FOGLIO DI COLLEGAMENTO INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

Numero 94 - Febbraio 2002

SOMMARIO: 

1) La nostra assemblea si terra’ il 5 maggio a Firenze

2) Sospesa la sentenza razzista di Thomas Miller-El 

3) Commutata la condanna capitale di Alexander Williams 

4) John Walker Lindh: un caso per Amnesty 

5) Si procede con l’esecuzione di Delk tra oscenita’ e follia 

6) L’inutile sforzo di processare le guardie che massacrarono Valdes 

7) Respinte le nuove prove a favore di Philip Workman 

8) Da Erode a Pilato . . . 

9) La verifica del ruolo dei giudici puo’ avere un enorme impatto

10) Antonin Scalia insiste suscitando numerosi commenti 

11) Seconda ricerca di Liebman sugli errori nei processi capitali 

12) Contoinformazione sulla deterrenza 

13) Il gruppo di Torino va a scuola! 

14) Notiziario: Illinois, Iugoslavia, Russia, Sudan, Texas, Usa, Virgina 

1) LA NOSTRA ASSEMBLEA SI TERRA’ IL 5 MAGGIO A FIRENZE

Il prossimo numero di questo bollettino, che sarà spedito entro il 10 aprile, conterrà la convocazione ufficiale dell’Assemblea ordinaria dei Soci del Comitato Paul Rougeau che si terrà a Firenze nel week end 4-5 maggio 2002, ottavo anniversario dell’esecuzione del nostro amico Paul. Vi rimandiamo al prossimo numero per i dettagli organizzativi e per l’ordine del giorno dei lavori. (Loredana)

Invitiamo caldamente i soci e i simpatizzanti a programmare la partecipazione all’Assemblea!

2) SOSPESA LA SENTENZA RAZZISTA DI THOMAS MILLER-EL

La vasta mobilitazione che vi è stata dentro e fuori gli Stati Uniti in favore dell’Afro-americano Thomas Miller-El, congiunta alla determinazione dei suoi avvocati difensori, ha avuto il grande risultato di bloccare l’esecuzione della sentenza di morte per Thomas prevista in Texas per il 21 febbraio. La Corte Suprema federale sei giorni prima di tale data ha infatti deciso di procedere ad una revisione costituzionale del caso. Si è espresso in tal senso anche il giudice cattolico ultra conservatore Antonin Scalia. Il malcapitato Afro-americano, ora cinquantenne, ha dichiarato che, dopo aver avuto 10 date di esecuzione, questa volta era pressoché sicuro di morire.

Grazie a tutti i lettori che hanno partecipato alla campagna in favore di Thomas!

Come abbiamo detto nel numero precedente, Miller-El fu condannato a morte nella Contea di Dallas in un clima violentemente razzista, per l’omicidio di un commesso avvenuto nel 1985. Egli si è sempre proclamato innocente.

In quegli anni i pubblici accusatori facevano sistematicamente escludere dalle giurie i neri e gli appartenenti a razze minoritarie. Nel caso di Miller-El furono esclusi dalla giuria 10 degli 11 potenziali giurati afro-americani; fu ammesso solo un nero che affermò essere la pena di morte una pena troppo rapida e mite mentre suggeriva di esporre i colpevoli cosparsi di miele alle brame delle formiche. Negli altri 4 processi capitali intentati contro Afro-americani nella Contea di Dallas nei primi anni ottanta le giurie furono composte esclusivamente da bianchi.

Le autorità del Texas, che escludono qualsiasi discriminazione razziale, sono riuscite a far respingere il precedente ricorso di Thomas Miller-El avanzato alla Corte federale d’Appello del Quinto circuito.

I legali del condannato hanno mostrato un video in cui un ex Pubblico accusatore della Contea di Dallas afferma che un tempo la razza era effettivamente un criterio per selezionare i giurati ed hanno citato una ricerca del quotidiano Dallas Morning News su 15 processi capitali tenutisi nella Contea di Dallas dal 1980 al 1986, in cui il 90% dei potenziali giurati di colore furono esclusi. La difesa di Miller ha inoltre presentato un pro-memoria ad uso dei pubblici accusatori, diffuso nel 1969 e mai revocato, in cui si invitava ad escludere i giurati appartenenti alle minoranze: “Non dovete scegliere membri di gruppi minoritari suscettibili di pressione da parte del proprio gruppo – essi quasi sempre simpatizzano per gli accusati” e uno scritto del 1963 di un Pubblico accusatore in cui si invitava a tener fuori dalle giurie “ebrei, negri, latini e messicani.”

La Costituzione USA vieta la discriminazione razziale nella selezione delle giurie, tuttavia fino al 1986 non vi erano strumenti legali per evitare tale discriminazione. La Corte Suprema federale cambiò le regole in proposito qualche mese dopo la condanna di Thomas Miller-El.

3) COMMUTATA LA CONDANNA CAPITALE DI ALEXANDER WILLIAMS

Come sanno i nostri lettori collegati a Internet, l’esecuzione di Alexander Williams, minorenne e malato mentale all’epoca del crimine, era stata fissata in Georgia per il 20 febbraio scorso. I pressanti appelli per ottenere la grazia al condannato hanno sortito un effetto positivo e la sua sentenza di morte, rinviata all’ultimo momento di cinque giorni, è stata commutata in carcere a vita senza possibilità di uscita sulla parola. Il motivo dichiarato dalla Commissione delle Grazie, che ha adottato il provvedimento di clemenza per conto del Governatore, non è la minore età del condannato e la sua malattia mentale al momento del crimine, ma il suo gravissimo stato psicotico attuale.

Il Presidente della Commissione ha dichiarato che la madre della ragazza uccisa potrà avere comunque pace pensando che Williams non potrà lasciare la sua cella di 2,4 metri per 3 metri per tutti gli anni che gli restano da vivere.

La nuova sentenza per Williams, pur costituendo un grosso e quasi insperato successo nella lotta contro la pena di morte, secondo la nostra concezione di giustizia, soprattutto nei riguardi dei minorenni, è da considerarsi comunque una barbarie. Ricordiamo che tutti i trattati internazionali sui Diritti umani che vietano la pena di morte per i minorenni – trattati fieramente osteggiati dagli Stati Uniti – vietano anche di infliggere l’ergastolo ai minori di diciotto anni all’epoca del crimine.

In favore di Alexander Williams, oltre a singole persone e alle organizzazioni umanitarie come Amnesty International, erano intervenuti l’Alta commissaria per i Diritti umani delle Nazioni Unite Mary Robinson, due Commissari speciali delle Nazioni Unite, la Commissione Inter-americana per i Diritti umani, l’Unione Europea, il Consiglio d’Europa, l’Associazione degli Avvocati americani, il Fondo americano per la Difesa dell’infanzia e l’Alleanza nazionale americana per i Malati mentali.

Grazie agli aderenti alla nostra mailing list che hanno inviato il proprio appello in favore di Alexander Williams al Governatore della Georgia!

