FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 255  -  Gennaio 2019

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Dipinto di Kevin Cooper

intitolato "Liberatemi !"

SOMMARIO:

 

1) Prima esecuzione negli Usa nel 2019: ucciso in Texas Robert Jennings

2) Avara concessione dei test del DNA chiesti da Kevin Cooper

3) Aramis Ayala riesamina il caso di Tommy Zeigler

4) Suicida Scott Dozier, che voleva essere messo a morte in Nevada

5) Asia Bibi definitivamente libera? Sì!!!

6) Torture e abusi sessuali sulle attiviste saudite in carcere

7) I giornalisti contestano l’Arabia Saudita e la Supercoppa

8) Tensione tra Cina e Canada per la condanna a morte di un canadese

9) Il Regno Unito aiuta gli Usa in un caso potenzialmente capitale

10) È morto Ron Mock, controverso avvocato di Gary Graham

11) La pena di morte è ricominciata negli Stati Uniti nel 1977

12) Notiziario: Arabia Saudita, Iran, Nebraska

1) PRIMA ESECUZIONE NEGLI USA NEL 2019: UCCISO IN TEXAS ROBERT JENNINGS

 

Alla follia di un omicida segue la follia dello stato che lo 'giustizia' dopo 30 anni che è rientrato in sé.

 

Puntualmente, come programmato, alle 18:15' del 30 gennaio il 61-enne Robert Jennings ha ricevuto l'iniezione letale nella camera della morte situata nel vecchio carcere di Huntsville in Texas. Jennings è stato dichiarato morto 18 minuti dopo. Si è trattato della prima esecuzione negli Stati Uniti del 2019.

É così finita una terribile vicenda cominciata a luglio del 1988 quando Jennings, durante una rapina in un locale in cui si giocava d'azzardo senza autorizzazione e si vendeva materiale pornografico, sparò al poliziotto 24-enne Elston Howard, uccidendolo. (1) Jennings fu arrestato nel giro di poche ore mentre si faceva medicare in ospedale una ferita da arma da fuoco alla mano: era stato colpito dal suo complice David Lee Harvell, che lo aspettava in macchina, infuriato per l'omicidio del poliziotto (2). Confessò subito il suo crimine dicendo di sentire rimorso per quello che aveva fatto e di essere pronto a pagarne le conseguenze.

Robert Jennings nella sua 'dichiarazione finale' rilasciata sul lettino dell'iniezione letale ha detto ai presenti: "Ai miei amici e parenti: siete stati gentili a venire. Alla famiglia del poliziotto dico: spero che quel che accade ora vi dia pace. Statemi bene, riguardatevi e godetevi i momenti della vita, che non tornano più".

Fuori della prigione c'erano oltre 100 poliziotti a manifestare contro Jennings e i motociclisti di un club che sostiene la polizia facevano rombare i motori. Il rombo delle moto si sentiva fin nella camera dell'esecuzione.

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(1) Da notare: Robert Jennings aveva già compiuto una rapina nello stesso locale 12 giorni prima.

(2) Harvell, accusato di complicità con Jennings in una serie di rapine, fu condannato a 55 anni di carcere.

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2) AVARA CONCESSIONE DEI TEST DEL DNA CHIESTI DA KEVIN COOPER

 

Kevin Cooper, che si dichiara con forza estraneo all'uccisione di quattro persone avvenuta nel 1983, sperava nella più ampia concessione di test del DNA di tipo avanzato che potevano dimostrare dopo tanti anni la sua innocenza. Il Governatore uscente della California Jerry Brown, il 24 dicembre, prima di lasciare il suo incarico, ha disposto solo l'effettuazione di un minimo di test.

 

L'esecuzione del nero Kevin Cooper, condannato a morte in California nel 1985, programmata più volte, fu bloccata il 9 febbraio del 2004 con poco più di tre ore di anticipo sull'ora fissata. Kevin aveva descritto in un articolo che pubblicammo a suo tempo la sua drammatica esperienza (1).

Kevin si dichiara con forza innocente dei quattro omicidi per cui fu condannato alla pena capitale.

A sfavore Kevin Cooper vi è il fatto che egli era stato diverse volte in prigione per aver commesso furti in appartamenti e aggressioni sessuali e che era evaso da un carcere di minima sicurezza due giorni prima della strage.

A suo favore, tra l'altro, vi sono le considerazioni: che egli non poteva aver agito da solo per uccidere quattro persone, che è stata trovata in mano ad una delle vittime una ciocca di capelli biondi sicuramente non appartenenti a lui, e che alcuni testimoni dissero di aver visto tre uomini bianchi nei dintorni del luogo del crimine.

Il 24 dicembre scorso, il governatore uscente della California, Jerry Brown, prima di lasciare il suo incarico ha disposto l'effettuazione di alcuni test del DNA in favore del condannato, che ha sempre sostenuto con forza di non aver ucciso quattro

persone nel 1983: Doug e Peggy Ryen, la loro figlioletta Jessica di 10 anni e il loro ospite Christopher Hughes (Josh Ryen di 8 anni sopravvisse).

Il governatore Brown, un democratico che aveva vinto le elezioni governatoriali quattro volte di seguito, si è mosso anche per le pressioni dei sostenitori di Kevin Cooper, certi della sua innocenza, ma ha disposto soltanto l'effettuazione di un minimo di test incaricando un giudice in pensione di sovraintendere all'esecuzione di tali test.

Kevin Cooper già nel 1999 era un deciso attivista contro la pena capitale, quando aveva scritto:

"Sono un attivista e un abolizionista, e il mio operato ne rende testimonianza. So che la pena di morte non riguarda solo me, Kevin Cooper, ma è una questione molto, molto più grande. Penso e constato che appartiene ad un sistema che nella storia ha sistematicamente messo a morte uomini, donne e bambini molto simili a me, o per il colore della pelle o per la classe sociale di appartenenza, o per l'ambiente di vita. Sono un ingranaggio della macchina che stiamo costruendo per mettere fine a questo crimine contro l'umanità commesso da questo governo. Non sono né più né meno di questo".

