FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 176  -  Gennaio 2010

Torture

SOMMARIO:

   

 

1) Impiccato in Iraq Ali il Chimico, a che pro?     

2) Intermezzo di Grazia Guaschino            

3) Al minimo le speranze per il nostro amico Tommy Zeigler    

4) Volge al termine la moratoria dell’iniezione letale in California

5) Il nuovo governatore della Virginia promette più pena di morte        

6) Due storie simili, finite in modo molto diverso di Claudio Giusti         

7) Frana la base dottrinale della pena di morte negli USA           

8) Si aggrava in Iran l’uso politico della pena di morte               

9) Gli Stati Uniti non riescono a liberarsi della tortura    

10) Intrinseca illegalità della detenzione indeterminata

11) Family day                                             

12) Notiziario: Iran, Ohio, Usa                   

 

1) IMPICCATO IN IRAQ ALI IL CHIMICO, A CHE PRO?

 

Il cugino e collaboratore di Saddam Hussein, Ali Hassan al-Majid, soprannominato “Ali il Chimico” per l’uso dei gas letali contro gli insorti Curdi nel corso della guerra Iraq-Iran del 1988, è stato impiccato a Baghdad il 25 gennaio. Era stato appena consegnato agli Iracheni dai militari americani su ordine del presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Condannato a morte in quattro distinti processi davanti al malfamato Tribunale Speciale iracheno, è sopravvissuto tre anni a Saddam Hussein. Non è facile analizzare i motivi che hanno prolungato, nel terrore di un’esecuzione incombente, la vita di un uomo distrutto nella psiche e malato nel fisico, che non ha mai ritenuto di doversi pentire dei suoi crimini. Potrebbero aver avuto un peso le pressioni internazionali, potrebbero aver giocato accordi segreti e motivi politici. In ogni caso la prolungata uccisione di Ali il Chimico è stata crudele, inutile e insensata.

 

Domenica 17 gennaio Ali Hassan al-Majid è stato condannato a morte per la quarta volta del Tribunale Speciale iracheno (*) questa volta imputato di crimini contro l’umanità per aver ordinato l’attacco con gas letali contro la città curda di Halabja il 16 marzo 1988 – nel corso degli eventi terribili e confusi della guerra Iraq-Iran (scatenata da Saddam che riscuoteva allora il favore degli Occidentali). La strage di civili fu agghiacciante. Ad al-Majid, sinistramente soprannominato “Ali il Chimico” per l’uso dei gas letali, sono stati contestati 5.000 morti.  Nessuno saprà mai quanti furono. (**)

La quarta condanna capitale di al-Majid è stata salutata da manifestazioni di giubilo dei Curdi che hanno però protestato perché i tre coimputati di Ali il Chimico sono stati condannati a pene detentive. L’accusa probabilmente cercherà di ottenere anche per loro condanne capitali.

Sia i Curdi che gli Sciiti nutrivano un odio particolare per Ali Hassan al-Majid: costui infatti non si fece scrupolo di sterminare i Curdi ed inoltre apparteneva alla minoranza sunnita che, guidata da Saddam Hussein, prese il potere sugli Sciiti. Curdo era il giudice del Tribunale Speciale iracheno Rauf Rasheed Abdel Rahman, che ha presieduto la maggioranza delle udienze contro al-Majid. Sciita è l’attuale Primo Ministro al-Maliki. Tutti e due non hanno mancato di caldeggiare rozzamente il capestro nei riguardi degli esponenti del passato regime. Uno degli accusatori di al-Majid, il curdo Bariq Hama Sidiq, aveva perso 23 parenti, periti nella strage di Halabja.

Otto giorni dopo la quarta condanna capitale, senza neanche aspettare la ratifica della sentenza, Ali il Chimico è stato impiccato a Baghdad: era stato appena consegnato dai militari americani agli Iracheni.

Sappiamo che la consegna del prigioniero era subordinata ad un ordine esplicito del presidente degli Stati Uniti. Dunque ciò che si è rifiutato di fare George W. Bush, lo ha fatto ora Barack Obama.

Il Primo Ministro iracheno Nouri al-Maliki ha avuto la meglio nei rinnovati sforzi di ottenere l’esecuzione di Ali Hassan al-Majid  nel presente delicato periodo pre-elettorale (v. n. 174). Già all’inizio di dicembre, il fatto che il prigioniero fosse stato spostato dagli Americani a Baghdad, vicino al luogo dell’esecuzione, faceva presagire il peggio.

Non è facile analizzare i motivi dei precedenti rifiuti di Bush, in occasione delle ripetute richieste degli Iracheni, di consegnare Ali il Chimico. Può darsi che abbiano avuto un ruolo le pressioni internazionali e sovranazionali, in primis quelle del Nazioni Unite, preoccupate per l’uso della pena di morte e per le vistose irregolarità compiute dal Tribunale Speciale iracheno, fortemente esposto alle pressioni politiche. Ricordiamo che tale tribunale ad hoc fuappositamente istituito alla fine del 2003, con la determinante assistenza statunitense, per giudicare Saddam Hussein e collaboratori. Il tribunale fu platealmente sconfessato da Kofi Annan, Segretario Generale dell’ONU di allora (v. nn.119, 120, 122, 124, 127).

Ma la ragione dei rifiuti di Bush potrebbe essere stata soprattutto la volontà di sottrarre all’esecuzione un coimputato di Ali il Chimico, l’ex Ministro della Difesa Sultan Hashim al-Tai, per anni corrispon­dente della C. I. A., fortemente sostenuto anche dal presidente iracheno Jalal Talabani (v. n. 156).

Ali il Chimico, secondo il regolamento del Tribunale Speciale iracheno avrebbe dovuto essere messo a morte tassativamente entro 30 giorni dalla ratifica della prima condanna capitale. Tale periodo è scaduto il 4 ottobre 2007. Ha dunque vissuto 2 anni e 4 mesi in più. Ma sotto la spada di Damocle dell’esecuzione, che poteva avvenire da un momento all’altro.

