzione doveva avvenire il giorno 21, ha richiesto la documentazione scientifica relativa alle ultime tre esecuzioni portate a termine in California, a cominciare dai tracciati elettrocardiografici, ed ha fissato un’udienza con accusa e difesa per il 9 febbraio. Tuttavia la sua indecisione si è protratta fino al giorno 15 quando, precisando di non voler abolire “né la pena di morte né il metodo dell’iniezione letale”, ha consentito l’esecuzione di Morales a condizione che: 1) un controllo scientifico qualificato assicurasse che il condannato fosse completamente inconscio dopo la somministrazione del primo farmaco (il pentotal, un barbiturico) e prima dell’iniezione degli altri due farmaci destinati a bloccare il respiro (curaro) e il battito cardiaco (cloruro di potassio) o, in alternativa, 2) venisse usato per ucciderlo il solo pentotal. Qualora lo stato della California avesse rifiutato di adottare una delle due alternative egli avrebbe disposto una sospensione dell’esecuzione (per accertare successivamente in un’udienza se il metodo classico fosse o no crudele ed inusuale).

L’uso del solo barbiturico avrebbe potuto prolungare l’esecuzione per 45 minuti e ciò è sembrato disdicevole allo stato della California che ha deciso di uccidere Morales secondo il classico protocollo dei tre farmaci chiamando due anestesisti volontari a presiedere all’esecuzione.

Ciò ha suscitato l’immediata netta protesta dell’autorevole Associazione Medica Americana la quale ha ricordato il principio basilare che “un medico, che svolge una professione dedita alla preservazione della vita nei casi in cui c’è una speranza che ciò si possa ottenere, non deve partecipare ad un’esecuzione legalmente autorizzata”.

L’esecuzione di Morales è rimasta tuttavia in calendario mentre venivano respinti gli ultimi appelli e mentre il governatore Schwarzenegger – come è suo costume – con una lunga dichiarazione scritta negava la grazia al condannato (17 febbraio).

I due anestesisti ‘volontari’ – di cui non è stata resa nota l’identità – all’ultimo momento si sono rifiutati di svolgere il lavoro proposto perché in contrasto con l’etica professionale. Dopo concitate discussioni e alcuni drammatici rinvii, ci si è orientati alla somministrazione del solo barbiturico. Tuttavia la richiesta del giudice Fogel di introdurre la sostanza con un’iniezione endovenosa anziché via flebo (cosa che avrebbe violato la privacy del boia) ha creato una nuova difficoltà per l’Amministrazione carceraria e così il periodo di 24 ore legalmente utile per procedere con l’iniezione letale è scaduto. Morales è dunque sopravvissuto. Per ora non ha alcuna data di esecuzione.

Il giudice Jeremy Fogel ha fissato un’udienza per i giorni 2 e 3 maggio in cui si discuterà del metodo dell’iniezione letale proposto dallo stato della California. La sua decisione in merito potrebbe essere resa nota anche con alcuni mesi di ritardo. Nel frattempo in California vigerà una moratoria di fatto delle esecuzioni capitali.

Mentre si susseguono le dichiarazioni, ufficiali e ufficiose, individuali e collettive, del personale sanitario contro la partecipazione alle esecuzioni, una quantità di articoli agitano nei giornali statunitensi il problema del metodo dell’iniezione letale rendendo il pubblico maggiormente consapevole della crudeltà della pena di morte. Alcuni articoli suggeriscono di smetterla con le esecuzioni per risolvere alla radice non solo il problema del metodo ma anche una quantità di altri problemi, etici, logici e pratici.

Tutto ciò crea grave allarme e rabbia nei sostenitori più accesi della pena capitale, tanto è vero che in due stati forcaioli, la Georgia e l’Oklahoma, è stato rapidamente avviato l’iter parlamentare di leggi che impediscano agli ordini professionali di togliere la licenza ai sanitari partecipanti alle esecuzioni.

 

 

2) SMETTETELA DI NUTRIRCI COME CANI!

 

Nella mailing list “kenneth_foster_jr_campaign” è stato diffuso il 9 febbraio il seguente messaggio fatto pervenire dal nostro amico Kenneth, che volentieri condividiamo con i lettori

 

Non potevo lasciar passare un altro giorno senza parlare di questa situazione. Molti non sanno come sono nutriti i prigionieri. Lo ammetto, ciò varia da stato a stato ma in Texas la situazione è tra le peggiori e la Polunsky Unit ha deciso di essere la prigione peggiore in assoluto. Il cibo che ci servono è peggio che atroce e mi ha procurato un’arrabbiatura il 23 gennaio.

 

Il pasto serale del 23 gennaio (che viene servito in un qualsiasi momento compreso fra le 14:30 e le 16:30) era così disgustoso che non ho potuto sopportare la cosa. Mi trovo già al livello II e perciò non posso acquistare cibo dallo spaccio. Le sole cose che posso mangiare sono quelle che mettono sul vassoio e ciò che c’era sul vassoio quel giorno non era commestibile. Era descritto come “pasticcio di carne di bue”, ma in realtà si trattava di carote, piselli e sciacquatura di piatti mischiati insieme. Appariva disgustoso e odorava in modo disgustoso. Non potei sopportarlo. Quando arrivò il momento di ritirare i vassoi, bloccai l’apertura per il cibo e chiesi di vedere un sergente. Il cibo era così cattivo che il mio vicino mi aveva offerto anche il suo: non sapendo di che si trattasse, lo avevo accettato. Quando arrivò il sergente avevo due vassoi e iniziai a spiegargli che questo cibo era sporco e disgustoso e a domandargli che cosa ne pensava lui, visto che io, in isolamento e privato dell’accesso allo spaccio, rifiutavo di mangiarlo. Quando guardò il vassoio i suoi occhi si spalancarono e mi disse: “Mio Dio! Sei stato tu a mischiarlo così?” (pensando che io avessi mischiato il mio cibo trasformandolo in quel mucchio di immondizia). Guardò il suo subordinato e gli chiese se il cibo era arrivato a noi in quelle condizioni. La guardia disse di sì. Mi disse che sarebbe andato in cucina e avrebbe chiarito la cosa perché non andava proprio bene. Ho accettato. Desidero sempre dare loro l’opportunità di  correggere un problema.