Subito dopo aver appreso del provvedimento del governatore, Kevin Cooper ha scritto così ai suoi sostenitori:

 

"Vi scrivo questa lettera per farvi sapere come mi sento e come intendo procedere nella lotta per salvarmi la vita.

Come tutti voi, sono contento che abbiamo finalmente "vinto" qualcosa. Ma dopo aver appreso ciò che il governatore uscente Brown ha in effetti scritto nel suo ordine esecutivo non sono così contento come lo sono stato in un primo momento.

Il governatore Brown ha aspettato che rimanessero solo 10 giorni lavorativi prima della fine del suo mandato prima di emettere questo "limitatissimo ordine di eseguire test del DNA e nominare un incaricato per sovraintendere all'esecuzione dei test" mentre ci ha negato ciò che è probabilmente la cosa più importante che abbiamo richiesto quando abbiamo domandato i test del DNA, cioè una investigazione sull'innocenza.

L'investigazione sull'innocenza è molto importante perché permetterebbe per la prima volta di ascoltare in aula le testimonianze dei nostri esperti. Si tratta di un esperto sulla memoria, un ex agente dell'FBI esperto disegnatore di profili, di un esperto di laboratorio e di un avvocato specializzato negli appelli. Tutte persone che hanno una grande esperienza nei casi capitali. Nessuno di questi esperti ha avuto l'opportunità di testimoniare su quello che sanno riguardo al mio caso.

Potremmo inoltre per la prima volta chiamare a testimoniare persone che hanno detto di avere nuove informazioni riguardo al mio caso, firmando dichiarazioni in proposito e chiedendo di testimoniare su quello che hanno visto, sentito, su ciò che è stato detto loro e su ciò che sanno.

A mio danno ci sono state sei violazioni della sentenza Brady (2) perché la polizia e l'accusa nascosero al mio avvocato difensore prove a mio favore di loro conoscenza.

Le suddette sono solo alcune delle questioni che potremmo sollevare in un'investigazione sull'innocenza e così far conoscere al mondo la verità.

Chiedo rispettosamente a tutti voi di lanciare una petizione diretta al nuovo governatore Gavin Newsom per chiedergli di concedermi un'investigazione sull'innocenza perché la verità non può essere limitata a ciò che pensa l'ex governatore Brown.

Se necessitate di qualunque chiarimento scrivete a Carole Seligman (caroleseligman@sbcglobal.net) e lei risponderà subito alle vostre domande.

 

Con rispetto, apprezzamento e solidarietà

 

Kevin Cooper "

 

 

N. B. Per scrivere a Kevin dandogli il vostro sostegno, potete indirizzare così:

 

Kevin Cooper, C-65304, 4-EB-82

San Quentin State Prison

San Quentin, CA 94974 (USA)

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(1) V. nel n.116 l'articolo Lucida descrizione di un'autentica tortura.

(2) La sentenza Brady v. Maryland emessa dalla Corte Suprema degli Stati Uniti nel 1963 impone agli accusatori di comunicare alla difesa le prove a favore degli imputati delle quali siano venuti a conoscenza.

3) ARAMIS AYALA RIESAMINA IL CASO DI TOMMY ZEIGLER

 

Forse c'é una luce in fondo alla storia di William "Tommy" Zeigler, il condannato a morte che, con il nostro amico floridiano Dale Recinella, riteniamo innocente: l'ufficio della giovane accusatrice nera Aramis Ayala, personalmente contraria alla pena di morte, sta esaminando il suo caso.

 

Ci siamo occupati più volte in passato della giovane accusatrice nera della Florida Aramis Ayala - personalmente contraria alla pena di morte - che non ha avuto paura di scontrarsi per tale ragione con le massime autorità del suo stato, a cominciare dal governatore Rick Scott.

Parecchi di noi hanno scritto ad Aramis Ayala perorando il caso di William "Tommy" Zeigler, il condannato a morte che, con il nostro amico floridiano Dale Recinella, riteniamo innocente (1).

Il 5 gennaio scorso il giornale Tampa Bay Times - ricollegandosi al lungo editoriale pubblicato un mese prima su Tommy Zeigler (2) - ha reso noto che l'ufficio di Aramis Ayala sta riesaminando il caso di Tommy!

Ricordiamo che Tommy Zeigler, ora 73-enne, è nel braccio della morte da 42 anni, con l’accusa di aver assassinato, la vigilia di Natale del 1975, i suoi suoceri, la moglie e un dipendente, nel proprio negozio di mobili (3).

Nel corso degli anni, i legali di Zeigler hanno chiesto sei volte di ottenere l'effettuazione di test del DNA di tipo innovativo (touch DNA tests) sul vestiario, sui graffi prodotti dalle unghie e sulle armi, offrendosi di pagare per tali test (4).

Nell'ufficio del Nono Circuito giudiziario della Florida, diretto dall'accusatrice Aramis Ayala, dallo scorso settembre vi è un’unità che si occupa di esaminare la correttezza delle incriminazioni. Il direttore di questa unità ha ora preso in esame il caso di Zeigler. Al ché il difensore di quest'ultimo, Terry Hadley, ha dichiarato: “E’ un passo importante. Significa che se non altro abbiamo ottenuto l'attenzione dell'Ayala.”

Il repubblicano James Grant, un avvocato recentemente eletto presidente del Comitato di Giustizia penale del Parlamento della Florida, ha dichiarato: “Se un imputato vuole sostenere i costi dei test sulle prove, dal momento che la scienza fa continui progressi, e questo non gli viene consentito, trovo la cosa molto grave. Se togliamo la libertà a una persona, o addirittura la sua vita, è importantissimo che sia la persona giusta”. Ha aggiunto che desidera assicurare ai detenuti l'effettuazione dei test del DNA, in particolare a coloro che sono stati condannati solo sulla base di prove scientifiche ormai rivelatesi inattendibili.