4) JOHN WALKER LINDH: UN CASO PER AMNESTY

E’ indubbio che il caso del giovanissimo John Walker Lindh, l’americano-talebano catturato in Afghanistan nel dicembre scorso (v. n. 92), abbia assunto un valore emblematico nella campagna ideologica - oltre che militare - denominata “lotta al terrorismo”. Lindh, a meno di una forte presa di posi¬zione in suo favore dei gruppi ancora preoccupati del mantenimento di uno ‘stato di diritto’, rischia di essere definitivamente stritolato, insieme ai propri diritti civili ed umani, da una macchina molto più grande di lui.

“Dobbiamo giustiziare gente come John Walker per intimidire fisicamente i liberali, per farli riflettere sul fatto che anche loro possono essere uccisi – ha affermato l’esperta Ann Coulter – altrimenti essi diventano degli autentici traditori”. Quesa singolare e preoccupante affermazione della Coulter ha avuto grande risonanza, a metà febbraio, nel primo Congresso annuale dei Conservatori Americani tenutosi ad Arlington in Virginia (al congresso, durato tre giorni, hanno partecipato 3500 persone). In precedenza sia il Sindaco di New York Rudolph Giuliani, sia un certo numero di parlamentari federali si erano espressi a favore della pena di morte per Lindh mentre il Presidente Bush dichiarava di non sapere ancora “che cosa fare di lui”.

Detenuto per un mese e mezzo su una nave militare ancorata nel Mare Arabico, Lindh è stato fatto infine atterrare il 23 gennaio all’aeroporto Dulles di Washington in modo che ricadesse nella giurisdizione della Corte federale ultra conservatrice di Alexandria in Virginia, la stessa che giudica Zacarias Moussaoui (v. n. 92). Il 5 febbraio ha visto arrivare a dieci i capi di imputazione che, come ha annunciato il Ministro della Giustizia Ashcroft, comportano svariati ergastoli “più sei sentenze da 10 anni, più 30 anni.” Manca la ventilata incriminazione di “tradimento”, che comporterebbe la pena di morte, ma è stato chiarito che questa od altra accusa capitale potrebbe essere in seguito formulata dall’Amministrazione.

Sta di fatto che John Walker Lindh si trova sotto processo con pesantissimi addebiti ricavati da una sua “confessione spontanea” rilasciata ad agenti specializzati dell’FBI recatisi in Afghanistan per interrogarlo, senza l’assistenza di un avvocato, nei giorni 9 e 10 dicembre 2001.

Il Ministro della Giustizia Ashcroft ha detto che “in ogni passo di questo procedimento i diritti di Walker Lindh, incluso quello di non autoaccusarsi e di essere rappresentato da un avvocato, sono stati scrupolosamente onorati.” Peccato che il detenuto abbia “volontariamente” firmato una carta in cui rinunciava all’assistenza di un difensore. Peccato che sia stato documentato che nella prigione di Qala-i-Jangi dove fu internato a fine novembre egli sia stato minacciato di morte dall’agente della CIA Johnny “Mike” Spann (che fu poi ucciso nella rivolta scoppiata nel carcere). Come gli avevano insegnato, Spann ha detto ad un suo compare alla presenza di Lindh (che si ostinava a non parlare): “Gli ho spiegato qual è la sua situazione. Deve decidere se vuole vivere o morire. Se vuole morire, sta giusto per morire qui. Può morire qui se vuole. Può fottutamente morire qui. Oppure può scegliere di trascorre fottutamente il resto della sua fottuta breve vita in prigione. La decisione è sua. Possiamo aiutare questo tipo soltanto se vuole parlare con noi.”

Simili parole e la canna di una pistola sventolata sotto al naso avrebbero convito chiunque a fare qualsiasi dichiarazione “volontaria”. Tanto più che – come sapeva bene Lindh - nella “guerra al terrorismo” combattuta spietatamente in Afghanistan non sono stati fatti prigionieri o, per la precisione, è stao fatto solo qualche centinaio di prigionieri a fronte degli oltre diecimila avversari ammazzati prima o dopo la loro resa. Ma scoppiò la rivolta e Lindh, nascosto in un sotterraneo, sfuggì per una settimana agli “alleati” che in tre giorni di bombardamenti e di esecuzioni sommarie sterminarono pressoché tutti i rivoltosi (alcune centinaia). Poi arrivarono quelli dell’FBI ad interrogarlo. Questa volta non furono rese note le riprese video delle ‘interviste’ fatte a Lindh.

John Walker Lindh è attualmente accusato di cospirazione per aver collaborato con organizzazioni terroristiche, tra le quali Al-Qaida, aver prestato servizio sotto il regime di Talebani, aver posseduto armi nel corso di crimini violenti. L’avvocato James Brosnahan, pagato dalla famiglia e intervenuto nella difesa dell’imputato a fine gennaio, ha obiettato che la dichiarazione rilasciata da Lindh all’FBI non giustifica le accuse formulate contro di lui. Secondo l’avvocato gli si può addebitare, in sostanza, solo di essere stato un fante nelle file dei Talebani. Brosnahan obietta inoltre che la confessione del suo assistito, così come la rinuncia a giovarsi di un avvocato, è maturata in un clima ‘altamente coercitivo’. Egli non parla di torture psicologiche ma ricorda che il prigioniero fu tenuto in incommunicado per 8 giorni, con nutrimento minimo e scarse cure mediche per una ferita ad una gamba, dentro un container metallico in un inverno freddissimo.

5) SI PROCEDE CON L’ESECUZIONE DI DELK TRA OSCENITA’ E FOLLIA

Nel braccio della morte del Texas Monty Delk appariva completamente fuori di testa. Nel tardo pomeriggio del 27 febbraio il giudice federale Richard Schell aveva sospeso la sua esecuzione fissata per il giorno seguente. Schell, accogliendo la richiesta dell’avvocato difensore John Wrigh, consentiva così la valutazione delle facoltà mentali del condannato. Negli Stati Uniti infatti non può essere messo a morte chi non si rende conto dell’esecuzione e del motivo per cui la subisce. Gli esperti avrebbero potuto fornire il loro parere nel mese di luglio. Il Ministero della Giustizia del Texas si è tuttavia appellato contro la decisione di Schell presso la Corte federale d’Appello del Quinto circuito. Tale corte ha annullato la sospensione nella giornata del 28 consentendo di uccidere il condannato con una sola ora di ritardo.

Nel 1986 Delk appena maggiorenne uccise un uomo per rubargli l’auto e fuggire a bordo della stessa in un altro stato. Nel braccio della morte il suo comportamento è diventato bizzarro. Non si lavava per lunghi periodi, balbettava, parlava da solo incoerentemente, diceva di essere ora questo ora quell’altro personaggio, si spalmava con le proprie feci. A partire dal 1997 durante le udienze processuali lo imbavagliavano per impedirgli di parlare a sproposito ma la Corte della Contea di Anderson decise che non era pazzo.

Per l’accusa il comportamento erratico di Delk era solo una recita fatta a bella posta per evitare l’esecuzione. Il compagno di prigionia Paul Colella osserva: “Ho letto di recente un articolo del Dallas Morning News (…) Ci si domanda se Delk sia un uomo disturbato o un astuto ingannatore. Si pone in forse la malattia di Delk. Ho vissuto per anni nel suo ambiente e posso affermare che se recita ha sbagliato indirizzo. Poteva guadagnare milioni di dollari ad Hollywood. L’ho visto fare cose che un uomo sano di mente non può fare. Delk ha perso la sua mente nel braccio della morte.”

