FOGLIO DI COLLEGAMENTO INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU / ELLIS(ONE) UNIT


Numero 83 - Febbraio 2001

 

 

 

 

 

 

 

SOMMARIO:

 

1) Convocazione dell'assemblea straordinaria dei soci

2) Un'imbarazzante contraddizione nel mondo occidentale

3) Lo sconcertante caso di Mr. Zeigler condannato a morte in Florida

4) Ormai la pena di morte è nel mirino

5) Per il Texas un nuovo e diverso governatore

6) La conversione dell'Attorney General  John Cornyn

7) L'uscita di Cornyn aveva stupito tutti

8) Ci sono avvocati e avvocati

9) Se un detenuto ci chiede di finanziare la sua difesa legale

10) Sono coloro che presentano le suppliche del Papa

11) Scelte strategiche e pena di morte

12) Ora tocca a Gary il figlio di Gary

13) Evasioni e rappresaglie nell'orrendo braccio della morte

14) Notiziario

 

 

1) CONVOCAZIONE DELL'ASSEMBLEA STRAORDINARIA DEI SOCI

 

 

Un’Assemblea straordinaria dei Soci del Comitato Paul Rougeau e' convocata per domenica 4 marzo 2001 alle ore 9 :45’. L’Assemblea si terrà in Firenze presso la Sede del Quartiere 5 (saletta consiliare) in Via Lambruschini, 33. L'ordine del giorno è il seguente:
1) relazione sulle attività dopo l’Assemblea Ordinaria del 6 maggio 2000,
2) prosecuzione delle attività sul caso di Gary Graham dal 22 giugno in poi,
3) redazione di un libro su Gary Graham,
4) illustrazione ed approvazione del bilancio per il 2000,
5) definizione delle linee di attività del Comitato Paul Rougeau dopo l'esecuzione di Gary Graham,
6) eventuale approvazione di modifiche statutarie proposte dal Consiglio direttivo: riguardo allo scopo associativo (non più «patrocinio legale a distanza » bensì « sostegno e aiuto» dei condannati detenuti nei bracci della morte) e alla composizione del Consiglio direttivo (da « 5 membri » a « 5-7 membri »).
7) eventuali dimissioni e rielezione del Consiglio direttivo,
8) relazioni e proposte dei Soci e dei Gruppi locali,
9) rapporti con le altre associazioni/gruppi e interventi di Ospiti dell’Assemblea esterni al Comitato Paul Rougeau,
10) sito Web,
11) Foglio di Collegamento,
12) campagna Rimbalzo,
13) varie ed eventuali.

Firmato: Loredana Giannini, Presidente del Consiglio Direttivo.

 

Avvertenze : Dalla Stazione di Firenze S. M. N. prendere il bus n. 4, scendere in via Pagnini, dopo pochi passi girare a destra, dopo altri pochi passi girare di nuovo a destra. C’è una stradina in discesa e il cartello che indica la sede del C. Q. 5. Il termine dei lavori è previsto per le 16:30’ circa. Per informazioni riguardo alla partecipazione all'Assemblea e per la prenotazione di pernottamenti a Firenze, contattare al più presto Loredana Giannini (tel. 055 474825 - paulrou@tin.it)

 

 

2) UN’IMBARAZZANTE CONTRADDIZIONE NEL MONDO OCCIDENTALE

 

 

Andrea Taviani, Presidente del Coordinamento « Non uccidere », ci ha scritto quanto segue il 20 gennaio u. s. Pubblichiamo molto volentieri questo importante contributo dell’amico Andrea.

 

Cari amici del Comitato Paul Rougeau, la presenza della pena di morte negli Stati Uniti d’America, oltre a porre un formidabile ostacolo sulla strada del processo abolizionista, crea un forte imbarazzo nei rapporti tra le classi dirigenti dei ‘paesi alleati’ e costituisce in seno all’alleanza occidentale una contraddizione sempre più acuta che deve, prima o poi, giungere ad un punto di rottura e di sintesi. La lunga esperienza che Non uccidere ha accumulato su questo problema e la necessità di confrontarci con l’Ambasciata Americana in Italia - presentatasi molto spesso dopo la visita del Prof. Rick Halperin a Roma (maggio 1999) – ci hanno indotto a formulare in modo organico le nostre considerazioni sul diverso carattere che ha assunto negli ultimi decenni il processo di abolizione della pena di morte in Europa e negli Stati Uniti. Una Nota che compendia le nostre conclusioni, che vuol costituire un punto di riferimento per tutti coloro che in qualche modo sono coinvolti nel problema, è stata messa a disposizione del Sig. Jamer Ehrman, Counselor for Social Affairs presso l’Ambasciata statunitense. Nell’ambito della nostra lunga e proficua collaborazione, ritengo di fare cosa opportuna e a voi gradita inviandovi tale Nota in allegato. Firmato: Andrea Taviani.

 

 

Nota sull’abolizione della pena di morte a cura della Presidenza di « Non uccidere »

 

Il processo abolizionista in atto Il processo che porta all’abolizione della pena di morte è sempre più rapido ed incisivo e, a detta di molti, inarrestabile.

 

A partire da una situazione in cui tutti i paesi ammettevano la pena di morte, in poco più di due secoli si è arrivati ad avere una larga maggioranza di paesi abolizionisti.

Quando un paese abolisce la pena di morte, il motivo esplicitamente addotto per l’abolizione è in sostanza il contrasto, avvertito sempre più chiaramente, tra il complesso dei diritti umani fondamentali e la pena di morte. I motivi di opportunità politica, che spesso si aggiungono alla motivazione etica (come ad esempio l’opportunità di dare un volto umano ad un regime che si sostituisce ad una dittatura), vengono messi in sottordine.

Il processo abolizionista origina dal vertice della società e non dalle masse popolari. Gli intellettuali, per motivi filosofici ed etici, e i politici, per un più largo ventaglio di motivi, hanno sempre perseguito l’abolizione per mezzo di leggi costituzionali od ordinarie che prescindevano dal favore popolare e anticipavano di anni o di decenni la maturazione dell’opinione pubblica. Per esempio: in Italia, nel 1948, quando si è proceduto all’abolizione della pena di morte dopo la parentesi fascista, i favorevoli alla pena capitale erano più del doppio dei contrari. Per avere una maggioranza di abolizionisti si è dovuti arrivare al 1998!

 

Infatti il compito dei politici e degli intellettuali non è solo quello di comprendere gli atteggiamenti del pubblico per agire di conseguenza, ma anche quello di difendere i valori fondanti la società civile e di non consentire che prevalgano principi ingiusti ed antidemocratici ancorché maggioritari.

"Credo che il Michigan abbia scelto giustamente 150 anni fa - ha dichiarato il Governatore John Engler riferendosi al fatto che quello stato abolì la pena di morte nel 1846 ed ha sempre resistito ai tentativi di ripristinarla - siamo veramente orgogliosi di non avere la pena di morte." Engler e' un abolizionista per ragioni sia morali che pratiche e dice di non essere impressionato più di tanto dai sondaggi di opinione che danno il 60% degli abitanti del Michigan favorevoli alla pena capitale. Aggiunge che probabilmente essi voterebbero al 100% per abolire le tasse (intendendo con ciò che non tutte le istanze dell'opinione pubblica possono diventare legge dello stato).

 

Non è vero, comunque, che la distinzione fra abolizionisti e non-abolizionisti sia riconducibile alla differenza fra «moralisti» e «politici», fra coloro cioè che prestano attenzione alle ragioni ideali e coloro che, invece, si preoccupano dell’utilità pratica delle leggi optando per una severità estrema al fine di limitare la criminalità.

