FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 187  -   Gennaio 2011

Cameron Todd Willingham

SOMMARIO:

 

1) Vietato discutere sulla costituzionalità della pena capitale      

2) Per l’abolizione in Illinois manca solo una firma          

3) Con Pentotal o con Pentobarbitale è un’impresa degradante  

4) Un’udienza di esperti sul caso Willigham, e un ulteriore rinvio

5) Uso forsennato e politico della pena di morte in Iran   

6) Ucciso in Pakistan il governatore Taseer difensore di Aasia Bibi

7) Vita nel braccio della morte, il giorno dell’esecuzione

8) Super massima tortura

9) Notiziario: Cina, Georgia, Iran, Iraq, New Mexico, Tennessee, Usa   

 

 

1) VIETATO DISCUTERE SULLA COSTITUZIONALITÀ DELLA PENA CAPITALE

 

Mettere in discussione la liceità costituzionale della pena di morte in Texas potrebbe essere considerata la più insensate e peregrina delle imprese. Eppure l’eccentrico giudice Kevin Fine ci è riuscito, tenendo duro per 10 mesi, dal 4 marzo 2010 al 13 gennaio 2011, prima che la Corte Criminale d’Appello bloccasse definitivamente il suo ‘scandaloso’ tentativo.

 

Il tentativo dell’eccentrico e coraggioso giudice Kevin Fine di mettere in discussione la liceità costituzionale della pena di morte così come la si applica in Texas, è sorprendentemente rimasto in piedi per ben dieci mesi ma infine è stato bloccato.

Ricordiamo che il 4 marzo 2010 Fine aveva suscitato un enorme scalpore - nonché costernazione nell’establishment texano - dichiarando incostituzionale la pena di morte in Texas. Lo aveva fatto accogliendo una mozione della difesa nelle fasi preliminari del processo intentato contro John Edward Green Jr., accusato di un omicidio nel corso di una rapina, che avanza credibili proteste di innocenza (v. n. 178).

In seguito, Fine aveva ritirato la sua sentenza e ordinato un’udienza di due settimane per l’esposizione delle ragioni della difesa e dell’accusa di Green e per l’audizione di esperti.   

L’udienza, inizialmente fissata per aprile, è cominciata il 6 dicembre ma è stata sospesa dopo soli due giorni dalla superiore Corte Criminale d’Appello del Texas (TCCA), in risposta ad una “mozione di emergenza” avanzata dall’accusatrice Patricia Lykos (v. 186).

Dopo più di un mese, il 13 gennaio, la TCCA si è pronunciata sentenziando che Fine non ha l’autorità di mettere in discussione in generale la costituzionalità della pena di morte nelle fasi preliminari di un processo, prima ancora che l’imputato sia stato giudicato e condannato a morte.

La decisione è stata presa con 6 voti contro 2. La giudice Cathy Cochran ha scritto per la maggioranza, in un’opinione di 16 pagine: “né i giudici del processo né i giudici di questa corte d’appello hanno l’autorità morale di giudicare l’appropriatezza della pena di morte […] Noi possiamo solo determinare se è stata imposta costituzionalmente da una giuria dopo una specifica condanna e una specifica sentenza capitale.”

La difesa di John Edward Green aveva argomentato che la pena di morte in Texas è incostituzionale perché “la sua applicazione ha creato un rischio sostanziale” di condannare e “mettere a morte innocenti”.

La TCCA non ha contestato la serietà delle questioni presentate dalla difesa di Green: gli errori nelle identificazioni effettuate dai testimoni oculari, le false confessioni, la dubbia validità delle perizie forensi, l’inattendibilità degli informatori della polizia, il fatto che alcune condanne a morte già emesse vengano fortunosamente ribaltate solo grazie ai test del DNA, ma ha attribuito al Parlamento la facoltà di affrontare tali questioni e di discutere sull’abolizione della pena di morte.

Dopo tutto ciò, il giudice Fine ha fissato l’inizio del processo capitale contro John Green per il prossimo 26 maggio. Dunque, nella peggiore delle ipotesi, la discussione sulla costituzionalità della pena di morte avrà allungato di un anno l’iter processuale di Green e, di conseguenza, la sua vita.

 

 

2) PER L’ABOLIZIONE IN ILLINOIS MANCA SOLO UNA FIRMA

 

Il governatore dell’IllinoisPat Quinn sta tenendo col fiato sospeso gli abolizionisti. Infatti spetta a lui decidere se firmare e rendere efficace la legge che abolisce la pena di morte approvata dal Parlamento l’11 gennaio, ovvero opporre il suo veto alla legge, rimandando l’abolizione di anni.

 

L’11 gennaio il Senato dell’Illinois ha approvato in via definitiva la legge che abolisce la pena di morte, sostituita dal carcere a vita senza possibilità di liberazione. La stessa legge azzera il fondo per la difesa legale degli imputati di reati capitali devolvendolo in parte al sostegno delle vittime dei crimini, in parte al finanziamento delle forze di polizia.

L’approvazione in Senato segue le due tesissime votazioni alla Camera dei rappresentanti del giorno 6. Ottenuti solo 59 voti contro 58 in una prima votazione – non sufficienti per far passare la legge - il fronte abolizionista è riuscito a far svolgere dopo alcune ore una seconda votazione in cui l’abolizione è passata con 60 voti contro 54.

La legge è stata poi approvata in Senato con 32 voti a favore e 25 contro. Per la sua entrata in vigore, ora manca solo la firma del Governatore Pat Quinn.

Tra gli argomenti avanzati dai parlamentari promotori della legge vi è stata innanzitutto la quantità degli errori giudiziari commessi in Illinois che rende il sistema della pena capitale “non marginalmente difettoso ma irreparabilmente sfasciato.” Sul piano ideale si è dichiarata la necessità di avvicinarsi ai paesi più civili, evitando di rimanere in compagnia di paesi quali l’Afghanistan, la Cina, l’Iran, l’Iraq, il Congo, l’Arabia Saudita. Sul piano pratico si è evidenziato l’alto costo del sistema della pena capitale, specie in tempo di crisi.

Per alcuni politici, inoltre, la pena di morte ha il difetto di essere eccessivamente mite. Per il senatore di Chicago Willie Delgado, che ha votato a favore, “è troppo buona per certa gente” che deve essere rinchiusa vita natural durante affinché “marcisca e pensi a quello che ha fatto.”

Inutili sono stati gli argomenti avanzati dai parlamentari che volevano mantenere la pena capitale almeno “per i peggiori tra i peggiori crimini,” sia pure mettendo in atto tutte le restrizioni e le garanzie che evitassero il ripetersi degli errori giudiziari del passato.

Dal 1976, anno in cui fu reintrodotta la pena capitale negli USA, l’Illinois ha messo a morte 12 condannati e ne ha esonerati 20. Lo stato non ha fatto più esecuzioni a partire dal 1999.