Oggi in ogni stato americano c’è una legge che autorizza i test del DNA di tipo avanzato, ma i detenuti fanno molta fatica ad ottenerli.

Nel corso di questi ultimi anni il progresso scientifico ha consentito - quando i test sono stati autorizzati - di scagionare in Florida una ventina di persone condannate ingiustamente. Tale stato ha purtroppo una lunga storia di incriminazioni ingiuste, causate dal razzismo, dal comportamento scorretto delle guardie e da sentenze discutibili. (Grazia)

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(1) Vedi n. 238

(2) Vedi n. 254

(3) Sul caso di Tommy Zeigler v. nn.: 83; 88; 98; 105; 109; 111; 124; 149, Notiziario; 176; 185; 213; 230; 237, Notiziario; 238; 242

(4) Nel 2001 Zeigler aveva ottenuto l'effettuazione di alcuni test del DNA sulle macchie di sangue sulla sua camicia e sui pantaloni di uno dei morti nella strage. Un perito forense scelse quattro zone del vestiario su cui eseguire il test. L’analisi sulla camicia di Zeigler non rivelò la presenza di sangue di suo suocero, che morì colpito da vari proiettili e massacrato con una sbarra di ferro. L'accusa sostenne che il sangue del suocero avrebbe potuto trovarsi in altre zone della camicia di Zeigler non esaminate... ma non consentì l'effettuazione di ulteriori test!

4) SUICIDA SCOTT DOZIER, CHE VOLEVA ESSERE MESSO A MORTE IN NEVADA

 

Il Nevada indugiava a metterlo a morte, così il condannato Scott Raymond Dozier si è suicidato.

 

Del caso del 48-enne Scott Raymond Dozier, condannato a morte nel 2007 in Nevada per due omicidi compiuti nel mondo della droga nel 2002, ci siamo più volte occupati negli ultimi anni (1). Scott, in una lettera scritta a mano nel 2016, aveva chiesto allo Stato di essere messo a morte il prima possibile, rinunciando agli appelli.

“La vita in carcere non è vita. Non è vivere, è sopravvivere… Se dicono di volermi ammazzare, lasciateglielo fare”, aveva dichiarato Dozier nel luglio 2017, quando la sua esecuzione fu fermata poco prima di essere eseguita, per problemi riguardanti i farmaci da utilizzare per il cocktail letale.

In un’altra occasione, Dozier aveva detto all’Associated Press: “Sono stato molto chiaro sul mio desiderio di essere giustiziato… anche se dovessi soffrire. Fatelo e basta, smettetela di discuterne”.

Il reperimento dei farmaci letali ha costituito un grosso problema per lo stato del Nevada: dopo anni di affannose ricerche presso vari istituti farmaceutici (che si rifiutarono sistematicamente di fornire sostanze da utilizzare per le esecuzioni) si era giunti alla decisione di utilizzare una combinazione che non era ancora mai stata utilizzata negli USA: il midazolam (un sedativo), il fentanyl (un potente oppiaceo, considerato una droga illegale, che ha provocato nel paese morti per overdose) e il cisatracurium (un agente paralizzante della muscolatura).

A seguito dell’insistenza di Scott per essere messo a morte, la Corte Suprema del Nevada nel maggio del 2018 aveva dato il via libera perché gli venisse fissata una data di esecuzione, ma i tempi si sono ulteriormente allungati per le obiezioni dei suoi difensori sull’uso di un cocktail letale mai utilizzato prima e che avrebbe potuto causargli atroci sofferenze.

Dozier ha tentato ripetutamente di suicidarsi, una volta tagliandosi il collo e un polso con una lametta (che chissà come era riuscito a reperire in carcere), un’altra volta cercando di farsi mandare per posta un foglio di carta intriso di veleno. La direzione del carcere ha rivelato di aver anche intercettato una lettera in cui la sorella gli spiegava come tagliarsi la vena giugulare.

Alla fine Scott Dozier è riuscito nel suo intento: il 5 gennaio scorso è stato trovato morto nella sua cella, impiccato con un lenzuolo alla grata della bocca di ventilazione.

In dicembre gli avvocati di Dozier avevano intentato una causa civile a livello federale, riguardo al trattamento riservato a Scott: il condannato era stato messo in isolamento e sotto monitoraggio costante per evitare che si suicidasse. Lo stato sostenne che il provvedimento fu preso per salvargli la vita, ma i suoi avvocati affermarono che la depressione di Dozier stava peggiorando proprio a causa di tale trattamento. Dissero che gli era negata la ricreazione in cortile, che non poteva leggere, comunicare con i suoi famigliari o consultare i suoi avvocati.

Quando si è ucciso, però, Dozier non era sotto sorveglianza e la portavoce del carcere ha dichiarato di non sapere esattamente quando il prigioniero era stato controllato l’ultima volta dalle guardie. Ha aggiunto che verrà avviata un’indagine ispettiva su quanto accaduto. (Grazia)

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(1) V. nn. 233, 244, 249

5) ASIA BIBI DEFINITIVAMENTE LIBERA? SÌ!!!

 

La vicenda di Asia Bibi, condannata a morte ingiustamente per blasfemia in Pakistan nel 2010, ha subito la svolta definitiva: Asia è stata assolta e liberata e potrà riabbracciare i suoi figlioletti in Canada.

 

Del caso di Asia Bibi (si tratta di Aasia Noreen, detta anche Aasia Bibi) condannata a morte per blasfemia in Pakistan ci siamo occupati molte volte nel corso degli anni a partire dal 2010, scrivendo in più occasioni i nostri nomi in calce alle petizioni indette dalle associazioni umanitarie in suo favore. Ora possiamo tirare un sospiro di sollievo per la sua definitiva liberazione e per la chiusura di un'aspra controversia che ha provocato diverse vittime (1)

Il 29 gennaio un panel di tre giudici della Corte Suprema pakistana ha infatti confermato la sentenza di assoluzione già emessa dalla stessa corte il 31 ottobre scorso. (Ricordiamo che subito dopo la sentenza di ottobre, i fondamentalisti islamici appartenenti al partito Tehreek-e-Labbaik avevano chiesto alla massima corte del paese di annullare l'assoluzione e di mettere a morte Asia, che nel frattempo era detenuta in una località segreta).