Ci si è accorti che la presenza della pena di morte non scoraggia particolarmente il crimine. Questa osservazione ricorrente è confermata da dati recentissimi: se si osserva quel che accade negli Stati Uniti, si constata che il tasso di omicidi negli stati che non hanno la pena di morte non è sensibilmente differente dal tasso degli stati che invece la praticano, e in molti casi è minore.

È stato l'FBI a render noto che i 12 stati dell'Unione in cui non è prevista la pena di morte non hanno un tasso di omicidi superiore a quelli che la prevedono, e che anzi in 10 di essi il tasso di omicidi e' inferiore alla media nazionale. Una ricerca del New York Times mostra che negli ultimi 20 anni gli stati che mantengono la pena di morte hanno avuto un tasso di omicidi nettamente maggiore di quello degli stati che l’hanno abolita. La ricerca mostra inoltre che il tasso di omicidi è aumentato o diminuito nel tempo in modo simile sia negli stati che avevano la pena capitale sia in quelli che non l'avevano. "I dati non permettono di attribuire alcun potere deterrente alla pena di morte - ha dichiarato il prof. Steven Messner docente di criminologia presso l'Università statale di New York- quali che siano i fattori che producano le variazioni del tasso di omicidi, non sembra che essi incidano diversamente in relazione alla presenza o meno delle pena di morte.

 

 

Motivi del permanere della pena di morte in vari paesi In alcuni paesi che culturalmente e politicamente sono agli antipodi rispetto agli Stati Uniti, la pena di morte è uno strumento del potere che viene usato sia per eliminare fisicamente gli oppositori al regime in carica, sia per scoraggiare le attività politiche di possibili oppositori, sia per propagandare le idee-forza del regime. Si tratta di paesi con regimi dittatoriali, o teocratici, sempre con un livello di democrazia molto limitato. Anche se la pena di morte è largamente approvata dalla popolazione, in tali paesi il favore popolare non è il motivo principale del permanere della sanzione capitale.

Negli Stati Uniti la pena di morte, ritenuto un puro strumento di giustizia criminale, in prima istanza appare una risposta del potere elettivo alle richieste della popolazione. I rappresentanti parlamentari, gli amministratori, gli accusatori, i giudici rispondono con l’enfatizzazione della pena capitale alle richieste non sempre razionali di una popolazione condizionata da un elevato livello di violenza (che genera aggressività, insicurezza, ansia).

Però la pena di morte degli Stati Uniti può essere vista anche come risposta ad esigenze che nascono all’interno dello stesso mondo politico. Da una parte c’è la tendenza implicita a favorire una richiesta popolare di forte impatto emotivo che può essere facilmente e sbrigativamente soddisfatta in cambio di voti e di potere. Dall’altra l’uso della pena di morte è uno dei modi per conferire una maschera di severità, un illusorio incremento di forza all’immagine di un paese che, in questo frangente storico, si trova ad esercitare un potere enorme sullo scenario mondiale, avvertendo il pericolo di questo ruolo e di conseguenza un senso di insicurezza.

 

 

Interruzione di un cammino comune La situazione in cui si trovano ora gli Stati Uniti non è un prodotto ineluttabile della storia e della loro civiltà. Negli USA il processo di abolizione della pena di morte stava maturando negli anni sessanta e settanta, gli stessi anni in cui si sviluppava in Europa occidentale. Con le stesse modalità e più rapidamente. Basti dire che in Texas in quegli anni si avevano percentuali di favorevoli alla pena di morte poco superiori al 50%, uguali se non minori di quelle che si avevano in Italia e che una maggioranza di oppositori alla pena di morte si è registrata negli Stati Uniti già nel 1968, trent’anni prima che in Italia.

 

Non è semplice analizzare le cause della diversa evoluzione che ha avuto negli ultimi due decenni il processo abolizionista in Europa e in America. Ma si può intanto ipotizzare che negli Stati Uniti sia mancato al momento opportuno l’intervento educativo dei leader intellettuali, politici, economici, religiosi… mentre il tornaconto politico a breve termine può aver indotto alcuni leader a cavalcare lo spettro della pena di morte. Certamente poi fattori storici e culturali specifici delle popolazioni statunitensi hanno consentito un drammatico aggravamento dell’uso della pena di morte negli ultimi anni.

 

Tuttavia la soluzione dura che si è scelto di adottare per il problema della criminalità - prescindendo da uno studio serio e dalla rimozione delle cause sociali della delinquenza - aumenta il contenuto di violenza della società statunitense. Lo scarso rispetto per la vita umana, i delitti assurdi e raccapriccianti, la diffusione larghissima delle armi personali, il culto della vendetta, la pena di morte, le pene inenarrabili inflitte a milioni di detenuti, sembrano essere diversi aspetti di una stessa violenza.

 

 

Una contraddizione imbarazzante Il forte divario che si è creato sulla questione della pena capitale tra gli Starti Uniti e gli altri paesi democratici dell’occidente è un fattore di disagio da non trascurare nei rapporti che, in ogni campo, legano le classi dirigenti dell’occidente. Non è possibile per gli Stati Uniti irrigidirsi sempre più su una questione che, prima o poi, dovrà avere una soluzione comune perché riguarda i principi stessi su cui si fondano gli stati e i rapporti sovranazionali.

 

In tale situazione gli Stati Uniti sono costretti ad affermare in maniera apodittica, senza possibilità di discussione o di replica, che la questione della pena di morte non attiene i diritti umani. Ad affermare che tale questione è un problema interno degli Stati Uniti e addirittura dei singoli stati. Rinunciando alle armi della ragione, si illudono di dare forza alla loro posizione continuando ad uccidere minorati mentali, probabili innocenti, persino minorenni all’epoca del crimine in violazione alla prassi e al diritto internazionale. Nei consessi internazionali sui diritti umani devono stringere accordi di voto con regimi che aborriscono, e scontrarsi frontalmente i loro alleati di sempre.

 

 

Conclusione Siamo tutti consapevoli che l’umanità affacciandosi sul terzo millennio, per il grado di maturazione etica raggiunto, per il moltiplicarsi degli attori internazionali, per le capacità offensive acquisite, deve sostituire l’uso della forza distruttrice (che chiama violenza) con la forza di strumenti giuridici basati sul riconoscimento dei diritti umani individuali e collettivi. Tale processo deve essere progressivo e rapido.

 

Abolire la pena di morte può sembrare un passo piccolo per le sue implicazioni pratiche, ma rappresenta un passo di grande significato e portata per arrivare ad interrompere il circolo della violenza che genera violenza. Appare un passo obbligato. Abolendo la pena di morte gli stati danno fiducia alla forza dei diritti umani, tolgono dignità alla violenza, dimostrano la loro forza e la loro sicurezza.

 

 

3) LO SCONCERTANTE CASO DI MR. ZEIGLER CONDANNATO A MORTE IN FLORIDA

 

 

Alcuni amici abolizionisti statunitensi ci sottopongono il caso di William "Tommy" Zeigler Jr., un bianco difensore dei neri, attaccato dalla società corrotta di una cittadina di provincia, accusato di omicidio e condannato a morte. Ci informano che la difesa legale di Zeigler è stata assunta dalla NAACP,l’autorevole prudente associazione nazionale americana per l’avanzamento della gente di colore.

 

Riportiamo i tratti essenziali della storia di Zeigler così come vengono presentati dai suoi sostenitori. E’ un caso davvero singolare e sentiamo il dovere di denunciare le circostanze, per lo meno sconcertanti, nelle quali furono attribuiti a quest’uomo quattro omicidi a sangue freddo.

 

Senza adottare in maniera acritica la tesi dell’innocenza di Zeigler, preghiamo i lettori di appoggiare con tutte le loro energie la richiesta di un test del DNA che rimane ormai l’unica valida possibilità per evitare l’esecuzione del condannato.

