FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 126  -  Febbraio 2005

SOMMARIO:

1) Appello in favore di Pablo Melendez 

2) Sentenza storica negli U. S. A. : bandita la pena di morte minorile

3) Il mese di marzo inondato da un profluvio di esecuzioni

4) Incontriamo Dale Recinella a Padova, Vicenza, Torino, Udine !        

5) Dale Recinella: “La verita’ biblica riguardo alla pena di morte”      

6) Resistere fisicamente all’esecuzione? Ditemi la vostra opinione

7) Per ora bloccata la ripresa delle esecuzioni in Connecticut    

8) Atrocità passate sotto silenzio

9) Tenui spiragli di luce in Cina     

10) Commutata la sentenza del monaco tibetano   

11) Any Cerreto

12) Richiesta di corrispondenza    

13) Notiziario: Autorità Palestinese, Iran, Texas, Usa, Virginia  

 

 

1) APPELLO IN FAVORE DI PABLO MELENDEZ

 

Il Texas ha programmato di uccidere Pablo Melendez il 16 marzo. Pablo era un diciottenne sbandato nel 1994 quando fu accusato di un omicidio avvenuto nel corso di una rapina. Fu condannato a morte in un processo frettoloso in cui l’accusa fu aggressiva e sleale e la difesa inefficace. Il caso Melendez preoccupa particolarmente per i forti dubbi che tuttora rimangono sulla colpevolezza del condannato. Anche Gracie Jett, madre di Michael Sanders che fu ucciso nella rapina, è convinta che Pablo non sia l’assassino di suo figlio.

Invitiamo i nostri lettori a partecipare alla petizione alle autorità del Texas per chiedere clemenza nei confronti di Pablo Melendez. Suggeriamo il seguente testo, da firmare in due o più persone.

 

Dear Governor, Dear Members of Texas Board of Pardons and Parole

 

We are writing to express our deep concern over a ruling that sentenced to death Mr. Pablo Melendez.  He has been sentenced to death based largely on circumstantial evidence and the testimony of gang members who were related to the man who is supposed to have actually committed the crime. We urge you to intervene on Mr.Mendelez’s behalf to prevent this cruel and inhuman punishment from being meted out against him.

Respectfully Yours

 

(Traduzione, ad uso del lettore: Caro Governatore, Cari Membri della Commissione per le Grazie,  scriviamo per esprimere la nostra profonda preoccupazione in merito alla sentenza che ha condannato a morte il sig. Pablo Melendez. Egli fu condannato a morte in base ad indizi e alla testimonianza dei membri di una banda che molti ritengono sia legata all’uomo che effettivamente commise il crimine. Vi esorto ad intervenire in suo favore affinché sia scongiurata tale crudele e disumana punizione. Rispettosamente vostri)

 

Si può aderire alla petizione via Internet entrando nel sito della Comunità di Sant’Egidio al seguente indirizzo e cliccando (due volte) START:

http://www.santegidio.org/it/pdm/news/ap_melendez.htm

oppure inviando al più presto una lettera (indicare nome, cognome ed indirizzo postale completo di almeno uno dei firmatari) per fax o per posta prioritaria (affrancatura: 0,80 euro) al Governatore del Texas e alla Commissione per le grazie:

 

The Hon. Rick Perry

Governor of Texas

Office of General Counsel

P.O. Box 12428

Austin, Texas 78711-2428  USA

 

Fax: 001 512 4631849

 

Texas Board of Pardons and Parole

Executive Clemency Section

8610 Shoal Creek Blvd

Austin, Texas 78757   USA

 

Fax: 001 512 4638120

 

 

2) SENTENZA STORICA NEGLI U. S. A. : BANDITA LA PENA DI MORTE MINORILE 

 

E’ arrivata il 1° marzo – Abolition Day - la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti sulla liceità costituzionale della pena di morte applicata ai minorenni.

Sia pure a stretta maggioranza (5 voti contro 4), il massimo organo giudiziario statunitense ha finalmente decretato che ‘l’evoluzione degli standard di decenza’ rende la pena di morte per i minorenni ‘crudele ed inusuale’ e perciò contraria all’Ottavo emendamento della Costituzione americana (V. nn. 96, 97, 98, 99, 101, 102, 110, 115, 116, 117, 120, 121, 122).

Aspra è stata la divisione tra i cinque giudici che hanno votato a favore (Anthony M. Kennedy, John Paul Stevens, Ruth Bader Ginsburg, Stephen G. Breyer e David H. Souter) e i quattro giudici ultra conservatori che hanno votato contro (William H. Rehnquist, Sandra Day O'Connor, Clarence Thomas e Antonin Scalia). La svolta storica nella civiltà americana è stata resa possibile dal cambiamento della posizione del giudice ultra conservatore Kennedy. L’auspicato cambiamento della giudice O’Connor non c’è stato, anzi quest’ultima ha scritto una tagliente opinione di dissenso.

La sentenza consegue al ricorso Roper v. Simmons avanzato dal Missouri nel 2003 (v. n. 115).  Diventata cruciale nella dinamica abolizionista, era spasmodicamente attesa.  Profilatasi da anni (v. n. 101, “Strenua resistenza su una posizione indifendibile”), nei mesi scorsi l’avevano auspicata e preconizzata innumerevoli interventi di esperti, di personalità, di autorità politiche, di organizzazioni di ogni tipo piovuti da tutto il mondo sulla Corte Suprema U. S. A. sia direttamente, con documenti legali (di soggetti intervenuti con la qualifica di ‘amicus curiae’), sia indirettamente con la pubblicazione di impegnative argomentazioni nei media (v. nn. 120, 122).

E’ dunque definitivamente salvo Chris Simmons in favore del quale il Comitato si è molto impegnato in stretta collaborazione col gruppo 245 di A. I. (v. ad es. nn. 96, 97). Lo stato del Missouri per effetto della decisione odierna deve infatti accettare la commutazione della sentenza di morte di Simmons già decretata dalla propria Corte Suprema il 26 agosto del 2003  (v. n. 110)

E’ salvo anche Mauro Barraza giunto a quattro ore dall’esecuzione il 29 giugno scorso (v. n. 120, “Tremendo brivido per Mauro Barraza”) e con lui gli altri cinque condannati giovanili per i quali era stata già fissata in Texas, con particolare acrimonia, una data di esecuzione nel 2004: Anzel Jones, Edward Capetillo, Cedric Howard, Raul Omar Villarreal ed Efrain Perez.

E’ salvo infine Robert Acuna condannato a morte in Texas nello scorso agosto nell’attesa della sentenza della Corte Suprema e nell’ipotesi che la sentenza fosse favorevole al Missouri.

Complessivamente la  sentenza del 1° marzo fa uscire dai bracci della morte 72 condannati.

Se questa sentenza di civiltà fosse arrivata qualche anno prima si sarebbero salvati anche i nostri amici Joe Cannon e Gary Graham, minorenni all’epoca del crimine loro contestato.

Commenteremo l’evento di portata assolutamente straordinaria verificatosi il 1° marzo 2005 nel prossimo numero.     