Dopo otto anni di detenzione nel braccio della morte pakistano, Asia Bibi è ora finalmente del tutto libera, libera anche di lasciare il Pakistan per raggiungere i suoi cinque figlioletti in Canada, paese in cui sono stati accolti per salvarli dalle violenze dei fondamentalisti nel loro paese natale.

La vicenda di Asia Bibi ha riguardato la problematica più controversa in Pakistan: la legge sulla blasfemia, usata spesso per intimidire i seguaci di minoranze religiose, inclusi i musulmani sciiti.

Ricordiamo che la 54-enne Asia Bibi è cristiana e l’accusa, che determinò la sua condanna a morte, fu di aver insultato il profeta Maometto durante un litigio con altre donne. (2).

Le autorità pakistane, a seguito delle violente proteste che scaturirono a ottobre dall’assoluzione di Asia, arrestarono Khadim Hussain Rizvi e Mohammad Afzal Qadri, capi del partito Tehreek-e-Labbaik, e numerosi loro seguaci, con l’accusa di danni alla pubblica proprietà e di incitamento alla violenza. Costoro al momento restano in carcere. Anche perché il portavoce del partito ha dichiarato di non accettare la decisione in favore di Asia Bibi e ha chiesto ai seguaci di prepararsi a ulteriori proteste di massa.

Noi invece ci rallegriamo della decisione conclusiva della Corte Suprema, che ha posto fine a un incubo durato troppo a lungo.

Anche Amnesty International si è immediatamente rallegrata per la notizia dell’assoluzione definitiva di Asia Bibi. Rimmel Mohydin, responsabile delle campagne di Amnesty International sull’Asia meridionale, ha rilasciato il seguente comunicato stampa: “Aasia Bibi deve finalmente tornare in libertà e il suo incubo deve finire. Dopo nove anni dietro le sbarre per un reato non commesso, è difficile considerare il verdetto di oggi come una sorta di giustizia. Ma almeno questo le dovrebbe consentire di riunirsi con la sua famiglia e di cercare riparo in uno stato di sua scelta. Le autorità pachistane devono respingere e indagare sui tentativi di intimidire la Corte suprema. Devono proteggere le minoranze religiose, i giudici e gli altri rappresentanti del governo da ogni minaccia di violenza. Il vergognoso ritardo nel ripristinare i diritti di Aasia Bibi rende ancora più necessario l’annullamento, nei tempi più rapidi possibili, delle leggi sulla blasfemia e di ogni altra norma che discrimini le minoranze religiose e ponga le loro vite a rischio”. (Grazia)

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(1) Il caso di Asia Bibi si è intrecciato con quelli del Governatore del Punjab, Salman Taseer, che fu ucciso nel 2011 dopo aver preso le sue difese, e dell'assassino di Taseer, Mumtaz Qadri, messo a morte nonostante le proteste popolari il 29 febbraio 2016. Ed anche con quello del cattolico Shahbaz Bhatti, Ministro per le minoranze, assassinato poco dopo Taseer per essersi espresso contro la condanna di Asia. V. nn. 185, 187, 188, 208, 214, 217, 220, 223, 224, 226, 230, 247, 253.

(2) Lei nega di aver insultato Maometto.

6) TORTURE E ABUSI SESSUALI SULLE ATTIVISTE SAUDITE IN CARCERE

Da un comunicato di Amnesty International del 25 gennaio, che qui riportiamo in parte, apprendiamo ulteriori notizie sulle violazioni dei diritti umani compiute nel paese del principe Mohammed bin Salman, ritenuto responsabile della barbara uccisione del giornalista Jamal Khashoggi (v. n. 254)

Amnesty International ha ottenuto nuove informazioni sulle torture e gli abusi sessuali contro un gruppo di attiviste dell’Arabia Saudita in detenzione arbitraria dal maggio 2018. Queste informazioni richiamano quelle già ricevute lo scorso novembre e rendono urgentemente necessaria un’indagine indipendente.

Secondo le testimonianze raccolte, 10 difensore dei diritti umani sono state torturate, sottoposte ad abusi sessuali e a ulteriori maltrattamenti nei primi tre mesi di detenzione, quando si trovavano in un centro di detenzione informale in una località sconosciuta.

A un’attivista è stato fatto credere per un mese che i suoi familiari erano morti. Due attiviste sono state costrette a baciarsi di fronte agli uomini che le stavano interrogando. A un’altra attivista è stata versata acqua in bocca mentre urlava per le torture. Altre ancora sono state torturate con le scariche elettriche.

Siamo molto preoccupati per lo stato di salute di queste attiviste, che da nove mesi sono arbitrariamente detenute solo per aver difeso i diritti umani”, ha dichiarato Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International.

Le autorità saudite hanno più volte dato prova di non voler proteggere i detenuti dalle torture e di non avere intenzione di indagare sulle denunce di tortura. Per questo chiediamo all’Arabia Saudita che gli organismi indipendenti di monitoraggio sui diritti umani siano fatti entrare nel paese e possano visitare le attiviste detenute”, ha aggiunto Maalouf. Nel novembre 2018 Amnesty International aveva rivelato che numerosi attivisti in prigione da maggio, tra cui diverse donne, erano stati ripetutamente sottoposti a scariche elettriche e a frustate; a seguito di queste torture, avevano difficoltà a camminare o a rimanere in piedi. Le nuove testimonianze riguardano sempre lo stesso gruppo di detenuti.

Un mese dopo, Amnesty International aveva scritto alle autorità saudite chiedendo che gli organi indipendenti di monitoraggio sui diritti umani, compresi i meccanismi sui diritti umani delle Nazioni Unite e la stessa Amnesty International, potessero incontrare i detenuti. Finora non è arrivata alcuna risposta.