 

Insistiamo in modo particolare su questo caso - dibattuto da ben 25 anni in Florida - in quanto la notorietà dell’accusato e la sua buona collocazione sociale sono evenienze del tutto eccezionali per un condannato a morte, che gli lasciano possibilità di salvezza maggiori di quante non ne abbiano i poveri e gli emarginati condannati alla pena capitale e inesorabilmente ‘giustiziati’ nonostante gli sforzi di volta in volta compiuti per salvarli.

 

Ogni condannato a morte salvato in extremis perché riconosciuto innocente ci fa compiere un deciso passo in avanti nel cammino che porta all’abolizione della pena di morte negli Stati Uniti.

 

La vigilia di Natale del 1975 ci fu una tremenda sparatoria nell’emporio di mobili del signor Zeigler, che lasciò quattro morti e un moribondo. L'unico a sopravvivere, con una ferita nell'addome che gli fu quasi fatale, fu Tommy Zeigler, il titolare dell’azienda. Sua moglie, i genitori di lei e un uomo del posto, tale Charlie Mays, furono trovati morti all'interno del magazzino.

 

All'ospedale un chirurgo estrasse a Tommy Zeigler un proiettile di grosso calibro che era passato a tre centimetri dal fegato: era vivo solo per miracolo.

 

Tommy Ziegler sostiene di essere rientrato nella sua azienda al buio e di essere stato attaccato alle spalle da almeno due uomini. Egli esplose alcuni colpi di pistola per legittima difesa senza accorgersi se qualcuno di essi andò a segno. Alla fine gli fu sparato al ventre e svenne. Dopo un certo tempo si riebbe e telefonò per chiedere aiuto.

 

Potrebbe sembrare assurdo, ma sta di fatto che Tommy Zeigler fu subito accusato di aver compiuto deliberatamente tutti e quattro gli omicidi. Da quel momento in poi qualsiasi prova che non si adattasse a questa teoria fu ignorata, distorta o distrutta dagli investigatori. Alla fine egli fu condannato a morte.

 

Dopo il processo un giurato rivelò che in camera di consiglio vi era un’atmosfera di aperta ostilità, che ebbero luogo intimidazioni tali da far temere l’esplosione della violenza fisica. Una donna fra i giurati, convinta dell'innocenza di Zeigler, fu ripetutamente minacciata e il giudice si rifiutò di tutelarla. Alla fine il giudice chiese che le fosse somministrato del Valium. Essa prese il farmaco, dopo di ché cedette alle pressioni e cambiò il suo giudizio votando per la colpevolezza dell’accusato.

 

Ora Tommy Zeigler si trova nel braccio della morte della Florida. Vi si trova da 25 anni.

 

Ci poniamo due domande:
(1) In che modo fu provato che Zeigler era il colpevole?
(2) Per quale ragione si volle incastrare Zeigler ?

(1) Gli investigatori affermarono che Zeigler uccise tutti, chiamò aiuto e poi, calcolando che sarebbe stato salvato entro pochi minuti, si sparò con una pistola di grosso calibro in pancia.

Un primo rapporto della polizia riportò che al momento dell’arrivo degli agenti il sangue trovato addosso a Zeigler era già secco. Perciò il ferito non poteva essersi sparato subito prima di aver fatto la telefonata. Questo rapporto fu nascosto dall'accusa. Al posto del rapporto originario fu preparato per il processo un "nuovo" rapporto di polizia che non parlava del sangue rappreso. Non fu fatta in tempo utile una tipizzazione del sangue trovato sul luogo del delitto.

Il giorno successivo agli omicidi si verificò una coincidenza incredibile: due uomini si presentarono indipendentemente l’uno dall’altro alla polizia per testimoniare contro Zeigler. Uno consegnò l’arma che era stata maggiormente usata nella sparatoria, dicendo che gli era stata data dallo stesso Zeigler dopo gli omicidi. Il secondo disse di aver acquistato due delle altre pistole su richiesta di Zeigler. Questo secondo testimone affermò che Zeigler aveva ucciso Charlie Mays per impedirgli di denunciare l'assassinio della moglie e dei suoceri e poter così simulare una rapina. La polizia accettò questi racconti senza riscontrarli.

Poche ore dopo si presentò un terzo testimone che riferì invece che un uomo bianco aveva progettato il crimine e che i due primi testimoni avevano ricevuto da questo 1000 dollari ciascuno, così come il defunto Charlie Mays. Disse anche che i due uomini avevano ripulito le pistole cancellando le impronte. Disse che Zeigler era stato vittima di un complotto. Il racconto non fu preso in considerazione a motivo che il denunciante aveva precedenti penali e le sue dichiarazioni non furono mai controllate.

Qualche settimana più tardi l'FBI confermò che tutte le pistole in effetti erano state ripulite cancellando le impronte. Gli inquirenti continuarono a non credere all'ultimo testimone. In seguito la polizia disse che lo stesso Zeigler doveva aver ripulito le pistole!

Di fatto, la polizia e il pubblico ministero potevano scegliere il colpevole tra un uomo che era in possesso della principale arma del delitto e il cui amico era in possesso di altre armi (i cui movimenti prima e dopo il crimine erano sospetti e non verificabili) e un altro uomo che finì con un proiettile nella pancia. Essi scelsero l’ipotesi meno plausibile e fecero del primo uomo un testimone d'accusa contro l’uomo ferito. #

Per ottenere l'incriminazione di Tommy Zeigler e la sua condanna a morte, mancava un movente. Nessun problema! Gli investigatori dissero che egli era omosessuale e che aveva ucciso la sua consorte e i suoi suoceri perché la moglie lo aveva scoperto in flagrante. Che Zeigler fosse realmente omosessuale non fu provato. Ma un diceria di questo genere ottenne l’effetto desiderato: non era sufficiente a fornire ai giurati una ragione plausibile per uccidere moglie e suoceri, ma bastò a mettere in cattiva luce l’imputato, perché a quei tempi e in quella particolare area geografica, gli omosessuali erano visti con odio e disprezzo.

 

(2) Ed ecco la ragione per cui Tommy Zeigler fu vittima di un orribile complotto. Egli si stava attivamente opponendo alla corruzione dilagante nella sua cittadina. Si impegnò per far chiudere un bordello in cui si smerciava droga. Inoltre stava mettendo il naso in altre attività illegali come il traffico d'armi e l'usura. Gli usurai facevano fortuna permettendo ai lavoratori di colore di comprare a credito ad un tasso di interesse del 520% l'anno. Tommy Zeigler sosteneva che alcuni membri della locale forza di polizia erano coinvolti nella faccenda. Egli scopriva ogni giorno che un numero sempre maggiore di persone erano corrotte, riceveva molte minacce ma non ne teneva conto. Questo produsse un effetto "valanga" che lo portò nel braccio della morte

 

Quando gli usurai bianchi incastrarono un nero per carpirgli la sua licenza di vendita di liquori, Zeigler organizzò la difesa di quell’unico uomo di colore a cui era stata data una licenza per vendere alcolici e testimoniò in suo favore. Il primo testimone del bianco che lo accusava era un giudice, tale Maurice Paul. La parte di Zeigler ebbe la meglio nella causa. Sei mesi dopo la famiglia di Tommy Zeigler fu colpita dagli omicidi. Il giudice che presiedette il processo di Zeigler e che lo condannò a morte non fu altri che lo stesso Giudice Maurice Paul !

L'appello finale di Tommy Zeigler è stato respinto dalla Corte federale Distrettuale di competenza. Gli è stata persino respinta la richiesta di far eseguire un test del DNA. Ora il condannato è al suo ultimo appello presso la Corte federale di Appello di Atlanta. Comunque il Governatore della Florida Jeb Bush può concedergli il test del DNA.