Nuovo giorno! 24 gennaio. Il pranzo era abbastanza buono, devo ammetterlo (spaghetti), ma quando arrivò la cena mi venne la nausea. Era descritta come “pollo e polpettine” ma era un mucchio di salsa grumosa e giallastra. Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Chiesi immediatamente di chiamare i superiori. Altri nel corridoio – due compagni del gruppo D. R. I. V. E.  – dissero che anche loro avrebbero trattenuto i loro vassoi. Sentendo l’agitazione, altri compagni del gruppo D. R. I. V. E.  nella sezione successiva chiesero che cosa stava accadendo (il suono della solidarietà MI RENDE FELICE). Dissi loro: “Non restituite i vostri vassoi”. Risposero: “D’accordo”. Venne lo stesso sergente. Domandò: “Qual è la lamentela?” Gli dissero di venire alla mia cella. Gli feci vedere il cibo e gli dissi: “Sono stufo di questo cibo disgustoso, sergente. Ci state facendo morire di fame!” Mi disse: “Dammi il vassoio, lo farò vedere al maggiore”. Gli risposi: “No, non questo vassoio. Ecco cosa farai di questo vassoio…” poi svuotai il contenuto nel cesso, misi il vassoio sul pavimento e lo calpestai fino a ridurlo a pezzi. Calpestai e calpestai dicendo a questo sergente: “SMETTETE DI NUTRIRCI COME CANI! E’ DISGUSTOSO! CI STATE FACENDO MORIRE DI FAME!” Poi feci scivolare i pezzi del vassoio  sotto la porta. Gli dissi: “Porta quello in cucina e addebitami il costo. Sappi che questo accadrà ogni volta che porterai immondizia simile”. Ci disse che avrebbe chiesto spiegazioni in cucina. Poi prese un vassoio intero e si avviò alla cucina. Gli altri uomini – alcuni appartenenti al gruppo D. R. I. V. E., altri no – rifiutarono di restituire i vassoi fino a che non gli avessero portato qualcosa di commestibile.

Voglio che vi rendiate conto che ciò che accadde dopo derivò unicamente dall’unione che ci fu in quell’occasione nel Braccio della Morte. Il luogotenente, il maggiore e la guardia vennero nel nostro braccio. Camminarono lungo i corridoi e ci parlarono. La guardia venne da me e io le dissi: “E’ ridicolo nutrirci in questo modo”. Egli fu d’accordo (sorprendentemente). Disse che verranno davvero rimproverati i responsabili della cucina. Disse che da ora in poi tutti i vassoi del cibo verranno ispezionati prima di essere serviti. Hanno capito due cose: 1) dato che loro non mangerebbero quella roba, perché dovremmo farlo noi, e 2) facevamo sul serio.

Dopo che i superiori se ne furono andati – quasi 50 minuti più tardi – circa 14 pasti contenuti in sacchetti furono portati nel nostro braccio. Contenevano un panino di salame e formaggio freschi e un panino con burro d’arachidi fresco. Tutti quelli che avevano preso posizione (e anche qualcuno che non l’aveva fatto) furono nutriti come esseri umani. Credete che questo sia accaduto anche in altre parti del braccio della morte? No, naturalmente! Perché? Perché le masse subiscono. Non c’è senso di solidarietà o di giustizia sociale. Se un detenuto guarda il suo scaffale e vede che può avere accesso al cibo dello spaccio, non si cura del vassoio  - eppure dimentica che noi DOBBIAMO mangiare il contenuto. Provate a pensare se 70 uomini – e non 7 – si fossero messi a protestare (e ce ne sono oltre 400 qui dentro). Questa è la chiave per i miglioramenti. Gli uomini devono sollevarsi e pretendere il rispetto dei loro diritti. Se non lo facciamo, continueranno a nutrirci in questo modo. Questo è solo un esempio di ciò che si può fare.   Kenneth

P. S. Dovrò pagare il vassoio che ho fatto a pezzi. Non so quanto potrà costare, ma non mi importa, anche se dovesse costare 150 dollari. Ogni volta che ci serviranno una sbobba come quella lo farò di nuovo, per ottenere un vitto migliore. Così dovrò proporvi la costituzione di un “Fondo per i vassoi spaccati” per consentirmi di saldare il debito con l’Amministrazione (scherzo). Farò ciò che sarà necessario per ottenere che ci trattino come esseri umani.

 

 

3) CADUTA VERTICALE DEI DIRITTI UMANI IN IRAN

 

Non siamo tra coloro che pensano che si potrebbe correggere a forza di bombardamenti l’attuale regime iraniano che consente violazioni sempre più gravi ed estese dei diritti umani, violazioni puntualmente rilevate dall’opposizione interna ed in esilio. Tuttavia riteniamo che la comunità internazionale debba usare tutti i mezzi leciti per ottenere un’inversione di tendenza e la ripresa e il rafforzamento del cammino di civilizzazione avviato dai riformatori progressisti già da diversi anni, processo che sembra essere stato bruscamente interrotto dall’attuale governo del Presidente Mahmoud Ahmadinejad, in un clima di contrapposizione radicale con l’Occidente.

   

Lo chiede Amnesty International che nel mese di febbraio si è occupata più volte, approfonditamente e in dettaglio, di quanto avviene nel paese mesopotamico, stigmatizzando soprattutto il largo uso della pena di morte, anche per eliminare oppositori politici e nei riguardi dei minorenni.

Tra le esecuzioni di minorenni all’epoca del crimine date per imminenti da Amnesty ricordiamo solo quella di Delara Darabi, per la quale abbiamo sottoscritto un appello un mese fa, e quella di un diciottenne, un certo Mohammad, condannato a morte per un omicidio compiuto nell’agosto del 2003, quando aveva 16 anni. Processato da un tribunale minorile e condannato a 5 anni di carcere, Mohammad è stato riprocessato a richiesta della famiglia della vittima e condannato a morte.

Tra le esecuzioni di prigionieri politici ha fatto particolare scalpore quella di Hojjat Zamani, membro dell’Organizzazione Iraniana dei Mojahedin del Popolo (PMOI), rapito in Turchia nel 2003. Zamani è stato condannato a morte nel 2004 per un coinvolgimento nell’attentato dinamitardo con tre vittime avvenuto a Tehran nel lontano 1988. E’ stato impiccato segretamente nella prigione di Gohar Dasht il 7 febbraio ma la sua esecuzione è stata resa nota il 21 febbraio. Si teme che all’esecuzione di Zamani possano seguire a breve quelle di parecchi altri prigionieri politici.

Una forte e documentata richiesta di intervento è stata inviata il 20 febbraio da Amnesty International ai rappresentanti dell’Unione Europea che hanno incontrato il Ministro degli esteri iraniano Manoucher Mottaki.