In compenso, il Ministero saudita per l’Informazione aveva respinto le accuse come “prive di fondamento”. La Commissione per i diritti umani, di emanazione governativa, e l’ufficio della Procura avrebbero nel frattempo visitato le detenute per indagare sulle loro denunce.

Chiediamo alle autorità saudite di rilasciare immediatamente e senza condizioni tutte le persone imprigionate per aver difeso pacificamente i diritti umani. Chiediamo inoltre che organi indipendenti di monitoraggio sui diritti umani indaghino sulle denunce di tortura per accertare in modo imparziale i fatti e identificarne i responsabili”, ha concluso Maalouf. [...]"

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7) I GIORNALISTI CONTESTANO L’ARABIA SAUDITA E LA SUPERCOPPA

 

Il 16 gennaio la Juventus e il Milan hanno giocato un'importante partita a Gedda in Arabia Saudita, senza peritarsi di denunciare le terribili violazioni dei diritti umani che si verificano in quel paese. I giornalisti italiani hanno contestato, in una manifestazione tenutasi lo stesso giorno a Roma nei pressi dell'ambasciata araba, i calciatori e le autorità saudite.

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Foto di G. Lodoli

 

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International, intervistato durante la manifestazione

Il 16 gennaio si è giocata a Gedda in Arabia Saudita la partita di calcio per la Supercoppa italiana tra Juventus e Milan. Lo stesso giorno, dalle 10 alle 11, una settantina di persone - per lo più esponenti delle associazioni promotrici (FNSI, Amnesty International, Associazione stampa romana, Ordine dei Giornalisti, USIGRAI, Articolo 21…), reporter e fotografi - si sono radunate a Roma su un marciapiede ad una certa distanza dall’Ambasciata saudita fortemente presidiata, per contestare la decisione degli italiani di andare a giocare in un paese che viola pesantemente i diritti umani.

Si è ricordato che l’Arabia Saudita non solo viola i diritti delle donne, obbligando le spettatrici non accompagnate a stare in settori loro riservati, ma compie da anni violazioni molto più gravi: oppositori in carcere, esecuzioni capitali in pubblico per decapitazione, frustate. E l’Arabia Saudita combatte una guerra contro lo Yemen a capo di una coalizione che sta provocando stragi di civili uccisi dalle bombe, dalla fame, dal colera in uno dei paesi più poveri al mondo. Senza dimenticare il barbaro omicidio del giornalista "scomodo" Jamal Khashoggy (nella foto sul Time). Tutto passa in secondo piano - hanno denunciato i promotori del presidio - «di fronte al contratto da 7 milioni di euro versati dal governo saudita alla Lega calcio».

Il nostro amico Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ha ricordato le sistematiche violazioni dei diritti umani perpetrate nel paese saudita. Ha citato i casi di Ali Al-Nimr, condannato a 17 anni di detenzione per avere manifestato contro il governo. Di Raif Badawi, blogger condannato a 10 anni e 1000 frustate. E ancora di Aziza Al-Yousef e Loujain Al-Hathloul, perseguite per avere difeso i diritti delle donne, come la concessione della patente di guida alle donne, introdotta di recente, con un provvedimento “di cui ora si fa bello il governo saudita.”

Particolarmente veemente ed applaudito l’intervento di Giuseppe “Peppe” Giulietti, presidente della FNSI (Federazione Nazionale della Stampa Italiana). Giulietti ha ringraziato «chi illumina queste storie, raccontando quello che accade in questi paesi che, come dimostra la decisione di far giocare a Gedda squadre italiane, non sono lontani da noi». La Rai, ha incalzato, «dia spazio al lavoro dei giornalisti che con il loro impegno danno voce alle sofferenze delle popolazioni vessate dai regimi autoritari, che tengono i riflettori accesi sui conflitti, che indagano sul traffico di armi». «I calciatori italiani potevano almeno portare in campo una foto di Khashoggi», ha detto Peppe Giulietti.

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Meng Wanzhou

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Lloyd Schellenberg

8) TENSIONE TRA CINA E CANADA PER LA CONDANNA A MORTE DI UN CANADESE

 

E possibile che la Cina metta a morte un uomo per vendicarsi dell'arresto di una signora cinese in Canada alla quale è stata contestata la violazione delle sanzioni economiche inflitte all'Iran dagli Usa?

 

Il dramma è cominciato dopo l’arresto in Canada, su richiesta degli Stati Uniti, della 46-enne Meng Wanzhou, un’alta dirigente della famosa industria cinese di prodotti elettronici Huawei, figlia del fondatore di Huawei, accusata di aver violato per anni, dal 2009 al 2014, le sanzioni economiche inflitte all’Iran dagli Americani.

Con la richiesta di estradizione pendente, Meng Wanzhou è stata arrestata a Vancouver il 1° dicembre e in seguito scarcerata a condizione che si rendesse reperibile 24 ore su 24 e portasse ad una caviglia un anello elettronico di localizzazione.

Il canadese 36-enne Robert Lloyd Schellenberg, che fu arrestato in Cina nel 2014 e accusato di aver progettato il contrabbando dalla Cina all’Australia di 220 chili di metanfetamina, nel novembre scorso era stato condannato per tale reato a 15 anni di detenzione.

Tuttavia in sede di appello, il 14 dicembre u. s., Schellenberg ha ricevuto la condanna capitale. E ciò nel giro di un’ora.

La Cina sostiene ufficialmente che la condanna a morte di Schellenberg non ha niente a che fare con l’arresto di Meng Wanzhou. Ma tutti sono convinti del contrario.

Il Primo ministro canadese Justin Trudeau ha dichiarato: “Il nostro governo è estremamente preoccupato, come lo sono tutti i nostri amici e alleati internazionali, dal fatto che la Cina abbia scelto di cominciare ad applicare arbitrariamente la pena di morte, e abbia cominciato con un canadese.”