Per i recenti progressi dei test sul DNA, è ora possibile analizzare il sangue che fu usato per incriminare Zeigler e determinarne i sottogruppi che potrebbero aiutare a stabilire se è innocente. Il test del DNA sul sangue trovato sui vestiti di Tommy Zeigler e su quelli di Charlie Mays, potrebbe ora indicare chi assassinò la moglie di Zeigler e i suoi suoceri. Chi potrebbe ora negare l'urgente necessità di effettuare il test del DNA su questi campioni di sangue? Tuttavia l'accusa sta lottando con le unghie e con i denti per evitare il test del DNA. Si vuole che Tommy Zeigler venga ucciso in fretta. E’ facile capire perché lo Stato voglia uccidere Zeigler il più in fretta possibile.

Senza il test del DNA che supporti le dichiarazioni di innocenza, Tommy Zeigler - il bianco che si alzò in favore di un nero incastrato con false accuse - probabilmente morirà nella camera della morte in Florida nei prossimi mesi.

 

Fate sentire la vostra voce! Scrivete, telefonate o inviate un mail alle Autorità della Florida.

Devono sapere che tutto il mondo chiede un test del DNA per Tommy Zeigler !

Governor Jeb Bush
Tel. 001 850 488-2272
fl_governor@myflorida.com (Governatore)
Lt. Governor Frank Brogan

001 850 488-4711
fl_ltgov@myflorida.com
(Vice Governatore)

Indirizzo postale:
The Capitol
Tallahassee, FL USA 32399-0001

 

Attorney General Bob Butterworth
001 850 487-1963
(Ministro della Giustizia) The Capitol
Tallahassee,
FL USA 32399-1050

 

Informazioni in:justicedenied.org/zeigler.htm

 

ocadp.org/fatal_flaw_book_review.htm

 

 

4) ORMAI LA PENA DI MORTE E’ NEL MIRINO

 

 

Osservando nel suo complesso il fenomeno della pena di morte negli Stati Uniti negli scorsi anni avevamo ipotizzato che nel 2000 esso raggiungesse il suo massimo ‘splendore’ per poi essere intaccato da incisivi fattori di crisi. Sembra che le nostre previsioni si stiano realizzando. Scrive il New York Times il 1° febbraio, “La pena di morte è fuorilegge in gran parte del mondo civilizzato. Più vigorosamente la si applica negli USA, più il favore del pubblico nei suoi riguardi diminuisce. E’ un’idea che ha fatto il suo tempo.”

 

Come sempre, il rifiuto della pena di morte matura più rapidamente nei ceti intellettuali piuttosto che nell’opinione pubblica. Se la maggioranza dei cittadini ritiene ancora che debba essere mantenuta, non così avviene tra gli ‘opinion leader’ La stampa nazionale è ormai, con poche eccezioni, schierata frontalmente contro la pena capitale. La stampa locale la sta seguendo rapidamente. Qualora non si abbia il coraggio di chiedere l’abolizione della pena di morte, nei media si critica sempre più a fondo la scorrettezza della sua applicazione. La stampa appoggia apertamente gli studi sull’applicazione della pena capitale e comincia a favorire l’approvazione di moratorie delle esecuzioni sia a livello statale che federale.

 

Attualmente uno lo studio critico della pena di morte è in atto a livello federale e in numerosi stati. Tanto per citarne alcuni: Arizona, Delaware, Illinois, Indiana, Maryland, Nebraska, North Carolina. In quasi tutti gli stati, Texas compreso, si stanno approvando misure per rendere meno aggressivo e ingiusto il sistema della pena di morte: si cerca di migliorare la difesa legale nei casi capitali, si istituiscono test del DNA, si introduce l’ergastolo come opzione per le giurie in alternativa alla pena di morte.

 

Si moltiplicano i tentativi per arrivare ad una moratoria delle esecuzioni. Il Sen. Feingold il 31 gennaio in un lungo ed articolato intervento in Senato ha chiesto a Bush di indire la moratoria a livello federale. In Virginia è sfumata il 1° febbraio una seria iniziativa parlamentare per imporre una moratoria ma nello stesso giorno in Tennessee partiva un analogo tentativo. Il 7 febbraio sono state annunciate tre proposte di legge per una moratoria in Texas. Nel New Hampshire il Parlamento voterà per il secondo anno di seguito per abolire la pena capitale. E’ probabile che la legge approvata dalle Camere sarà ancora una volta vanificata dal veto della Governatrice. Purtroppo queste iniziative progressiste vengono ancora per lo più bloccate dai vertici politici timorosi e conservatori. A livello federale, un osso veramente duro potrebbe essere lo stesso presidente Bush che si è scelto un ministro della giustizia convinto forcaiolo. Ma i ripetuti colpi di ariete sferrati contro il sistema della pena di morte possono mandarlo in frantumi da un momento all’altro.

 

 

5) PER IL TEXAS UN NUOVO E DIVERSO GOVERNATORE

 

 

Le proposte formulate il 17 gennaio riguardo alla pena di morte dal successore di George W. Bush costituiscono un netto cambiamento rispetto alla politica ‘dell’ostrica nella sabbia’ alla quale i cittadini del Texas sono stati fino ad ora accostumati.

Nel numero precedente abbiamo già accennato alle caratteristiche innovative dell’amministrazione texana guidata dall’Hon. Rick Perry. Per senza dare grandi scossoni concettuali all’organizzazione della giustizia in Texas, il nuovo governatore aveva immediatamente annunciato di volervi apportare sostanziali cambiamenti con l’utilizzo di risorse finanziarie statali.

Il più consistente pacchetto di innovazioni riguarderà la pena di morte. Certamente Perry e la parte più avveduta dell’opinione pubblica si sono resi conto che la situazione è diventata per molti versi insostenibile. Lo vediamo dalla rapida evoluzione dell’atteggiamento della stampa. Da oltre due anni il Dallas Morning News è diventato un pungolo fastidioso nei riguardi dei conservatori attaccati dogmaticamente alla pena di morte. Ora anche lo Houston Chronicle si impegna, con articoli, editoriali e ricerche in una critica approfondita della questione. Ma non basta, anche il Forth Worth Star-Telegram e l’Austin American-Statesman cominciano a scrivere in modo molto diverso da prima!

Possiamo a buon diritto ipotizzare che queste novità positive siano anche frutto delle martellanti contestazioni della minoranza abolizionista interna e delle pressioni internazionali. Insomma i nostri fax e i nostri mail ai giornali del Texas non sono poi del tutto inutili !

Prima di tutto il Governatore ha proposto di inserire l’ergastolo come terza alternativa di punizione nei casi capitali, oltre alle precedenti: pena di morte o condanna al carcere con possibilità di uscita sulla parola dopo 40 anni. Gli abolizionisti dicono che ciò ridurrebbe sensibilmente il numero di sentenze capitali. L’argomento usato per convincere gli oppositori della proposta è che la condanna con termine minimo di 40 è già di fatto un ergastolo. Pur con tutte le riserve etiche che possiamo avere rispetto all’ergastolo, la sua introduzione potrebbe essere un passo in avanti in una situazione come quella del Texas. Tanto è vero che i settori più retrivi si oppongono a tale proposta, sistematicamente respinta tutte le volte che era stata fatta sotto l’amministrazione Bush. Scontata e puntuale è suonata l’opposizione di Justice For All. Mentre Chuk Rosenthal, nuovo procuratore distrettuale di Harris ha detto che l’introduzione della terza opzione è una cattiva idea e lo ha fatto presente al Governatore la sera prima che egli facesse l’annuncio in tal senso. “Sono in disaccordo con molte delle proposte del governatore - ha poi dichiarato – l’ergastolo a prima vista sembra essere un’ottima proposta, ma non la approvo per molte ragioni.” Egli afferma che la gente condannata all’ergastolo è molto difficile da disciplinare, “credo che dovremo costruire una grande quantità di celle di isolamento” ha detto.