A differenza di quanto accadde il 30 dicembre del 2006 per Saddam Hussein - morto maledicendo, tra insulti e grida di gioia degli astanti, e ripreso in un video che ha girato il mondo - il 25 gennaio l’esecuzione di al-Majid è stata documentata solo da alcune foto di un uomo che indossava una maschera nera e una tuta rossa su un palco di legno, con un cappio intorno al collo.

Ali al-Dabbagh, portavoce governativo, quel giorno ha annunciato ufficialmente: “oggi il condannato Ali Hassan al-Majid è stato giustiziato mediante impiccagione fino alla morte.” E non ha mancato di precisare che l’esecuzione “è avvenuta senza alcuna infrazione, imprecazione o grido di gioia.”

Nel primo processo contro al-Majid, quello per il genocidio dei Curdi nel corso della campagna Anfal del 1988, fu riprodotta una registrazione audio in cui si sentiva l’imputato dire: “Li ammazzerò con le armi chimiche. Chi avrà da obiettare? Che vadano a … la comunità internazionale e chi la sta a sentire.”

Ma il 25 gennaio del 2010 l’uomo potente che pronunciò quella frase sprezzante non c’era più. E’ stato impiccato un anziano terrorizzato, distrutto, appena colpito dal secondo infarto. Reo confesso e impenitente.

A che pro?

 

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(*) Denominato ufficialmente “Tribunale Criminale Supremo dell’Iraq” (SICT)

(**) Majid fu condannato a morte la prima volta per nel 2007 per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi nel corso della “campagna Anfal” contro i Curdi nel 1988 (da cui fu stralciato l’evento di Halabja). Una seconda volta nel dicembre 2008 per la repressione contro gli Sciiti nel Sud dell’Iraq ribellatisi al governo centrale dopo la prima guerra del Golfo e la terza volta nel marzo scorso per la sanguinosa repressione di insorti Sciiti a Baghdad e a Najaf nel 1999. V. anche nn. 141, 146, Notiziario, 149, notiziario, 150, 154, 156, 157, Notiziario,159, Notiziario, 165 Notiziario, 170, Notiziario, 174.

 

 

2) INTERMEZZO di Grazia Guaschino

 

Questa volta l’intermezzo artistico del bollettino è dedicato al nostro amico Gary Graham, a dieci anni dalla morte. Gary, un Nero, minorenne all’epoca dell’arresto, fu ‘giustiziato’ in Texas nel 2000 nonostante il fatto che non vi fosse nei suoi confronti alcuna prova di colpevolezza degna di questo nome. Sì disse – forse non esagerando – che la sua più che un’esecuzione fu un omicidio politico. In effetti Gary Graham nel braccio della morte era diventato un contestatore inflessibile del sistema socio-politico che si esprime con la pena capitale. Questa amara vignetta è stata realizzata da Grazia per la quarta di copertina del libro su Gary Graham, un libro ancora disponibile che potete chiederci per posta o per e-mail all’indirizzo: http://www.paulrougeau.org/

3) AL MINIMO LE SPERANZE PER IL NOSTRO AMICO TOMMY ZEIGLER

 

In passato ci siamo fortemente mobilitati in favore di Tommy Zeigler, condannato a morte in Florida con un’accusa agghiacciante ma del tutto inverosimile. Il caso di Zeigler è stato ampiamente pubblicizzato negli USA nei passati decenni. Su di esso è stato scritto un libro e sono state fatte trasmissioni televisive. Dopo 33 anni passati nel braccio della morte e una serie di sconfitte giudiziarie, Tommy, ormai dimenticato dal grosso pubblico, stanco e  molto invecchiato, rischia di ricevere a breve la data di esecuzione.

 

Abbiamo seguito fin dal 2001 il caso a dir poco sconcertante di William Thomas Zeigler Jr., detto “Tommy”, condannato a morte in Florida nel 1976. (*). Ci siamo anche mobilitati in suo favore insieme alle maggiori associazioni cattoliche e laiche italiane e alle tre confederazioni sindacali facenti parte del Coordinamento “Non uccidere”.

La tragedia di Tommy Zeigler cominciò nella cittadina di Winter Garden la sera della vigilia di Natale del 1975. Una tremenda sparatoria nell’emporio di Zeigler provocò quattro morti e un moribondo. L’unico a sopravvivere, con una ferita nell’addome, fu Tommy Zeigler. Sua moglie, i genitori di lei e tale Charlie Mays, furono trovati senza vita all’interno del magazzino.

All’ospedale un chirurgo estrasse a Zeigler un proiettile di grosso calibro che era passato a tre centimetri dal fegato: era vivo per miracolo.

Tommy Zeigler sostiene di essere entrato nella sua azienda che si trovava al buio e di essere stato attaccato alle spalle da almeno due uomini. Ammette di aver esploso alcuni colpi di pistola per legittima difesa senza accorgersi se qualcuno di essi andò a segno. Alla fine egli fu colpito al ventre e svenne. Dopo un certo tempo si ri­ebbe e telefonò per chiedere aiuto.

Potrebbe sembrare assurdo, ma sta di fatto che Zeigler fu subito accusato di aver compiuto deliberatamente tutti e quattro gli omicidi e di essersi sparato in pancia per simulare un’aggressione.

Al processo testimoniarono contro Tommy Zeigler due uomini, Edward Williams e Felton Thomas: Zeigler sostiene che furono costoro a compiere tre omicidi, in complicità con Charlie Mays.

Alla fine Zeigler fu giudicato colpevole dalla giuria che propose come pena l’ergastolo. Il giudice tuttavia inflisse all’imputato due condanne a morte (giovandosi di una prerogativa abbastanza singolare che hanno i giudici nei processi capitali in Florida).

La vicenda di Tommy Zeigler ha avuto una grande notorietà nei primi decenni dopo la condanna a morte. E’ stata oggetto di trasmissioni televisive e di un libro di successo.  