Il merito dell’attuale svolta dell’Illinois è da ascriversi in buona parte all’ex governatore George H. Ryan, proposto quest’anno e in passato per il premio Nobel dagli abolizionisti (anche se finito in carcere, condannato per corruzione, v. nn. 138, 142, Notiziario).

Preoccupato dalla frequenza degli errori giudiziari, nel 2000 Ryan impose una moratoria di tutte le esecuzioni; prima di lasciare il mandato, a fine 2003, fece liberare 4 condannati a morte ritenuti innocenti e commutò le sentenze capitali dei restanti 167 ospiti del braccio della morte (v. n. 103).

I successivi governatori hanno mantenuto la moratoria delle esecuzioni e negli ultimi anni il ritmo con cui vengono emesse le sentenze capitali è drasticamente calato (attualmente sono solo 15 gli ospiti del braccio della morte dell’Illinois).

Anche il governatore appena entrato in carica, il democratico Pat Quinn, pur dichiarandosi favorevole alla pena di morte “quando venga applicata accuratamente e giustamente,” in campagna elettorale si era detto intenzionato a mantenere la moratoria.

Ora il pensiero e l’azione del governatore Quinn hanno assunto un’importanza cruciale: spetta a lui decidere se convalidare la legge abolizionista o opporvi il veto. E Quinn ha pensato bene di lasciar tutti nell’incertezza. Non vuole essere l’ostaggio di nessuno, intende riflettere a fondo prima di prendere la sua decisione, ascoltando e valutando i pro e i contro.

Gli abolizionisti rimarranno probabilmente sulla graticola per un periodo insopportabilmente lungo perché, al limite, Pat Quinn può prolungare l’incertezza fino al 18 marzo. Infatti il Parlamento dell’Illinois completate le formalità di rito ha inviato la legge al Governatore il 18 gennaio. Da quel momento a Quinn rimanevano altri  60 giorni per decidere se firmare ovvero apporre il suo veto. (In caso di inattività di Quinn, la legge entrerà comunque in vigore). Il deprecato veto rimanderebbe il momento dell’abolizione di alcuni anni (o forse di più di un decennio).

Non ha avuto bisogno di tempo per riflettere la vice governatrice Sheila Simon che ha subito espresso il suo parere, successivamente precisato in una lettera aperta di 2 pagine indirizzata al governatore: “ […] Oggi il nostro stato è ad un crocevia riguardo all’uso della pena capitale come deterrente e come punizione per gravi crimini. La direzione che prendiamo farà la differenza […] non soltanto in Illinois, ma anche in altri stati che seguono il nostro stesso modello […] Anche nelle circostanze più favorevoli, il nostro sistema comporta errori. Noi processiamo i casi criminali secondo lo standard della convinzione ‘al di là di ogni ragionevole dubbio’. Si tratta di uno standard più elevato che nei casi civili, ma non è la certezza ‘al di là di ogni dubbio. Il nostro sistema lega una punizione irrevocabile ad uno standard per il quale i giurati possono conservare qualche tormentoso interrogativo riguardo alla colpevolezza dell’accusato. […] Per una questione di pubblico rispetto per il nostro sistema giudiziario, non possiamo tollerare errori nelle esecuzioni. […] In qualità di ex accusatore e di Vice governatrice, la esorto a metter fine alla pena di morte nell’Illinois.”

Naturalmente anche le organizzazioni abolizioniste si sono subito attivate per sollecitare il Governatore a muoversi nella direzione giusta.

Tutti sono invitati a scrivere a Pat Quinn per chiedergli di firmare al legge che renderebbe l’Illinois il 16-esimo stato USA esente dalla pena capitale.

Certamente il Governatore darà molto peso alle argomentazioni ed alle richieste provenienti da personalità e da semplici cittadini dell’Illinois. Ma forse ascolterà anche gli altri, cioè coloro, che negli USA e nel mondo, non sono e non saranno mai suoi elettori.

I lettori che volessero aggiungere la propria richiesta a quella degli abolizionisti dell’Illinois, possono farlo molto agevolmente utilizzando il seguente link messo a punto dalla Sezione Italiana di Amnesty International:   http://www.amnesty.it/illinois_esecuzioni

 

 

3) CON PENTOTAL O CON PENTOBARBITALE È UN’IMPRESA DEGRADANTE

 

Negli Stati Uniti la penuria di Pentotal, uno dei tre farmaci usati per le iniezioni letali, mette in seria difficoltà gli stati forcaioli. Sembrerebbe che la mera sostituzione del Pentotal col Pentobarbitale, un farmaco disponibile in quantità, possa risolvere il problema. Ma l’avvicendamento dei farmaci non è un’operazione così semplice come potrebbe apparire a prima vista.

 

Costa centinaia di dollari a dose, più di una comune droga da strada. La California è andata a cercarlo fino in Pakistan. L’Arkansas l’ha trovato e l’ha comprato in India.

Parliamo del Pentotal, un anestetico ultra rapido in passato utilizzato in chirurgia, ora diventato merce rarissima negli Stati Uniti nei quali serve quasi esclusivamente per le esecuzioni capitali (v. nn. 183, Notiziario, 184, 185,186). L’Italia ne ha vietato l’esportazione negli USA a dicembre e così si appresta a fare l’intera Unione Europea. L’Inghilterra il divieto di esportazione lo aveva imposto già a fine novembre, dopo che una notevole quantità del farmaco era volata in una mezza dozzina di stati nordamericani dediti alle iniezioni letali.

In gennaio è stato confermato che la California, in cui è in atto una moratoria delle esecuzioni dal 2006, è in fibrillazione per procurarsi il Pentotal, nella remota evenienza di una ripresa a pieno ritmo delle iniezioni letali. Fin dall’estate scorsa ha tentato di incaricare medici privati di reperire il farmaco. Ha elemosinato Pentotal dagli stati forcaioli dell’Arizona, Indiana, Nevada, Oklahoma, Texas e Virginia. Ha contattato decine di ospedali e centri chirurgici. Ha bussato all’amministrazione penitenziaria federale e ad ospedali militari. Ha perfino tentato di acquistare Pentotal in Pakistan nel mese di agosto.

In un primo tempo la California ha ottenuto 12 grammi del farmaco dall’Arizona, sufficienti per due esecuzioni, parte del quantitativo acquistato dall’Arizona in Gran Bretagna e usato il 26 ottobre per uccidere Jeffrey Landrigan (v. n. 184). Poi è riuscita ad acquistare direttamente ben 521 grammi di Pentotal con scadenza nel 2014 per un importo di 36.415 dollari. Vi è riuscita prima del 29 novembre, data in cui il governo inglese ha vietato l’esportazione di Pentotal per le esecuzioni (v. n. 185).