Amnesty in tale occasione ha denunciato “l’intensificarsi della repressione negli ultimi sei mesi da quando il Presidente ha assunto l’incarico, che include l’uso frequente della pena di morte e della tortura, la persecuzione di minoranze etniche e religiose e le limitazioni alla libertà i parola.”

Dick Oosting, direttore dell’ufficio di A. I. per l’Unione Europea, ha affermato: “l’Iran è uno dei pochi paesi che continua a giustiziare criminali minorenni. L’U. E. deve cogliere questa opportunità per chiedere che l’Iran decreti una moratoria per l’esecuzione di minori.”

Purtroppo recenti dichiarazioni di esponenti iraniani sembrano in controtendenza,  rimandando sine die il completamento dell’iter legislativo che dovrebbe portare alla fine della pena di morte minorile, in adempimento dei trattati internazionali in materia di diritti umani adottati dall’Iran. Il18 febbraio l’agenzia IRNA ha riportato le parole di Ahmad Mozaffari, giudice della corte d’appello di Tehran, secondo il quale l’Iran continuerà a condannare a morte i minorenni “senza prendere in considerazione altre opzioni”.

 

 

4) MANTENERE LA VERGOGNA DI GUANTANAMO: UNA QUESTIONE D’ONORE?

 

Sappiamo che il campo di detenzione di Guantánamo Bay è solo la punta di un iceberg. Infatti i circa 500 stranieri che vi sono imprigionati costituiscono una ristretta minoranza dei cosiddetti ‘nemici combattenti’ detenuti arbitrariamente dagli Stati Uniti, senza accusa e senza processo, in condizioni durissime, al di fuori di qualsiasi efficace controllo e di qualsiasi difesa contro i peggiori soprusi morali o fisici, in carceri note o segrete in molte parti del mondo. Il Campo Delta nell’isola di Cuba potrebbe essere facilmente chiuso ma il Governo statunitense appare intenzionato a mantenerlo per ragioni di principio. Sembrano cadere nel vuoto anche le veementi accuse avanzate nel mese di febbraio, nel quarto anniversario dell’apertura del campo, da Amnesty International e dal Comitato per i Diritti Umani della Nazioni Unite.

   

Qualsiasi obiettivo pratico, sensato o insensato, ammissibile o inammissibile, che il Governo statunitense si prefigga di raggiungere mantenendo in funzione il Campo Delta, potrebbe essere raggiunto trasferendo gli sventurati che vi si trovano in altri campi meno noti e meno esposti agli sguardi internazionali e agli stessi giudizi degli Americani. Chiudere Guantanamo sarebbe un brillante gesto propagandistico, sia pure di facciata e ipocrita nella sostanza, per attenuare le critiche degli alleati e forse per diminuire nel mondo il livore verso gli Stati Uniti (un odio che – come mostrano sporadiche rilevazioni - ha raggiunto livelli senza precedenti, potenzialmente catastrofici.) Occorre chiedersi perché non lo si faccia.

Probabilmente, al di là dei motivi operativi, il campo di Guantanamo ha un valore simbolico e vi sono motivazioni ideologiche ed emotive per mantenerlo: una tracotante presunzione di onnipotenza e di superiorità morale, il desiderio di ‘vendicare’ in qualche modo le vittime e i danni provocati dagli attacchi terroristici contro gli USA, l’intento di lanciare un sinistro monito a nemici ed oppositori degli Stati Uniti nel mondo. 

Un nuovo Rapporto pubblicato da Amnesty International il 6 febbraio con il titolo: “Vite spezzate. L’impatto della detenzione indefinita sui prigionieri e sulle loro famiglie” (*), comincia così:    “Mentre la prigionia illegale di ‘nemici combattenti’ nel campo di detenzione statunitense nella base navale di Guantánamo Bay, a Cuba, entra nel suo quinto anno, Amnesty International rinnova la sua richiesta che il centro di detenzione venga chiuso e che tutti quelli che vi sono imprigionati vengano rilasciati ovvero sottoposti in terraferma ad un giusto processo in accordo alle leggi internazionali e senza ricorso alla pena di morte. Quattro anni dopo i primi trasferimenti, pressappoco 500 uomini di circa 35 nazionalità rimangono nel centro di detenzione illegalmente. Informazioni provenienti dai prigionieri e dai loro legali suggeriscono che molti di essi siano stati sottoposti a tortura o ad altre forme di maltrattamento a Guantanamo e in altre strutture di detenzione degli USA. Alcuni si sono inoltrati in prolungati scioperi della fame, tra loro vi sono quelli che hanno chiesto di non essere nutriti a forza per poter morire (**). Ci sono stati numerosi tentativi di suicidio e ogni giorno di detenzione indefinita che passa cresce il timore per la salute fisica e psicologica  dei detenuti.”

Si parla, da quattro anni a questa parte, di tentativi di suicidio a Guantanamo ma ci domandiamo, per inciso, se alcuni suicidi non siano riusciti. E’ infatti sospetto il fatto che non vengano mai date informazioni sui morti di Guantanamo (ragionando statisticamente: un certo numero di prigionieri devono essere pur deceduti in questi anni, se non altro per cause naturali, anche nell’ipotesi che fossero stati trattati e curati nella maniera migliore possibile).

Due settimane dopo l’uscita del rapporto di Amnesty International, il 16 febbraio ha suscitato scalpore nonché la reazione della Casa Bianca un altro autorevole rapporto su Guantanamo, questa volta pubblicato della Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Questo documento di 54 pagine è stato preparato da cinque investigatori indipendenti (scienziati, legali ed accademici) che hanno lavorato per 18 mesi raccogliendo tutte le informazioni disponibili senza poter intervistare i detenuti. Anche tale rapporto chiede senza mezzi termini di chiudere il Campo di Guantánamo Bay, di liberare tutti i prigionieri o di sottoporli ad un regolare processo.

Il rapporto delle Nazioni Unite afferma che gli USA  devono immediatamente revocare le cosiddette ‘tecniche di interrogazione speciali’ autorizzate dal Dipartimento della Difesa e chiede di astenersi da “qualsiasi pratica che si configuri come tortura o trattamento o punizione crudele, inumana o degradante, dalle discriminazioni in base alla religione e dalle violazioni dei diritti alla salute e della libertà di credo”.