Nonostante il supporto della parte più evoluta dell’opinione pubblica e l’impegno di ottimi avvocati difensori, nell’iter giudiziario di Zeigler si sono registrate solo sconfitte, se si eccettua l’annullamento della fase processuale di inflazione della pena, che è stata ripetuta nel 1989 con la conferma della condanna a morte.

Nel 2003 si concluse il normale iter giudiziario di Zeigler. La sua difesa poteva ormai contare solo su alcuni test del DNA in corso. Erano sotto esame numerose tracce di sangue trovate sui vestiti delle persone coinvolte nel massacro. L’autorizzazione ad eseguire i test era stata ottenuta a fatica nel 2001 dagli avvocati che dicevano di voler utilizzare i test per una domanda di grazia.

Il fatto che i risultati delle analisi, resi noti nel 2003, fossero compatibili con la versione dei fatti sostenuta da Tommy Zeigler, ma non con quella sostenuta dall’accusa, indussero la difesa a chiedere la ripetizione del processo.

Purtroppo nel 2005 le speranze suscitate dai risultati dei test del DNA svanirono con la decisione del giudice di contea Reginald Whitehead, di negare la riapertura del caso. Dopo un’udienza di due giorni in cui furono discusse le nuove prove a favore del condannato, Whitehead sentenziò che: “anche se le asserite nuove prove risultanti dai test del DNA fossero state ammesse al processo, non vi è una ragionevole probabilità che l’accusato sarebbe stato assolto.”

A fine giugno del 2007 dalla Corte Suprema della Florida è arrivata un’altra doccia fredda per Zeigler: la massima corte ha confermato il diniego del giudice Whitehead.

Ora che il caso Zeigler è pressoché scomparso dalle cronache, l’accusa, incassati diversi successi, insiste nel chiedere l’esecuzione per Tommy. Quest’ultimo appare stanco e molto invecchiato dopo 33 anni passati nel braccio della morte.

Le speranze di Tommy Zeigler, dei sui parenti e sostenitori, ormai risiedono quasi esclusivamente in ulteriori test del DNA sui numerosissimi reperti prelevati dalla scena del crimine. La difesa ha avanzato la richiesta di altri test al giudice  Reginald Whitehead nell’agosto scorso, alcuni mesi dopo che l’accusa aveva scritto al governatore della Florida Charlie Crist perorando l’esecuzione di Zeigler.

Gli ulteriori esami potrebbero rinforzare la tesi difensiva già confermata dai test effettuati tra il 2002 e il 2003, ma le prospettive per Tommy Zeigler non sono affatto favorevoli. Infatti tutto dipende dal giudice Whitehead, lo stesso che rigettò, giudicandole insufficienti ai fini di un’ipotetica assoluzione, le risultanze dei test del 2003.

Dal canto suo l’accusatore Jeff Ashton si oppone rabbiosamente alla concessione di nuovi test.  In un documento di 10 pagine inviato a Whitehead nella seconda settimana di gennaio, egli scrive tra l’altro: “Per più di tre decenni, questo condannato ha mentito, ha corrotto, si è dimenato, si è contorto ed ha fatto di tutto per evitare di pagare il prezzo dei sui crimini, questa è solo l’ultima di una lunga serie di macchinazioni”.

Tale terminologia iperbolica si riferisce semplicemente alla richiesta di ulteriori test del DNA, dopo che i risultati di quelli già effettuati sono andati a favore del condannato.

Di “macchinazioni contro Zeigler,” odiato per essersi battuto contro le ingiustizie compiute dai ricchi nella sua piccola città, parla invece lo scrittore Phillip Finch nel libro “A True Story of Malice and Murder in a Small Southern Town.” (Una storia vera di premeditazione e omicidi in una piccola città del Sud). Nel libro, pubblicato nel 1992, Finch analizza il caso di Zeigler fin nei minimi particolari e rivela retroscena inquietanti nell’apparto investigativo, nell’accusa e nel processo contro Tommy Zeigler.

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(*) Vedi nn. 83, 88, 98, 105, 109, 111, 124, 149, Notiziario

 

 

4) VOLGE AL TERMINE LA MORATORIA DELL’INIEZIONE LETALE IN CALIFORNIA

 

La California ha messo a punto un nuovo protocollo per l’iniezione letale che potrebbe essere approvato dalle corti nel giro di alcuni mesi dando luogo alla ripresa delle esecuzioni capitali nello stato che ha il più alto numero di condannati a morte. Dopo oltre quattro anni di moratoria delle esecuzioni, potrebbe essere subito fissata la data dell’iniezione letale per 6 dei 700 ospiti del braccio della morte: si tratta di coloro che sono giunti al termine del lentissimo iter giudiziario californiano.

 

Il 5 gennaio sono state rese note in California le modifiche proposte al protocollo dell’iniezione letale dal Dipartimento di Correzione e Riabilitazione, allo scopo di ottenere il via libera delle corti alla ripresa delle esecuzioni, bloccate dal 2006 per il sospetto che la procedura per uccidere allora in vigore fosse crudele ed inusuale e quindi contraria alla Costituzione USA. Ricordiamo che il giudice federale Jeremy Fogel, in seguito al ricorso civile di un condannato a morte, tale Michael Morales, sospese le esecuzioni in California nel febbraio di quell’anno, in mezzo ad un susseguirsi di eventi concitati e drammatici – tra cui il rifiuto di due medici anestesisti ad intervenire per assicurare che l’esecuzione di Morales fosse indolore (v. nn. 136, 145).

La vicenda drammatica della California si intrecciò con quella tragica della Florida in cui, il 24 gennaio 2006, venne sospesa l’iniezione letale di Clarence Hill, quando il condannato aveva già gli aghi inseriti nella braccia (v. n.140) ed ha preceduto la moratoria prolungatasi in tutti gli Stati Uniti per sette mesi a partire dal 25 settembre del 2007, giorno in cui intervenne la Corte Suprema federale in conseguenza al ricorso Baze v. Rees (v. n. 153).