Si è saputo che il fornitore britannico della California, dell’Arizona, della Georgia e di altri stati, è l’eccentrico signor Mehdi Alavi titolare della ditta farmaceutica Dream Pharma di Londra. Alavi ha venduto Pentotal prodotto dalla Archimedes Pharma UK facendo ottimi affari e, una volta scoperto,  si è difeso affermando di non aver fatto nulla di male, di “non avere idea” dell’uso del farmaco venduto. Ha parlato di ‘caccia alle streghe’, ha detto di sentirsi un ‘capro espiatorio’. Tuttavia, come denuncia l’organizzazione umanitaria Reprieve, le ridicole giustificazione di Mehdi Alavi non reggono. Alcuni e-mail ottenuti da Reprieve dimostrano che le autorità dell’Arizona (il primo stato a fare acquisti da Alavi) chiarirono che il Pentotal serviva per le iniezioni letali, ottenendo da Alavi la risposta: “Sono più che lieto di servirvi”.

Il Texas vanta un scorta di Pentotal sufficiente per 39 esecuzioni, ma tutto il quantitativo scadrà a marzo. Michelle Lyon, portavoce dell’amministrazione penitenziaria, ha fatto sapere che il Texas è orientato all’acquisto di Pentotal di produzione nazionale ma anche che sta pensando alla sostituzione del Pentotal con il Pentobarbitale, anestetico già usato tre volte dall’Oklahoma per ‘uccidere legalmente’ (1) e di prossima utilizzazione in Ohio.

O il Texas ha scovato negli USA una qualche rimanenza di Pentotal, oppure la Lyon non è aggiornata per quanto riguarda la disponibilità di Pentotal in ambito nazionale. Infatti la Hospira Inc., unica industria che produceva il Pentotal negli USA ha smesso di produrlo da quasi un anno. Dopo aver previsto di spostarne la fabbricazione in Italia presso la Hospira Spa, una sua consociata con sede a Liscate presso Milano (v. n. 185), il 21gennaio ha deciso di smetterne definitivamente la produzione. Ciò soprattutto in conseguenza del divieto del governo italiano di esportare il Pentotal in paesi in cui poteva essere utilizzato per le esecuzioni (v. n. 186).

La Hospira Spa così motiva la rinuncia: “ […] Nel mese scorso abbiamo avuto colloqui con le autorità italiane riguardante l’uso del Pentotal nelle procedure della pena capitale negli Stati Uniti – un uso che la Hospira non ha mai condonato. […] Questa discussione, seguita da deliberazioni interne, così come da consultazioni con i grossisti […] ci ha portato a ritenere che non saremmo in grado di impedire che il farmaco prodotto sia deviato verso i dipartimenti penitenziari per le iniezioni letali. Di conseguenza, non possiamo assumerci il rischio di essere ritenuti responsabili dalle autorità italiane se il farmaco venisse utilizzato per le iniezioni letali.” […]

Per uscire dall’empasse, a prima vista il passaggio al Pentobarbitale appare liscio ed agevole per il fatto che tale farmaco è disponibile in quantità illimitata ed è già usato per l’eutanasia degli animali, nonché degli esseri umani non solo in Nord Europa ma anche in Oregon, dove è servito per 525 suicidi assistiti a partire dal 1998, e nello stato di Washington, prescritto in 4 dei 47 suicidi assistiti verificatisi nel 2009.

Ma non è così semplice, infatti il 26 gennaio la Lundbeck Inc., unica ditta che produce Pentobarbitale negli USA (2), ha contestato pubblicamente l’intenzione dell’Ohio di utilizzare il farmaco per le iniezioni letali, lo ha fatto subito dopo l’annuncio dell’Ohio di volerlo iniettare nel mese di marzo a Johnnie Baston. “Ciò va contro tutti i nostri scopi,” ha dichiarato in Illinois Sally Benjamin Young, portavoce della Lundbeck. “Noi siamo lieti di sviluppare e rendere disponibili terapie che migliorino la vita della gente.”

Per di più in molti stati cambiare il farmaco, e quindi il protocollo di esecuzione, richiede un lungo processo: la formulazione precisa del nuovo protocollo, un periodo per ricevere i commenti del pubblico, eventuali modifiche, e poi, a volte, lunghe schermaglie giudiziarie prima che le corti consentano l’impiego del nuovo protocollo. “Un processo che può durare alcuni mesi o anche di più,” osserva Richard Dieter, direttore del Death Penalty Information Center.

Come scrive Amnesty International USA (3), “Il tormentone in atto con gli stati che si affannano per trovare farmaci per le loro esecuzioni serve a mettere in evidenza quanto degradante sia l’intera impresa della pena di morte. Tutti quelli che vi partecipano, dai giurati, agli avvocati e ai giudici, alle famiglie delle vittime e del condannato, alle guardie e al direttore del carcere, agli operatori sanitari e alle case farmaceutiche come la Hospira, sono risucchiati dentro a un meccanismo che ha il solo scopo di uccidere esseri umani, uno scopo che va contro i nostri principi basilari riguardanti i diritti umani e la dignità umana.”

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(1) L’Oklahoma ha utilizzato Pentobarbitale per uccidere John David Duty il 16 dicembre, v. n. 186, poi per uccidere Billy Alverson il 6 gennaio e Jeffrey Matthews l’11 gennaio.

(2) La Lundbeck ha sede centrale in Danimarca.

(3) V. http://blog.amnestyusa.org/deathpenalty/opting-out-of-our-degrading-death-penalty/  del 22 gennaio.

 

 

4) UN’UDIENZA DI ESPERTI SUL CASO WILLIGHAM, E UN ULTERIORE RINVIO

 

Gli oppositori del sistema della pena di morte del Texas di battono con tenacia per la revisione postuma del caso di Cameron Todd Willigham, probabile innocente messo a morte nel 2004, incontrando la disperata resistenza dell’establisment conservatore che si oppone con ogni mezzo ad una eventuale dichiarazione dell’innocenza di un detenuto già ‘giustiziato’

 

Continua, nonostante i formidabili ostacoli posti dall’establishment texano, le interruzioni e i rinvii, l’indagine postuma sul caso di Cameron Todd Willingham, probabile innocente messo a morte in Texas nel 2004 per aver ucciso le sue tre figliolette (1)

Interrotta in ottobre da una corte d’appello del Texas un’indagine giudiziaria sul caso Willingham portata avanti in sede civile dal giudice Charlie Baird (v. n. 184), l’esame del caso è ripreso presso la Commissione per le Scienze Forensi del Texas, che aveva accettato di rivedere le assai dubbie prove scientifiche a carico di Willingham nel 2008, accogliendo la richiesta avanzata nel 2006 dai legali dell’organizzazione newyorchese Innocence Project.

In settembre era fallito il tentativo del presidente della Commissione, John Bradley, di troncare l’indagine sul caso Willingham senza ascoltare esperti (v. n. 183) e così il 7 gennaio la Commissione ha sentito alcune testimonianze di specialisti in merito alle cause dell’incendio dell’abitazione di Willigham in cui, a fine 1991, perirono le tre bambine. Tuttavia non ha tratto le sue conclusioni e ha rimandato i lavori al giorno 21. Il 21 vi è stato un ulteriore rinvio ad aprile.