Per la cronaca: Schellenberg dichiara di essere andato in Cina come turista e di essere stato usato contro il proprio volere, da un cinese che egli aveva assunto come interprete, per coprire un traffico di droga. Dopo il prevedibile respingimento dell’appello contro la condanna a morte presentato subito dall’avvocato difensore Zhang Dongshuo, dovrebbe passare qualche anno prima che la Corte Suprema della Cina prenda la decisione definitiva... definitiva... Ma la disputa tra il Canada e la Cina rende i tempi e gli esiti della vicenda del tutto incerti.

9) IL REGNO UNITO AIUTA GLI USA IN UN CASO POTENZIALMENTE CAPITALE

 

 

La collaborazione della Gran Bretagna con gli Stati Uniti d'America, che vogliono processare e probabilmente condannare a morte due militanti britannici dell'ISIS, contrasta con la consolidata opposizione della Gran Bretagna alla pena di morte.

 

Il 18 gennaio la madre di uno dei militanti britannici dell’ISIS (1) sospettati di aver ucciso ostaggi occidentali, ha perso una battaglia legale davanti all’Alta Corte di Giustizia Inglese in cui ha sostenuto la non liceità della collaborazione della Gran Bretagna con gli Stati Uniti in un’investigazione che espone i militanti britannici al rischio della pena di morte.

I britannici Al-Shafee al-Sheikh e Alexanda Kotey – i due membri sopravvissuti di un famigerato gruppo di quattro combattenti britannici detti The Beatles per il loro accento inglese - sono detenuti dalle milizie curde dopo essere stati catturati in Siria a gennaio del 2018. Gli Stati Uniti ne hanno chiesto l’estradizione e la Gran Bretagna ha dichiarato che non ostacolerà l’eventuale richiesta della pena capitale da parte degli Stati Uniti nei loro riguardi, dimenticando la consolidata contrarietà alla pena di morte.

La madre di Sheikh, Maha al-Gizouli, aveva sostenuto essere illecito per il Ministro dell'Interno britannico fornire assistenza legale in un caso che avrebbe potuto concludersi con la pena di morte. I suoi avvocati hanno detto che le azioni del Ministro erano in contrasto con l'inequivocabile consolidata opposizione della Gran Bretagna alla pena di morte e violavano i diritti umani di suo figlio. Tuttavia, l'Alta corte di Londra ha dissentito e ha respinto la sua richiesta.

“La mia priorità è sempre stata quella di rendere giustizia alle famiglie delle vittime, e di far sì che le persone sospettate di questi crimini orrendi affrontino il processo il più rapidamente possibile", ha detto il Segretario di Stato Sajid Javid.

Il più noto dei quattro Beatles era Mohammad Emwazi, soprannominato "Jihadi John", che si ritiene sia stato ucciso in un attacco congiunto britannico - statunitense nel 2015. Divenne un volto noto dell’ISIS e apparve in alcuni video che mostravano le uccisioni dei giornalisti statunitensi Steven Sotloff e James Foley, del volontario statunitense Abdel-Rahman Kassig, dei volontari britannici David Haines e Alan Henning, del giornalista giapponese Kenji Goto e altri ostaggi.

La Gran Bretagna non vuole che i due terroristi, la cui cittadinanza britannica è stata revocata, tornino nel Regno Unito. (Anna Maria)

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(1) Ricordiamo che le sigle ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e della Siria), ISIL e Daesh - tra loro quasi equivalenti – si riferiscono ai combattenti islamici sunniti che hanno compiuto orrori indescrivibili ed hanno avuto una collocazione territoriale tra l’Iraq e la Siria fino alla loro sconfitta sul territorio nel 2017. Sull’ISIS e sulla terribile vendetta nei riguardi dei militanti sconfitti vedi ad esempio articoli nei nn. 217; 219, Notiziario; 220, due articoli, tra cui “Diritti umani: è uscito…”; 226, due articoli nel Notiziario; 227, due articoli; 230 art. e Notiziario; 232, Notiziario; 233, Notiziario; 236, Notiziario; 237, Notiziario; 241; 244 art. e Notiziario; 246, due articoli; 247, Notiziario; 248; 250; 252.

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10) È MORTO RON MOCK, CONTROVERSO AVVOCATO DI GARY GRAHAM

 

É morto il 30 dicembre scorso Ron Mock, il popolare l'avvocato nero che difendeva malamente i neri sottoposti a processo capitale in Texas. Tra i suoi sfortunati clienti vi fu il nostro amico Gary Graham.

 

Il nero Ronald Goree Mock è stato l’avvocato di Gary Graham. Il 30 dicembre u. s. la sua morte ad Houston a 72 anni di età è stata serena, al contrario di quella di Gary Graham, il suo più famoso 'assistito' che ha proclamato la propria innocenza divincolandosi fino all'ultimo, facendo un lunghissimo famoso discorso sul lettino dell'iniezione letale il 22 giugno del 2000 (1).

L'avvocato Dick Burr, che assunse la difesa di Graham dopo 12 anni dalla condanna a morte, dichiarò che nella sua ultra ventennale carriera aveva sempre avuto fiducia negli esseri umani che compongono il sistema giudiziario del quale egli stesso fa parte. Ma la sua fiducia fu profondamente scossa da quanto avvenne a Gary Graham. Burr qualificò la performance di Mock come "un esempio di ciò che si può definire intollerabile da chiunque abbia a cuore la giustizia" (2).

Ron Mock, che aveva ottenuto il dottorato in legge alla Texas Southern University, ha esercitato per 40 anni nell’ambito penale dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva ripristinato la pena di morte negli anni settanta.

Ispirava simpatia per il suo simpatico modo di approcciare le persone. Fuori dal tribunale Mock era conosciuto come un simpatico ragazzo, veloce nelle battute e facile da trovare da Buster's, il suo pub preferito vicino al palazzo di giustizia.

Ma professionalmente era una frana: aveva perso 16 dei 19 casi capitali che aveva preso in carico. Era un ingranaggio della giustizia ingiusta del suo stato, facendo poco per opporsi alle più dure condanne emesse nella contea di Harris, una contea avida di tali condanne.