La Casa Bianca ha respinto il Rapporto, dicendo che gli investigatori dell’ONU hanno raccolto false informazioni diffuse da sospetti terroristi. Il portavoce della Presidenza Scott McClellan ha asserito che i militari americani già trattano i prigionieri umanamente, nonostante “si stia parlando di pericolosi terroristi che sono detenuti colà.” (Veramente da documenti del Pentagono emergerebbe che solo il 45% dei detenuti di Guantanamo hanno commesso almeno un atto ostile nei riguardi degli USA o dei loro alleati - eventualmente sul campo di battaglia al tempo l’invasione Anglo-Americana dell’Afghanistan - e solo un 8% di essi sarebbe legato ad al-Qaeda.)

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(*) V. http://web.amnesty.org/library/index/ENGAMR510072006

(**) La conferma delle violenze sui digiunatori, in un primo tempo smentite, si è avuta il 21 febbraio dal generale Bantz J. Craddock, responsabile del campo di Guantanamo. Questi ha ammesso che i militari ultimamente usano metodi più aggressivi per combattere il fenomeno dello sciopero della fame. Le sofferenze inflitte dall’inserzione e dalla disinserzione forzata e ripetuta di cateteri nasali in detenuti strettamente legati a sedie di contenzione metalliche (con un laccio al collo) avrebbero agito da deterrente riducendo drasticamente il numero dei digiunatori.

 

 

5) IL CARCERE DI BAGRAM: ASSAI PEGGIO DI QUELLO DI GUANTANAMO

 

“Una prigione afgana in crescita rivaleggia col tetro carcere di Guantanamo”. Questo è il titolo di un articolo, apparso il 26 febbraio sul New York Times, che richiama l’attenzione del pubblico sul carcere americano di Bagram in Afghanistan, situato presso un aeroporto militare a 60 chilometri a nord di Kabul. Il quotidiano denuncia che “mentre infuria il dibattito internazionale sul futuro del centro di detenzione di Guantánamo Bay, a Cuba, i militari espandono un altro carcere, meno visibile, in Afghanistan, dove oggi sono custoditi circa 500 sospetti terroristi, in condizioni ancora  più primitive, indefinitamente e senza accuse.”

 

Informazioni di provenienza governativa citate dal New York Times confermano in pieno la preoccupazione che a Bagram le cose vadano molto peggio che a Guantanamo, e in condizioni di quasi assoluta segretezza.

La crescita di Bagram sarebbe dovuta anche al fatto che le corti statunitensi hanno riconosciuto qualche diritto ai prigionieri di Guantanamo, creando non poche impreviste complicazioni per il governo (da ultimo, il 25 febbraio si è appreso che il Pentagono si sarebbe perfino piegato ad un ordine del giudice federale Jed S. Rakoff  di rendere note le identità di tutti gli uomini ivi detenuti.)

Mentre per Guantanamo vengono ormai organizzate visite guidate per membri del congresso e giornalisti, Bagram opera nel più stretto segreto a partire dall’inaugurazione avvenuta nel 2002. La prigione non può essere in alcun modo fotografata, neanche dall’esterno. Non si conoscono le identità di coloro che vi sono rinchiusi. E’ proibito qualsiasi ingresso di terzi ad eccezione dei membri del Comitato Internazionale della Croce Rossa (che sono tenuti a non rivelare ciò che vedono).

Una dozzina di uomini è stipata in ogni gabbia. I prigionieri devono dormire sul pavimento su stuoini di lattice. Fino a poco tempo fa non vedevano mai la luce del sole salvo in brevi momenti in cui erano condotti in un piccolo recinto all’esterno. Del tutto incontrollate sono le ‘tecniche di interrogazione’ ivi utilizzate. Si sa di decessi avvenuti sotto tortura (15 militari americani sono stati inquisiti, ma alla fine un solo soldato semplice è stato ‘punito’ senza scontare neanche un giorno di carcere).

Mentre per una parte dei prigionieri di Guantanamo c’è una sia pur limitata possibilità di contattare avvocati difensori, e per tutti di prendere atto dei motivi per cui sono trattenuti, ciò non avviene per i prigionieri di Bagram.

Il colonnello James R. Yonts, portavoce dei militari USA in Afghanistan, si è rifiutato di rendere note le condizioni di detenzione a Bagram, limitandosi a ripetere il ritornello che il suo comando ha il compito di “trattare i prigionieri umanamente e di provvedere alle condizioni di vita migliori possibili e alle cure mediche in accordo con i principi delle Convenzioni di Ginevra” [Principi che in realtà gli Americani si rifiutano di riconoscere quale diritto dei prigionieri in quanto ‘nemici combattenti’, n. d. r.]

6) LIBERATO DAL BRACCIO DELLA MORTE, COME DA COPIONE

 

E’ stato esonerato in questi giorni un detenuto della Florida, la cui innocenza è stata riconosciuta dopo tre anni trascorsi nell’orrendo braccio della morte. Il 23 febbraio la Corte Suprema della Florida ha prosciolto all’unanimità John Robert Ballard, di 37 anni, dall’accusa di duplice omicidio e rapina, affermando che le prove a suo carico sono del tutto insufficienti a dimostrarne la colpevolezza. Eppure la giudice di contea Lauren Miller lo aveva spedito nel braccio della morte dicendogli: “Non solo hai perso il diritto di vivere tra di noi ma, per la legge dello stato della Florida, hai perso il diritto di vivere.”

 

John Ballard era stato condannato a morte per l’uccisione, avvenuta nel 1999, di due suoi amici, Jennifer Jones e Willie Ray Patin Jr. La Jones era una spacciatrice di droga e teneva grosse quantità di denaro in casa sua, ma in casa di John non furono trovati soldi dopo il crimine. Le uniche prove che furono portate contro di lui a suo tempo furono un’impronta digitale trovata sulla sponda del letto dei due (che furono trovati morti nel letto con le teste fracassate), e un pelo di un braccio di John nella mano della Jones. L’impronta però non era sporca di sangue, come molte altre che invece furono trovate sul luogo del delitto e mai identificate, e la corte ha obiettato che il pelo (uno tra cento che furono ritrovati) poteva comunque trovarsi in casa dei due (come del resto l’impronta digitale) per il solo fatto che John era un assiduo frequentatore della coppia.

Svariate sono state le reazioni dei protagonisti di questa vicenda, e quasi tutte prevedibili.

I familiari delle vittime hanno manifestato il loro sdegno per la decisione, affermando che mai si sarebbero aspettati di veder liberare l’omicida dei loro cari. Raramente infatti i familiari di una vittima accettano di mettere in discussione la certezza di aver trovato colui che ha arrecato loro tanta sofferenza. “Non c’è mai alcuna rassegnazione quando un proprio caro è stato brutalmente assassinato, ma almeno la mente si dà pace perché l’omicida è stato riconosciuto colpevole e condannato a morte.” ha dichiarato la madre di Jennifer Jones: “Avrei potuto comprendere se egli fosse stato sottoposto ad un nuovo processo o se gli fosse stata ridotta la pena. Ma è stato addirittura liberato. Non riesco neanche a crederlo.”