Michael Morales è ancora vivo ma Clarence Hill e tanti altri sono morti dopo che il classico metodo dell’iniezione letale è stato sdoganato in tutti gli USA. L’Ohio lo ha addirittura modificato in modo sostanziale senza incorrere in una verifica delle corti (v. nn. 174, 175). A fine gennaio in California, trascorso un ulteriore periodo di 15 giorni per ricevere i commenti del pubblico, le nuove procedure potranno essere definitivamente messe a punto e sottoposte alle corti statali e federali per un loro esame sotto il profilo costituzionale.

Il ritardo della California è dovuto al fatto che il governatore Arnold Schwarzenegger nel 2007 nominò una speciale commissione per riscrivere le procedure dell’iniezione letale prevedendo che le modifiche fossero decise in segreto, così un giudice di contea le definì  illegali in quanto erano state sottratte all’esame e al commento del pubblico.

Pertanto, il Dipartimento di Correzione e Riabilitazione si dispose ad accogliere tra maggio e giugno dello scorso anno i commenti del pubblico sul metodo messo a punto. Da più di 8.000 commenti  inoltrati per lettera, per e-mail o pronunciati in pubbliche udienze, scaturirono solo poche modifiche di dettaglio delle procedure proposte, ad esempio riguardanti la sistemazione dei testimoni dell’esecuzione, l’accesso dei condannati ai cappellani e/o ai consulenti spirituali. E’ stata confermata  la possibilità di scelta per il condannato tra iniezione letale e camera a gas.

Anche se passeranno come minimo alcuni mesi, necessari per la revisione delle nuove procedure da parte delle corti, temiamo che l’argomento della crudeltà del’iniezione letale verrà definitivamente archiviato e ci sarà una ripresa delle esecuzioni nello stato che ha il più elevato numero di condannati a morte.

La moratoria dell’iniezione letale, che negli altri stati è durata 7 mesi, potrebbe finire in California dopo 4 anni. Per i 6 dei 700 condannati a morte, giunti al termine del lentissimo iter giudiziario californiano, esiste la possibilità che venga subito fissata la data dell’esecuzione.

 

 

5) IL NUOVO GOVERNATORE DELLA VIRGINIA PROMETTE PIÙ PENA DI MORTE

 

In Virginia, uno stato del Sud fortemente attaccato alla pena di morte, si è insediato il 16 gennaio il nuovo governatore Bob McDonnell, un repubblicano favorevole all’aumento delle fattispecie di reato capitale. Il suo predecessore, il democratico Timothy Kaine, aveva posto 15 volte il veto a leggi che ampliavano l’applicazione della pena di morte come quella che intendeva cancellare la triggerman rule, una norma che consente di condannare a morte esclusivamente gli autori materiali di un omicidio.

 

Il 16 gennaio è entrato in carica il nuovo governatore della Virginia. Si tratta del repubblicano Bob McDonnell, che succede al democratico, cattolico romano, Timothy M. Kaine.

McDonnell è un personaggio di spicco a livello nazionale, colui che a nome dei Repubblicani si è incaricato di pronunciare una dura risposta al discorso di Obama sullo Stato dell’Unione del 27 gennaio.

Il predecessore Tim Kaine, pur avendo concesso una sola grazia nel corso del proprio mandato lasciando così portare a termine 11 esecuzioni, ha agito coerentemente sul fronte legislativo per arginare l’espansione della pena di morte. Da quando entrò in carica nel 2006, ha posto ben 15 volte il veto a leggi approvate dal Parlamento che, ad esempio, abrogando la triggerman rule, estendevano la pena di morte ai complici di un omicidio che non uccidono materialmente (*). Ha anche bloccato leggi che prevedevano la pena capitale per gli omicidi di poliziotti o vigili del fuoco in servizio. In alcuni dei casi meno importanti, il Parlamento con una maggioranza qualificata è riuscita a superare il veto di Kaine ed ora la pena di morte è prevista in Virginia per 15 tipi di reato.

Il nuovo governatore ha subito chiarito di essere pronto a lasciar passare leggi che espandano la pena di morte. Gli oppositori hanno obiettato che in tale evenienza aumenterebbero i costi per la pena di morte già molto elevati in tempo di crisi e, inoltre, crescerebbe il rischio di giustiziare innocenti.

Tucker Martin, portavoce di Bob MCDonnell, ha precisato che a parere del nuovo governatore la pena di morte è giustamente riservata ai crimini più gravi e violenti e che il suo costo non è un fattore da prendere in considerazione: “Il governatore la considera come una questione di giustizia e di sicurezza, non un potenziale capitolo di risparmio”.

Ora vi è il rischio che, in controtendenza con quanto avviene nel resto degli USA, si verifichi un notevole aumento delle fattispecie di reato capitale in Virginia, uno stato del Sud molto attaccato alla pena di morte.

La Virginia, che ha fatto 105 esecuzioni a partire dal 1976, anno in cui la Corte Suprema ripristinò la pena di morte, è stata superata solo dal Texas con 449 esecuzioni.

Non è comunque da aspettarsi a breve un rilevante numero di esecuzioni in Virginia, uno stato in cui si fa sentire l’effetto della drastica diminuzione delle sentenze capitali comune a tutta la nazione. L’elevato numero di esecuzioni pregresse, accentuato da un iter molto veloce per i casi capitali, ha alleggerito il braccio della morte della Virginia che contiene attualmente solo 14 condannati.

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(*) La triggerman rule (legge di colui che tira il grilletto) è attualmente in vigore in 11 dei 35 stati USA che conservano la pena di morte.