Il 7 gennaio la Commissione ha potuto ascoltare Craig Beyler, presidente dell’Associazione Internazionale per la Scienza della Sicurezza del Fuoco (International Association of Fire Safety Science) cui commissionò nel 2009 una superperizia sull’incendio che fu attribuito a Willingham.  E’ stato ascoltato anche John DeHaan, un esperto di incendi californiano autore di un famoso manuale in materia. La Commissione ha omesso di convocare ed ascoltare altri due esperti proposti dall’Innocence Project: Gerald Hurst e John Lentini.

Entrambi gli esperti presenti hanno ribadito la fallacia del rapporto firmato da Manuel Vasquez, un vice capo dei vigili  del fuoco texani, che servì per far condannare Willigham, asserendo che si sarebbero dovute dichiarare indeterminate le cause dell’incendio dal momento che non vi erano prove reali che il fuoco fosse stato appiccato intenzionalmente.

Secondo Craig Beyler la conclusione che si trattò di un incendio doloso “fu un atto professionalmente scorretto” dal momento che gli investigatori non presero in considerazione varie possibili cause di incendio accidentale. Dal canto suo DeHaan ha definito il lavoro degli investigatori “negligente” e la mancanza di indagare cause di incendio alternative “un grave errore”.

A questo punto John Bradley, che ha sempre sostenuto apertamente la colpevolezza di Willingham, cercando di intralciare in tutti i modi i lavori della Commissione da lui presieduta, ha detto che quella di Beyler è soltanto un’opinione e che “altri esperti di incendi possono avere differenti opinioni.” Secondo lui un punto cruciale per affermare la correttezza del lavoro fatto a suo tempo dagli investigatori texani è la loro ‘giusta dipendenza’ dalla ‘confessione’ di Willingham. Confessione che secondo lui gli investigatori avevano il dovere di includere nelle proprie conclusioni.

E’ appena il caso di notare la totale illogicità e confusione delle affermazioni di Bradley e di ricordare che non esiste nessuna confessione di colpevolezza da parte di Cameron Todd Willingham - che si dichiarò innocente sempre e fino sul lettino dell’esecuzione - ma solo dicerie in tal senso, abilmente amplificate e fatte circolare dall’establishment colpevolista del Texas (v. n. 173).

I vigili del fuoco texani per contestare le tesi di Beyler e DeHaan e riaffermare la correttezza della perizia prodotta a suo tempo ai danni di Willingham, non hanno presentato un esperto ma un loro dirigente, l’avvocato Ed Salazar. Questi ha difeso appassionatamente il lavoro fatto dagli investigatori piccandosi perché erano stati ingiustamente definiti degli ‘zoticoni’. Pur non essendo un tecnico, Salazar ha ripercorso punto per punto la perizia originale entrando nei dettagli e ‘dimostrandone’ la correttezza.    

Alla fine della giornata di udienze la Commissione per le Scienze Forensi del Texas non ha tratto alcuna conclusione, aggiornandosi al 21 gennaio.

Il giorno 21 la Commissione si è posta il dubbio sul fatto di avere o meno autorità di decidere su casi che si sono aperti prima del 2005, anno della sua costituzione, ed ha inviato due quesiti all’Attorney General del Texas (Ministro della Giustizia). Dopo di che ha deciso di andare comunque avanti nel redigere un proprio rapporto sul caso di Cameron Todd Willingham e, senza darsi delle scadenze, si è aggiornata al mese di aprile. (continua)

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(1) V. as es. nn. 124, 166, 171, 172, 173, 179, 182, 184.

5) USO FORSENNATO E POLITICO DELLA PENA DI MORTE IN IRAN

 

In Iran si sta verificando un enorme e crescente numero di esecuzioni, che seguono a processi iniqui e colpiscono oppositori politici del regime teocratico vigente, accusati di “inimicizia verso Dio”.

 

Tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011 si è intensificato il già frenetico lavoro dei boia iraniani. Amnesty International denuncia oltre 70 esecuzioni nel nuovo anno in Iran. Si tratta di punizioni crudeli, talora compiute in pubblico e tramite impiccagione lenta, molto spesso inflitte per reati non di sangue ed anche per motivi politici, seguite a processi iniqui, a torture e a ‘confessioni’ spettacolarizzate in TV.

Il 28 Dicembre è stato impiccato senza preavviso Ali Saremi, accusato di “inimicizia verso Dio” per appartenenza all’organizzazione illegale dei Mujahedin del Popolo. Lo stesso giorno è stato ucciso Ali Akbar Siyadat, accusato di “inimicizia verso Dio” per aver spiato a favore di Israele.

Il 15 gennaio è stato impiccato un giovane dissidente curdo, Hossein Khezri.

In seguito si sono verificate le esecuzioni di tre uomini e di una donna che furono arrestati in occasione delle manifestazioni seguite alle contestate elezioni del 2009.

Ja‘far Kazemi e Mohammad Ali Haj Aghaei sono stati messi a morte il 24 gennaio nella tristemente famosa prigione Evin di Tehran. Erano accusati di ‘inimicizia verso Dio’ per appartenenza al movimento dei Mujahedin del Popolo e per “propaganda contro il sistema”. Si erano rifiutati di “confessare” in TV nonostante le pressioni subite.

Infine una donna, Zahra Bahrami, condannata a morte per reati di droga, è stata impiccata all’improvviso il 30 gennaio, ancor prima che si svolgesse contro di lei un secondo processo per appartenenza all’Associazione Monarchica Iraniana.

Era stata arrestata 13 mesi prima, il 27 dicembre del 2009, nel Giorno di Ashura, la festa islamica in cui si sono verificate massicce proteste contro i risultati ufficiali delle elezioni presidenziali iraniane. Proteste duramente represse dal regime teocratico, con uccisioni, ferimenti ed arresti.

L’accusa ha confermato che la Bahrami era stata inizialmente arrestata per “motivi di sicurezza.” Sua figlia Banafsheh Nayebpour ha dichiarato che le imputazioni relative ai reati di droga erano false.

Nel corso del processo per detenzione e spaccio di droga, la Baharani aveva ritrattato la confessione rilasciata in carcere, asserendo che le era stata estorta. Gruppi di opposizione affermano che nella prima settimana di detenzione la donna è stata sottoposta a pesanti torture fisiche e psicologiche da parte dei servizi segreti (e non della polizia antidroga).

Allo scopo di scongiurare l’esecuzione di Zahra Bahrami, in possesso della doppia cittadinanza iraniana e olandese, si era inutilmente mossa l’Olanda fino ad arrivare all’incidente diplomatico.

Per bocca di Bengt van Loosdrecht, portavoce del Ministro degli Esteri, il governo olandese ha fatto sapere di aver congelato tutti i contatti ufficiali con l’Iran, definendo l’impiccagione della Baharami un “atto commesso da un regime barbarico”.