Rosenthal si preoccupa anche del fatto che sia insita nell’umana natura la propensione di scegliere l’ergastolo anche se alle giurie rimane l’opzione per la pena di morte.

Il Vice governatore Bill Ratliff ha invece appoggiato la proposta ricordando come ci sia bisogno di riflettere sul frequentissimo ricorso alle sentenze capitali nello stato. Il Texas a suo parere è stato messo in cattiva luce agli occhi delle nazione dagli attacchi formulati su tale questione durante la campagna elettorale per le presidenziali.

 

Il governatore ha poi proposto l’effettuazione di test del DNA anche per i detenuti già condannati, nei casi in cui ciò possa giovare all’accertamento della colpevolezza o dell’innocenza. Egli ha detto che non deve esserci il timore di effettuare una approfondita revisione dei casi in cui vi siano dubbi sulla colpevolezza dell’accusato, un test del DNA può infatti rafforzare la correttezza della condanna formulata dalla giuria o correggere la grave ingiustizia di aver condannato la persona sbagliata.

 

Il governatore inoltre vuole migliorare la difesa legale nei processi penali. Egli propone di stabilire degli standard validi per tutto lo stato riguardanti la qualificazione richiesta agli avvocati difensori. Egli appoggia l’introduzione di un aggiornamento continuo dei legali che trattano i casi capitali e il monitoraggio della buona condotta di questi avvocati. La scarsa qualità della difesa d’ufficio è infatti il principale motivo per cui vengono condannati a morte degli innocenti.

 

Nonostante il grande valore delle proposte fatte su alcuni punti da Rick Perry, gli abolizionisti lamentano il permanere di gravi ritardi e lacune. Ricordano in primo luogo che il governatore ha declinato di impegnarsi per una proposta di legge che esenti dalla pena capitale i ritardati mentali finché non si sarà concluso il caso di Johnny Penry ( vedi n. 81 ). Egli non ha ancora parlato della necessità di pagare di più e anche con fondi statali i difensori d’ufficio ora remunerati insufficientemente dalle contee. Gli si chiede inoltre che vengano perseguiti i poliziotti che estorcono confessioni o manipolano le prove, nonché gli accusatori che nascondono prove di innocenza durante i processi. Finora il governatore ha omesso di affrontare il grave problema della Commissione delle Grazie che, lavorando in segreto senza incontrarsi e contattandosi via fax, respinge sistematicamente senza fornire motivazioni le domande di clemenza dei condannati a morte.

 

 

6) LA CONVERSIONE DELL’ATTORNEY GENERAL JOHN CORNYN

 

Vi sono politici italiani, vere ‘facce di corno’, maestri nell’arte di sostenere tutte le posizioni e il contrario di esse – passando sotto varie bandiere e attraverso varie repubbliche - dimenticandosi ciò che hanno detto solennemente in precedenza per poter affermate l’esatto contrario. Non ci dovrebbe pertanto scandalizzare ed anzi deve rallegrarci il cambiamento di John Cornyn, Ministro della Giustizia del Texas, il quale fino a ieri ha sostenuto con ottuse argomentazioni l’assoluta correttezza del sistema penale del suo stato. Ricordiamo che Cornyn ed ha appoggiato, con una serrata campagna di controinformazione sulla stampa (v. ad es. n. 76 pag. 5 e n.79 pag. 5), la dogmatica posizione in materia dell’ex Governatore Bush impegnato in campagna elettorale. Mr. Cornyn ha subito fiutato l’aria nuova portata dal cambio di governatore ed è ora disposto ad affrontare alcune gravi questioni riguardanti l’amministrazione della giustizia, in particolare della pena di morte, nel suo stato.

 

John Cornyn, dopo la presentazione del programma del nuovo governatore Rich Perry, si è detto favorevole ad appoggiare l’istituzione di standard minimi sulla qualificazione degli avvocati d’ufficio da assegnare agli imputati poveri, nel quadro di un ripensamento complessivo del sistema di difesa legale degli indigenti. Cornyn si è detto inoltre aperto alla possibilità di introdurre per le giurie la possibilità di optare per l’ergastolo come alternativa alla pena di morte. Egli approva la concessione di test del DNA agli imputati già condannati ed è disposto ad accrescere i fondi per pagare la difesa legale dei bisognosi. Cornyn riconosce che “nel complesso il nostro sistema di giustizia criminale funziona assai bene, ma non è perfetto” e deve essere migliorato. Questi cambiamenti – a suo dire – “forniranno alcune rassicurazioni al pubblico sul fatto che la gente accusata di aver commesso dei crimini è trattata con giustizia.”

 

Una commissione nominata dell’Associazione degli avvocati statali del Texas ha recentemente concluso uno studio di 5 anni sulla difesa legale degli indigenti affermando che il sistema “è letteralmente in uno stato di crisi” e “fornisce i poveri uno standard di giustizia inferiore.”

 

Cornyn ha contestato i risultati di questo studio definendolo di parte, tuttavia ammette che si deve cambiare. “Dobbiamo cercare di diminuire la sperequazione” tra il patrocinio dato dai difensori d’ufficio e quello assicurato dagli avvocati privati. “I termini della questione vanno dall’estremo di assicurare ai poveri una difesa come quella che fornì a O. J. Simpson la ‘Squadra di sogno’ all’altro estremo: permettere che essi siano rappresentati da giovani laureati in cerca del primo lavoro”.

 

Dato che Cornyn è la massima autorità dello stato in materia di giustizia, il suo appoggio è cruciale perché il Parlamento riesca ad approvare i cambiamenti nel patrocinio legale dei poveri. Ne è convinto il senatore democratico Rodney Ellis, famoso per la sua capacità di introdurre nuove leggi nello stato, cui toccherà formulare il grosso delle proposte di legge volute dal nuovo governatore in campo penale e non solo.

 

Non è facile dare un giudizio su Cornyn e in particolare decidere se egli sia solo un opportunista. Diciamo che tutti possono cambiare in meglio, magari favoriti da un migliore contesto.

 

 

7) L’USCITA DI CORNYN AVEVA STUPITO TUTTI

 

 

Il codice riguardante i processi capitali in Texas richiede che venga affermata dalla giuria la futura pericolosità dell’imputato per poter comminare la pena di morte. Pur essendo impossibile prevedere su basi scientifiche la ‘futura pericolosità’ di un essere umano, è invalso l’uso dell’accusa di far testimoniare in tal senso psicologi condiscendenti per ottenere dalle giurie le sentenze di morte. Uno di tali psicologi, il dott. Walter Quijano, in passato ha sostenuto con successo in sette casi la futura pericolosità facendola conseguire, tra l’altro, dal fatto che gli imputati appartenevano alla minoranza latino-americana.

 

Nello scorso giugno l’intervento del Ministro della Giustizia John Cornyn in favore di Victor Saldano, uno di questi condannati che ricorreva alla Corte Suprema federale, aveva lasciato di stucco tutti, compresi gli avvocati difensori. Cornyn dichiarò che il perito dell’accusa dott. Quijano aveva usato argomenti razzisti contro Saldano e quindi l’imputato aveva diritto ad un nuovo processo.

 

L’uscita garantista del forcaiolo Cornyn a dire il vero aveva stupito anche gli abolizionisti ma era coerente col tentativo dell’allora Governatore Bush di apparire un oppositore della discriminazione razziale: non possiamo dimenticare con quale tracotanza Bush aveva dichiarato in campagna elettorale che sarebbero stati messi a morte in Texas tre bianchi rei di un omicidio a sfondo razzista (trascurando anche il fatto uno di questi non era stato condannato alla pena capitale bensì ad una pena detentiva).