Solo in cambio di alcuni regali il personale del carcere è riuscito a far fare una doccia al condannato prima di ammazzarlo. Legato al lettino dell’esecuzione Monty Delk ha parlato incoerentemente e ha proferito oscenità. Quando il warden gli ha chiesto se voleva fare un’ultima dichiarazione ha risposto: “Sono il warden. Togliete il vostro warden da questo letto e tacete!”. Ha continuato nel suo turpiloquio incoerente finché una frase è stata spezzata dall’effetto delle sostanze letali. Il condannato e rimasto con gli occhi e la bocca spalancati. Sei minuti più tardi è stato dichiarato morto. La vedova dell’uomo ucciso da Delk nel lontano 1986 si è sentita mancare ed è stata portata fuori dalla casa della morte con una sedia a rotelle. Questa è attualmente la civiltà del Texas.

6) L’INUTILE SFORZO DI PROCESSARE LE GUARDIE CHE MASSACRARONO VALDES

Il 15 febbraio l’annuncio dell’assoluzione piena di tre guardie che parteciparono al pestaggio mortale di Frank Valdes nel braccio della morte della Florida il 17 luglio1999 ci ha lasciati sgomenti ed anche un po’ increduli. Poi abbiamo riflettuto sul fatto che le premesse di questa angosciante assoluzione si erano consolidate già prima dell’inizio del dibattimento svoltosi nelle ultime quattro settimane (v. n. 93): nel periodo eccezionalmente lungo intercorso tra l’assassinio e l’inizio del procedimento (ottobre 2001), nella diatriba per la scelta dei giurati durata tre mesi, nell’inutile richiesta dell’accusa di spostare il processo in altra sede, nell’impossibilità di escludere dalla giuria persone in qualche modo in relazione con l’amministrazione carceraria, nei tentennamenti del Pubblico accusatore, nei cedimenti del giudice Presidente, nella pressione dell’ambiente, nelle minacce ai testimoni, nello schieramento compatto del sindacato delle guardie in favore degli accusati con l’esborso della ragguardevole cifra di 750 mila dollari per remunerare i migliori avvocati difensori della regione.

La difesa, astutamente, ha controbattuto con argomenti puerili le gravi accuse rivolte agli agenti ed ha concentrato i suoi sforzi nel mettere in buona luce le guardie e nella peggior luce possibile i condannati, a cominciare da quelli chiamati a testimoniare contro gli imputati. All’inizio i difensori hanno ripetuto la storiella che il prigioniero si era ammazzato da sé buttandosi giù dal letto o contro le sbarre. Poi è venuta la testimonianza dei medici legali che hanno rilevato decine di fratture delle costole e delle ossa del capo e del collo e lesioni interne mortali, nonché le impronte di scarpe sul torace, sulla faccia, sull’addome e sulla schiena prodotte da chi saltava a piè pari sul malcapitato Valdes che doveva essere steso per terra legato mani e piedi. A quel punto la difesa ha detto che i tentativi di rianimazione fatti dalle guardie sarebbero state la causa della rottura delle costole del detenuto. Infine è stato suggerito che a procurare alcune lesioni al detenuto potevano essere state altre persone, forse le guardie non ancora processate…

Anche a non voler credere alle testimonianze dei compagni di prigionia di Frank Valdes, a fronte al fatto che solo nove guardie ebbero accesso quel giorno a Valdes e che tutti i rapporti sulla sua morte furono da loro platealmente e concordemente falsificati, come minimo tali agenti dovevano essere ritenuti colpevoli di falso e di complicità con gli assassini. Niente di tutto questo: la giuria dopo aver discusso per 3 ore e mezza ha assolto le tre guardie da tutti e quindici i capi di imputazione che andavano dall’assassinio, all’omissione di soccorso, alla falsificazione dei rapporti. La prima delle nove guardie implicate era già stata assolta dall’accusa di lesioni in un separato processo nell’ottobre del 2000. I pubblici ministeri hanno già dichiarato che, visto come sono andate le cose nel processo contro le tre guardie, con tutta probabilità rinunceranno a processare le altre cinque.

Il carcere della Florida è indegno anche dei peggiori criminali quali sono da giudicare gli agenti che massacrarono vigliaccamente una persona affidata alla loro custodia. Per questo troviamo un aspetto positivo dell’assoluzione di Timothy Thornton, Charles Brown e Jason Griffis. Ci scandalizza però il fatto che un processo celebrato, con tanta fatica, solo perché l’intervento dei media e dei federali riuscì a far breccia nel muro di omertà subito eretto a difesa delle guardie assassine, sia finito miseramente nel nulla. Ancora una volta la ‘giustizia’ negli Stati Uniti si dimostra spietata nei riguardi dei perdenti e pressoché disarmata nei confronti di coloro che sono legati la potere.

Il 22 febbraio, una settimana dopo la conclusione del processo nella Contea di Bradford in Florida, l’ufficio per i Diritti Civili del Ministero della Giustizia federale ha annunciato di aver avviato un’investigazione per stabilire se, caso mai, i diritti civili di Frank Valdes furono violati. Dan Nelson, portavoce del Ministero, ha però avvertito che: “questi casi sono complessi e comprensivi per natura” declinando di spiegare la frase e fare ulteriori commenti.

Potrebbe accadere – come nel caso di Rodney King, il nero che fu pestato dalla polizia sotto l’occhio di una telecamera amatoriale in California – che gli agenti assolti nel proprio stato vengano condannati (ad una pena mite) per violazione dei diritti civili della vittima. I difensori delle guardie si sono detti ‘sorpresi dall’iniziativa e disposti a collaborare’.

 

7) RESPINTE LE NUOVE PROVE A FAVORE DI PHILIP WORKMAN

Philp Workman, il detenuto del Tennessee in favore del quale ci siamo impegnati da due anni a questa parte (v. n. 85), ha visto peggiorare la sua situazione giudiziaria all’inizio di febbraio quando il giudice John Colton della contea di Shelby ha sentenziato che le nuove prove da lui avanzate sono insufficienti a garantirgli un uovo processo.

La Corte Suprema del Tennessee aveva sospeso l’esecuzione di Workman il 30 marzo scorso meno di un’ora prima che venisse portata a termine. La corte aveva infatti deciso a stretta maggioranza di ordinare al giudice Colton di esaminare esaurientemente le prove scoperte di recente dalla difesa del condannato (lo stesso giudice qualche ora prima aveva rifiutato di concedere uno stay per poterle esaminare). Ora John Colton in una sentenza di 21 pagine resa nota il 4 febbraio sostiene che le prove presentate non raggiungono un livello tale da fargli cancellare la condanna a morte e ordinare un nuovo processo.