L’Iran ha replicato, come avvenuto di recente per Sakineh Mohammadi Ashtiani, con un video diffuso il giorno 31dalla stazione televisiva di stato Press TV, in cui viene mostrata la ‘confessione’ mimata di Zahra: la donna guida la troupe televisiva attraverso la propria abitazione, spiega come nascondesse la droga dentro scatole per cereali e in una stufa ed ammette la detenzione e lo spaccio degli stupefacenti.

Press TV sottolinea che secondo l’accusa la Bahrami sfruttava i sui contatti olandesi per spacciare cocaina in Iran.

“Nelle ultime settimane – afferma Press TV – alcuni media occidentali hanno detto che la Bahrami fu arrestata per aver partecipato alle proteste antigovernative del 2009. La settimana scorsa il Ministro degli Esteri Ramin Mehmanparast ha definito tali affermazioni un pretesto per esercitare pressioni sulla Repubblica Islamica. Ci si aspetterebbe invece che i paesi occidentali apprezzassero gli sforzi dell’Iran per combattere il traffico di droga e cooperassero di conseguenza. Mehmanparast ha ammonito l’Occidente a rendersi conto che se il contrasto alla droga non viene fatto seriamente, gli stupefacenti danneggeranno la stessa gioventù occidentale.”

A fine gennaio altri quattro uomini, condannati a morte per motive politici, rimangono a rischio di imminente esecuzione in Iran. Si tratta di Abdolreza Ghanbari (o Qanbari),  di Ahmad Daneshpour Moghaddam e del figlio Mohsen, e di Javad Lari.  

 

 

6) UCCISO IN PAKISTAN IL GOVERNATORE TASEER DIFENSORE DI AASIA BIBI

 

Sembrava che la condanna a morte per blasfemia della cristiana Aasia Bibi pronunciata in Pakistan l’8 novembre potesse rimanere inefficace dopo l’immediata pronuncia in suo favore del Presidente Zardari e del Governatore della provincia del Punjab, Salman Taseer, in cui Aasia vive. Si prevedeva quanto meno un provvedimento di clemenza per Aasia se non l’abrogazione della legge che prevede la pena di morte obbligatoria per coloro che offendono l’Islam. Moti di piazza sobillati dagli integralisti e l’uccisione del governatore Taseer stendono un velo di incertezza sulla sorte di Aasia

 

Il 4 gennaio il governatore della provincia pakistana del Punjab, Salman Taseer, è stato ucciso in strada da un poliziotto d’élite facente parte della sua scorta personale, il 26-enne Malik Mumtaz Hussain Qadri.

Qadri, dopo aver crivellato di colpi colui che doveva difendere, ha dichiarato: “Sono un servo del Profeta, e la punizione per chi commette blasfemia è la morte.” In seguito il giovane ha ammesso di aver subito l’influenza di due chierici musulmani, Qari Hanif e Ishtiaq Shah. 

Uomo d’affari, editore di un giornale liberale in lingua inglese, Taseer si è sempre opposto ai partiti politici religiosi e all’estremismo religioso. Finì anche in prigione negli anni Ottanta sotto la dittatura del generale Mohammad Zia ul-Haq. Zia aveva utilizzato la religione per compattare il paese e rafforzare il proprio potere, facendo approvare, tra l’altro, la legge che prevede la pena di morte obbligatoria per coloro che offendono l’Islam.

Salman Taseer di recente aveva preso nettamente le difese di Aasia Bibi, cristiana condannata a morte per blasfemia (v. n.  185) e si era espresso per l’abrogazione della legge sulla blasfemia.

Prima della sua apparizione davanti ad un magistrato a Islamabad, l’omicida Qadri è stato ricoperto da una pioggia di petali di rose lanciati dai suoi avvocati e da centinaia di sostenitori.

Nello stesso momento a Lohore migliaia di persone affollavano il funerale di Taseer. Mancavano però alcuni uomini politici tra cui Nawaz Sharif, capo dell’opposizione, rivale di Taseer. Assente anche, per ragioni di sicurezza, il presidente del Pakistan Asif Ali Zardari, che pure era amico, alleato e sostenitore di Salman Taseer.

I leader religiosi hanno in genere evitato di venire allo scoperto e hanno ignorato il delitto; alcuni di essi si sono mostrati favorevoli a Qadri.

Nei giorni precedenti l’uccisione di Taseer, i partiti religiosi avevano promosso accese dimostrazioni contro di lui; migliaia di persone erano scese in piazza in varie parti del paese bruciando suoi ritratti. Taseer aveva risposto alle critiche attraverso messaggi in Internet sostenendo che riguardo alla legge sulla blasfemia doveva decidere il Parlamento e non la piazza. Aveva chiarito che si sarebbe opposto alla legge sulla blasfemia anche se fosse rimasto da solo a farlo.

Dopo l’uccisione del Governatore del Punjab  si sono susseguite manifestazioni di sostegno al suo assassino Malik Qadri considerato un eroe.  Tra i manifestanti si sono notati  molti giovani avvocati, appartenenti ad una categoria che una volta era considerata una risorsa per la democrazia. Alcune migliaia di messaggi di solidarietà nei riguardi di Qadri sono stati inoltrati tramite Facebook e circa 1000 avvocati desiderosi di difendere l’omicida hanno aderito al “forum di legali” denominato Movimento per Proteggere la Dignità del Profeta.

L’uccisione del Governatore Taseer è stata condannata dagli Strati Uniti e dal Vaticano. Il 10 gennaio, nella tradizionale udienza di inizio anno agli ambasciatori presso la Santa Sede, il Papa ha detto a proposito del Pakistan e della legge sulla blasfemia:  “Ancora una volta incoraggio i leader di questo paese di fare i passi necessari per abrogare tale legge.”

“La pace viene costruita e preservata solo se gli esseri umani possono cercare e servire Dio liberamente,” ha affermato Benedetto XVI, secondo il quale la violazione delle libertà religiose nel mondo costituisce “un grave attacco... alla dignità e alla libertà.” Il Papa così dicendo ha dimostrato che la chiesa cattolica è ormai lontanissima dai roghi accesi in passato contro la libertà religiosa. Non così, purtroppo, avviene per l’Islam in Pakistan e in altri paesi.

Le manifestazioni degli integralisti islamici e lo stesso assassinio di Taseer hanno reso molto prudenti i politici pakistani, sia riguardo ad un’eventuale iniziativa parlamentare per abrogare la legge sulla blasfemia sia riguardo alla concessione della grazia ad Aasia Bibi. Lo stesso presidente Zardari ha fatto marcia indietro sia rispetto alla dichiarazione iniziale di essere pronto a concedere la grazia ad Aasia, sia rispetto alla sua successiva precisazione che non sarebbe comunque intervenuto prima della conclusione dell’appello. Ora sostiene che per concedere una grazia il Presidente deve ricevere una proposta in tal senso da parte del Primo Ministro.