Nel frattempo godiamoci la stupenda notizia. Senza abbassare la guardia.

 

 

3) IL MESE DI MARZO INONDATO DA UN PROFLUVIO DI ESECUZIONI

 

La buona notizia della messa la bando delle esecuzioni minorili arriva in un mese particolarmente nero per quanto riguarda l’applicazione della pena di morte negli Stati Uniti. Entro la fine di marzo sono state infatti fissate ben 12 date di esecuzione. Una, quella di Stephen A. Mobley, è stata eseguita il 1° marzo in Georgia. Altre 9 sono definite ‘serie’ e verranno molto probabilmente portate a termine: l’8/3 George Hopper è candidato a morire in Texas; 8/3: William Henry Smith, Ohio; 10/3: Donald Ray Wallace, Indiana; 10/3: Alexander Martinez, Texas; 11/3: William Powell, North Carolina; 15/3; Jimmy Ray Slaughter, Oklahoma; 16/3: Pablo Melendez Jr., Texas ; 16/3: Stanley Hall, Missouri; 23/3: Steven Staley, Texas.

 

 

4) INCONTRIAMO DALE RECINELLA A PADOVA, VICENZA, TORINO, UDINE !

 

Siamo felici di annunciare che il nostro carissimo amico, Dale Recinella, tornerà in Italia nei prossimi giorni ed effettuerà una serie di conferenze aperte al pubblico in numerose località del nord. Riportiamo qui il calendario dettagliato delle sue attività, affinché tutti i nostri soci e simpatizzanti che abitano nelle zone vicine ai luoghi visitati da Dale, possano recarsi ad ascoltarlo.

Raccomandiamo caldamente a tutti coloro che ne hanno la possibilità di non lasciarsi sfuggire questa occasione: la testimonianza di Dale è unica e sentire la sua esperienza narrata in prima persona è sicuramente un evento che lascia il segno.

Per coloro che ancora non conoscono Dale, prima del calendario delle conferenze, riportiamo una sua breve biografia.

Dale Recinella opera da otto anni come Assistente spirituale e Cappellano cattolico laico nelle prigioni della Florida. Da oltre cinque anni presta servizio di assistenza spirituale visitando di cella in cella i 370 uomini detenuti nel braccio della morte e i circa 1500 uomini rinchiusi nelle celle di isolamento, in custodia protettiva e in isolamento psichiatrico. Segue anche come assistente spirituale alcuni condannati a morte nei giorni che precedono la loro esecuzione e si occupa, insieme alla moglie, che è psicologa, di aiutare e sostenere moralmente e spiritualmente i loro familiari. In passato ha svolto attività di volontariato in favore dei malati e dei poveri.

Recinella, laureato nel 1976 “magna cum laude” alla facoltà di Giurisprudenza della Notre Dame University, è un avvocato americano che ha lavorato nel mondo della finanza per oltre 23 anni. Ha insegnato legge in Europa a livelli universitari e para-universitari.

Attualmente scrive articoli contro la pena di morte che vengono pubblicati regolarmente ogni quindici giorni in una rubrica a lui dedicata sulla rivista “The Florida Catholic”, equivalente della nostra rivista “Famiglia Cristiana” . Per questa sua attività ha ricevuto nel 2000 il Premio Stampa dall’Associazione della Stampa Cattolica della Florida.

Parla spesso alla Radio Vaticana di lingua inglese sulla pena di morte e ha tenuto numerose conferenze sull’argomento.

Insieme alla moglie Susan si occupa dei sui cinque figli.

 

PADOVA

Lunedì 7 marzo: presso la Sala Polivalente (Via Diego Valeri 17/19, di fronte all’ex gasometro), conferenza di Dale Recinella alle ore 21:00

A Padova Dale parlerà inoltre in due scuole superiori, lunedì 7 marzo e martedì 8 marzo al mattino, ma le conferenze saranno riservate agli studenti di queste scuole.

 

CHIAMPO (VI)

Mercoledì 9 marzo: presso la sala cinema del Convento dei Frati Francescani, conferenza alle ore 20:15

Giovedì 10 marzo: presso la chiesa dei Frati Francescani, conferenza dalle ore 20:00 alle ore 22:00.

 

TORINO

Sabato 12 marzo:  presso il “Sermig, Arsenale della Pace” (Piazza Borgo Dora, 61), “La Pena Capitale – Nei bracci della morte con il cappellano Dale Recinella”, conferenza/dibattito suddivisa in quattro fasi. Orario: dalle ore 15:30 alle 19:00 circa

Domenica 13 marzo: 9:30 presso la Parrocchia di S. Giulio d’Orta (Corso Cadore), incontro di Dale con i parrocchiani e con tutti gli amici che vorranno venire ad ascoltarlo, seguito dalla Messa alle ore 10:30.

Lunedì 14 marzo: presso l’Istituto Maria Ausiliatrice, due conferenze consecutive limitate agli studenti delle classi del liceo. Orario: 9-11 e 11-13

 

UDINE

Giovedì 17 marzo: presso il “Centro Visionario” (Via Asquini), conferenza alle ore 20,30, seguita alle ore 22,00 dalla proiezione del film “Dead Man Walking”

Venerdì 18 marzo: presso il “Centro Visionario” (Via Asquini), conferenza alle ore 10,30, preceduta alle ore 10,00 dalla proiezione di un video sulla pena capitale.

Sabato 19 marzo: presso il “Centro Visionario” (Via Asquini), conferenza alle ore 10,30, preceduta alle ore 10,00 dalla proiezione di un video sulla pena capitale.

 

 

5) DALE RECINELLA: “LA VERITA’ BIBLICA RIGUARDO ALLA PENA DI MORTE”

 

Quando ho preso per la prima volta in mano il nuovo libro di Dale Recinella, “The Biblical Truth about America’s Death Penalty” (“La verità biblica riguardo alla pena di morte in America”), mi preoccupava molto l’idea di doverlo leggere, per il suo aspetto imponente e il titolo impegnativo. Dale è però un mio caro e stimato amico e lo avrei fatto, anche se mi fosse costato un discreto sforzo.

E’ accaduto esattamente l’opposto. Fin dalle prime pagine, quelle dell’introduzione, sono stata coinvolta dallo stile brioso di Dale che racconta il cammino da lui stesso percorso per arrivare, da sussiegoso avvocato della finanza, che non si curava minimamente della pena di morte, ad essere un convinto abolizionista che non esita a subire umiliazioni e sofferenze pur di aiutare i condannati.

Scopo del libro è convincere i lettori (soprattutto Americani) che il sostegno alla pena di morte fondato sulle famose parole dell’Antico Testamento “Occhio per occhio, dente per dente…” è privo di ogni valida motivazione religiosa e di fede. Tutto il testo è elaborato in modo interessante e articolato,  con grande intelligenza e capacità di non annoiare, pur trattandosi di un argomento decisamente impegnativo.