Anche se il testimone d’accusa Harold Davis dichiarò nel 1999 di aver affermato il falso durante il processo del 1982 quando disse di aver visto Workman sparare al tenente Ronald Oliver, il giudice Colton argomenta che lo stesso Davis ha testimoniato la scorsa estate di non ricordarsi più quello che accadde la sera del 5 agosto 1981 in cui Oliver venne ucciso. Davis, un consumatore di droghe, dopo la sospensione dell’esecuzione di Workman ha attestato di non discernere la ‘realtà dall’illusione’ e pertanto Colton sentenzia che non si può affermare che egli abbia testimoniato il falso durante il processo di Workman. (Notiamo che il secondo ripensamento del testimone è classico. I fase: il teste preparato dalla pubblica accusa incrimina l’imputato, II fase: il teste contattato dalla difesa ritratta e scagiona il condannato, III fase: il testimone di nuovo sotto pressione dell’accusa dice di non ricordare niente affermando di essere rimbambito o dedito all’uso di droga). Il giudice Colton inoltre toglie valore ad una radiografia autoptica che i difensori di Workman asseriscono essere stata nascosta dall’accusa fino al 2000. Egli nota che la lastra conferma in sostanza il parere del dott. Cyril Wecht, un famoso esperto, secondo il quale è improbabile ma non si può del tutto escludere che la ferita mortale sia stata inferta da una pallottola sparata da Workman (i legali della difesa sostengono che Oliver fu colpito dal ‘fuoco amico’ della polizia). Colton aggiunge che osservazioni simili erano state fatte a suo tempo durante il processo quando un esperto dell’FBI rese la sua testimonianza riguardo ad una pallottola trovata in terra vicino al corpo di Oliver.

I legali hanno annunciato appello contro la sentenza del giudice John Colton. La pubblica accusa ha immediatamente chiesto di procedere con l’esecuzione di Philip Workman ma è intervenuta di nuovo la Corte Suprema del Tennessee decretando che la sentenza rimanga sospesa fino all’esaurimento degli appelli presentati dal condannato.

8) DA ERODE A PILATO . . .

Ho appena finito di leggere un articolo tratto da “The Tennessean”. Il titolo parla chiaro: “Il giudice respinge le nuove prove a favore di Workman”. Il giudice della Contea di Shelby ha nuovamente rifiutato di riaprire il processo a Philip Workman, perché sostiene che le prove presentate dai suoi avvocati non dimostrano la sua probabile innocenza e non sono degne di attenzione. Sento un brivido nella schiena e mi si presenta davanti agli occhi vivido il ricordo della scorsa primavera, quando, alla vigilia del 30 marzo 2001, eravamo tutti sicuri che, nonostante i nostri sforzi e il bombardamento di petizioni e messaggi inviati al Governatore, Philip sarebbe stato ucciso di lì a poche ore. Poi, inaspettata e splendida è arrivata la notizia della sospensione, concessa a meno di un’ora dall’esecuzione. La Corte Suprema aveva stabilito che Workman aveva diritto a una totale revisione del caso, sulla base dei nuovi fatti e delle prove in origine occultate. E adesso? Adesso ricomincia tutto il Calvario: Erode manda il condannato da Pilato, che lo rimanda da Erode, che lo rimanda da Pilato. Nessuno gli salva la vita e tutti lo tengono con il fiato sospeso spingendolo fino allo stremo della sua possibile resistenza psichica a tanta tortura.…

Questa macabra partita di ping-pong tra le varie corti americane, che usano i condannati a morte al posto delle palline, pare sia una triste abitudine che si ripete puntualmente per i casi più importanti e più seguiti dai media e dall’attenzione pubblica, anche degli abolizionisti…la storia del caso di Philip Workman sembra ricalcare quella, conclusasi purtroppo nel modo peggiore, di Gary Graham.

Riassumo per i nostri nuovi amici e lettori le storie dei due casi. Gary Graham: Afro-americano, accusato a 17 anni dell’omicidio di Bobby Lambert, e condannato a morte nel 1981 sulla base di un’unica testimonianza oculare, fatta da una donna che sostenne caparbiamente di averlo visto (per pochi secondi) e riconosciuto, di notte, dall’interno di un’auto, da una distanza di circa 20 metri. L’arma trovata in possesso di Gary non era quella del delitto e nessuna prova fisica legava Gary alla vittima o al luogo del crimine. Le prove a discolpa del condannato però non vennero a conoscenza della giuria originaria per la trascuratezza del primo avvocato difensore d’ufficio, né furono mai esaminate da nessuna corte durante gli appelli successivi. Gary arrivò a poche ore dall’esecuzione 6 volte, e ogni volta questa fu sospesa in extremis dal una Corte superiore, che dichiarava la necessità di rivedere il caso. Solo che poi il caso non veniva mai rivisto, perché la corte incaricata della revisione, sosteneva ogni volta che questa era superflua e che i nuovi testimoni (tanti), che avrebbero potuto discolpare Gary, erano inaffidabili. Gary è morto in Texas nel giugno 2000, ucciso da un’iniezione letale, accompagnato dalla benedizione dell’allora Governatore George W. Bush.

Philip Workman: bianco, condannato a morte nel 1982 per l’omicidio di un poliziotto di Memphis, Ronald Oliver, avvenuto in una sparatoria durante una rapina che Workman, allora tossicodipendente, aveva commesso in un fast-food. Il proiettile che uccise il poliziotto non fu mai trovato. La giuria che condannò a morte Workman fu convinta della sua colpevolezza dalla dichiarazione di un testimone oculare, che disse di aver visto Workman sparare a Oliver.

Dopo alcuni anni, il testimone oculare confessò di aver mentito durante il processo, per accontentare i poliziotti che gli avevano chiesto di testimoniare contro Workman, e che in realtà egli non aveva mai visto commettere il delitto. Si trovò inoltre una radiografia fatta alla vittima durante l’autopsia, che rivelerebbe l’esistenza di lacerazioni provocate da un proiettile diverso da quello sparato dall’arma di Workman, simile a quelli sparati dai poliziotti stessi. Questa radiografia era stata occultata dall’accusa e fu ritrovata solo dopo molti anni. Uno dei giurati del primo processo ha dichiarato che non avrebbe votato per la pena di morte se avesse visto la radiografia e saputo della falsa testimonianza. Un avvocato dell’accusa si è schierato dalla parte di Workman dichiarando che non si sentirebbe dalla parte della giustizia continuando a perseguire Workman. La figlia di Oliver ha incontrato la figlia di Worman e le due donne sono diventate amiche. La figlia di Oliver si sta battendo per ottenere la commutazione della pena di Workman.

Tutto questo pare non scalfire la granitica volontà di uccidere Workman da parte dei giudici e degli avvocati d’accusa della contea di Shelby. A più riprese, negli scorsi anni, anche Philip, come Gary Graham, è giunto a poche ore dall’esecuzione, per vedersela sospendere ogni volta dalle corti superiori in vista di un doveroso riesame del caso, caso che invece le corti locali non vogliono saperne di riaprire. Dovrà necessariamente finire anche la storia di Workman con una ingiusta, insensata e sadica esecuzione?

Per quanto tempo ancora dovremo assistere a un comportamento così efferato da parte di un sistema giudiziario che non appartiene a sperduti villaggi del cosiddetto Terzo Mondo, ma alla più grande potenza “democratica” e “civile” del pianeta? (Grazia)

9) LA VERIFICA DEL RUOLO DEI GIUDICI PUO’ AVERE UN ENORME IMPATTO

Gli esperti americani confermano che, come abbiamo ipotizzato nel numero precedente, una sentenza della Corte Suprema federale attesa per il mese di aprile potrebbe causare il più grande sconvolgimento nel sistema della pena capitale dopo il 1972, anno in cui si ebbe la famosa sentenza che mise fuori legge la pena di morte negli Stati Uniti d’America commutando tutte le 600 sentenze capitali di allora.