L’avvocato difensore, Michael Orlando, si è dichiarato molto soddisfatto delle sentenza: “E’ musica per le mie orecchie”, ha affermato.

L’accusa, pur senza insistere sulla colpevolezza di John, ha dichiarato di essere contrariata al suo proscioglimento. Come quasi sempre avviene in questi casi, l’accusa non ammette ufficialmente di avere torto e si mostra scettica e indispettita.

Abe Bonowitz, presidente dell’associazione abolizionista “Floridians for Alternatives to the Death Penalty” (FADP), riferendosi al fatto che John è stato il 26esimo condannato a morte scarcerato in Florida dopo anni di reclusione, ha dichiarato: “L’unica cosa nuova di questo caso è il nome della persona condannata ingiustamente. La domanda importante è: quanti di questi casi devono venire alla luce prima che il  Governatore Jeb Bush ammetta che il sistema della pena capitale nel suo stato è marcio? La FADP chiede un immediato “time-out” delle esecuzioni fino a quando al pubblico si possa garantire che il sistema giudiziario criminale della Florida è sia giusto che accurato”.

La FADP ha reso noto al pubblico che quando John Ballard verrà rilasciato, dopo tre anni di vita trascorsi nel braccio della morte, gli verrà messa in mano la somma di… cento dollari! Vista la “generosità” dello stato nei confronti dei condannati a morte rivelatisi poi innocenti, la FADP ha istituito, per aiutarli e sostenerli finanziariamente, il “Fondo di Sostegno dei Prigionieri Assolti”.

Siamo anche noi ansiosi di ricevere una risposta alla domanda che Abe Bonowitz ha rivolto al governatore Jeb Bush, e anzi vorremmo riceverla non solo da lui, bensì da tutti i governatori degli stati nordamericani che si stanno ostinando a mantenere la possibilità di togliere legalmente la vita ai loro cittadini, colpevoli o innocenti che siano. (Grazia)

 

 

7) LA MORALITA’ E’ UNA VIRTU’ FLESSIBILE, SPECIE IN CHI DA’ LA MORTE

 

Si ritiene comunemente che ogni individuo possieda un suo standard di moralità ben definito, immutabile. Tuttavia, studi condotti su persone che devono svolgere compiti molto sgradevoli sotto il profilo etico, sia per scelta, che per dovere, o per motivazioni economiche, hanno dimostrato che il codice morale della gente è molto più flessibile di quanto non si creda. Una persona finisce per difendere il proprio comportamento amorale dalla sua stessa coscienza, ricorrendo ad un procedimento definito dagli psicologi “disimpegno morale”, o “distanziamento morale”.

 

Il giudizio etico di una persona può variare molto rapidamente, subito prima di dover svolgere un particolare compito, oppure cambiare lentamente e inconsapevolmente, come risulta da interessanti studi riportati in un articolo di Benedict Carey nel New York Times del 7 febbraio.

Albert Bandura, docente di psicologia a Stanford ed esperto di comportamento morale, dice: “Si tratta della nostra capacità di impegnare e disimpegnare i nostri standard di moralità, e spiega perché le persone possono essere barbaramente crudeli in un determinato momento e compassionevoli subito dopo”.

Secondo alcuni studiosi, i rigorosi codici comportamentali che sono serviti a mantenere aggregate le società umane primitive avrebbero impedito all’uomo di sopravvivere in assenza di meccanismi che, almeno ogni tanto, disattivano le regole che impediscono di uccidere o di rubare. La sopravvivenza – secondo tali studiosi - a volte richiedeva atti brutali. Ciò permetteva i sacrifici umani, come le esecuzioni capitali.

Gli psicologi di Stanford hanno dimostrato che le guardie componenti una squadra addetta alle esecuzioni capitali raggiungono livelli di disimpegno morale molto più alti di quelli delle altre guardie e che più ci si avvicina alla data di un’esecuzione, più si alza il livello del disimpegno.

Ma in che cosa consiste questo disimpegno? Di fatto, nel darsi giustificazioni valide che abbassano il codice morale e riducono il disagio. Gli psicologi hanno posto una serie di domande alle guardie, ottenendo illuminanti risposte. Eccone alcune tra le più frequenti: gli uomini da “giustiziare” hanno perso buona parte delle loro qualità umane (questo permette di ucciderli perché non si tratta più di togliere la vita ad un proprio simile); oppure, c’è il pericolo che possano scappare e uccidere di nuovo (altra valida giustificazione per farli fuori, infatti così facendo si proteggono altre vite umane sia pure in ipotesi); oppure ancora si obbedisce alla legge divina dell’”occhio per occhio, dente per dente” (questa è una delle motivazioni più valide perché santifica l’azione letale).

Altra forma di disimpegno consiste nel non addossarsi completamente l’orrendo incarico, ma nel suddividerlo tra i membri della squadra composta da una quindicina di persone: un paramedico fornisce le droghe letali, ogni singola guardia lega un ben preciso arto del condannato al lettino e solo quello, un’altra guardia fa partire l’iniezione letale. Nessuno può definirsi in coscienza interamente responsabile della morte di quell’essere umano. (Noi diremmo invece che tutti lo sono interamente, ma questo è un giudizio che possiamo dare noi “da fuori”, mentre chi è “dentro” non vuole prenderlo in considerazione).

Michael Osofsky, uno psicologo che ha studiato per molti anni le guardie addette alle esecuzioni nel carcere di Angola, in Louisiana, ha dichiarato: “Mi ricordo di un’esecuzione a cui ho assistito; si avvertiva uno strano peso nell’aria per tutto il giorno. Le guardie, che pur conoscevo, erano serie e distaccate, ognuno stava per i fatti suoi. Quello che accadeva non era un evento di cui si gloriavano o che desideravano avvenisse. Non erano le solite persone degli altri giorni”.

I membri di un team di esecuzione “si riuniscono – dice Osofsky – portano a termine l’esecuzione e poi tornano ai loro compiti usuali nella prigione. Essi non parlano mai realmente di quella parte del proprio lavoro, neanche con le loro famiglie, neanche tra di loro."