 

 

6) DUE STORIE SIMILI, FINITE IN MODO MOLTO DIVERSO di Claudio Giusti

 

Gaile Owens sta per essere uccisa dopo aver trascorso 20 anni nel braccio della morte. Mary Winkler è subito libera. Eppure le due donne del Tennessee hanno compiuto un eguale delitto ed hanno la stessa attenuante. Come affermò il giudice della Corte Suprema Harry Blackmun nel 1994, la pena di morte negli Stati Uniti d’America “rimane intrisa di arbitrarietà, discriminazione, capriccio ed errore.”

 

Due donne, due storie (*).

Ambedue hanno commesso un delitto orribile.

Tutte e due sono state vittime di un marito violento.

Per l’una e l’altra un matrimonio fatto di abusi fisici, psicologici e sessuali, è finito con l’uccisione del coniuge.

La prima, Gaile Owens, lo ha fatto assassinare da un balordo trovato per strada.

La seconda, Mary Winkler, lo ha lasciato morire dissanguato dopo avergli sparato a sangue freddo.

Per ambedue lo stesso famoso psichiatra ha diagnosticato, a vent’anni di distanza, la “battered woman’s syndrome” (sindrome della donna maltrattata): un’attenuante che le corti americane considerano decisiva.

Ma qui le loro strade si dividono.

Mary Winkler ha trascorso 67 giorni in un ricovero psichiatrico. Ora è libera e ha ottenuto la custodia dei figli.

Gaile Owens è da vent’anni nel braccio della morte e fra poco la uccideranno.

Entrambe le storie vengono dal Tennessee dove altri casi simili dimostrano quanto fossero giuste le parole scritte dal giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti Harry Blackmun nel 1994: 

“Sono passati vent’anni da quando questa Corte proclamò che la pena di morte può essere imposta solo ed esclusivamente se lo si fa in maniera equa e con una ragionevole coerenza […], [ma] nonostante gli sforzi degli Stati e delle corti per escogitare formule legali e regole procedurali adatte a raggiungere questa impegnativa sfida, la pena di morte rimane intrisa di arbitrarietà, discriminazione, capriccio ed errore.  […]

“Da oggi in poi non mi gingillerò più nel tentativo di riparare il meccanismo della morte. Per più di 20 anni ho cercato (in  realtà ho lottato) insieme alla maggioranza  della Corte nel tentativo di sviluppare regole procedurali e sostanziali che portassero a qualcosa di più di una mera apparenza di equità nell’applicazione della pena di morte. Piuttosto che continuare a cullarmi nell’illusione della Corte che si sia raggiunto il livello accettabile di equità […], mi ritengo moralmente e intellettualmente obbligato ad ammettere che l’esperimento della pena di morte è fallito. […] La domanda di base:  - il sistema determina accuratamente e coerentemente quale accusato “merita” di morire? – non può avere una risposta affermativa.”   Supreme Court Justice Blackmun, dissenting in Callins v. Collin, 1994

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(*) Per i dettagli dei casi vedi i seguenti articoli; sul caso di Gaile Owens si può chiedere della documentazione al Comitato Paul Rougeau. 

 

The uneven hand of justice in TN murders
Comparison of similar crimes leaves you wondering: Why is Gaile Owens facing execution?
The Tennessean - December 20, 2009

 

Deeper look shows even more cases of unequal justice
Owens on death row while others are free

The Tennessean - January 10, 2010

 

7) FRANA LA BASE DOTTRINALE DELLA PENA DI MORTE NEGLI USA

 

L’Istituto Americano di Legge ha sconfessato lo schema per l’applicazione della pena di morte, da esso stesso elaborato, cui si riferì la Corte Suprema federale nel 1976 quando consentì la ripresa della pena di morte a certe condizioni, con la sentenza Gregg v. Georgia. Si ritiene che con ciò sia crollato l’unico supporto dottrinale, intellettualmente rispettabile, rimasto al sistema della pena capitale negli USA.

 

All’inizio dell’anno, analizzando gli sviluppi verificatisi nel 2009 riguardo alla pena di morte, è stato dato particolare rilievo al cambiamento di posizione dell’American Law Institute (Istituto Americano di Legge - A. L. I.).

Tale istituto, costituito da circa 4.000 specialisti di legge, tra i quali figurano giudici, avvocati e professori universitari, fa opera di sintesi e di armonizzazione delle norme civili e penali costituenti il sistema legale federale che, altrimenti, fornirebbe 50 diversi approcci ad ogni questione, tanti quanti sono gli stati dell’Unione.

Nel 1962 l’A. L. I. creò un moderno sistema di riferimento per la pena di morte, che esplicitamente la Corte Suprema degli Stati Uniti adottò nel 1976, consentendo la ripresa della pena di morte a certe condizioni con la famosa sentenza Gregg v. Georgia.

L’Istituto, dopo una approfondita discussione al suo interno, nello scorso ottobre ha deciso di ripudiare la propria posizione sulla pena capitale. Raggiungendo un compromesso tra proposte più o meno avanzate dei suoi membri, l’A. L. I., pur senza attaccare frontalmente la pena di morte, ne ha sconfessato il quadro di riferimento da esso stessa creato “alla luce degli attuali insuperabili ostacoli istituzionali e strutturali nell’assicurare un sistema minimamente adeguato per amministrare la pena capitale.”

Il professore californiano di legge Franklin E. Zimring  ha notato che ormai i membri dell’American Law Institute  “erano rimasti l’unico supporto intellettualmente rispettabile per il sistema della pena di morte negli Stati Uniti.”

 

 

8) SI AGGRAVA IN IRAN L’USO POLITICO DELLA PENA DI MORTE

 

In un paese retto da un regime dittatoriale oggetto di contestazioni crescenti dell’opposizione, in cui dilaga la pena di morte, la pena capitale viene minacciata e inflitta agli oppositori politici.

 

L’opposizione al regime degli ayatollah da parte della popolazione iraniana, aumentata significativamente dopo le elezioni di giugno, viene duramente stroncata dal governo con una raffica di arresti ed anche brandendo lo spettro della pena di morte. Secondo Amnesty International sarebbero state arrestate in tale contesto 5000 persone e diverse di esse sarebbero già state condannate a morte.