La decisione della Corte Suprema federale dell' 11 gennaio di accettare l’esame del ricorso presentato dal condannato a morte Timothy Ring contro lo stato dell’Arizona ha avuto come prima conseguenza una moratoria di fatto delle esecuzioni in Florida: dopo quella di Amos King sono state sospese le esecuzioni di Linroy Bottosom prevista per il 5 febbraio e quella di Robert Trease prevista per il 7 febbraio.

L’accoglimento del ricorso di Ring potrebbe portare addirittura all’annullamento di 800 condanne a morte in nove stati. In questi stati infatti è il giudice e non la giuria ad emettere le condanne a morte mentre il Sesto Emendamento della Costituzione USA garantisce agli Americani di essere giudicati da giurie costituite ‘da loro pari’. In Arizona, Colorado, Idaho, Montana e Nebraska le giurie non hanno alcun ruolo nell’emissione delle sentenze capitali, invece in Alabama, Delaware, Florida e Indiana le giurie fanno una raccomandazione che i giudici non sono obbligati a seguire nell’emettere la sentenza.

L’idea che gli Americani siano sottoposti al giudizio del popolo e non dello stato, un’idea antica cara ai conservatori, si rifà ai valori fondanti gli Stati Uniti e non per niente è richiamata nella Costituzione USA. Ora bisogna vedere se anche i giudici più tradizionalisti applicheranno il principio che debbano essere le giurie popolari anziché i giudici dello stato a emettere le condannare a morte, ciò anche a costo di mettere seriamente in crisi per un lungo periodo il sistema della pena di morte di nove stati e, in ultima analisi, di consentire a molti condannati di evitare il patibolo.

Comunemente si dice che il ruolo delle giurie è di valutare i fatti mentre quello dei giudici è di applicare la legge. Per la verità, nel momento attuale la materia non è affatto chiara per effetto delle precedenti sentenze della medesima Corte Suprema.

Nel 1984 la Corte Suprema confermò la legittimità del sistema legale della Florida respingendo un ricorso che contestava il ruolo dei giudici e la stessa cosa fece per il sistema legale dell’Arizona nel 1990. Tuttavia nel 2000, sentenziando nel caso di Apprendi contro il New Jersey, la massima corte dette ragione al detenuto che si era visto inasprire la sentenza dal giudice. Questi, contestando un fatto aggravante, aveva aumentato di due anni la condanna a dieci anni di carcere stabilita dalla giuria.

10) ANTONIN SCALIA INSISTE SUSCITANDO NUMEROSI COMMENTI

Il giudice della Corte Suprema federale Antonin Scalia, dopo essere intervenuto il 25 gennaio al convegno organizzato dal Foro sulla Religione e la Vita Pubblica tenutosi presso l’Università di Chicago (v. n. 93) ha continuato a sostenere la pena di morte, rinnovando la sua polemica contro la posizione papale in materia, in altri interventi presso università americane nel corso del mese di febbraio. In particolare, il cattolico ultra conservatore, padre di nove figli di cui uno è diventato sacerdote, il 4 febbraio ha detto agli studenti della Georgetown University in occasione dell’annuale Settimana della Cultura dei Gesuiti: “Nessuna autorità che io conosca ha mai negato la bimillenaria tradizione della Chiesa Cattolica che approva la pena capitale. Non vedo il motivo di cambiare ora.” Durante un successivo intervento presso la Lewis & Clark Law College Antonin Scalia ha omesso di commentare la dottrina cattolica ma ha dichiarato: “Quanto alla pena di morte . E’ assolutamente chiaro che era costituzionale nel 1791. Ed è costituzionale ora.” Le uscite di Scalia hanno avuto puntuale eco sulla stampa ed hanno prodotto numerosi commenti di giudici e di uomini di legge. La discussione si è centrata soprattutto sull’affermazione di Scalia che “la scelta spettante al giudice, che ritiene la pena di morte sia immorale, è di dare le dimissioni piuttosto che ignorare le leggi costituzionali debitamente stabilite e sabotare la pena di morte. Egli ha, dopo tutto, contratto l’obbligo di applicare tali leggi e non gli è stata data facoltà di sostituirle con le proprie regole.”

11) SECONDA RICERCA DI LIEBMAN SUGLI ERRORI NEI PROCESSI CAPITALI

Sappiamo bene che negli Stati Uniti le ‘corti di appello’ tendono a confermare le condanne capitali a meno che gli avvocati difensori dei condannati non riescano a mettere in evidenza, con estrema chiarezza, gravi errori giudiziari commessi durante i processi. Nonostante la scarsa propensione delle corti ad intervenire, in gran numero i processi capitali vengono comunque annullati.

Nel giugno del 2000 fece molto scalpore la pubblicazione dei risultati di una ricerca sugli errori giudiziari nei casi capitali condotta nell’Università di Columbia da un gruppo capeggiato dal prof. James Liebman. L’11 febbraio scorso è stata pubblicata una seconda ricerca in materia effettuata dallo stesso gruppo. I risultati della nuova ricerca, che confermano la fallacia del sistema della pena di morte negli USA, hanno suscitato negli ambienti più conservatori una vivace contestazione. Obiezioni si erano avute anche in occasione della ricerca precedente ma questa volta la controinformazione è stata più articolata e incisiva.

Oltre a contestare alcuni dei dati riportati, i conservatori obiettano a Liebman che il sistema salvaguarda i diritti di chi sia stato ingiustamente condannato riparando in tempo gli errori giudiziari. A questa osservazione Liebman risponde con una domanda: Giudichereste affidabile la mia auto se vi dicessi che si trova sempre in officina per essere riparata? Più grave è l’insinuazione che la massa degli errori emersi derivi non dall’innocenza dei condannati bensì dalla possibilità, lasciata ai loro avvocati difensori, di inserire nell’iter giudiziario ostacoli pretestuosi di tipo tecnico-procedurale. E’ chiaro che gli autori di questa affermazione tendono a ridurre i diritti della difesa e quindi a diminuire sì gli errori rilevati ma anche la possibilità di discolpare possibili innocenti.

Siamo consapevoli che una grande massa di dati statistici può dar luogo a qualche difficoltà di interpretazione ed anche a noi le conclusioni di Liebman, in alcuni dettagli, non sembrano essere sempre le più giuste. Tuttavia entrambe le sue ricerche dimostrano senza ombra di dubbio che negli USA il sistema della pena di morte è permeato da errori giudiziari sostanziali, errori che non possono essere tutti rilevati e corretti e che con tutta probabilità portano all’esecuzione di un numero non trascurabile di persone completamente innocenti e di un numero rilevante di persone che, pur colpevoli, non avrebbero comunque dovuto ricevere la pena di morte.