Di certo gli ultimi avvenimenti rendono più incerta la sopravvivenza di Aasia Bibi, madre di cinque figli, condannata a morte l’8 novembre scorso probabilmente per il solo fatto di essere cristiana (v. n. 185). 

Scrive l’inviata del New York Times in Pakistan Carlotta Gall: “Washington ha riversato miliardi di dollari nelle forze armate pakistane per combattere il terrorismo. Ma ha trascurato a lungo uno sforzo in ambito civile per contrastare l’inesorabile spinta dell’Islam conservatore. Ora i conservatori hanno infiltrato ogni settore della società pakistana, anche i militari delle forze di sicurezza, come l’assassinio dimostra.”

 

 

7) VITA NEL BRACCIO DELLA MORTE, IL GIORNO DELL’ESECUZIONE

 

La procedura secondo cui vengono uccisi per iniezione letale i condannati a morte dell’Oklahoma si ripete, in modo molto simile, in quasi tutti gli altri stati nordamericani che mantengono la pena capitale. L’agghiacciante rituale è stato così descritto da un funzionario del Penitenziario di Stato dell’Oklahoma alla giornalista Rachel Petersen del McAlester News-Capital. L’articolo dell’8 gennaio della Petersen, che è stato per noi  tradotto da Piera Di Stefano, si può trovare al seguente indirizzo:  http://mcalesternews.com/local/x756276814/Life-on-Death-Row-Execution-Day

 

Terry Crenshaw è l’assistente del direttore del Penitenziario di Stato dell’Oklahoma. Ci ha spiegato il programma previsto per il condannato a morte nel giorno dell’esecuzione.

Tale programma è anticipato, 30 giorni prima dell’esecuzione, da un’udienza di notifica in cui il condannato:

  • Fa richiesta dell’ultimo pasto.  Il cibo non può costare più di 15 dollari e deve essere ordinato presso una ditta di McAlester (i condannati non possono ricevere cibo cucinato dalla propria famiglia perché potrebbe essere preparato con l’aggiunta di sostanze pericolose.)

  • Nomina i testimoni. Il condannato ha l’opportunità di fare la lista dei testimoni scelti. Questa lista include di solito i membri della famiglia del condannato e gli avvocati. Il Direttore del carcere ha la discrezionalità di approvare o disapprovare qualsiasi persona della lista.

  • Programma le visite. Il condannato programma tutte le visite prima dell’esecuzione sia con la famiglia che con gli avvocati.

  • Prepara una lista telefonica. Il condannato presenta una lista di numeri telefonici. Questi numeri riguardano le persone che desidera chiamare nei giorni e nelle ore antecedenti l’esecuzione.

  • Nomina il consigliere spirituale. Sebbene il personale del carcere comprenda un cappellano, e questa persona sia a disposizione del condannato per dargli consigli spirituali, il condannato può anche scegliere un diverso assistente spirituale.

  • Nomina chi richiederà la salma. Il condannato dà direttive al Dipartimento penitenziario riguardo a chi richiederà il suo corpo dopo l’esecuzione.

La mattina dell’esecuzione, il condannato viene prelevato dalla sua cella e sottoposto ad esame radiografico e ad una perquisizione intima a nudo. Questo procedimento, “per sincerarsi che non ci siano corpi estranei nel suo corpo,” dice Crenshaw , è per assicurarsi che il condannato non sia in possesso di materiali dannosi che potrebbero nuocergli prima dell’esecuzione.

(Terry Crenshaw ricorda un condannato che aveva ottenuto una sostanza tossica il giorno dell’esecuzione. Questo condannato fu portato d’urgenza all’ospedale. Il suo stomaco venne svuotato, gli fu salvata la vita, poi fu ricondotto nel penitenziario nel quale per ordine della corte l’esecuzione venne portata a termine - poche ore dopo.)

Una volta completati l’esame radiografico e la perquisizione a nudo, viene dato nuovo  vestiario  al condannato che è messo in una cella di attesa che si trova a poco più di un metro  dalla stanza dell’esecuzione. Ogni qualvolta il condannato lascia la cella per una visita, gli viene fatta una doccia e riceve una nuova serie di abiti. Ci sono “tre guardie che controllano e registrano ogni suo movimento,” dice Crenshaw . “Il giorno dell’esecuzione, non c’è nulla di ciò che fa che non venga registrato.”

Il condannato può ricevere visite dei suoi familiari e dei suoi legali la mattina del giorno dell’esecuzione.  

La possibilità di ricevere visite cessa a mezzogiorno, a meno che il direttore del carcere non conceda un permesso speciale. Poi, tra le 12 e le 13, al condannato viene servito l’ultimo pasto.

Il condannato ha diritto all’uso del telefono durante le poche ore che gli rimangono, per chiamare qualsiasi persona indicata nella sua lista telefonica. Poi alle 16 al condannato viene concesso l’ultimo incontro con il consigliere spirituale.

Poco prima dell’esecuzione, il condannato viene prelevato dalla cella d’attesa e “gli è permesso di camminare liberamente con il personale” verso la stanza della morte.

Crenshaw spiega che questa è l’unica volta che ad un condannato alla pena capitale, durante gli anni trascorsi nel reparto di massima sicurezza, sia permesso di camminare liberamente circondato dal personale.

In qualsiasi altro momento il condannato cammini nel complesso carcerario con il personale, porta manette e catene.

Permettergli di fare il suo ultimo percorso da solo, afferma Crenshaw, “darà dignità al condannato.” Questo cammino finale è di circa 1 metro e 20 centimetri, dalla cella di attesa alla camera della morte.

Crenshaw afferma che, una volta nella camera dell’esecuzione, al condannato vengono inserite due cannule intravenose, una in ogni braccio. Ciò viene fatto nell’evenienza che una cannula non funzioni. A questo punto i tre addetti all’esecuzione sono già posizionati dietro una parete e non visibili da chiunque sia coinvolto nella procedura.

I tre boia, scelti precedentemente dal direttore del carcere, vengono prelevati al mattino presto in un luogo segreto, per mantenere segrete le loro identità.

Quindi vengono trasportati alla prigione con il capo incappucciato, e sono i primi ad entrare nella stanza dell’esecuzione. Sono anche gli ultimi a lasciare la stanza e lo fanno indossando gli stessi cappucci di quando sono entrati.

La famiglia della vittima viene poi condotta nella stanza dei testimoni, dove siede dietro una vetrata che ha una faccia a specchio per il rispetto della loro privacy. Sono quindi scortati nella stanza dei testimoni i giornalisti e i rappresentanti dei media.

Infine i familiari del condannato vengono fatti entrare nella stanza e fatti sedere nella fila di sedie più vicina alla vetrata che dà nella camera dell’esecuzione.

Il direttore del carcere, che è in diretto collegamento telefonico con l’ufficio del governatore, riceve l’ordine di far procedere (o di fermare) l’esecuzione.