Si è visto del resto che questo tipo di disimpegno morale funziona anche in altri settori, in cui l’uomo compie atti che disapprova a danno dei propri simili: per esempio chi lavora in fabbriche di armi o di sigarette, giustifica il suo comportamento dicendo che si occupa solo della contabilità, o del montaggio di una piccola parte di un oggetto micidiale.

Lo stesso discorso vale per i soldati in guerra. Basta togliere agli esseri umani da uccidere la loro umanità: un bombardamento non è più l’uccisione di propri simili a casaccio, ma il “raggiungere un bersaglio”, il nemico viene chiamato “infedele”, “animale” o “bastardo”, ecc. Queste definizioni riflettono un metodo di auto-protezione interiore.

Ma allora dobbiamo perdere la speranza nel progresso etico dell’umanità? No, da questi studi emerge, per fortuna, un aspetto positivo. A detta degli psicologi, infatti, il bisogno del disimpegno morale è un’evidente prova dell’esistenza di una solida sensibilità morale di fondo. Di regola, alle persone non piace mentire e tutti sono riluttanti ad infliggere sofferenza agli altri, indipendentemente dalle circostanze.

Inoltre, l’impegno morale, cioè l’opposto del disimpegno, è altrettanto dinamico. Una volta che le persone smettono di fare ciò che le fa sentire eticamente a disagio, si impegnano per recuperare nel modo più completo la loro coscienza.

Speriamo che gli imperativi etici radicati profondamente nell’animo umano, con l’allontanamento dalla condizione primitiva dell’uomo, portino ad una costante e progressiva riduzione di tutte le azioni violente contro gli altri esseri umani. (Grazia)

 

 

8) “PUNIZIONE SUPREMA”, DI SCOTT TUROW

 

Pubblichiamo un’ampia recensione di Stefania Silva del famoso libro di Scott Turow ora tradotto in italiano: Scott Turow, Punizione Suprema. Una riflessione sulla pena di morte, Piccola Biblioteca Oscar, Mondadori, 2005

 

Nello Stato dell’Illinois dal 1977 al 1999, più di un terzo dei condannati a morte ottiene una revisione del processo, e di questi una parte viene prosciolta, mentre ad alcuni viene commutata la pena, in altre parole si corre il rischio di mandare a morte degli innocenti o di giustiziare chi in base alla legge non lo merita.

Il 31 gennaio del 2000, il governatore George Ryan impone una moratoria delle esecuzioni, istituendo una Commissione di quattordici esperti che deve indicargli come riformare la pena capitale nello Stato.

Scott Turow, socio di uno dei più importanti e famosi  studi legali dell’Illinois, è chiamato a far parte della Commissione.

Da questa esperienza, nasce il suo libro.

La formazione di Turow nel campo della giustizia criminale comincia, appena laureato ad Harvard, nell’ufficio del Procuratore dello Stato. Di qui passerà nello studio legale di cui diventerà socio.

Alla fine della sua carriera, Turow accetta di patrocinare gratuitamente due casi di pena capitale, dei quali uno si concluderà con l’assoluzione del condannato per assoluta estraneità ai fatti e l’altro  porterà a una commutazione della pena con possibilità di uscire dal carcere sulla parola.

Questi due casi si verificano prima che lui sia chiamato nella Commissione, e costituiscono il suo primo e reale approccio alla pena di morte. Sebbene non modifichino radicalmente le sue convinzioni in proposito, minano le sue sicurezze nell’imparzialità dell’applicazione della pena capitale.

Turow chiarisce da subito di non essere contrario alla pena capitale, si definisce un ‘agnostico’, la considera semplicemente come qualcosa di necessario, più o meno come la guerra e come la licenza di uccidere data alla polizia, fa una serie di considerazioni sulla ‘filosofia della pena’ e sulle differenze di impostazione tra Stati Uniti ed Europa (per inciso non sembra apprezzare molto i movimenti abolizionisti europei), sulla solidità della democrazia statunitense e chiarisce qual è il valore fondamentale si cui tale democrazia si fonda e si regge: l’accettazione della legge.

Uno Stato, come un puzzle formato di tessere con forme e colori diversi cui dare un assetto, è organizzato su codici morali e legali che devono essere riconosciuti da tutti, perciò espelle come corpi estranei chi tali codici infrange.

La legge quindi assume un alto valore simbolico, così come la bandiera, l’inno nazionale e la pena di morte, come spartiacque tra il ‘bene’ e il ‘male’.

Il lavoro della Commissione, dura due anni, durante i quali vengono studiati a fondo i casi dei condannati, raffrontati il numero degli omicidi nello Stato dell’Illinois e  negli Stati confinanti che non applicano la pena di morte, letti i rapporti della polizia e le richieste di sentenze capitali dei procuratori, ascoltati i parenti delle vittime.

Questo approfondito studio, evidenzia innumerevoli aberrazioni, che vanno dalle confessioni estorte (anche con la tortura), ad un’applicazione della sentenza capitale del tutto arbitraria in parte dovuta a questioni razziali (una vittima bianca ha più valore di una vittima nera, la proporzione di condanne capitali è di uno a tre), alla differenza di sesso (agli uomini è inflitta con maggiore frequenza rispetto alle donne), alla differenziazione geografica nell’inflizione della pena capitale (nelle zone rurali è comminata maggiormente che nelle aree urbane), per non parlare della composizione delle giurie e della risposta emotiva scatenata dalla presentazione del ‘mostro’ da parte di procuratori spesso senza scrupoli, che porta alla condanna a morte senza che sia escluso ogni ragionevole dubbio.

In tutto il corso del libro, Turow mantiene fede al suo agnosticismo, non cede mai alla tentazione di trarre conclusioni emotive rispetto ai fatti che via via appaiono come evidenti violazioni della legge e ad un certo punto si chiede quale pena sia ‘giusta’ per i crimini più efferati, per quello che definisce ‘il peggio del peggio’…  se in alcuni Stati bastano tre crimini comuni per essere condannati all’ergastolo, quale pena riservare ad un serial killer?

Come punire, dando un preciso segnale morale a chi toglie la vita a persone innocenti, a chi offende la comunità privandola di un suo stimato membro?

La condanna a passare il resto della vita in carcere perdendo la libertà non è considerata sufficiente dalla maggioranza dei parenti delle vittime che ritengono di avere il diritto di essere 'risarcite' in modo tangibile. Secondo loro gli assassini perdono persino il diritto di respirare l’aria che le loro vittime non potranno più respirare, di vedere l’alba e il tramonto, in altre parole un assassino deve morire per non essere vivo, deve essere espulso dal corpo sociale come un virus.