Ricordiamo che la prima ricerca di Liebman intitolata “Un sistema in avaria: il tasso di errori nei casi capitali dal 1973 al 1995” mostra come nel 68% dei processi capitali emergano nel corso degli appelli a livello statale o federale errori tali da provocare il loro annullamento. Solo il 18% dei processi ripetuti si conclude con una seconda condanna a morte, inoltre non pochi di questi processi vengono di nuovo annullati in appello. Nel 9% dei casi si arriva ad una completa assoluzione e alla liberazione dei condannati.

La seconda ricerca intitolata: “Un sistema in avaria: Perché ci sono tanti errori nei casi capitali e che cosa occorre fare” tende ad individuare le cause degli errori giudiziari e suggerisce riforme che possano ridurne il numero. Lo studio mette in luce un certo numero di fattori che producono errori, a cominciare dalla politica, dalla razza, dal desiderio di ridurre il crimine e dal cattivo funzionamento delle corti sovraccariche. Un risultato costante, semplice e importante, è che all’aumentare del numero di sentenze di morte aumenta il numero degli errori. Passando da situazioni in cui il tasso di condanne capitali è il più basso a quelle in cui è il più alto, il tasso degli errori giudiziari aumenta fino a moltiplicarsi per sei e a raggiungere l’80% dei casi. Più gli stati comminano indiscriminatamente la pena di morte per ogni tipo di omicidi, più è grande l’incidenza di errori giudiziari e la probabilità di trovare in seguito innocenti coloro che vengono condannati.

La probabilità dell’emergere di errori giudiziari cresce lì dove è più alto il numero degli omicidi di bianchi, nelle regioni con una più grande percentuale di popolazione di colore, nei luoghi in cui viene perseguita una minore percentuale dei crimini, nei posti in cui l’elezione dei giudici è più condizionata da aspetti politici, lì dove i giudici che vogliono essere eletti ‘con un occhio guardano la giustizia e con l’altro le ricerche d’opinione.’

Liebman risponde in maniera evasiva a chi gli chiede se sia favorevole all’abolizione della pena di morte: su tale questione decidano gli elettori, è come quando si porta l’auto seriamente danneggiata dal meccanico, si può chiedere di ripararla oppure di rottamarla.

Se si conserva la pena di morte – conclude Liebman – occorre riservarla soltanto ai delitti più efferati e introdurre riforme che prevedano: l’inflizione della condanna a morte solo se la responsabilità in un crimine capitale risulti provata al di là di qualsiasi dubbio e se le aggravanti superano sostanzialmente le attenuanti, l’esenzione dalla pena di morte delle categorie per le quali vi siano delle attenuanti come ad esempio la giovane età o la malattia mentale, l’introduzione dell’ergastolo senza possibilità di uscita sulla parola in alternativa alla sentenza di morte, la proibizione per il giudice di emettere una sentenza di morte qualora la giuria opti per una pena detentiva, l’obbligo di mettere a disposizione delle giurie tutte le prove raccolte dalla polizia e dall’accusa, l’isolamento dei giudici dalle pressioni politiche e la concessione di avvocati difensori competenti agli accusati di reati capitali.

 

12) CONTOINFORMAZIONE SULLA DETERRENZA

Fino ad ora all’obiezione degli abolizionisti che non si può dimostrare che la pena di morte serva come deterrente del crimine, supportata da numerosissime ricerche in materia, i sostenitori della pena capitale negli USA avevano risposto al massimo con affermazioni dogmatiche. Tanto che attualmente tra coloro che sostengono la pena di morte soltanto il 13% le riconosce un effetto deterrente (alcuni chiedono che si moltiplichi per 10 o per 100 il numero delle esecuzioni in modo che si manifesti un potere deterrente).

Ora, integrandosi ad una robusta controinformazione su tutti i temi riguardanti i diritti umani lanciata dai conservatori, vengon fuori mirabolanti risultati da due ricerche di tipo statistico che dimostrereb¬bero il contrario di quanto ritenuto fino ad ora. Tre ricercatori dell’Università Emory di Atlanta si spingono addirittura ad affermare che ciascuna esecuzione compiuta dal 1977 in poi ha salvato 18 vite. Mentre il prof. H. Naci Mocan dell’Università di Denver in Colorado afferma che ogni esecuzione ha comportato cinque o sei omicidi in meno e che per ogni tre grazie concesse si è avuto un omicidio in più.

Intervistato sui risultati delle due ricerche, Richard Dieter, Direttore del Contro di informazione sulla Pena di morte, ha citato alcuni studi seri che squalificano tali risultati. In particolare, il prof. Michael L. Redelet dell’Università della Florida nel 1995 ha rilevato la posizione di 67 presidenti od ex-presidenti di associazioni professionali di criminologi. Più dell’80% di tali esperti è dell’opinione che le ricerche in materia non siano riuscite a dare una giustificazione in termini di deterrenza alla pena di morte.

13) IL GRUPPO DI TORINO VA A SCUOLA!

Grazia Guaschino, Responsabile del Gruppo di Torino del Comitato Paul Rougeau, ci invia la seguente comunicazione che volentieri pubblichiamo

Uno dei progetti lungamente caldeggiati dal "Gruppo Torino" è quello di andare nelle scuole per sensi¬bilizzare gli studenti sulle problematiche connesse ai diritti umani e alla pena di morte. Grazie all'impegno di alcune socie, tra cui Anna Maria Esposito, Cristina Curoso e sua figlia Francesca, questo progetto si sta realizzando. In particolare, Anna Maria ha organizzato un incontro del Comitato Paul Rougeau con la scuola Media Statale “Pier Lombardo” di Novara, in cui insegna.

L’iniziativa si è svolta in più fasi. A tutti gli studenti di terza delle sei sezioni è stato proiettato il film "Difesa a oltranza" (che rappresenta molto efficacemente la vicenda di una condannata a morte in procinto di essere ‘giustiziata’ negli Stati Uniti). Nei giorni successivi gli insegnanti hanno letto nelle rispettive classi due lettere, scritte, a pochi giorni dall'esecuzione, rispettivamente da Joseph O'Dell in Virginia ai suoi corrispondenti in Italia e da Gerald Mitchell a un suo amico nel braccio della morte del Texas. Ai ragazzi è stato chiesto di riflettere su quanto visto e ascoltato e di preparare domande e osservazioni da presentare in un successivo dibattito.

Nel frattempo, Secondo Mosso ha illustrato in un cartellone, in modo chiaro ma non troppo macabro, i metodi di esecuzione utilizzati negli Stati Uniti attualmente e nel passato. Irene e io ci siamo preparate per tenere una conferenza agli studenti.

Il 25 febbraio, alle 6,30, partiamo assonnate da Torino per Novara. Mentre la giornata si prospetta luminosa, e un'alba rosata illumina la cerchia innevata delle Alpi che vediamo scorrere davanti a noi dal finestrino del treno, ci scambiamo qualche informazione che abbiamo acquisito separatamente e ridiamo di noi stesse e delle possibili "gaffe" che faremo.

A Novara Anna Maria e suo marito ci accolgono cordialmente alla stazione. Il preside, Prof. Pasciuti, ci riceve a scuola con gentilezza e cordialità. Nella sala, che presto si riempirà di ragazzi, appendiamo il cartellone preparato da Secondo e allestiamo un "modello" in scala 1:1 di cella del braccio della morte: l'arredo (letto, gabinetto e lavandino) è realizzato in carta da pacchi, mentre due lati delle pareti della cella sono costituiti da una corda da roccia tesa e legata a due sedie, che isola una superficie della stanza di circa due metri per tre.