La cultura di Dale e l’immane lavoro di ricerca e approfondimento dei Testi Sacri, da lui svolto, non vengono però minimamente sfocati dallo stile interessante e vario: al di là del testo, scorrevole e piacevolissimo (a volte persino arricchito di sottile ironia e humor), traspare la paziente e minuziosa analisi del Talmud, della Torah e dell’Antico e del Nuovo Testamento.

Il libro è diviso in due parti. Nella prima, dopo aver fornito i dati e le statistiche che mostrano come la pena di morte in America sia largamente applicata soprattutto negli stati del sud che costituiscono la “cintura della Bibbia”, Dale si diffonde in ampie spiegazioni, che offrono, con esempi e citazioni, la riposta alla domanda che è appunto il titolo della prima parte del volume: “Che cosa ci rivela la verità biblica su chi merita la pena di morte e su chi ha l’autorità di uccidere?”. Passando ad esaminare passo passo le vicende del popolo ebraico, come descritte nei Testi Sacri, Dale dimostra come la “legge del taglione” sia di fatto limitativa dell’uso della pena capitale, e come, seguendo con scrupolo le istruzioni impartite, considerate doverose per comminare le condanne a morte, l’applicazione della pena di morte fosse praticamente irrealizzabile, salvo eccezionali, rarissime, circostanze.

Se questa prima parte del libro è già molto interessante perché, senza essere assolutamente noiosa, ci fornisce chiarimenti sui testi sacri, rispondendo così a domande che anche qui in Italia ogni tanto si sentono porre: “Ma se anche nella Bibbia c’è la pena di morte, perché voi volete abolirla?”, la seconda parte del libro è addirittura coinvolgente e gradevolissima. In essa infatti l’autore fornisce risposte esaurienti e mirate alla domanda che ne costituisce il titolo: “Che cosa ci dice la verità biblica sulle procedure richieste [per applicare la pena di morte] e sull’impegno nei confronti dei familiari delle vittime?”.  In questa seconda parte, Dale riprende ad esaminare i “paletti” posti nella Bibbia per limitare al massimo la possibilità di eseguire condanne a morte, e raffronta i medesimi con la realtà del sistema giudiziario americano, con esemplificazioni di vari casi capitali e l’analisi della situazione attuale, a volte presa in considerazione anche stato per stato.

Così le pecche più gravi del sistema giudiziario criminale vengono al pettine: testimoni falsi, avvocati accusatori corrotti, giudici che mirano alla loro carriera politica anziché al perseguimento della giustizia, razzismo, minorenni e malati mentali messi a morte, limitazioni assurde nel tempo per presentare le prove di innocenza. 

A parte il piacere di leggere questo libro, da esso ho appreso anche informazioni sorprendenti: per esempio ho saputo che in alcuni stati è prevista una pena detentiva molto grave per i testimoni che ritrattano le loro precedenti affermazioni. Sappiamo che molte volte i processi capitali hanno come esito una condanna a morte grazie a testimoni chiave che mentono, più o meno consapevolmente e più o meno istigati dall’accusa. Possiamo facilmente immaginare che, di fronte alla probabilità di finire in carcere, questi testimoni ben difficilmente trovano il coraggio di farsi avanti in un secondo tempo e affermare la falsità della loro testimonianza!

Un’altra notizia sconvolgente è il maltrattamento da parte dello stato riservato ai familiari delle vittime di crimini che non appoggiano la pena di morte: essi non vengono neppure riconosciuti nel rango di vittime, perdendo così i pochi benefici di cui potrebbero godere (sussidi, ecc.). In pratica lo stato rifiuta di aiutarli se loro rifiutano di aiutare lo stato a spedire nelle mani del boia il colpevole.

La conclusione di Dale è che, ovviamente, nessun Americano che sostenga in buona fede la pena di morte, perché prescritta nella Bibbia, dovrebbe, dopo aver letto il libro, insistere in tale atteggiamento: è infatti impossibile conciliare la pena di morte biblica con la realtà del sistema giudiziario americano attuale.

Naturalmente il libro di Dale è scritto in inglese e, almeno per ora, non se ne prevede una traduzione italiana. Consiglio tuttavia coloro che sono in grado di leggerlo nella lingua originale di procurarsene una copia: la sua piacevole lettura ci permette di entrare nella mentalità di quella larga parte degli Americani che sostengono la pena di morte (e conoscere la mentalità degli “avversari” è sempre molto utile!).

Il libro di 433 pagine, edito dalla Northeastern University Press, nella versione economica costa 23 dollari e può essere ordinato in America anche tramite agenzie che effettuano vendite di libri via Internet, ad es. Amazon (www.amazon.com), oppure Barnes & Noble. Per noi qui in Europa il libro può essere ordinato alla società inglese Eurospan (http://www.eurospanonline.com/ ) al prezzo di 14,95 sterline. (Grazia)

6) RESISTERE FISICAMENTE ALL’ESECUZIONE? DITEMI LA VOSTRA OPINIONE

 

Questa volta il nostro amico Kenneth ci propone un quesito molto serio -  al centro di un dibattito nel braccio della morte del Texas – che induce ad una approfondita riflessione sulla pena capitale. Siete tutti invitati a rispondere sinceramente alla domanda posta da Kenneth che ha confini e risvolti delicati. Per rispondere potete inviare una e-mail a mailto:prougeau@tiscali.it o scrivere al Comitato Paul Rougeau – Casella Postale 11035 – 00141 Roma Montesacro

 

Cari amici, ciao a tutti. C’è stata una discussione molto importante tra noi detenuti qui. Di fatto non è un argomento nuovo. Ogni tanto torna a galla. Non voglio solo farvene partecipi come spettatori, ma mi piacerebbe sapere che cosa ne pensate VOI. Per me è importante avere contatti con voi perché senza persone come voi non ci sarebbe il movimento abolizionista. Per questo i vostri pensieri e le vostre idee hanno molta importanza per noi. Ci deve essere lavoro di squadra fra NOI qui dentro e VOI fuori. Non dobbiamo farci scrupoli di parlare sinceramente. Dobbiamo trovare un accordo, muoverci nella stessa direzione, questo determina l’importanza dell’articolo che scrivo oggi.

La discussione è sorta sulle ragioni per cui uomini che vengono condotti alla loro esecuzione, non combattono fisicamente. Nella storia del braccio della morte del Texas ce ne sono stati pochissimi che si sono battuti rifiutandosi di camminare docilmente verso l’esecuzione. Per quelli che si sono battuti sono stati usati mezzi di coercizione simili a quelli che ho subito io lo scorso anno (e di cui ho parlato nei nn. 121 e 122). Uno dei più noti combattenti è stato Shaka Sankofa, il condannato sostenuto dal Comitato Paul Rougeau. Emerson Rudd e Ponchai Wilkerson furono altri due. Nel 1999, quando eravamo ancora alla Ellis One Unit, assistei personalmente alla lotta fisica di Desmond Jennings, quando fu trascinato alla sua esecuzione. Lo attaccarono con il gas per tre volte, mentre lottava con cinque guardie e veniva trascinato verso la morte. Quest’immagine non ha mai abbandonato la mia mente. E dopo tutto, come potrei dimenticare: sono negli stessi suoi panni. A quell’epoca scrissi un articolo su questo fatto intitolato “Il momento è adesso”. Di che cosa parlava l’articolo? Esprimeva l’opinione che ogni uomo fisicamente in forze dovrebbe lottare! I più vecchi o quelli che non sono in grado di battersi, penso dovrebbero almeno coricarsi a terra e rifiutarsi di camminare verso l’esecuzione. Allora sentivo, e sento tuttora, che ADESSO è il momento per noi di dimostrare alla società che le nostre esecuzioni non vanno bene e che noi non le accettiamo!