A questo punto si sollevano le tapparelle, che coprono la vetrata situata tra la stanza dei testimoni e la camera dell’esecuzione, e il direttore chiede al condannato se ha un’ultima dichiarazione da fare.

Al condannato vengono concessi 2 minuti per parlare. Poi il direttore dice, come di rito: “Abbia inizio l’esecuzione”. I tre boia, quindi, somministrano la sequenza di tre farmaci che compongono l’iniezione letale e il condannato perde conoscenza.

 

 

8) SUPER MASSIMA TORTURA (*)

 

Negli Stati Uniti le cosiddette carceri “supermax” (di “super massima sicurezza”) non servono, in realtà, ad assicurare la necessaria sicurezza nella detenzione di soggetti particolarmente pericolosi, bensì ad infliggere una prolungata tortura ai detenuti definiti “peggiori tra i peggiori”, ad esempio ai malati mentali e ai condannati a morte. Non per niente, unità destinate ad ospitare i bracci della morte, come la Polunsky Unit in Texas, hanno le caratteristiche “supermax”. Ecco un estratto di una approfondita ricerca sulle carceri “supermax” pubblicata in un libro appena uscito.

 

“Ti picchiano a sangue,” dice Mike James, curvandosi verso il pannello di plexiglass imbrattato che ci separa. Sta parlando delle ‘estrazioni’ dalla cella che ha subito ad opera delle guardie dell’unità di ‘super massima sicurezza’ della Prigione di Stato del Maine.  

“Ti spingono, ti danno ginocchiate, ti colpiscono,” pronuncia con voce debole ma appassionata attraverso il microfono. “Ti sbattono la testa contro la parete e ti fanno stramazzare sul pavimento mentre sei ammanettato.” Solleva le mani incatenate verso una cicatrice sul mento. “Me lo hanno spaccato completamente. Ti urlano ‘Smetti di far resistenza! Smetti di far resistenza!’ anche se non stai neppure muovendoti.”

Quando incontri Mike James noti innanzitutto i suoi occhi infossati e le molte cicatrici sulla testa rasata, incluso un profondo taglio orizzontale. Se lo è procurato scorticandosi la testa sulla feritoia della porta della cella, che le guardie usano per passare i vassoi del cibo.

“Stavano abusando di me” spiega, riferendosi alle guardie che lo avevano schernito. “Non potevo più sopportarlo.” Aggiunge: “Mi sono messo KO buttandomi con tutte le forze contro la parete”.

James, poco più che ventenne, è stato picchiato per tutta la vita dai suoi familiari: “Ero preso a pugni, a calci, schiaffeggiato, morso, gettato contro il muro.” Cominciò a incontrare operatori di salute mentale all’età di quattro anni e a prendere psicofarmaci a sette anni. Racconta che soffriva di una sindrome bipolare e che aveva molti altri disturbi.

Quando, all’età di diciotto anni, un medico gli tolse i farmaci con cui si curava,  si diede alla “vendita di droga, a rapine, ad alterchi, a furti con scasso.” Ricevette una condanna a dodici anni  per rapina. Dei quattro anni  già passati in prigione quando lo conobbi, tutti, tranne cinque mesi, li aveva trascorsi in isolamento. L’isolamento è “tortura mentale anche per coloro che sono padroni di sé,” mi ha detto.  Comprende periodi di solitudine in una cella “senza coperte, senza vestiti, a culo nudo, coperto di spray urticante.” Tutto quello che James mi ha raccontato è stato confermato da altri detenuti e dal personale della prigione.

La storia di James evidenzia un’ironica contraddizione degli Americani che hanno protestato per il maltrattamento dei prigionieri nella “guerra al terrorismo” a Guantanamo. Decine di migliaia di cittadini americani sono tenuti in condizioni equivalenti o peggiori nelle unità in cui si pratica la detenzione durissima, in isolamento, nelle prigioni di “super massima sicurezza”, o in unità simili all’interno delle prigioni normali, e ci son ben poche proteste del pubblico al riguardo. […]

Nelle prigioni di “super massima sicurezza” i detenuti subiscono settimane, mesi, anni, o anche decenni di isolamento, un isolamento che distrugge la mente, senza che vengano avanzati significativi ricorsi contro le condizioni di detenzione.

I prigionieri possono essere regolarmente picchiati quando vengono estratti dalle celle, e ricevono scarse prestazioni sanitarie. L’isolamento frequentemente porta a comportamenti folli, come l’autolesionismo e i tentativi di suicidio. […]

[…] Le prigioni di super massima sicurezza in 44 stati ospitano circa 25.000 persone […]. In più il sistema federale ha un grande penitenziario di super massima sicurezza a Florence in Colorado e un totale di circa 11.000 detenuti in isolamento nelle sue varie prigioni […]. Alcuni ricercatori indicano in 100 mila il totale dei prigionieri in unità di super massima sicurezza statali e federali, anche se talvolta vi includono i detenuti nelle “unità di controllo” – per esempio unità nelle quali gli uomini trascorrono tutta la giornata in cella non da soli ma con un altro prigioniero. […]. Poi ci sono le prigioni di contea e di città, le più importanti delle quali hanno grandi sezioni di isolamento. Benché la violenza nel luogo che i prigionieri chiamano “il buco”, vari da prigione a prigione, l’isolamento è la punizione più utilizzata, caratteristica di quella vasta rete che i critici hanno cominciato a definire tortura di massa. […] 

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(*) Estratto e tradotto, a cura di Anna Maria Esposito, dall’articolo di 10 pagg. “The Worst of the Worst: Supermax Torture in America” di Lance Tapley pubblicato nella Boston Review di Novembre - Dicembre 2010 (v. http://bostonreview.net/BR35.6/tapley.php) a sua volta ricavato dal libro: The United States and Torture: Interrogation, Incarceration, and Abuse di AA. VV.

 

 

9) NOTIZIARIO

 

Cina. Ancora notizie di un massiccio prelievo di organi dai condannati a morte. Secondo un articolo di Joan Delaney pubblicato il 17 gennaio nel The Epoch Times, in Cina il prelievo e la vendita di organi di condannati a morte sarebbe tuttora florido in barba alla legge del 2006 che vieta l’espianto di organi senza il consenso del donatore, legge che avrebbe dovuto restringere tale traffico cominciato negli anni Ottanta. Gli organi espiantati ogni anno dai condannati a morte sarebbero decine di migliaia e le esecuzioni verrebbero decise anche in base alle esigenze del mercato. Solo in occasione delle Olimpiadi di Pechino del 2008 il traffico di organi avrebbe subito un momentaneo rallentamento. L’articolo cita un libro - “Bloody Harvest” dei Canadesi David Matas e David Kilgour - e due rapporti, in cui si parla soprattutto di espianti da membri del Falung Gong, da Uiguri, da Cristiani e da Tibetani.