 

Nel clima migliorato dell’amministrazione Perry, si è aperto ora un altro capitolo della vicenda Quijano con lo scoppio di un’aspra polemica tra Cornyn e la Corte criminale di Appello del Texas che in gennaio ha rifiutato di annullare il processo di Michael Dean Gonzales, un altro dei sette condannati periziati dal dottore razzista, e di sospendere la sua esecuzione programmata per il 21 aprile. I pareri degli esperti e dei giudici si sono divisi sulla facoltà che ha l’Attorney General di inserirsi nei procedimenti giudiziari.

 

Cornyn ha affermato fra l’altro: “Non possiamo avere un sistema di giustizia criminale che goda la fiducia del pubblico qualora nel decidere se la pena di morte debba essere inflitta o meno si consideri la razza dell’accusato.” Per essere precisi, il fattore razziale fu citato da Quijano come uno fra 24 elementi che facevano propendere per la futura pericolosità dell’accusato. Un fatto indubbiamente grave ma superato di gran lunga da altri fattori di ingiustizia che ogni giorno vengono giudicati irrilevanti dalle corti che esaminano gli appelli dei condannati a morte.

 

 

8) CI SONO AVVOCATI ED AVVOCATI

 

 

Come vediamo nei telefilm polizieschi americani, chiunque venga arrestato negli Stati Uniti può rifiutarsi di rispondere alle domande della polizia e chiedere l’assistenza di un avvocato. Accade però in molti casi che un detenuto indigente debba aspettare per settimane o per mesi che gli sia assegnato un difensore d’ufficio. Si comprende come nelle situazioni più gravi le garanzie previste dalla Costituzione si rivelino poco più di una formalità e una tragica burla.

Le caratteristiche della povera difesa legale concessa agli imputati indigenti degli Stati Uniti sono estremamente variegate. Le modalità di assegnazione dei legali di ufficio, i requisiti loro richiesti e la loro remunerazione variano da stato a stato, e spesso da contea a contea all’interno di uno stesso stato e tra una corte e l’altra all’interno di una stessa contea. Si pensi che in Texas il sistema delle difesa d’ufficio si differenzia nelle 254 contee e nel migliaio di corti che esse comprendono.

Il controllo statale sugli standard della difesa d’ufficio è assai debole e i fondi concessi per la rappresentazione dei detenuti indigenti sono sempre molto limitati - sia che provengano dallo stato, sia che provengano direttamente dai contribuenti della contea - specie se confrontati con quelli assegnati alla pubblica accusa. E’ fuori discussione che i risultati conseguiti dalla difesa d’ufficio siano molto più scadenti di quelli conseguiti dagli avvocati a pagamento. Ne consegue un sistema giudiziario che infligge le pene in modo classista. Questa ingiustizia raggiunge il suo acme nei casi capitali.

Anche se alcuni avvocati di coscienza di impegnano per aiutare i loro poveri clienti, in maggioranza i legali si limitano a fare il minimo indispensabile per salvare la faccia e qualche volta non si preoccupano neanche di questo. Per di più quando l’avvocato fornisce una prestazione di elevata qualità mancano i fondi per pagare le investigazioni, le testimonianze degli esperti in tribunale, le prestazioni dei periti ecc.

Un caso criminale può essere difeso da un legale d’ufficio in due ore di lavoro per una cifra di soli 130 dollari se il procedimento si conclude entro pochi giorni dall’arresto con il patteggiamento della pena – che può comportare l’accettazione di una pesante condanna - evitando all’avvocato il fastidio di accedere al tribunale.

Quando si prospetta la richiesta della pena di morte, gli avvocati ricevono un compenso sensibilmente più elevato e devono comportarsi in modo più serio e prudente. Tuttavia la ‘filosofia’ della difesa d’ufficio non cambia in questi procedimenti in cui è in giuoco la vita di una persona. Il Texas è famoso per la scarsa qualità dei difensori d’ufficio nei processi capitali, fino ad avere difensori che si addormentano durante il dibattimento. Per di più le Corti federali che rivedono i casi, in genere confermano le sentenze di morte a dispetto dello scadente lavoro che è stato fatto dalla difesa durante il processo. Nella evenienze - estreme ma tutt’altro che rare - in cui gli avvocati dormirono, furono sbronzi, drogati o sofferenti di malattie mentali o demenza, le sentenze in genere vengono confermate nel processo di appello e in seguito dalle corti federali. Le condanne risultano spesso confermate anche quando gli avvocati manifestarono una plateale imperizia o palesarono una cattiva condotta ricevendo sanzioni di vario tipo, fino alla radiazione dalle associazioni professionali. Ciò avviene anche perché i legali concessi dalle corti federali non sono più efficienti degli avvocati difensori che li precedono a livello statale.

 

La scarsa numerosità dei casi capitali non permette di fare le ricerche statistiche che dimostrano, su decine di migliaia di procedimenti, l’inefficienza dei legali d’ufficio nelle imputazioni minori. Ad esempio nella famosa contea texana di Harris il 58% degli imputati con avvocati d’ufficio finiscono in carcere, contro il 29% di coloro che si affidano ad un avvocato privato, per quanto modesto. Questi ultimi con maggiore facilità ricevono benefici quali la libertà condizionale o vengono assolti.

 

Naturalmente il significato, tragico per la giustizia, di questi dati statistici viene fieramente e in vario modo contestato dai pubblici accusatori e dalle autorità. In primo luogo si oppone il principio generale che una qualsiasi forma di discriminazione è costituzionalmente sanzionabile solo se è un fatto intenzionale e non se costituisce un mero dato statistico. Poi ci si arrampica sugli specchi arrivando a dire che la povertà di un accusato deriva probabilmente dalla sua condotta criminale (e non viceversa) e quindi, in ultima analisi, la cattiva difesa legale fornitagli consegue da una sua scelta! Lo afferma John Holmes, il mitico procuratore distrettuale della contea di Harris andato recentemente in pensione.

 

Il presidente dell’Associazione degli avvocati difensori del Texas, Kent Shaffer, riconosce che gli imputati poveri sono indubbiamente vittime del sistema ma rileva che non è facile porre rimedi a tale ingiustizia. In effetti, per assicurare una la stessa qualità di rappresentazione a tutti gli imputati, sia gli avvocati d’ufficio che quelli privati dovrebbero essere pagati alla stessa maniera. E’ pensabile che si impongano, ai contribuenti inveleniti contro i criminali, tasse per difendere gli imputati poveri in misura comparabile a quanto spendono per la propria difesa legale gli accusati non indigenti?

 

 

9) SE UN DETENUTO CI CHIEDE DI FINANZIARE LA SUA DIFESA LEGALE

 

 

I condannati a morte, i più poveri tra i poveri, sono per lo più difesi da avvocati d’ufficio, assegnati dai giudici o dallo stato, senza che gli interessati possano fare una loro scelta e stabilire un rapporto di fiducia. Molti avvocati non si peritano neanche di andare a colloquio con i propri assistiti e a volte lasciano passare mesi, o anni, senza scrivere loro una riga.

 

Si capisce pertanto come il miraggio di ogni condannato a morte sia quello di giovarsi, almeno da un certo momento in poi, di un avvocato a pagamento. La richiesta di costituire un fondo per la propria difesa legale viene costantemente fatta, dai detenuti più intraprendenti, ai propri amici e pen pal. Ma acconsentire in qualche modo a tale richiesta è molto difficile. Rispondere in maniera veramente efficace, quasi impossibile.

 

Il nostro Comitato nacque nel 1992 allo scopo di finanziare Paul Rougeau che voleva assumere un avvocato di fiducia per contestare la sua condanna a morte nell’ultimo ricorso presso la Corte federale di Appello del Quinto circuito. I giovani fondatori del Comitato e lo stesso Paul avevano piena fiducia nel fatto che una difesa legale più efficiente di quella fornita dagli avvocati d’ufficio potesse rovesciare, con l’ultimo appello, una situazione giudiziaria del tutto negativa.