L’esponente di Amnesty International Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del Programma Medio Oriente e Africa, chiede che “le autorità assicurino che chiunque sia sospettato di crimini connessi alle dimostrazioni, inclusi quelli che hanno lanciato sassi o incendiato, siano processati prontamente ed equamente, con procedimenti che rispettino gli standard internazionali per i processi equi, e che nessuno sia condannato a morte.”

Il ministro dell’interno iraniano, Mostafa Mohammad Najjar, il 5 gennaio ha ammonito i contestatori che la mera partecipazione alle rivolte antigovernative  comporta le accuse di “moharebeh” (inimicizia nei riguardi di Dio) e di minaccia alla sicurezza nazionale, crimini che possono comportare la pena capitale.

Gli avvertimenti di Najjar sono assai credibili in un paese in cui dilaga la pena di morte, che detiene il record mondiale del numero di esecuzioni pro capite.

Il 4 gennaio è stata addirittura presentata nel parlamento iraniano una proposta di legge secondo cui i condannati per moharebeh devono essere giustiziati entro 5 giorni dalla sentenza, senza possibilità di appello.

Almeno 5 dimostranti fermati durante le sanguinose dimostrazioni tenutesi in occasione della festa dell’Ashoura il 27 dicembre, sono stati accusati di moharebeh e rischiano l’esecuzione. Si tratta di Ali Mehrnia, Parviz Varmazyari, Majid Rezaii, Alireza Nabavi e Ali Massoumi, tutti appartenenti all’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo che si oppone al governo di Mahmoud Ahmadinejad.

Rischiano la pena di morte anche 20 appartenenti alla comunità religiosa Baha’i detenuti da oltre un anno e accusati di spionaggio. I Baha’i sono pure accusati di aver sobillato i disordini del 27 dicembre, almeno 13 di essi sono stati arrestati nei giorni seguenti ai disordini.

Il 28 gennaio sono stati impiccati Mohammad Reza Ali-Zamani e Arash Rahmanipour, colpevoli di  moharebeh e di appartenenza ad gruppo fuorilegge che chiede il ritorno della monarchia.

Amnesty International  denuncia il processo farsa cui sono stati sottoposti i due. “Li hanno condannati dopo un processo iniquo, poi li hanno uccisi e non è neanche chiaro se effettivamente appartenessero o meno al gruppo fuorilegge, dato che le loro ‘confessioni’ sarebbero state estorte con la forza,” ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui.

L’avvocato di Arash Rahmanipour ha affermato che il suo assistito non aveva mai preso parte alle proteste post-elettorali e che era stato costretto a rilasciare una ‘confessione’ durante un ‘processo-spettacolo’ e dopo che i suoi familiari erano stati sottoposti a intimidazioni. In violazione della legge, né lui né il collega che difendeva Mohammad Reza Ali-Zamani sono stati informati dell’esecuzione.

Secondo le autorità iraniane, almeno altre nove persone si trovano in attesa di esecuzione dopo essere state condannate nei cosiddetti “processi-spettacolo” in seguito alle contestazioni politiche.

9) GLI STATI UNITI NON RIESCONO A LIBERARSI DELLA TORTURA

 

In occasione del primo anniversario dell’insediamento di Barack Obama alla presidenza USA si moltiplicano le analisi delle sue dichiarazioni e dei suoi atti in materia di diritti umani. Un editoriale del New York Times rileva che il ripudio della tortura annunciato da Obama è fragile e tutt’altro che definitivo. Nel concedere una totale immunità agli esponenti dell’amministrazione Bush sospetti promotori della tortura, il potere giudiziario lascia aperta la porta al ripetersi di tale aberrante pratica.

 

Esattamente un anno fa, con l’insediamento dell’amministrazione di Barack  Obama, nascevano grandi speranze in un miglioramento sostanziale del rispetto dei diritti umani negli Stati Uniti d’America e in tutto il mondo. Speranze suscitate soprattutto dai discorsi e dalle promesse del nuovo Presidente USA ma anche da alcune sue iniziali riforme.

Ad esempio il 22 gennaio 2009, Obama firmò tre “ordini esecutivi” che prevedevano la chiusura del campo di Guantanamo entro un anno, la chiusura dei centri segreti di detenzione della CIA all’estero e la messa al bando delle “tecniche di interrogazione” consentite fino ad allora alla CIA e condannate da più parti quali forme di tortura.

Innumerevoli ostacoli hanno causato ritardi, distorsioni ed eccezioni nell’applicazione delle riforme di Obama e, in particolare, di quanto enunciato nei titoli di quei tre ordini esecutivi. Basti dire che a tutt’oggi il centro di detenzione di Guantanamo non è stato ancora chiuso, che potrebbero esserci ancora centri di detenzione segreti all’estero, sia pure considerati eccezionali e provvisori, che alle 19 “tecniche di interrogazione” contenute nel manuale delle forze armate autorizzate da Obama (già queste ai limiti della tortura), potrebbero aggiungersi, al bisogno, ulteriori ‘tecniche’ mantenute segrete per disorientare il “nemico”.

Quanto a noi, pur non potendo nu­trire un grande ottimismo, in occasione dell’insediamento di Barack Obama avevamo sottolineato con soddisfazione che almeno questi si dichiarava un netto oppositore dell’uso della tortura. Posizione peraltro comune con John McCain, il candidato ultraconservatore alla presidenza sconfitto da Obama alle elezioni di novembre del 2008 (v. n. 166).

La questione della tortura è infatti un chiaro discriminante per quanto riguarda l’approccio ai diritti umani.

La sincerità e la risolutezza di Obama ebbero una prima immediata misurazione nel suo atteggiamento verso coloro che avevano violato i diritti umani sotto la precedente amministrazione. Dichiaratosi indisponibile ad autorizzare un’ampia inchiesta sulle violazioni dei diritti umani compiute sotto l’amministrazione Bush, Obama precisò che non avrebbe ostacolato procedimenti avviati dal Dipartimento di Giustizia se “qualcuno ha violato la legge in maniera lampante.” Il minimo indispensabile.