E’ mia opinione che se la società vedesse ogni uomo battersi contro la sua esecuzione questo attirerebbe la loro attenzione. Sono certo che sarebbe anche scioccante. Li farebbe davvero meditare su queste procedure e dimostrerebbe che uomini qui amano la loro vita e non vogliono essere uccisi. Perché le persone fuori dovrebbero opporsi a qualcosa a cui non resistiamo noi? Non posso togliermi l’impressione di disgusto quando vedo un uomo camminare liberamente verso il lettino di esecuzione. E’ come se dicesse: “Ehi, per me va bene che mi ammazziate oggi.” Penso che ogni persona che scrive articoli alla gente, agli attivisti, ai gruppi, chiedendo aiuto perché gli venga salvata la vita, poi si gira e cammina verso l’esecuzione e consuma l’ultimo pasto, questa persona dà un segnale di vita contraddittorio. Se non vuoi combattere per dimostrare che la tua vita vale qualcosa, o almeno compiere una piccolissima protesta giacendo sul terreno e costringendoli a trasportarti (invece di camminare con le tue gambe verso la morte) allora come puoi un giorno sì e uno no scrivere alle persone che la tua vita merita di essere salvata?

Noi condannati dobbiamo sacrificarci per coloro che vengono dopo di noi. Molti detenuti pensano che fare cose come queste sia inutile. Molti sono semplicemente senza speranze, e così non pensano agli altri. Prendete ad esempio la vostra vita – cosa ne pensereste se vivendo nella vostra casa la riduceste ad un immondezzaio perché tanto un giorno morirete e quindi “chi se ne importa”. Non pensate ai vostri figli o ai vostri nipoti che potrebbero un giorno vivere lì, una volta che voi ve ne sarete andati?   

Arrendersi suona molto egoistico. Se uno sa che sta per essere “giustiziato”, perché non compiere un gesto che sia una dichiarazione nei riguardi di tutta l’umanità, alla società, al movimento abolizionista, che dimostri che ciò che avviene è sbagliato? Non sono ancora risuscito ad avere una chiara risposta.

Per quanto mi riguarda, non ho alcun dubbio che se mi trovassi in quella situazione lotterei! Prego di non trovarmi mai in quella situazione e sto lottando politicamente per non arrivarci. Ma “IO” non esiterò mai a dimostrare che la mia vita vale qualche cosa. Alcune persone sono d’accordo con me.

A voi che leggete questo mio articolo, chiedo di utilizzare 10 minuti del vostro tempo per inviare una e-mail al Comitato Paul Rougeau. Vorrei sapere che ne pensate. Se alcuni di voi non posseggono un computer, potete scrivere una breve lettera. Farò un articolo pubblicando le vostre risposte nel bollettino di aprile, e farò anche conoscere il vostro pensiero agli altri detenuti qui dentro. Aspetterò fino a d aprile per dare a tutti una possibilità di rispondere. Come minimo, sto aspettando solo una risposta affermativa o negativa. Siete d’accordo o no sul fatto che sia giusto che egli uomini qui dentro debbano combattere quando vengono condotti all’esecuzione? Se volete approfondire con me l’argomento potete inviare una e-mail al Comitato e Grazia me la inoltrerà, oppure potete inviarne una al mio sito internet www.kennethfoster.it. Posso anche rispondere ad altre vostre domande o quesiti. E’importante per noi sapere cosa voi ne pensate e come sentite le cose, perché voi siete i nostri amici, le persone che amiamo e i nostri sostenitori. Vi lascio con queste poche parole su cui meditare: “La gente rispetta la manifestazione di forza e dignità dimostrata dagli uomini che rifiutano di piegarsi di fronte alle armi e all’oppressione. Anche se dovesse significare morire, questi uomini si opporranno, perché morire con dignità è preferibile all’ignominia”.

 

 

7) PER ORA BLOCCATA LA RIPRESA DELLE ESECUZIONI IN CONNECTICUT

 

In Connecticut e in altri cinque stati U. S. A. in cui è prevista la pena di morte non è avvenuta alcuna esecuzione dopo il ripristino della pena capitale (1977). Gli abolizionisti si augurano di poter contrastare la ripresa delle esecuzioni in questi stati fino al momento in cui la pena capitale verrà messa fuori legge. E probabile che ciò possa riuscire a New York o in New Hampshire ma sembra che in Connecticut si sia aperta la strada per la ripresa delle esecuzioni. A fine gennaio si è andati molto vicini alla somministrazione della flebo letale a Michael Ross, un ‘serial killer’ intenzionato a farsi ammazzare rinunciando alle rimanenti possibilità di rimandare l’appuntamento con il boia.

Nel pomeriggio del 2 febbraio è stata disposta una sospensione a tempo indeterminato dell’esecuzione di Ross in attesa di stabilire se vi è conflitto di interessi per il legale di Ross, T.R. Paulding. Quest’ultimo – che peraltro è un abolizionista - ritiene di non potersi opporre al volere del proprio cliente anche se in veste di avvocato difensore ha il dovere di agire ad oltranza per evitare la sua esecuzione. La data di esecuzione è stata poi fissata per l’l1 maggio con la nomina di un difensore aggiuntivo nella persona dell’avvocato Thomas Groark. Quest’ultimo dovrebbe risolvere il problema del conflitto di interessi puntando senza esitazioni sul fatto che  Ross non é in grado di decidere riguardo all’esecuzione, mentre Paulding potrà continuare a sostenere Ross nella sua strategia ‘suicida’.

Ross è stato risparmiato dopo la fissazione di ben cinque date di esecuzione nel giro di sei giorni frenetici. Nella notte del 29 gennaio è arrivato ad un’ora dall’iniezione letale. Egli è ancora vivo per gli interventi del giudice federale Robert Chatigny che hanno portato al blocco della procedura.

Chatigny – nominato giudice da Clinton nel 1994 – è noto per aver dichiarato incostituzionale nel 2001 una legge del Connecticut che istituiva un pubblico registro per i responsabili di reati sessuali (in America registri del genere sono consultabili da chiunque in Internet) anche se la sua civile sentenza è stata poi annullata dalla Corte Suprema federale, nel 2003.

Si è saputo che il 28 gennaio il giudice ha telefonato all’avvocato Paulding accusandolo di aver ignorato le informazioni fornite da due testimoni che affermano che Ross vuole morire solo a causa delle deplorevoli condizioni di detenzione nel braccio della morte. Chatigny ha finito per minacciare Paulding di ritiragli la licenza di avvocato se non avesse utilizzato quelle informazioni prima dell’esecuzione prevista due ore dopo, alle 2 di notte. A mezzanotte e tre quarti Paulding si è fatto avanti per chiedere la sospensione della procedura dell’iniezione letale.