Fu assunto da Paul e remunerato dal Comitato l’avvocato Rick Young ma, come sappiamo, la vicenda del nostro amico scivolò ugualmente verso la sua fatale conclusione. La vicenda ebbe sviluppi particolarmente penosi nell’ultimo mese quando il condannato entrò in conflitto con l’avvocato riguardo alla linea difensiva. Paul ricusò Rick Young dieci giorni prima dell’esecuzione e presentò un ultimo ricorso in proprio, facendosi aiutare per 300 dollari da un detenuto più esperto di lui. Si era all’inizio di maggio del 1994.

Cercammo di valutare l’amara vicenda di Paul appena conclusasi. Uno dei motivi che ci furono suggeriti da oltre oceano per spiegare la sconfitta subita fu la parcella particolarmente contenuta richiesta dal legale scelto dal condannato. Si disse che un avvocato veramente qualificato per un ricorso a livello federale sarebbe costato almeno 100 mila dollari, cioè quattro volte di più di quanto costò mister Young. Tuttavia la nostra associazione continuò a finanziare la difesa legale di un altro condannato a morte, Joe Cannon, e nonostante l’impegno di Stanley Schneider, l’ultimo degli avvocati che scegliemmo e quasi imponemmo a Joe, anche questa seconda storia finì male.

Analizzate la nostra esperienza e quella degli altri comitati, possiamo concludere che il tentativo di fornire dall’Italia una difesa legale di fiducia ai condannati a morte si è rivelato sostanzialmente fallimentare nonostante un esborso complessivo di circa un miliardo di lire in questi anni. Salvo errori, ci risulta che qualsiasi successo legale ottenuto – ad esempio un test del DNA andato a buon fine – si è sempre rivelato una ‘vittoria di Pirro’, utile a sospendere e prolungare un procedimento giudiziario avverso ma mai a ribaltarlo.

 

(1) E’ ormai chiaro che un’azione legale veramente incisiva richiederebbe disponibilità finanziarie superiori di un ordine di grandezza a quelle che si siano mai riuscite a mettere insieme.

 

(2) Inoltre occorrerebbe intervenire precocemente, fin dal primo processo. Infatti una volta che una giuria ha pronunciato una sentenza di morte, il sistema criminale statunitense apparentemente garantista attraverso i suoi numerosi appelli – per una serie di motivi, anche politici – è strutturato per confermare, salvo eccezioni, la situazione giudiziaria precedente.

 

 

10) SONO COLORO CHE PRESENTANO LE SUPPLICHE DEL PAPA

 

 

L’attributo bipolare di “conservatore compassionevole” coniato per Bush dal prof. Marvin Olasky dell’Università del Texas, finora aveva mostrato chiaramente soltanto il primo dei due corni. Adesso, dopo l’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti, si comincia ad intravedere che significato abbia “compassionevole”.

 

“Un buon inizio, molto interessante.” Così l’arcivescovo Gabriel Montalvo, nunzio apostolico negli Stati Uniti, ha commentato la cena di giovedì 25 gennaio tra il nuovo presidente Bush e i massimi esponenti della Chiesa cattolica statunitense. Tra gli argomenti discussi ci sono stati il taglio dei fondi per le organizzazioni che promuovono l’aborto all’estero, la questione dei buoni scuola, i finanziamenti alle organizzazioni private impegnate in programmi di assistenza sociale.

 

Di questo evento sembra rallegrarsi anche Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, che scrive tra l’altro: “L’incontro è avvenuto a Hyattsville nel Maryland nella residenza del nuovo arcivescovo di Washington Theodore McCarrik, appena designato cardinale … alla vigilia della presentazione di un piano governativo che ha lo scopo di potenziare il finanziamento pubblico delle organizzazioni religiose impegnate nell’assistenza, nel volontariato e nelle opere di carità. Alla cena, oltre a McCarrik, hanno partecipato il cardinale James Hickey …, il nunzio Montalvo, il vescovo di Galveston Houston, Joseph Fiorenza, presidente della Conferenza episcopale e il vescovo William Lori… Bush era accompagnato dalla moglie Laura, dal consigliere per la Sicurezza nazionale Condoleezza Rice e dal consigliere legale Al Gonzales… Il nuovo presidente … [ritiene] che le organizzazioni di volontariato già presenti sul territorio possono risolvere meglio del governo molti problemi sociali degli Stati Uniti, dalla droga alla povertà. Quindi Bush intende creare alla Casa Bianca un Office of Faith-Based Action, ossia un ufficio per dare fondi ai programmi di assistenza di ispirazione religiosa. Naturalmente questa iniziativa ha già provocato le proteste di chi ci vede una violazione della separazione tra Chiesa e Stato, ma il presidente ha risposto che “quando si tratta di salvare vite umane, bisogna guardare innanzitutto all’efficacia dei programmi”. Secondo lui la violazione non esiste, per due motivi: primo, le organizzazioni finanziate potranno fare assistenza e non proselitismo; secondo, gli assistiti avranno comunque la possibilità di scegliere programmi alternativi gestiti dai laici (…)”

 

Non vogliamo noi qui valutare l’opportunità della scelta di Bush di incanalare una spesa governativa del tutto inadeguata per i programmi sociali – che avrebbero tra l’altro la possibilità di prevenire la delinquenza – attraverso gli operatori privati, religiosi e non. Vogliamo solo esprimere la preoccupazione che un massiccio finanziamento governativo ai cattolici americani, così entusiasticamente accolto dai massimi esponenti della gerarchia negli USA, possa condizionare una importante voce dissenziente sul tema della pena di morte.

 

Come non ricordare che fino a ieri i prelati conviviali di Bush si erano impegnati nell’elaborazione di documenti pastorali contro la pena capitale ed erano i latori – più o meno convinti – degli accorati messaggi del Pontefice che chiede la grazia per i condannati a morte ?

 

 

11) SCELTE STRATEGICHE E PENA DI MORTE

 

 

Gli Stati Uniti e l’Inghilterra nelle scelte strategiche a livello mondiale dimostrano sempre un’unani-mità perfetta e stupefacente. Sia che debbano scatenare una guerra, sia che debbano lanciare la sperimentazione sugli embrioni umani, sia che debbano spiare le comunicazioni mondiali e così via....

 

Sulla pena di morte queste due nazioni si sono differenziate nettamente negli ultimi decenni e non mancano prese di posizioni critiche dell’Inghilterra nei riguardi degli Stati Uniti. Ciò anche per la solidarietà dovuta ai partner dell’Unione Europea tutti attivamente abolizionisti. A ben guardare però quando il problema della pena capitale assume un significato strategico (ad esempio nell’ambito delle Nazioni Unite) si manifesta in modo più o meno palese una sudditanza dell’alleato europeo nei confronti di quello americano.

 

In occasione della prossima visita di Tony Blair al neo presidente George Bush, si presenta per il Primo ministro inglese l’imbarazzante mandato di incrinare una eventuale unanimità di vedute sui più grandi problemi mondiali con una contrapposizione sulla pena di morte. Una comitato del Parlamento britannico ha infatti chiesto ufficialmente e pubblicamente al Capo del governo di far presente la forte opposizione alla pena capitale da parte dell’Inghilterra. Il rapporto della commissione sottolinea come la pena di morte sia “particolarmente fuori posto in una moderna democrazia” e osserva: “ci sono parecchi stati degli USA nella quale la pena capitale o non esiste oppure non è usata (…) Apprezziamo il fatto che gli USA non siano la nazione che utilizza di più la pena capitale. Però sono l’unica democrazia occidentale che compie esecuzioni e in numero elevato.”