Dopo un iniziale progresso, nell’ultimo anno abbiamo dovuto registrare arretramenti nelle posizioni degli Stati Uniti sui diritti umani, arretramenti omogenei in tutte le espressioni del potere statunitense, particolarmente gravi per quanto riguarda il potere giudiziario.

In particolare, come suggerisce un preoccupato editoriale del New York Times del 3 gennaio, la questione della tortura non è stata affatto archiviata negli USA, ciò soprattutto per la mancanza di leadership del massimo organo giudiziario statunitense, la Corte Suprema, sospinta nella direzione sbagliata dall’Esecutivo.

L’editoriale, dal titolo “Yes, It Was Torture, and Illegal” (Sì, si trattò di tortura, illegale), comincia così:

“L’amministrazione Bush se ne uscì fuori con ogni tipo di argomentazione ridicola e ripugnate per giustificare le torture inflitte ai prigionieri. Non si tratta di tortura se tu non intendi che lo sia. Non è tortura se non arrivi quasi ad ammazzare la vittima. Non è tortura se il Presidente dice che non lo è.

E’ stato veramente penoso vedere la Corte federale d’Appello del Distretto di Columbia precipitare a tali livelli di bassezza in aprile, quando ha respinto una causa civile promossa da quattro ex detenuti di Guantanamo mai accusati di alcunché. La corte disse che il precedente Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, e gli alti ufficiali oggetto del ricorso non potevano essere ritenuti responsabili di aver violato i diritti dei ricorrenti in quanto nel periodo della loro detenzione, tra il 2002 e il 2004, non era stato “chiaramente stabilito” che la tortura era illegale.

La Corte Suprema avrebbe potuto correggere tale stravagante interpretazione della Costituzione, dei precedenti legali, dei codici e trattati interni e internazionali. Invece nel mese scorso i massimi giudici hanno abdicato dal loro dovere legale e morale declinando di rivedere il caso.

E’ vero che un rifiuto di considerare un ricorso di certiorari non è una sentenza nel merito. Ma i giudici si sono sicuramente resi conto che la loro omissione di accettare il caso indeboliva ulteriormente la legalità.

Di fatto la Corte Suprema ha concesso al Governo l’impunità per aver sottoposto le persone in sua custodia ad un terribile maltrattamento. Ha privato le vittime di un rimedio e gli Americani del diritto di avere un governo che renda loro conto dei propri atti; ed ha nel contempo ulteriormente danneggiato l’immagine del paese nel mondo.”

Precisiamo che il diniego della Corte Suprema cui si riferisce l’editoriale è del 14 dicembre scorso e che i ricorrenti, Shafiq Rasul, Asif Iqbal, Rhuhel Ahmed e Jamal al-Harith, erano musulmani di nazionalità britannica. Costoro, rientrati nel Regno Unito, denunciarono varie forme di tortura ai loro danni, a livello fisico e psicologico, inclusa la sacrilega immersione di una copia del Corano in un cesso.

A prima vista l’editoriale citato se la prende solo con i sospetti torturatori della passata amministrazione e con il potere giudiziario che si rifiuta di perseguirli, ma tra le righe, soprattutto nell’ultima parte dell’editoriale, troviamo  una critica severa anche nei riguardi dell’amministrazione Obama:

“C’è chi si oppone ai tentativi di punire l’illegalità dell’era Bush – alcuni argomentano che l’America non deve guardare indietro e altri scusano quell’illegalità. Ma l’imperio della legge impone che si esaminino le prove del comportamento passato per stabilire le responsabilità, amministrare giustizia e scoraggiare cattivi comportamenti in futuro.

Il presidente Obama, con suo onore, ha dismesso l’uso della tortura, ma la politica e coloro che impostano la prassi cambiano, mentre la democrazia non può affidarsi solamente sulla buona volontà di un presidente e dei suoi collaboratori. Tale buona volontà non esisteva nella passata amministrazione. E il trattamento inumano e illegale dei prigionieri potrebbe ricomparire in una futura amministrazione se la Corte Suprema non manda un fermo segnale dicendo che ordinare la tortura è una gravissima violazione dei diritti fondamentali.

Chiunque dubiti sul grado di cedevolezza dell’esecutivo in tale ambito deve considerare questo: la parte che ha chiesto alla Corte Suprema di non accogliere l’appello delle vittime perché l’illegalità della tortura non era stata “chiaramente stabilita” è proprio il Dipartimento di Giustizia di Obama.”

 

 

10) INTRINSECA ILLEGALITÀ DELLA DETENZIONE INDETERMINATA

 

E’ intrinsecamente illegale la detenzione illimitata dei ‘nemici’ e ‘dei loro sostenitori’ nel corso della ‘guerra’ atipica - indeterminata nel tempo, nello spazio e nelle modalità - che fu definita da George Bush “guerra globale al terrore”. Tale aberrante status giuridico è stato affermato ed adottato dalle due ultime amministrazioni statunitensi ed infine autorizzato dalle corti di giustizia degli Stati Uniti.

 

Lo yemenita Ghaleb Nassar Bihani, sospetto cuoco in una formazione talebana, fu catturato nel 2001 nel corso della breve guerra afgana ed è ancora prigioniero degli Stati Uniti nel centro di detenzione di Guantanamo.

All’inizio di gennaio una sentenza pressoché definitiva di una corte di giustizia ha sigillato per Bihani, e non soltanto per lui, la detenzione illimitata senza accusa e senza processo.

Tale tipo di detenzione è un connotato caratteristico della ‘guerra globale al terrore’ scatenata dall’amministrazione Bush dopo l’11 settembre 2001. Si tratta di uno degli aspetti più gravi di una guerra nuova ed atipica, che ne dimostra chiaramente l’intrinseca illegalità.