 

Georgia. Inoltrato l’appello di Troy Davis alla Corte Suprema federale. Il 21 gennaio gli avvocati di Troy Davis, il condannato a morte più famoso degli Stati Uniti, hanno presentato un ricorso direttamente alla Corte Suprema federale, in conseguenza del divieto del giudice distrettuale William Moore di appellarsi alla competente corte d’appello contro la sentenza da lui stesso emanata nel mese di agosto, sfavorevole al ricorrente (v. n. 182, 184, 185, notiziario). Nel ricorso si sostiene, giustamente, che il giudice Moore “ha dimostrato chiaramente un’ostilità nei riguardi di Davis e dei suoi argomenti durante tutta l’udienza”. Ricordiamo che Troy Davis, giunto tre volte sull’orlo dell’esecuzione, si era salvato conseguendo la possibilità di presentare in un’udienza con contraddittorio le prove di innocenza emerse dopo il processo, evento giudiziario più unico che raro.

 

Iran. A rischio di imminente esecuzione Fatemeh condannata a morte a 16 anni. Nel 2007, quando Fatemeh Salbehi aveva 16 anni, Hamed Sadeghi la sposò a Shiraz in Iran. Hamed aveva circa 30 anni, cioè il doppio dell’età della moglie.  Fatemeh e Hamed erano parenti lontani ma non si erano incontrati prima del matrimonio. La madre di Hamed propose il matrimonio alla famiglia di Fatemeh che accettò. Una mattina di maggio del 2008  Hamed fu trovato morto nella sua casa mentre la moglie, come ogni giorno, era a scuola. Fatemeh fu arrestata e accusata di  omicidio. Fece dichiarazioni contraddittorie. Prima confessò l’omicidio e poi ritrattò dicendo che i colpevoli erano due intrusi. In ragione della pressione che usano fare gli inquisitori iraniani sugli accusati, non si può valutare la veridicità sia di una che dell’altra delle sue affermazioni. Ora la sentenza di morte di Fatemeh è stata confermata e lei è a rischio di esecuzione da un momento all’altro. Amnesty International USA ha lanciato un’azione urgente per Fatemeh Sadeghi, vedi:

http://www.amnestyusa.org/actioncenter/actions/uaa02411.pdf

 

Iran. Pena di morte “sospesa” per Sakineh. La nuova presidente del Brasile, Dilma Rousseff, che si è interessata come il predecessore Lula alla sorte di Sakineh Mohammadi- Ashtiani, condannata a morte in Iran, ha ricevuto una lettera dalla Presidente del Comitato Parlamentare iraniano per i Diritti Umani, Zohreh Elahian. Nella lettera resa nota dall’agenzia ISNA il 17 gennaio, la Elahian  asserisce che la sentenza di morte tramite lapidazione nei riguardi di Sakineh “non è definitiva ed è sospesa al momento attuale, ma lei è condannata a 10 anni di carcere.” Zohreh Elahian ricorda che “secondo le prove la donna iraniana ha tradito la sua famiglia e ha ucciso il marito d’accordo con l’amante. Lei ha confessato il crimine durante il processo.” La parlamentare aggiunge che la campagna di fango lanciata dai media occidentali riguardo al caso di Sakineh è un’aggressione psicologica con motivazioni politiche contro la Repubblica Islamica dell’Iran. Sul caso assai dibattuto e politicizzato di Sakineh Mohammadi-Ashtiani v. nn. 185, 186 e nn. ivi citati.

 

Iraq. Tareq Aziz molto malato potrebbe morire prima dell’impiccagione. L’ex Ministro degli Esteri Tareq Aziz, condannato a morte dal Tribunale Speciale iracheno il 26 ottobre (v. n. 184) è ancora miracolosamente vivo anche grazie alle richieste di clemenza giunte al governo di Nuri al-Maliki da tutto il mondo. Molto malato, con i suoi 74 anni portati male, “non potrà sopravvivere più di due o tre mesi” e dovrebbe “essere posto in libertà […] con un gesto umanitario” secondo quanto ha dichiarato all’inizio di gennaio il figlio Ziad che vive ad Amman insieme agli altri parenti stretti del condannato.

 

New Mexico. Tentativo di reintrodurre la pena di morte appena abolita. Il 24 gennaio il deputato repubblicano Dennis Kintigh ha presentato una proposta di legge per ripristinare la pena di morte abolita in New Mexico a marzo del 2009 (v. n. 168). Le probabilità dell’iniziativa di andare in porto, comunque scarse, sono alquanto rafforzate dall’atteggiamento della nuova governatrice dello stato, la repubblicana Susana Martinez. La Martinez, una ex accusatrice, la settimana prima dell’iniziativa di Kintigh aveva detto di volere il ripristino della pena capitale. Ricordiamo che gli abolizionisti faticarono a convincere il precedente governatore Bill Richardson a firmare la legge dell’abolizione (Richardson fu poi anche convinto a parlare in pubblico a sostegno della sua scelta).

 

Tennessee. Il governatore Bredesen commuta una condanna a morte prima di lasciare. l’11 gennaio, il governatore uscente del Tennessee Phil Bredesen, immediatamente prima di cedere il posto al suo successore Bill Haslam, ha commutato in ergastolo la sentenza capitale di Edward Jerome Harbison, ha esonerato un detenuto ritenuto innocente ed ha emesso altri 25 provvedimenti di clemenza. A metà di luglio del 2010 l’intervento di Bredesen aveva salvato la vita di Gaile Owens, moglie maltrattata condannata a morte per uxoricidio (v. nn. 179, 181). Peraltro Phil Bredesen nel corso del suo mandato ha lasciato uccidere cinque condannati a morte, tra cui Philip Workman, un detenuto seguito dal Comitato Paul Rougeau che ha ricevuto ben sei date di esecuzione (v. nn. 150, 164).

 

Usa. La chiusura del campo di Guantanamo, che fu sbandierata da Obama, non ci sarà. Si è conosciuta intorno al 20 gennaio l’intenzione dell’amministrazione Obama di non chiudere, come promesso, il tristemente famoso campo di detenzione di Guantanamo Bay e di rimettere in moto le famigerate Commissioni Militari ivi installate dalla precedente amministrazione, sia pure modificandone in parte il regolamento. Il primo di una trentina di detenuti da processare a Guantanamo davanti alle Commissioni Militari potrebbe essere Abd al-Rahim al-Nashiri, saudita accusato della pianificazione dell’attacco contro la nave da guerra Cole nel golfo di Aden del 2000, che fu torturato nelle prigioni segrete della CIA. Verrebbe inoltre creata una commissione per esaminare periodicamente la posizione di una cinquantina di persone che si intende detenere a tempo indeterminato senza processo. Secondo i critici di Obama gli attuali piani dell’amministrazione possono essere solo definiti una sconfitta. Essi giungono esattamente dopo due anni da quando il nuovo presidente, entrato in carica da due giorni, promise al popolo americano che avrebbe chiuso l’emblematica prigione di Guantanamo.

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 31 gennaio 2011