Ovviamente la vicenda al cardiopalma ha reso incandescenti i media non solo in Connecticut ma anche negli altri stati U.S.A. Chatigny ha catalizzato pesanti critiche e minacce da parte dei conservatori che premono per la ripresa delle esecuzioni in Connecticut (oltre a complimenti e solidarietà per essersi comportato coraggiosamente).

Michael Paranzino, presidente dell’associazione per le vittime del crimine denominata “Butta via la chiave” con sede in Maryland, ha detto che Chatigny ha il costume di proteggere i criminali, dal caso del registro per i colpevoli di reati sessuali al caso del serial killer Michael Ross. “Egli va coerentemente controcorrente per proteggere i predatori ma mostra poco riguardo per le vittime.” Ha dichiarato Paranzino, che ha aggiunto: “Questo giudice non-eletto usa ridicole stregonerie legali per proteggere un serial killer di ragazze e giovani donne, causando altro indicibile dolore alle famiglie delle vittime.”

 

 

8) ATROCITA’ PASSATE SOTTO SILENZIO

 

Non dobbiamo mai dimenticare che oltre alla pena di morte “legale ed ufficiale”, esiste una forma di pena di morte ancora più orrenda: quella comminata senza processo a persone indifese con la tacita connivenza di un governo. Quando le autorità in carica permettono atti di violenza che provocano vittime innocenti -  senza opporsi al momento e senza perseguire in seguito i colpevoli – sono corresponsabili di una crudelissima applicazione della pena di morte.

Le peggiori atrocità avvengono in regioni remote dall’attenzione internazionale e vengono di solito passate sotto silenzio. A volte la stampa dedica loro un’attenzione marginale facendo eco a denunce inquietanti delle organizzazioni che tutelano i diritti umani. 

Quale parte del grande pubblico è venuta a conoscenza nei giorni scorsi del rapporto di Amnesty International sui fatti avvenuti tre anni fa nello stato indiano del Gujarat?

All’inizio del 2002 oltre 2000 persone, soprattutto donne musulmane, furono massacrate. Questa strage orrenda fu perpetrata senza che le autorità intervenissero. Poi le denunce furono rapidamente archiviate e i responsabili sono tuttora a piede libero. Amnesty International accusa il governo centrale indiano, che non ha ancora reagito adeguatamente a questo dramma, di non essersi mosso per aiutare le vittime sopravvissute e di non aver ancora esercitato i suoi poteri per assicurare alla giustizia i perpetratori delle violenze nonostante il fatto che, nell’agosto scorso, la Corte suprema abbia ordinato il riesame di oltre 2000 denunce archiviate e di circa 200 sentenze di assoluzione.

Leggiamo un brano del comunicato stampa con cui Amnesty rende nota la pubblicazione del suo rapporto di 107 pagine (v. http://web.amnesty.org/library/index/engasa200012005 ):

“Le autorità locali [appartenenti al Bharatiya Janata Party (Bjp)] dapprima attribuirono ai musulmani l'incendio di un treno avvenuto il 27 febbraio 2002, poi non fecero nulla per impedire o fermare i successivi attacchi degli indù contro la minoranza musulmana, partecipandovi, in alcuni casi, attivamente. Il governo federale, fino al maggio 2004 nelle mani dello stesso Bjp, non intervenne per censurare le autorità del Gujarat durante e dopo la violenza. Ora è il momento che entrambi i governi assumano misure efficaci per portare giustizia, verità e risarcimenti alle vittime.

'Il governo del Gujarat venne clamorosamente meno al dovere di proteggere i musulmani, specialmente le donne e le ragazze, durante la violenza' ha spiegato Cecilia Nava, vicepresidente della Sezione Italiana di Amnesty International  'e il fatto che ancora oggi le autorità locali rifiutino di ammettere il proprio fallimento e di esprimere rincrescimento rappresenta un ulteriore insulto alle vittime'.

Il rapporto di Amnesty cita la testimonianza di Bilqis Yakoob Rasool, che venne ripetutamente stuprata e perse 14 parenti: 'Iniziarono a dare fastidio alle ragazze e le spogliarono. Poi le violentarono davanti alla folla. Uccisero il bambino di Shamin, che era nato due giorni prima, un mio zio materno, la sorella di mio padre e suo marito. Dopo aver stuprato le ragazze, le uccisero. Fecero lo stesso con la mia bambina, la gettarono contro una roccia e morì. Quando finirono di stuprarmi, uno di loro mi colpì con un calcio al collo'.”

Vi sono decine di testimonianze come quella di Bilqis. Molte donne, dopo aver subito le violenze, sono state bruciate - alcune ancora vive - quindi non possono più testimoniare.

Il raccapriccio che si prova apprendendo questi fatti, e constatando la malafede del governo indiano, deve indurci a non desistere mai dal levare la nostra voce, per far emergere e rendere pubbliche le violazioni dei diritti umani. Solo quando i perpetratori di tali mostruosità non si sentiranno più protetti, ma capiranno che i loro crimini vengono denunciati e resi di pubblico dominio, solo allora ci sarà la speranza di ottenere rispetto e tutela per i più deboli. (Grazia)

 

 

9) TENUI SPIRAGLI DI LUCE IN CINA

 

Anche se infuriano le esecuzioni capitali (i media riportano almeno 650 esecuzioni tra dicembre e gennaio) in Cina esperti di legge, in una conferenza ad alto livello, argomentano che è necessario affrontare il problema della pena di morte nel momento in cui la Cina ratifica il Patto Internazionale sui Diritti Civili  e Politici.

Durante il “Simposio Internazionale sulla Pena di Morte”, tenutosi nell’Università di Xiangtan nella provincia cinese dell’Hunan, i cui atti sono stati pubblicati a fine gennaio, sono state presentate e sostenute argomentazioni orientate alla possibilità di abolire la pena di morte in un futuro più o meno lontano.

Il cammino da percorrere è arduo, ma il fatto stesso che si affronti questo argomento – e ciò è accaduto più volte negli ultimi due anni – permette di nutrire qualche speranza.

Il prof. Qiu Xinglong, preside della facoltà di legge dell’università ospitante, ha argomentato che nella misura i cui la legge ammette che i criminali sono esseri umani, riconosce ad essi il diritto alla vita e lo stato non può privarli di tale diritto. Più pragmatico, il vice  Ministro della Giustizia Zhang Jun ha risposto che un primo passo importante, verso l’abolizione della pena capitale, consiste nel modificare l’attuale codice penale, inserendo la possibilità di comminare pene detentive più lunghe. Egli ha asserito che attualmente le pene detentive si riducono ad un massimo di 16 anni di carcerazione effettiva, un periodo troppo breve che permette ai criminali incalliti di ritornare a nuocere alla popolazione. Secondo lui l’allungamento delle pene detentive permetterebbe di ridurre l’alto numero di reati passibili di pena di morte. Attualmente, oltre che per omicidio, in Cina si può essere “giustiziati” anche per reati economici, quali furto o corruzione.