Il curricolo di attività di Mock è notevole per la grande quantità dei casi assunti ma non per la qualità del lavoro svolto. Per le sue costanti sconfitte nei casi capitali alcuni chiamano "Ala Mock" il braccio della morte del Texas.

Una volta fu anche incarcerato per la negligenza con cui gestiva la difesa dei suoi assistiti.

Era conosciuto per sua rapidità nella selezione delle giurie, a scapito degli accusati, e per la sua disponibilità ad affrontare nuovi casi in un periodo in cui pochi neri avrebbero accettato l’incarico. É stato probabilmente l'avvocato che ha assunto la difesa d'ufficio in un maggior numero di casi negli anni '80 e '90. Ed ha perciò guadagnato discretamente.

A Ron Mock sopravvivono la moglie e i due figli, che hanno rifiutato di rilasciare un commento su di lui al giornale Houston Chronicle. (Pupa)

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(1) Sul calvario di Gary Graham v. ad esempio nn. 74, 75, 76, 77, 78, 79, nonché il nostro libro “Muoio assassinato questa notte”, che potete acquistare scrivendoci all’indirizzo prougeau@tiscali.it. Su Ron Mock vi segnaliamo in particolare l'articolo contenuto nel numero 79.

(2) Contrastano con le dichiarazioni di Burr quelle fatte dal governatore del Texas George W. Bush (poi diventato presidente degli Stati Uniti). Nel giugno del 2000, subito dopo l'esecuzione di Gary Graham, Bush dichiarò con aria compunta alla stampa: "Il Sig. Graham ha avuto un pieno e giusto accesso alle corti statali e federali, inclusa la Corte Suprema degli Stati Uniti. Dopo aver considerato tutti questi elementi, posso ritenere che giustizia è stata fatta."

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Gary Gilmore

11) LA PENA DI MORTE È RICOMINCIATA NEGLI STATI UNITI NEL 1977

 

Negli Stati Uniti la pena di morte rimase inutilizzata per 10 anni, e fu anche dichiarata contraria alla Costituzione. Ma il vento cambiò nel 1976: la pena capitale fu riammessa e il 17 gennaio del 1977 vi fu la prima di 1.490 esecuzioni capitali.

 

Il 17 gennaio 1977 la fucilazione di Gary Gilmore nell’Utah inaugurò l’attuale era della pena di morte negli Stati Uniti.

Nei 10 anni precedenti la pena di morte era rimasta inutilizzata. A giugno del 1972 con la sentenza Furman v. Georgia era stata dichiarata “crudele ed inusuale” dalla Corte Suprema federale – perciò contraria all’Ottavo e al Quattordicesimo Emendamento della Costituzione. Pertanto tutti i 629

condannati a morte in 40 stati avevano usufruito della commutazione della pena capitale in ergastolo con possibilità di uscita sulla parola.

Il 2 luglio 1976 però, con la sentenza Gregg v. Georgia, la medesima Corte Suprema aveva affermato che no, la pena di morte non doveva essere considerata contraria alla Costituzione in sé ma solo per come era stata amministrata fino ad allora.

Gli stati riformarono i propri statuti e… fu proprio il 36-enne Gary Gilmore – un delinquente abituale che aveva passato la metà della vita in carcere - ad insistere per essere fucilato al più presto aprendo l’attuale fase della pena di morte statunitense. Impaziente per il ritardo dell’esecuzione, Gilmore chiese di interrompere gli appelli e tentò anche il suicidio.

 

Dal 1977 ad oggi sono stati messi morte negli Stati Uniti 1490 condannati, l’ultimo dei quali, Robert Jenning, è stato ucciso con un’iniezione letale in Texas il 30 gennaio.

Il Texas è lo stato che ha più usato la pena di morte compiendo 559 esecuzioni (il 37% del totale).

Seguono:

Virginia con 113

Oklahoma 112

Florida 97

Missouri 88

Georgia 72

Alabama 63

Ohio 56

North Carolina 43

South Carolina 43

Arizona 37

Arkansas 31

Louisiana 28

Mississippi 21

Indiana 20

Delaware 16

….. .....

 

Vi sono 4 stati che hanno compiuto una sola esecuzione dopo il 1977: Colorado, Connecticut, New Mexico e Wyoming.

I metodi di esecuzione utilizzati negli Stati Uniti in questi anni sono stati: l’iniezione letale, 1313 volte; l’elettrocuzione (sedia elettrica), 160 volte; la camera a gas, 11 volte; la fucilazione, 3 volte; l’impiccagione, 3 volte.

In questo momento si sta discutendo di introdurre l’asfissia in un’atmosfera di azoto puro.

Vi è una notevole diversificazione delle possibilità di essere condannati a morte a seconda delle razze. Dal 1977 sono stati a condannati a morte solo 20 bianchi che hanno ucciso neri, a fronte di 290 neri che hanno ucciso bianchi (1)

Fino al 1° marzo 2005 potevano essere condannati a morte anche minorenni all’epoca del crimine (famoso fu il caso della quindicenne nera Paula Cooper).

Per fortuna il numero delle condanne a morte e delle esecuzioni e è in netta decrescita nel nuovo millennio. Nel 1999 vi furono 98 esecuzioni. In ciascuno degli ultimi 3 anni si sono avute non più di 25 esecuzioni.

Anche il numero degli stati che conservano la pena capitale è in discesa: quando fu reintrodotta la pena di morte erano 40 su 50, oggi sono 30 su 50.

Il primo stato abolizionista fu il Michigan, nel 1846. L’ultimo lo stato di Washington nel 2018.