Turow riporta queste considerazioni senza prendere posizione in merito ma, d’altra parte, fa un minimo cenno alla possibilità che il corpo sociale abbia una responsabilità nella creazione della devianza: è solo la legge, e solo essa, ad avere fallito quando viene commesso un omicidio, o si tratta di una responsabilità più vasta che si estende a tutte le istituzioni della nostra società: scuola, chiesa, città, famiglia?

E detto questo chiude la questione dicendosi scettico nella possibilità di trovare risposte nelle scienze sociali, e aggiunge “personalmente non ho mai ritenuto che il sistema correzionale debba svolgere un’attività sociale oltre che isolare chi non sa vivere in mezzo alla gente” , ma dimostra di uscire dalla visione “bianco/nero” e di prendere in considerazione le sfumature di colore tipiche della vita dell’Uomo allorché prosegue dicendo “quando ci si inoltra nel sistema simbolico del castigo, del ”male supremo”, argomenti quali la riabilitazione e la redenzione diventano inevitabilmente parte del computo, dal momento che il riconoscimento da parte del colpevole dei diritti della morale prevalente riduce il nostro bisogno di punire per affermare i nostri valori… non sapremo mai se e quando un omicida rimarrà “folgorato” ma sappiamo per certo che un’esecuzione impedirà che quel momento possa verificarsi”.

Nell’Aprile del 2002 la Commissione nominata da George Ryan chiuse i lavori, dando una risposta alla domanda centrale: il sistema è in grado di determinare con precisione e coerenza quali imputati “meritano” di morire?

La risposta fu un ovvio no.

La Commissione, vista l’impossibilità di consigliare l’abolizione della pena di morte, suggerì una serie di cambiamenti votati in genere all’unanimità (ad esempio: riduzione delle fattispecie di reato capitale, istituzione di una commissione permanente al fine di controllare l’operato dei procuratori  per avere richieste di condanna uguali per reati uguali, maggiori fondi per migliore la preparazione degli avvocati d’ufficio, agenti di polizia e giudici).

Molti di questi suggerimenti non furono presi in considerazione. Malgrado l’opinione pubblica non si fosse dimostrata contraria, la paura di perdere voti spinse la classe politica ad agire in modo diverso.

All’inizio del 2003 il Governatore Ryan, concesse la grazia a quattro innocenti rinchiusi nel braccio della morte, facendo salire a 17 il numero dei condannati esonerati e alla fine dello stesso anno, dopo aver esaminato uno per uno tutti i casi di condanne capitali e non sapendo come “fare a sostituirsi a Dio” nello scegliere chi meritasse di morire e chi no, commutò 167 sentenze capitali in ergastoli senza possibilità di scarcerazione (tranne in quattro casi nei quali optò per una condanna a 40 anni).

Per quanto riguarda Turow, dopo un percorso durato due anni, dopo aver analizzato in modo lucido e  scientifico i dati raccolti, prende atto dell’imperfezione umana. “Tutto sommato, per me il problema è stabilire quale sia l’errore che sono disposto a tollerare da parte del sistema che da tempo rappresenta il nostro concetto morale di nazione,” dice Turow. “La pena, da sola, non trasforma il mondo che ci circonda in quello in cui vorremmo vivere.”

Sì, ma che cosa allora può aiutare questa trasformazione?

E’ come se vedesse tutti gli elementi che servono per completare il cerchio ma non riuscisse a fare il salto, a dare un senso logico ai dati che ha davanti agli occhi. Se l’uomo fosse perfetto, se fosse come Dio, se fosse capace di applicare la legge in modo giusto, la pena di morte sarebbe una pratica accettabile, ma purtroppo l’uomo è fallibile e quindi date queste condizioni, alla fine dei lavori, al senatore Symon che chiedeva per la seconda volta a tutti i partecipanti ai lavori: lei ritiene che la pena di morte dovrebbe essere mantenuta in Illinois, risponde con un certo orgoglio: no.

Sceglie la via del pragmatismo, demandando all’Europa, così lontana e diversa, quello che definisce “l’approccio filosofico alla pena” e la ricerca di risposte nelle scienze sociali.

 

 

9) NOTIZIARIO

 

Arizona. Scuse formali per l’esonerato Krone. Ray Krone, ex condannato a morte, liberato nel 2002 dopo il riconoscimento della sua innocenza (v. Notiziario nei nn. 96 e 127), è stato ricevuto il 20 febbraio sia alla Camera che al Senato dell’Arizona incassando esplicite scuse da parte di alcuni parlamentari per il calvario di 10 anni che ha dovuto subire pur essendo completamente estraneo ad delitto che gli era stato attribuito.  Fu condannato a morte per uno stupro seguito dall’uccisione della vittima avvenuto nel 1991. La prova a carico fu la testimonianza di un ‘esperto’ il quale sosteneva che i morsi trovati sulla vittima corrispondevano alla sua dentatura. Krone fu definitivamente esonerato nel 2002 quando un test del DNA portò al vero assassino, già detenuto per un delitto simile a quello contestato a Krone. “Il caso di Ray Krone fa vedere perché dobbiamo abolire la pena di morte,” ha detto il deputato Phil Lopes, leader della minoranza democratica. “E’ giunto il momento di far ciò”. Il repubblicano John Huppenthal, presidente della Commissione Giustizia del Senato, ha invece dichiarato di sostenere la pena di morte; il caso di Krone a suo parere dimostra tuttavia la necessità di proteggere gli innocenti dagli errori giudiziari. “Ciò avviene più frequentemente di quanto si voglia ammettere,” ha dichiarato Huppenthal. “Ci sono svariate lezioni che dovremmo apprendere in proposito”. Ottenuti due distinti indennizzi per un ammontare lordo di 4, 4 milioni di dollari, Krone, collaborando con la Coalizione dell’Arizona per l’Abolizione della Pena di Morte, svolge ora un’infaticabile opera di sensibilizzazione itinerante sulla pena capitale.