Si è parlato, poi, di cambiamenti culturali ed economici auspicabili in Cina. Per quanto riguarda l’aspetto culturale, la popolazione deve affinare la sua sensibilità ai diritti umani, ispirandosi al modello occidentale, deve soprattutto abbandonare progressivamente l’idea di una giustizia basata sul principio dell’”occhio per occhio”. Oggi, infatti, pochi Cinesi accetterebbero di veder salva la vita di un criminale che ha commesso un omicidio. Dal punto di vista economico, poi, il progresso permetterà di sostenere, senza eccessivo aggravio per i cittadini, le spese riguardanti il mantenimento in carcere dei detenuti per lunghi periodi di tempo.

Fa sperare per il meglio anche la consapevolezza dagli effetti negativi che la pena capitale porta con sé sul piano internazionale. Questi effetti sono stati ben delineati dal Dr. Liu Renwen, ricercatore dell’Accademia Cinese di Scienze Sociali. Tra i più gravi vi è l’ostacolo rappresentato dalla pena di morte alla collaborazione internazionale nell’amministrazione della giustizia. Le nazioni che hanno abolito la pena di morte negano infatti l’estradizione degli autori di gravi crimini in uno stato che ancora la prevede.

Il professor Chen Xingliang, dell’Università di Pechino, avanza una tesi ‘illuminista’: per arrivare all’abolizione della pena di morte occorre una migliore capacità da parte della popolazione di assimilare a livello ‘spirituale’ il senso del rispetto delle leggi, che avrebbe come naturale conseguenza la riduzione dei reati e renderebbe infine la pena di morte superflua.

Sondaggi effettuati in Cina riportano percentuali di favorevoli alla pena capitale di circa l’80% e non è certo il caso di essere troppo ottimisti riguardo al progresso dell’abolizionismo. Dobbiamo tuttavia interpretare come incoraggiante il fatto che, almeno a livello accademico, si cominci a discutere della pena di morte con riferimento ai diritti umani in un paese che, finora, i diritti umani li ha largamente ignorati. (Grazia)

 

10) COMMUTATA LA SENTENZA DEL MONACO TIBETANO

 

La Corte di appello della provincia di Sichuan, nel sud ovest della Cina, ha annunciato il 26 gennaio la commutazione in ergastolo della condanna a morte inflitta nel dicembre del 2002 al monaco tibetano di 54 anni A'an Zhaxi, noto come Tenzin Delek Rinpoche (v. n. 103). La commutazione consegue alla buona condotta del prigioniero durante i due anni di prova che gli sono stati concessi al momento della sentenza. Non altrettanto magnanime si mostrarono le autorità cinesi con il ventottenne Lobsang Dhondup, allievo e assistente di Rinpoche, che fu ‘giustiziato’  il 26 gennaio del 2003.

Tenzin Delek Rinpoche e Lobsang Dhondup – attivisti per l’indipendenza del Tibet - furono accusati di aver partecipato ad un attentato dinamitardo nella città di Chengdu che provocò un morto e alcuni feriti nel mese di aprile del 2002. I due sarebbero stati torturati fino ad ottenere una ‘confessione’. Il Dalai Lama, il Dipartimento di Stato U.S.A., l’Unione Europea, Amnesty International e altre organizzazione per i diritti umani contestarono immediatamente le condanne a morte inflitte ai due in un processo segreto davanti ad una corte che aveva tutte le caratteristiche del classico ‘tribunale di emergenza antiterrorismo’. In un rapporto dell’aprile scorso esperti delle Nazioni Unite hanno denunciato “gravi carenze procedurali” tra cui la mancata apertura al pubblico, l’assenza di un avvocato di fiducia, la negazione della facoltà per gli imputati di esaminare le prove a carico.

Le petizioni piovute a migliaia sulle autorità cinesi negli ultimi due anni sembrano aver ottenuto un primo risultato per quanto riguarda il monaco tibetano, non così per il suo sventurato giovane allievo Lobsang Dhondup.

In una dichiarazione del 2 febbraio scorso, l’Unione Europea “saluta” la decisione ma “rimane molto preoccupata sui dubbi persistenti in merito all’imparzialità del processo a Tenzin Delek Rinpoche e alla pesante sentenza comminatagli.”

Parenti di Rinpoche, rimasti anonimi, hanno confidato al quotidiano Phayul News di essere del tutto certi dell’innocenza del proprio congiunto e di attendersi una rinnovata pressione per il suo proscioglimento. “E’ stato in prigione per due anni e nessuno ha potuto vederlo. Non possiamo accettare la decisione [di condannarlo all’ergastolo]. Se lo hanno giudicato colpevole ci devono dire quali sono le prove.” Ha dichiarato uno dei parenti che ha aggiunto: “Siamo estremamente delusi. Ci appelliamo a tutte le organizzazioni e a tutte le nazioni perché continuino la loro campagna per il rilascio di Rinpoche.”

Rinpoche – detenuto in incommunicado - è malato di cuore ma i Cinesi assicurano che è curato bene e correttamente in carcere.

L’organizzazione umanitaria Human Rights Watch a fine gennaio ha protestato vivamente per le condizioni in cui è stato rilasciato il 6 gennaio il monaco tibetano Tashi Phuntsog, che fu arrestato nello stesso periodo in cui fu preso Rinpoche. Phuntsog – entrato in prigione in ottime condizioni fisiche – ora non è più capace di camminare e di parlare.

 

 

11) ANY CERRETO

 

Scusa, Any, se ti parlo in prima persona per esprimermi meglio. Non lo farò con la retorica tipica dei funerali.

Non so esattamente in quale giorno moristi un anno fa, nella prima settimana di febbraio. Tre righe con qualche errore di battuta, composte con la tua vecchia macchina da scrivere, comunicarono al Comitato che ‘Ida Cerreto, in arte Any, è deceduta’ pregando di interrompere ogni corrispondenza. Una voce al telefono mi disse poi che ti avevano “trovata riversa in cucina dopo tre giorni”. Sapevo bene che, nella tua casa troppo grande senza riscaldamento, ti rifugiavi imbacuccata in cucina col forno acceso. Se sei morta per mancanza di ossigeno è stata per te una morte pietosa, ma può darsi che tu sia caduta ed abbia sofferto a lungo senza soccorso.

Mi chiedo che fine ha fatto la tua ultima sopravvissuta ‘micina’, la vecchia gatta nera che ti scaldava il grembo…  in cambio di costosissime cure veterinarie.

Quando passo sotto casa tua mi si stringe il cuore pensando che il nuovo proprietario (avevi venduto la nuda proprietà) subito dopo il rilascio inaspettato dell’appartamento si sarà sbrigato a gettare nel cassonetto dell’immondezza quei meravigliosi complicati lavori di cattivo gusto, realizzati per te con gli stuzzicadenti nel braccio della morte del Texas dal tuo amato James.