Ed ecco arrivare i ragazzi, accompagnati dalle loro insegnanti: è il primo di due gruppi composti da tre classi ciascuno. Ogni gruppo è di oltre settanta studenti, e ci sono quattro insegnanti con loro. Mi colpisce subito il fatto che i ragazzi arrivati per primi si accaparrano le prime file: questo dimostra che sono interessati, altrimenti cercherebbero di occupare gli ultimi posti. Sguardi curiosi, intelligenti, allegri, ci studiano. Mi assale un po' di ansia: li faremo dormire? Ci ascolteranno? Cominceranno a chiacchierare tra loro e a disinteressarsi a noi? Meno male che c'è Irene con me, che pare sicura di sé e tranquilla!

La realtà supera ogni nostra più rosea speranza: i due gruppi si comportano pressoché allo stesso modo, cioè bene, ed entrambe le conferenze hanno molto successo. Anna Maria ci presenta alle insegnanti e ai ragazzi. Irene comincia a parlare, racconta concisamente la storia del Comitato Paul Rougeau, poi descrive in modo vivace il cammino abolizionista, da Beccaria in poi. Conclude esponendo la situazione attuale dei Paesi che ancora mantengono la pena di morte. Si dilunga sulla Cina, sugli stati islamici e conclude con un brevissimo riferimento agli Stati Uniti. Adesso tocca a me: traccio a grandi linee lo schema di un iter giudiziario in un caso capitale e spiego le problematiche più gravi connesse con la pena di morte in America, facendo riferimenti al contenuto del film che i ragazzi hanno visto e portando esempi di casi reali. Le storie di Thomas Provenzano, Gary Graham, Paula Cooper, Joe Cannon e altri, offrono lo spunto per parlare dei minorati mentali, dei minorenni all'epoca del crimine, dei poveri, del razzismo e degli innocenti condannati a morte. Sia Irene che io cerchiamo, nei nostri discorsi, di sottolineare e ribadire il concetto fondamentale che ci deve far opporre fermamente e in ogni caso alla pena di morte: il diritto alla vita, la sacralità della vita umana. Al di là di questi motivi, tutti gli altri dovrebbero essere quasi superflui, ma hanno lo scopo di evidenziare che non è giusto ed è pericoloso riconoscere allo stato la facoltà di togliere la vita ai cittadini.

Concludiamo l’intervento invitando i ragazzi a una visita "virtuale" nel braccio della morte: a gruppetti si affollano intorno alla rudimentale "cella", alzandosi in punta di piedi per vedere meglio.

Durante le nostre spiegazioni i ragazzi sono stati attenti e in silenzio, chiaramente interessati. Si capisce che stavano riflettendo su una problematica probabilmente mai presa in seria considerazione in precedenza.

"Alzi la mano chi, al posto di quel Governatore, avrebbe concesso la grazia a Cindy!" Moltissime mani si levano. "Adesso alzi la mano chi invece non gliela avrebbe concessa!" Vengono alzate molte mani decise, anche se in numero leggermente minore. Chiediamo a qualche volontario delle opposte fazioni di spiegarci le ragioni della scelta fatta a proposito della sorte della protagonista del film “Difesa a oltranza”. Dopo qualche esitazione arrivano le risposte "Nessuno può arrogarsi il diritto di uccidere un essere umano, neppure lo stato." "Io al posto del governatore forse non darei la grazia a causa della pressione della gente, per ragioni politiche, invece trovo che la grazia andrebbe concessa perché io sono contrario alla pena di morte." "Cindy ha ucciso due persone, perciò è giusto che muoia".

Da questo momento, senza ulteriori esitazioni, tutti prendono coraggio, fioccano le domande, gli interventi, la discussione si fa accesa, anche tra i ragazzi. Le insegnanti mantengono l'ordine e cercano di deviare la domande e osservazioni su di noi. Anche le opinioni contrarie alle nostre sono espresse con educazione, con il desiderio di capire e approfondire.

"Vengono giustiziati anche i ragazzi mentre sono ancora minorenni?" "Se catturassero Bin Laden, vorreste risparmiare anche lui? Perché?" "Non è peggio restare per tutta la vita in una prigione che venire uccisi?" "Io vorrei morire, piuttosto che andare all'ergastolo!" "Chi uccide i bambini deve essere ucciso con una morte lenta." "Sono assassini anche quelli che uccidono i criminali, perché comunque uccidono." "Chi fa il boia? Esiste una scuola per i boia?". Qualche osservazione ci fa anche sorridere: "Ma come, devono restare in carcere e sanno di dover morire, e ad alcuni viene in mente di… studiare?! Sono pazzi!".

Suona la campana e i ragazzi ringraziano e ci salutano. Siamo noi invece a ringraziare loro. Non abbiamo la pretesa di aver "convertito" tutti alla causa abolizionista, ma abbiamo gettato un seme e indotto dei giovani a riflettere su problemi importanti anche se non li toccano da vicino. Abbiamo la sensazione che la nostra visita sia servita, che lascerà comunque una traccia.

Ringraziano noi ma la principale artefice di questa splendida esperienza è Anna Maria, che ha organizzato l'incontro, indotto le sue colleghe a seguirla in questo progetto, animato i ragazzi e ci ha assistite in tutto e per tutto durante la nostra visita. Anna Maria è una socia meravigliosa!

Le insegnanti ci ringraziano e qualcuna commenta: "Stessero attenti in classe come hanno seguito voi!". Lasciata la scuola, mangiando un panino commentiamo con Anna Maria la mattinata: anche lei ha avuto l'impressione che sia stato un successo. Dice che ci farà sapere i commenti dei ragazzi nei giorni seguenti.

Questo è stato solo l'inizio della nostra nuova attività: venerdì andrò a parlare con la preside della scuola Madre Cabrini di Torino, per organizzare un incontro anche presso questo istituto.

14) NOTIZIARIO 

Illinois. Veto del Governatore Ryan all’estensione della pena capitale. Nel clima della ‘guerra al terrorismo’ i sostenitori della pena di morte avevano avuto buon gioco nell’inserire in un ‘pacchetto anti-terrorismo’ alcuni passaggi che ampliavano la gamma dei reati capitali. Il pacchetto era stato approvato all’unanimità in Senato, alla Camera aveva avuto un solo voto contrario. Il 6 febbraio il Governatore George Ryan ha usato il suo potere di veto per emendare il pacchetto dalle parti che prevedevano nuove fattispecie di reato capitale nonché provvedimenti suscettibili di limitare i diritti civili come le intercettazioni telefoniche operate dalla polizia. “Sono sicuro che la pena di morte non avrebbe scoraggiato i compagni di coloro che si sono lanciati contro il Word Trade Centers” ha dichiarato il Governatore alla stampa. Il veto di George Ryan ha suscitato le ire di Jim Ryan, Ministro della Giustizia e promotore del pacchetto anti-terrorismo, che ha dichiarato: “Crimini come gli attacchi terroristici dell’11 settembre richiedono la pena di morte, non c’è ragione di non renderlo esplicito” ed ha proposto al Parlamento di indire una nuova votazione per superare il veto governatoriale. Per fortuna sembra che i presidenti dei due rami del Parlamento abbiano accolto tale richiesta con prudenti riserve. George Ryan, dopo aver imposto una moratoria di fatto nelle esecuzioni e aver istituito una commissione di studio sulla pena di morte, ha rinunciato a presentarsi per la rielezione. La maggioranza dei candidati alla carica di governatore nelle prossime elezioni di novembre sono favorevoli al mantenimento della moratoria. La commissione di studio istituita da George Ryan è orientata a maggioranza (8 contro 5) a consigliare l’abolizione della pena di morte anche se alcuni suoi membri contestano che un tale consiglio rientri nel mandato della commissione e possa essere inserito nella relazione conclusiva.