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(1) vedi https://deathpenaltyinfo.org/race-death-row-inmates-executed-1976#defend

12) NOTIZIARIO

 

Arabia Saudita. Cinque degli accusati dell’omicidio di Khashoggi rischiano la pena capitale. Il 3 gennaio è iniziato nella capitale dell’Arabia Saudita, Riyad, il processo contro 11 agenti sauditi accusati di aver patecipato all’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi, con 5 degli imputati che rischiano la pena di morte. Secondo l’accusa, il giornalista fu assassinato il 2 ottobre scorso dagli agenti che avevano soltanto l’incarico di convincerlo a tornare in Arabia Saudita dagli Stati Uniti. Ricordiamo che Jamal Khashoggi fu ucciso e fatto a pezzi all’interno del consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul e che la Cia ha accusato il principe ereditario Mohammed bin Salman di aver ordinato l’uccisione di Khashoggi divenuto un assai scomodo critico della monarchia al potere (v. n. 254). L’Arabia Saudita ha respinto la richiesta delle autorità turche di estradare in Turchia gli assassini di Khashoggi.

 

Iran. Dichiarazione finale della 25-enne Noushin impiccata, probabilmente, il 22 dicembre. A fine anno i media iraniani hanno dato notizia dell’esecuzione di una 25-enne senza precisare dove e quando l’esecuzione ha avuto luogo. Iran Human Rights ritiene che l’impiccagione della donna sia avvenuta il 22 dicembre. In un’intervista rilasciata prima di morire la 25-enne Noushin ha dichiarato: “Mi vedevo con Soheil. Mi sembrava un bravo ragazzo e ritenevo sincero il suo asserito desiderio di sposarmi. Cominciai una relazione con lui. Purtroppo si è rivelato una pesona diversa da come l’avevo immaginata. Dopo un po’ mi chiese di avere rapporti sessuali con i suoi amici e minacciò di pubblicare nei media nostre foto intime se io non avessi acconsentito. Ho sopportato le sue intollerabili richieste per più di un mese. Dopo di ché ho deciso di ucciderlo. E l’ho fatto.”

 

Iran. 17 impiccagioni a Karaj nel giro di una settimana. Secondo le informazioni pervenute ad Iran Human Rights, la mattina del 9 gennaio almeno 12 condannati a morte per omicidio sono stati impiccati nel carcere Rajai Shahr di Karaj. Di 3 di essi si conoscono i nomi: Mohsen Rezaei, Reza Farmanjou" e Baratali Rahimi. Mohsen Rezaei, che si dichiarava innocente, confessò l’uccisione della moglie dopo reiterate torture. Altri 5 detenuti ci cui non si conoscono i nomi erano stati messi a morte nello stesso carcere il 2 gennaio.

 

Iran. Impiccagione alla presenza di bambini. Mohammad Javad Shams, uno spacciatore di droga accusato di aver ucciso Melika, una bimba di 5 anni, 4 mesi prima, è stato impiccato il 15 gennaio in una strada della città di Falavarjan. Le foto dell’evento pubblicate dai media iraniani mostrano che l’esecuzione è avvenuta alla presenza di parecchi bambini. Si tratta della quinta esecuzione in pubblico del 2019. Secondo il codice penale iraniano Mohammad Javad Shams avrebbe potuto avere salva la vita se avesse ricevuto il perdono dalla famiglia della bambina uccisa o avesse concordato il pagamento del cosiddetto prezzo del sangue a quella famiglia. N. B. In molti dei casi in cui non vi è alcun accordo con la famiglia, è proprio un familiare della vittima dell’omicidio a mettere il cappio al collo del condannato.

 

Iran. Brutale repressione del dissenso nel 2018. Nel 2018 le autorità iraniane hanno portato avanti una spudorata campagna repressiva contro il dissenso, stroncando proteste e arrestando migliaia di persone. Lo ha dichiarato il 24 gennaio Amnesty International, a un anno dall’ondata di proteste contro la povertà, la corruzione e l’autoritarismo che presero il via in tutto il paese. Nel corso del 2018 oltre 7000 persone - manifestanti, giornalisti, studenti, ambientalisti, operai, difensori dei diritti umani, avvocati, attiviste per i diritti delle donne e delle minoranze e sindacalisti - sono state arrestate, in molti casi in modo arbitrario. A centinaia sono stati condannati a pene detentive o alle frustate e almeno 26 manifestanti sono stati uccisi. Altre nove persone, arrestate in relazione alle proteste, sono morte durante la detenzione in circostanze sospette. “Il 2018 passerà alla storia come l’anno della vergogna in Iran. Per tutto il tempo le autorità hanno cercato di ridurre al silenzio ogni forma di dissenso inasprendo la repressione ai danni dei diritti alla libertà d’espressione, di associazione e di manifestazione pacifica e compiendo arresti di massa di manifestanti”, ha dichiarato Philip Luther, direttore delle ricerche di Amnesty International sul Medio Oriente e l’Africa del Nord. “L’impressionante numero di arresti, condanne e sentenze alla fustigazione rivela fino a che punto estremo le autorità sono arrivate pur di sopprimere il dissenso pacifico”, ha commentato Luther.

 

Nebraska. Rimane in essere la pena capitale per otto condannati a morte prima del 2015. La pena di morte è stata ripristinata in Nebraska con un referendum popolare tenutosi l'8 novembre 2016 (v. n. 232) soltanto per la caparbietà del ricco governatore forcaiolo Pete Ricketts. Era stata abolita nel 2015 dal Parlamento con una maggioranza sufficiente a impedire il veto governatoriale (v. nn. 222; 223; 224; 225, Notiziario). Ricketts era però riuscito a tenere in sopeso al validità della legge abolizionista in attesa del referendum. Ora otto detenuti che ritengono di aver beneficiato a suo tempo della legge abolizionista hanno presentato collettivamante un ricorso in cui sostengono che la loro condana a morte non è più in essere. Tale ricorso è stato respinto prima da un giudice distrettuale e poi, definitivamente, il 25 gennaio dalla Corte Suprema del Nebraska. La Corte Suprema ha però scritto che rimane ai singoli detenuti la possibilità di contestare individualamente la condanna a morte. Ricordiamo che il mantenimento della pena di morte in Nebraska ha fatto già una prima vittima il 14 agosto u.s., quando è stata somministrata l’iniezione letale a Carey Dean Moore (v. n. 251). (Sulla tortuosa storia della pena di morte in Nebraska v. n. 248)

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 31 gennaio 2019