 

Illinois. Sta per concludersi il processo per corruzione contro l’ex governatore Ryan. In Illinois, presso una  corte federale, è in corso il processo contro l’ex governatore George Ryan, accusato di corruzione e di cattiva amministrazione (prima di essere eletto governatore, Ryan fu segretario di stato). Tale processo era cominciato, con la selezione della giuria, il 20 settembre scorso. Gli accusatori federali da anni danno la caccia a Ryan, noto soprattutto per aver svuotato il braccio della morte del suo stato, alla fine del mandato governatoriale, nel gennaio del 2003 (v. n. 103). Durante il processo si è svolto un braccio di ferro tra la difesa, che avrebbe voluto che si discutesse dell’intrepida presa di posizione dell’imputato contro l’ingiusto uso della pena di morte in Illinois, e l’accusa, la quale ha chiesto che tale questione - estranea alle accuse - non entrasse nel processo. La richiesta dell’accusa è stata accettata sostanzialmente dalla giudice presidente Rebecca Pallmeyer. Coloro che sono stati chiamati dalla difesa a testimoniare sulla personalità dell’accusato devono ora astenersi dal fare riferimenti alla sua coraggiosa azione contro il sistema della pena capitale dell’Illinois. Il 14 febbraio ha  testimoniato in favore di Ryan suor Helen Prejean, autrice di Dead Man Walking, alla quale è stato perfino impedito di parlare di fronte ai giurati del proprio impegno abolizionista.

 

Iraq. Prove su atrocità faticosamente introdotte nel caotico processo a Saddam. Nel mese di febbraio si sono tenute alcune udienze del processo contro Saddam Hussein e otto suoi collaboratori accusati di una brutale repressione nel villaggio di Dujail cominciata nel 1982 (v. ad es. nn. 132, 134, 135 nel Notiziario). Nel solito clima di caos e di irregolarità, che il nuovo giudice presidente Raouf Rasheed Abdel-Rahman non è riuscito a contenere, sono state fornite testimonianze di torture che dimostrerebbero un coinvolgimento diretto di Barzan Ibrahim Hasan al-Tikriti, fratellastro di Saddam, allora capo dei servizi segreti, e alcune prove documentali di ordini di esecuzione, di adulti e di ragazzi, una delle quali conterrebbe un’annotazione autografa dell’ex dittatore iracheno. Il 1° febbraio hanno testimoniato due donne. Una di esse ha affermato che Hasan la sottopose ad un’esecuzione simulata esplodendo un colpo di pistola vicino alla sua testa prima di colpirla con la medesima arma lasciandola incosciente. “La tortura fu solo un quarto della sofferenza che provai, i tre quarti conseguirono dal mio denudamento,” ha precisato. Il giorno dopo fu sospesa per le braccia e le fu praticato un clistere che la fece stare molto male. La sospensione durò per quattro ore. Gli interrogatori si protrassero per sei giorni e lei ne uscì con un braccio rotto. L’altra donna ha fornito una testimonianza simile sulle torture subite aggiungendo che Hasan la percosse nel busto e le ruppe una costola con un pugno. Sia Hasan che Saddam, come altri tre imputati e tutti gli avvocati difensori, non erano presenti in aula in segno di protesta per la conduzione del processo da parte del giudice Abdel Rahman, ex perseguitato politico nel passato regime. Il 28 febbraio il capo degli accusatori Jaafar al-Musawi ha proiettato su uno schermo le copie di documenti ufficiali ed ufficiosi riguardanti le esecuzioni di 148 uomini o ragazzi. Una annotazione a penna relativa all’esecuzione di 10 minorenni sarebbe autografa dello stesso Saddam. Secondo l’accusa, dei 148 condannati a morte, 96 furono subito impiccati, 42 morirono sotto tortura e 10, che avevano tra gli 11 e i 17 anni nel 1982, sarebbero stati ‘giustiziati’ nel 1989 al compimento della maggiore età. Occorre notare che nello statuto del tribunale speciale che processa Saddam Hussein non si richiede di provare la colpevolezza degli imputati ‘al di là di ogni ragionevole dubbio’, come avviene ad esempio nelle corti americane. Potrebbero quindi sortire delle sentenze capitali da prove almeno in parte confuse ed incomplete, nonché da documenti autenticati dal Presidente della corte anziché da periti.

 

Texas. Annullata la data di esecuzione per Tony Ford. Tony Ford, che si è sempre dichiarato innocente, è giunto alle soglie dell’esecuzione fissata in Texas per il 7 dicembre scorso quando, dalle investigazioni effettuate in extremis, sono emerse prove che possono rivoluzionare il suo caso. Sono state infatti trovate delle macchie di sangue sui vestiti a suo tempo indossati da Victor Belton, l’uomo che Tony accusa di aver commesso il delitto per il quale egli è stato condannato a morte (v. n. 133). Dato che il giudice William Moody aveva disposto una sospensione della sentenza di 90 giorni per consentire dei test del DNA su tali macchie di sangue, la data di esecuzione era stata di nuovo fissata per il 14 marzo. Tuttavia l’avvocato difensore Dick Burr il 24 febbraio ha ottenuto dal giudice Moody che la data di esecuzione fosse annullata fino a nuovo ordine, mentre proseguono i test del DNA in un laboratorio canadese. Nel sito ufficiale dell’amministrazione carceraria del Texas, a fine febbraio la data di esecuzione del 14 marzo per Tony non era stata ancora cancellata.

 

Usa. Cominciato il processo capitale contro Zacarias Moussaoui. Il 7 febbraio è iniziato presso la corte federale distrettuale di Alexandria in Virginia, con il riempimento di questionari da parte dei potenziali giurati, il processo capitale contro Zacarias Moussaoui, francese di origine marocchina, che è l’unico membro di al-Qaeda nelle mani degli USA che sia accusato di cospirazione negli attentati dell’11 settembre 2001. Moussaoui – pur ammettendo di essersi preparato per un attentato suicida ai danni degli Stati Uniti – nega il suo coinvolgimento negli attacchi portati a termine da al-Qaeda nel 2001. La scelta della giuria dovrà essere completata entro il 6 marzo con la nomina di 12 giurati, più sei supplenti, in una rosa di circa 500 cittadini della Virginia. Il dibattito cominciato il 15 febbraio - tra accusa, difesa e corte rappresentata dalla giudice Leonie M. Brinkema - per accettare o ricusare potenziali giurati è acceso ed a volte aspro.  Il processo a Moussaoui si prefigura come un evento di grande impatto emotivo a livello nazionale, come quello a Timothy McVeigh, l’attentatore di Oklahoma City. Ricordiamo che la giudice Brinkema è uscita sconfitta da un lungo un braccio di ferro con il Governo federale nel tentativo di assicurare all’imputato il pieno godimento del diritto alla difesa giovandosi della testimonianza di Ramzi Binalshibh, Khalid Shaikh Mohammed e Mustafa Ahmed al-Hawsawi, tre membri di al-Qaeda catturati dagli Americani e detenuti in segreto da anni (V. ad es. nn. 122, 125 nel Notiziario).

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 28 febbraio 2006

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