Iugoslavia. Abolizione in Serbia. Dopo l’abolizione della pena di morte nella Federazione iugoslava (novembre 2001), lo stato della Serbia ha eliminato dal suo ordinamento tale sanzione con una legge approvata il 26 febbraio. Le Macedonia ha avviato l’iter parlamentare di un’analoga legge. In tutta la ex Iugoslavia è in atto una moratoria delle esecuzioni da oltre dieci anni.

Russia. Si fa pressante la richiesta di riprendere le esecuzioni capitali. In occasione dell’entrata della Federazione Russa nel Consiglio d’Europa nel febbraio del 1996, il Governo di Boris Eltsin si impegnò ad imporre una moratoria delle esecuzioni capitali e ad avviare un processo legislativo che portasse all’abolizione della pena di morte entro tre anni. Le esecuzioni continuarono nel 1996 (ve ne furono 140) e la moratoria divenne effettiva solo a partire dal mese di agosto di quell’anno, dopo un richiamo del Consiglio d’Europa. Nel febbraio del 1999 la Corte suprema della Federazione ha pubblicato un parere che blocca la possibilità di eseguire sentenze di morte. Le scelte presidenziali abolizioniste non sono state mai accettate dalla popolazione che è in grande maggioranza favorevole alla pena capitale, né dal Parlamento che è entrato più volte in contrasto con i presidenti Eltsin e Putin. La Russia, con 29 mila omicidi l’anno su una popolazione di 150 milioni di persone, ha un tasso di criminalità in crescendo e quasi doppio di quello già altissimo degli Stati Uniti. Dopo la presa di posizione di singoli personaggi a favore della ripresa delle esecuzioni (a cominciare dallo scrittore Alexander Solgenitsin e dal leader nazionalista Vladimir Zhirinovsky) la stampa russa ha cominciato a pubblicare alcuni articoli che dibattono la possibilità di un ritorno indietro e, il 15 febbraio, la Duma (Camera bassa) ha approvato con 266 voti contro 85 un Appello al Presidente Vladimir Putin per la ripresa delle esecuzioni capitali. Putin ha fatto sapere che non ha cambiato parere e che solo l’Onnipotente ha il diritto di togliere la vita.

Sudan. Emergenza giustizia. Human Rights Watch ha denunciato all’inizio di febbraio la deriva del sistema giudiziario del Sudan verso forme di punizione ‘barbarica’. In una lettera indirizzata al Presidente Omar Hasan El Bashir l’organizzazione umanitaria ha chiesto di sospendere le amputazioni e le condanne a morte per lapidazione comminate dalle Corti di Emergenza, Tali Corti istituite nel 2001 in occasione della proclamazione delle stato di emergenza, sono abilitate a seguire procedure sommarie che ledono il diritto alla difesa legale degli imputati. Dovrebbero combattere crimini quali le rapine, gli omicidi e il traffico d’armi. Particolare preoccupazione è stata espressa per il caso di Abok Alfa Akok, una giovane cristiana incinta condannata alla lapidazione per adulterio alla fine dall’anno scorso in un tribunale che si esprimeva in arabo, una lingua a lei sconosciuta. In seguito all’interessamento di Human Rights Watch e del mondo cattolico, il Governo sudanese ha annunciato il 9 febbraio di aver annullato la condanna a morte di Abok. La ragazza rischia ora pena minore come la fustigazione.

Texas. Morta la signora Parish combattente storica per i ‘diritti delle vittime’. Il marito di Shirley Strikler Parish ha annunciato mestamente che la sua consorte è morta il 5 febbraio, a 68 anni, dopo aver combattuto una strenua battaglia conto una malattia neurodegenerativa. La sua precedente battaglia per ottenere l’esecuzione dell’assassino di sua figlia era stata anche persa negli anni ottanta quando la condanna a morte di tale Roger DeGarmo era stata annullata nella ripetizione del processo. Negli Stati Uniti esiste una singolare categoria di attivisti, quella di coloro che si battono per ottenere ‘giustizia’ per le vittime del crimine. Queste persone sono legate ai ceti più conservatori e forniscono un robusto supporto al mantenimento della pena capitale. Shirley Parish “fu la matriarca dei diritti delle vittime del crimine ad Houston” ha dichiarato Andy Kahan, direttore del Centro per l’Assistenza alle Vittime. Dianne Clements, famigerata presidente della associazione texana “Justice for All” ha ricordato: “Ella stava sempre qui, sempre combattendo, sempre una voce per sua figlia.” La Parish aveva fatto parte anche di altre associazioni per i ‘diritti delle vittime del crimine’ ottenendo l’approvazione di diverse leggi che hanno portato ad inasprimenti nelle procedure giudiziarie e nelle pene per gli assassini. Ella aveva lasciato il volontariato nel 1999 quando le sue facoltà mentali risultarono ormai troppo deteriorate dalla malattia.

Usa. Cristiani fondamentalisti. Il pastore William Einwechter, leader dei Ricostruzionisti cristiani, propone la sua ricetta per i giovani delinquenti incorreggibili: la lapidazione. Egli si rifà a quanto prescritto nel Deuteronomio (21, 18-21). I cristiani fondamentalisti vorrebbero imporre la “legge biblica” agli Stati Uniti. Per loro la democrazia dovrebbe essere sostituita da una teocrazia basata sull’applicazione letterale del codice del Vecchio Testamento. La loro influenza è in crescendo e la loro visone politica trova echi favorevoli in un certo numero di parlamentari americani.

Virginia. Rigettate quattro proposte di legge per emendare il sistema. Il Senato aveva approvato all’unanimità una legge per esentare i ritardati mentali dalla pena capitale ma la Commissione Giustizia della Camera ha bloccato la proposta l’8 febbraio. Sempre in febbraio la stessa Commissione ha spacciato quasi all’unanimità una proposta di legge per una moratoria delle esecuzioni di due anni e un’altra proposta che sostituiva l’ergastolo senza possibilità di uscita sulla parola alla pena capitale. Per 11 voti contro 7 la Commissione ha infine bocciato la proposta di legge che eliminava il termine di 21 giorni dopo la conclusione del processo per presentare nuove prove di innocenza nei casi capitali. E’ passata invece alla Camera una legge che prevede l’affissione dei Dieci Comandamenti nelle scuole pubbliche dello stato, compreso il quinto: “Non uccidere”.

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Questo numero è stato chiuso il 28 febbraio 2002