 

A dire il vero non sono mancati nella commissione parlamentare inglese due membri che avrebbero voluto esentare Blair dall’imbarazzante compito, ma la richiesta è stata approvata a larga maggioranza. Staremo a vedere che cosa succederà, cioè se l’Inghilterra dimostrerà su questo punto una sufficiente maturità e autonomia o si rileverà ancora una volta il tallone d’Achille dell’Unione Europea. Non dimentichiamoci che Margaret Tacher pochi anni fa ha tentato più volte, accanitamente, di ripristinare la pena di morte nel Regno Unito.

 

 

12) ORA TOCCA A GARY IL FIGLIO DI GARY

 

 

Gary Graham tredicenne con la ‘sua donna’ aveva cominciato ad assicurarsi una discendenza decidendo di mettere al mondo dei figli. Erano nati uno dietro l’altro Deidra e Gary junior. Poi le vicende della vita, della strada e del carcere avevano spezzato i legami con la ragazza - mai sposata - e avevano fatto crescere i due bambini lontano dal padre. Gary Graham tuttavia era sempre rimasto ostinatamente attaccato ai suoi ‘preziosi figli’ che cercava di… educare con consigli e ramanzine tutte le volte che lo venivano a trovare nel braccio della morte.

 

Uno degli ultimi eventi lieti della vita di Gary fu la visita della figlia con la nipotina che compiva un anno. Poi Deidra era rimasta ancora incinta ma il nonno fu ucciso prima della nascita del nuovo discendente. Uno degli ultimi tormenti nella vita di Gary fu invece l’arresto del figlio Gary Hopkins accusato di omicidio per rapina all’età di 21 anni. I giornali cercarono allora di fare sensazione con la previsione del primo caso di un padre e un figlio rinchiusi insieme nel braccio della morte del Texas. Non mancarono tra i sostenitori della pena di morte, nemici giurati di Gary ansiosi di accelerarne l’esecuzione, coloro che cercarono di usare la disgrazia del figlio contro il padre. Le autorità del Texas compresero però che questo gioco era troppo grossolano e cercarono di smorzare le polemiche lasciando intendere tra l’altro che per il giovane Gary non sarebbe stata perseguita la pena capitale.

 

Dopo sette mesi dall’esecuzione di Gary Graham apprendiamo invece che per Gary Hopkins il procuratore distrettuale ha chiesto ed ottenuto che si celebri un processo capitale. Il processo comincerà il 19 marzo. La famiglia dell’imputato è assai povera ed è molto preoccupata per la difesa legale del ragazzo. Lo siamo anche noi ricordando l’angoscia del padre nostro amico.

 

 

13) EVASIONI E RAPPRESAGLIE NELL’ORRENDO BRACCIO DELLA MORTE

 

 

L’accusa si propone di chiedere la pena di morte nei riguardi dei sei sopravvissuti (un settimo si è suicidato) dall’evasione avvenuta il 13 dicembre dalla Connally Unit, un carcere del Texas, aggravata dall’uccisione di un agente durante una rapina compiuta dai fuggitivi alla vigilia di Natale. Ciò anche se quattro degli evasi hanno concluso la loro disgraziata avventura in gennaio arrendendosi e collaborando in tutto con le autorità. La Chiesa cattolica ha chiesto con forza che il Texas receda da questo proposito.

 

Come sempre avviene in questi casi, la rabbia dell’opinione pubblica vuole che si paghi caro l’attentato all’ordine costituito. Oltre alla promessa della pena di morte per tutti i fuggitivi, dobbiamo annotare la rimozione del direttore del carcere e la sospensione di due guardie di un altro dipendente dell’amministrazione carceraria. Inoltre sono da temere ritorsioni contro la popolazione detenuta del Texas, come avvenne tra anni fa dopo la fuga di Martin Gurule dal braccio della morte della Ellis Unit.

L’infelice fuga di Gurule (che finì annegato in un fiume) affrettò il trasferimento del braccio della morte nella nuova Terrell Unit in cui la segregazione tecnologica disumanizzante ha portato a formali proteste di tutti i detenuti. Tanto per fare degli esempi di rappresaglie spacciate come misure di sicurezza, fu soppressa la possibilità di lavorare per i detenuti, cosa che permetteva una forte attenuazione del regime di isolamento, e perfino la ricreazione fuori cella diventò solitaria. Il 6 febbraio scorso il portavoce dell’amministrazione carceraria Larry Fitzgerald in una lunga dichiarazione ha tenuto ad illustrare di nuovo e in dettaglio le condizioni di detenzione nel nuovo braccio della morte accennando alle relative proteste. Ha smentito che il trasferimento alla Terrell Unit rappresentasse un’ulteriore rappresaglia per l’evasione di Gurule affermando che conseguì alla scarsa capienza della Ellis Unit.

 

“Non è possibile più a lungo tacere sulle nostre condizioni e sul trattamento che subiamo – ha scritto a fine gennaio un condannato a morte che vuole rimanere anonimo - la gente deve rivolgersi al Governatore e ai suoi rappresentanti. Qui tutti abusano di noi perché si tace. Il silenzio deve finire e tutti devono alzare la voce per essere uditi sopra di loro. Domandate alle guardie perché ci sono sempre problemi e loro vi risponderanno che è a causa degli abusi dell’amministrazione. Non parlo in questo caso dell’ingiustizia della pena di morte ma delle inumane condizione di maltrattamento nel braccio della morte. Per favore, non più silenzio. Senza aiuto dall’esterno, il nostro inferno vivente continuerà”

 

 

14) NOTIZIARIO

 

Texas. Si è tenuta l’udienza per Calvin Burdine. Un’ampia e movimentata udienza si è tenuta il 22 gennaio davanti alla Corte federale di Appello del Quinto circuito, al completo dei suoi 14 giudici, per decidere se il processo del noto condannato a morte Calvin Burdine era stato equo nonostante il fatto che il suo avvocato schiacciasse frequenti pisolini. Un sottoinsieme di tre giudici della stessa corte aveva in precedenza deciso contro il ricorrente. La decisione finale non è stata ancora resa nota.

 

Tennessee. Sospesa all’ultimo momento l’esecuzione di Philip Workman. Con quattro giorni di anticipo sulla data di esecuzione del 30 gennaio, il secondo prigioniero che doveva essere ucciso in questi anni in Tennessee è stato temporaneamente risparmiato da un’ordinanza dalla Corte federale di Appello del Sesto circuito. In tal modo la Corte Suprema federale potrà eventualmente considerare le nuove prove acquisite dalla difesa sul fatto che non fu l’arma di Workman a colpire a morte un poliziotto nel corso di una rapina.

 

Florida. Un testimone contro le guardie che uccisero Valdes chiede di essere trasferito. Il 2 febbraio il detenuto del braccio della morte della Florida James H. Williams è stato sentito da un giudice federale in merito alla sua richiesta di essere trasferito in un carcere al di fuori dello stato perché minacciato di morte dalle guardie carcerarie. A Williams sarebbe stato ingiunto di troncare la collaborazione con l’FBI nell’inchiesta sul il pestaggio mortale inferto al detenuto Frank Valdes nel luglio del 1999. Al pestaggio parteciparono una decina di agenti, quatto dei quali dovranno rispondere di omicidio di secondo grado nel prossimo mese di luglio. Due altri detenuti sono già stati trasferiti fuori dalla Florida a scopo cautelativo. ADERITE E FATE ADERIRE AL COMITATO !!!

 

Il Comitato Paul Rougeau riesce ad organizzare iniziative e a raccogliere fondi solo grazie all'azione dei suoi aderenti. Le spese del comitato vengono pagate con le adesioni di ciascuno di noi. Per continuare a lavorare servono quindi NUOVI ADERENTI.

 

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Questo numero è stato chiuso il 9 febbraio 2001.