   James era morto anche lui da solo ‘riverso sul pavimento della sua cella’, dopo una penosa agonia, il 9 settembre 1999. Fu difficile per Roberta e per me comunicarti la notizia, appresa via Internet. Gli sei sopravvissuta quattro lunghi anni. Allora chiudesti in tutta fretta il Comitato James Session e decidesti di non occuparti più della pena di morte. Ma sei rimasta una socia affezionata del nostro Comitato e le amicizie che avevi fatto per aiutare James – penso soprattutto a Roberta e a Giovanni – sono state per te un non trascurabile sostegno per continuare a vivere un po’. Non importa se la ‘nostra cara amichetta napoletana’ ti telefonava, secondo te, troppo di rado e se Giovanni non riusciva a farsi vivo nonostante la promessa fatta al telefono il giorno della morte di James.

Per me sei stata una grande amica ed io sarò sempre un tuo ammiratore. Ti assolvo di buon grado per essere diventata un’affezionata lettrice di Vittorio Feltri, che ammette la pena di morte. Ti perdono – per il tuo candore – anche di essere stata tanto fascista da lasciare Roma per diventare ‘ausiliaria’ nella Repubblica di Salò. Raccontavi di quando, dopo la rotta, fosti circondata dalla folla inferocita insieme ad una compagnetta, anch’essa con gli scarponi chiodati e in divisa…. Raccontavi gli eventi eccezionali della tua vita, esaltandoli, mitizzandoli. Era un piacere ascoltare la tua voce armoniosa e ondulata, demodé, la tua dizione perfetta, professionale. Quella volta, sul punto di essere linciate, arrivò un giovane partigiano a salvarvi. Lo descrivevi come un angelo biondo…

James era tutt’altro che un angelo biondo. Era nero che più nero non si può. La sua foto sulla copertina dell’Opuscolo del Comitato James Session: ancora più nera. Ma tu te ne eri innamorata nel 1993 quando, per lettera, irruppe nella tua vita, una vita che sembrava avviata a dissolversi silenziosamente in una casa piena di vecchi gatti. E lui ti scriveva che, una volta libero, sarebbe venuto a passeggiare con te sulla riva del mare, mano nella mano… In qualche modo ti usava, come fanno tanti disperati del braccio della morte. Non lo volevi ammettere razionalmente e col cuore glielo perdonavi, come una madre indulgente più che come un’amante irragionevole. (Giuseppe)

 

 

12) RICHIESTA DI CORRISPONDENZA

 

La socia Laura Silva ci inoltra una richiesta di corrispondenza che ben volentieri pubblichiamo. Approfittiamo di questa occasione per ribadire che è imprudente impegnarsi a finanziare la difesa legale di un condannato a morte, dati gli altissimi e imprevedibili costi che ha negli U. S. A. una difesa veramente efficace. Se, dopo aver inviato un cospicuo aiuto economico iniziale, non si riescono a soddisfare le successive richieste degli avvocati si provocano gravi danni, anche psicologici, al detenuto. La cosa più importante è riuscire a stabilire un autentico rapporto di amicizia con il proprio corrispondente. Ciò può comportare, naturalmente, la corresponsione di aiuti materiali ma sconsigliamo ai lettori di prendere qualsiasi impegno e di creare attese che, in pratica, non si potranno in seguito onorare.

 

Cari Amici,  mi chiamo Edgar Tamayo, ho 36 anni ( sono nato in Messico il 22 ottobre 1967). Sono cattolico. Il mio passatempo è leggere. Scrivere e il mio lavoro quotidiano... Per lo più, cerco di lavorare sul mio caso. Mi trovo nel braccio della morte del Texas, lo stato che sopravanza tutti gli altri per il numero di esecuzioni. Sono stato condannato nel 1996 per un incidente! Sì, dico incidente perché quando questo incidente è avvenuto, io ero completamente fuori di me per alcol e droga e al mio risveglio mi ritrovai in prigione con un'accusa di omicidio! Certo, non mi hanno nemmeno preso le impronte digitali... e mi trovo nel braccio della morte, da 10 lunghi anni... Dopo una serie di manovre illegali della polizia, l'accusa ha prodotto documenti contraffatti, falsificati, falsi testimoni e testimonianze menzognere, io non ho avuto modo di avvalermi di un buon avvocato per difendermi perché sono povero e messicano!

Perciò mi hanno dato un avvocato d'ufficio. E' noto a tutti che gli accusati assistiti da avvocati d'ufficio hanno una probabilità 10 volte maggiore di essere condannati! Perché questi legali hanno a disposizione solamente pochi dollari per le indagini, analisi di laboratorio, esame dei testimoni. Ed ecco perché non vogliono fare niente! Perché non vogliono spendere questi soldi!

Lo Stato ha risorse illimitate per perseguire un'ipotesi di colpevolezza, io invece, che gia ero in condizioni svantaggiate, non ho nemmeno beneficiato del diritto di consulenza legale, che è invece prevista nella costituzione americana. L'avvocato non ha indagato adeguatamente e non ha presentato le prove disponibili che confutavano la mia colpevolezza.  Non è stato in grado di controinterrogare i testimoni dell'accusa.

Inoltre, al momento dell'arresto, la polizia, l'accusa e il mio stesso avvocato hanno violato i miei diritti sanciti dalla Convenzione di Vienna sulle Relazioni consolari, pur sapendo che sono un cittadino messicano e ho diritto di parlare innanzitutto con il mio Consolato. E non l'ho mai potuto fare!

Ora, per quanto riguarda il mio caso. Sto aspettando che la Corte decida per il mio habeas federale. Se la mia situazione sarà modificata, dovrò provare la mia innocenza per correggere questa grave ingiustizia. E ciò potrà avvenire solamente se sarò in grado di pagare le indagini, esaminare i testimoni e possibilmente scegliermi un legale di fiducia che mi difenda quando lo Stato del Texas mi sottoporrà a un nuovo processo (se otterrò un nuovo processo). Prego il Signore che la Corte faccia la cosa giusta e ribalti la mia condanna.  

Ecco perché chiedo a voi tutti un sostegno. Ho bisogno di un aiuto per trovare un buon avvocato. Un aiuto qualsiasi, che voi siate in grado di darmi. Se volete scrivermi per avere altre notizie, oppure soltanto per parlare con me, sappiate che risponderò a tutti.  Potete scrivermi in inglese o in spagnolo. Indirizzate a: Edgar Tamayo P. O. B. 2617, Austin Tx 78768-2617.  Oppure, direttamente in carcere: Edgar Tamayo  # 999130 - Polunsky Unit  - 3872  FM 350 South - Livingston, TX 77351 USA. Che Dio benedica tutti voi e che non ci dimentichi mai. Ho bisogno del vostro aiuto!!! Con amore  Edgar

 

 

13) NOTIZIARIO

 

Autorità Palestinese. Autorizzate 51 esecuzioni. Il presidente Mahmoud Abbas il 16 febbraio ha autorizzato l’esecuzione di 51 sentenze di morte nei riguardi di prigionieri condannati per collaborazionismo con Israele e omicidio. Non sono previsti ulteriori appelli ma non si sa quando le sentenze verranno eseguite.

 

Iran. Ancora sentenze di morte ed esecuzioni per i minorenni. Iran Focus ha reso noto che – in contraddizione con le dichiarazioni ufficiali del mese precedente - il 27 gennaio il diciassettenne Sattar (non si conosce il suo cognome) condannato a morte a Tehran per aver ucciso un giovane nel corso di una lite era a rischio di imminente esecuzione. Nella settimana precedente era stato impiccato Iman Farrokhi di 17 anni, detenuto nel Centro giovanile di Tehran per la Riforma e l’Educazione, accusato di aver ucciso un agente delle forze di sicurezza. Per la settimana seguente era stata programmata l’uccisione di Mohammad T., detenuto nello stesso riformatorio, che sembra avesse solo 14 anni al momento del reato (non sappiamo se la sentenza sia stata eseguita). Il 28 febbraio si è appreso della condanna a morte di Moussa Ali, di 45 anni e di suo figlio Rasoul di 16. Attualmente, secondo varie fonti, sarebbero circa 30 i condannati a morte in Iran che erano minorenni al momento del reato. Il Comitato delle Nazioni Unite per i Diritti dell’Infanzia, Amnesty International e La Federazione Internazionale per i Diritti Umani hanno chiesto con forza alle autorità iraniane di fermare l’esecuzione dei minori. L’Iran è ha ratificato senza riserve (a differenza degli Stati Uniti) il Trattato Internazionale dei Diritti dell’Infanzia ed ha perciò un chiaro obbligo a livello sovranazionale di astenersi dalla pena di morte minorile.

 

Texas. Lecita la vendita dei dipinti del ‘giustiziato’ Allridge. James Vernon Allridge III, completamente riabilitato e divenuto un valente pittore, è stato ‘giustiziato’ in Texas il 26 agosto (v. n. 120). Ciò non era bastato alle associazioni per le vittime del crimine e in particolare a Justice For All, che avevano fatto ricorso al Ministero della Giustizia del Texas perché impedisse la vendita dei suoi dipinti. La leader di JFA, Dianne Clements, aveva dichiarato: “La nostra posizione è che non ci deve essere alcun mercato per i cosiddetti prodotti artistici del braccio della morte. Nessuno compra i quadri dei detenuti perché sono stati dipinti da grandi artisti. Li comprano perché sono stati eseguiti da qualche assassino e ciò è disgustoso.” L’Attorney General Greg Abbott ha però risposto picche stabilendo che i detenuti sono liberi di vendere i loro prodotti artistici (a meno che in uno specifico caso una corte non ritenga che i misfatti compiuti dall’autore abbiano prodotto un valore aggiunto).

 

Usa. Giudice ordina di rendere pubblici documenti scottanti della CIA. Il 2 febbraio il giudice federale di New York Alvin Hellerstein, accogliendo un ricorso dell’ACLU (Unione Americana per le Libertà Civili), ha ordinato per la seconda volta alla CIA di rendere di dominio pubblico i contenuti di tre documenti - che potrebbero dire molto riguardo alle torture praticate dagli Americani nel corso della ‘guerra al terrore’ -  riguardanti “il trattamento dei detenuti in custodia da parte degli Stati Uniti”, la “morte dei detenuti in custodia da parte degli Stati Uniti” e la “consegna [a terzi] di detenuti e di altri individui.”

 

Usa. Un bavaglio per Al Jazeera? L’emittente televisiva in lingua araba Al Jazeera non ha nulla da invidiare alle più grandi testate giornalistiche americane ed europee (ve ne potete convincere visitando il sito http://english.aljazeera.net ). Trasmettendo dal Qatar, con audience tra i 30 e i 40 milioni, offre a centinaia di milioni di musulmani (e non solo) un’informazione agile ed aggiornatissima – scrupolosamente verificata – di qualità del tutto comparabile a quella del New York Times che il 30 gennaio ha denunciato l’attacco alla libertà di espressione della sorella mediorientale da parte dell’Amministrazione statunitense. Al Jazeera ha il vantaggio di non dipendere dalla pubblicità; in compenso per vivere ha bisogno dei contributi statali. Proprio sulla stato del Qatar premono il Vice Presidente Dick Cheney, il Ministro della Difesa Donald Rumsfeld e il Segretario di Stato Condoleezza Rice, così come avevano fatto Colin Powell ed altri esponenti del Governo Bush. Gli Americani fanno capire il loro vivo desiderio che il Qatar imbavagli Al Jazeera. Non gradiscono che essa faccia contro-informazione sul loro comportamento mediorientale, soprattutto in Iraq, e affermano che i suoi servizi sono tendenziosi e ingannevoli. Non si può negare che nonostante la sua prudenza Al Jazeera sia incorsa in alcuni errori, ma chi non ne fa? Non è facile valutare la volontà e la possibilità per il Qatar - per altro sempre disponibile a fornire una base alle apocalittiche operazioni belliche statunitensi - di resistere. Il 30 gennaio si è appreso che è in corso una seria valutazione della possibilità di vendere al migliore offerente la prestigiosa testata. Speriamo che Al Jazeera viva e in buona salute: è un prezioso punto di osservazione sul rispetto dei diritti umani, anche per noi.

 

Virginia. Atkins a rischio di esecuzione. Il 20 giugno del 2002 la Corte Suprema degli Stati Uniti, rispondendo ad un ricorso di Daryl R. Atkins, condannato a morte in Virginia per un omicidio balordo compiuto all’età di 18 anni nel 1996, sentenziò che la pena di morte per i ritardati mentali era da considerarsi una pena crudele ed inusuale e perciò contraria alla Costituzione (v. n. 98). Il bando della pena capitale per i ritardati mentali potrebbe però essere inutile per salvare lo stesso Atkins: in Virginia si deve ancora decidere se egli debba essere considerato effettivamente un ritardato mentale. Visto che non sono disponibili dati sullo sviluppo mentale di Atkins prima dei 18 anni si dovrà risalire alla sua condizione mentale minorile dai dati ottenuti quando era un giovane adulto. E’ indubbio che i primi i test di intelligenza abbiano dato risultati bassissimi per il condannato, il fatto però che il suo sviluppo mentale sia proseguito nel braccio della morte potrebbe essergli fatale: gli ultimi test danno un punteggio borderline. Il 3 febbraio si è tenuta una prima udienza preliminare al procedimento che si svolgerà davanti ad una giuria tra la primavera e l’estate.  Per Atkins le premesse sono le peggiori: il giudice Prentis Smiley Jr. ha deciso che alla giuria, dalla quale dovranno essere esclusi membri contrari alla pena capitale, dovrà essere detto che Atkins è stato condannato a morte. La Corte Suprema dello Stato si è rifiutata di esaminare un ricorso della difesa che aveva chiesto un approccio del tutto diverso: decidere del ritardo mentale prescindendo dalla condanna a morte. L’accusatrice  Eileen M. Addison  si dispone ad esigere la vita di Atkins in modo accanito e spietato.

 

Questo numero è stato chiuso il 1 marzo 2005