Il 5 gennaio un panel di tre giudici della Corte federale d’Appello del Distretto di Columbia - confermando una decisione della corrispondente Corte federale Distrettuale - ha sentenziato che il Governo USA ha la facoltà di detenere indefinitamente i “sospetti ex combattenti talebani” e i loro “sostenitori” catturati all’estero e portati nel centro di detenzione di Guantanamo.

Bihani aveva reclamato il suo diritto al rilascio in quanto prigioniero di guerra, dal momento che la guerra all’Afghanistan, attaccato nel 2001 dagli Stati Uniti e dai loro alleati in risposta agli attentati dell’11 settembre di quell’anno, finì all’inizio del 2001 con la resa delle forze afgane.

La Giudice Janice Rogers Brown ha scritto, nella sentenza del 5 gennaio, che nessuna legge richiede il rilascio di un prigioniero militare semplicemente perché i combattimenti finiscono “in un settore”. A suo dire la legge permette “ciò che ci dice il buon senso: il rilascio è richiesto solo alla fine dei combattimenti.” Altrimenti “ogni campagna vinta in una lunga guerra […] comporterebbe l’obbligo di rilasciare i combattenti talebani catturati in ogni scontro” i quali ritornerebbero in battaglia.

Questa è stata la prima decisione della Corte federale d’Appello riguardante i diritti dei detenuti di Guantanamo, dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti nel 2007 sentenziò genericamente che tali detenuti, trovandosi in un territorio sotto l’effettivo controllo degli USA, avevano la facoltà di contestare la loro detenzione (*).

Anche se la sentenza del 5 gennaio in teoria è ancora appellabile, non sembra che vi siamo reali possibilità di evitare che un principio concordemente affermato dalle amministrazioni Bush e Obama si consolidi anche nelle corti di giustizia: il Governo degli Stati Uniti ha diritto di detenere a tempo indeterminato senza accusa e senza processo qualsiasi persona, ovunque catturata, da esso stesso definita un “nemico”, effettivo o potenziale.

Notiamo che Bihani, in quanto prigioniero di Guantanamo, ha potuto contestare la qualifica di ‘nemico’ attribuitagli dal Governo USA ricorrendo alla Corte federale di Columbia (sia pure con esito negativo perché tale corte ha sentenziato che esistevano sufficienti prove che egli avesse combattuto con i Talebani, sentenza ribadita il 5 gennaio dalla Corte d’Appello).

Occorre comunque chiarire che i prigionieri di Guantanamo rappresentano oramai soltanto un piccola parte, oggettivamente privilegiata, del totale dei detenuti a tempo indeterminato (**). Ad un numero molto più alto di prigionieri in varie parti del mondo, per esempio ai 645 detenuti a Bagram in Afghanistan, e alle migliaia in Iraq, che si trovano in condizioni ancora peggiori di quelle di Guantanamo, le corti non hanno neanche riconosciuto il diritto di contestare la loro detenzione. Ad essi la qualifica di ‘nemico’ o di ‘sostenitore del nemico’ è stata applicata insindacabilmente dal governo americano.

Al di là di ogni bizantinismo giuridico, è ovvia l’intrinseca illegalità della detenzione indeterminata senza accusa e senza processo dei prigionieri in ogni parte del mondo. Essa può trovare una logica e una giustificazione in un guerra per così dire ‘tradizionale’ ben delimitata nei luoghi e nei tempi, nella quale, simultaneamente ai trattati di pace, si rilasciano i prigionieri fatti dalle parti belligeranti.  Qualora cioè i periodi di ‘guerra’ e di ‘pace’ siano identificabili e distinti.

Ma non certamente  nella “guerra globale al terrore” (o comunque la si voglia chiamare o non chiamare ***) illimitata nei tempi, nei luoghi e nei modi, come quella dichiarata da George W. Bush subito dopo gli attentati dell’’11 settembre 2001, praticamente una guerra perpetua che si estende su tutto l’universo.

Purtroppo la filosofia di questa inquietante e specialissima ‘guerra’ è stata recepita pressoché integralmente dall’amministrazione Obama e il potere giudiziario non ha fatto quasi nulla per contrastarla mentre ha fatto tutto ciò che serviva per confermarla.

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(*) Sia pure senza specificare le leggi da applicare in tali contestazioni.

(**) Da indiscrezioni pubblicate il 22 gennaio dal New York Times, si apprende che dei circa 200 detenuti attualmente rimasti a Guantanamo, il governo intenderebbe processarne una quarantina per terrorismo o crimini di guerra, trasferirne in altri paesi 110, anche in vista di un possibile rilascio di alcuni di essi, e mantenerne una cinquantina indefinitamente a Guantanamo o in altro luogo ancora da decidere.

(***) L’ esclusione dell’enfatica locuzione di “guerra globale al terrore” dal vocabolario dell’Esecutivo USA nel marzo 2009 non ha avuto altro effetto che quello di confondere le idee e complicare la comunicazione (v. n. 168).

 

 

11) FAMILY DAY

 

La persecuzione incessante nei riguardi delle minoranze zingare e dei baraccati si realizza con la tecnica dello ‘sgombero’. In estate come in pieno inverno, alla ripetuta distruzione dei beni e dei rifugi dei più poveri segue il tentativo di dividere le famiglie. Riportiamo, a titolo di esempio, la descrizione di uno tra gli innumerevoli episodi di sgombero che passano per lo più sotto silenzio. La cronaca, fatta dall’encomiabile Gruppo EveryOne, si può trovare nel sito http://www.everyonegroup.com/it

 

Milano, 30 gennaio 2010. Ieri mattina la polizia locale ha condotto due operazioni di sgombero di insediamenti Rom a Giambellino e Lorenteggio.

50 agenti armati, con i manganelli in mano, sono intervenuti in via Giambellino e Molinetto di Lorenteggio, suscitando scene di disperazione, pianto e panico, soprattutto nei molti bambini cacciati dalle baracche in cui vivevano.

Il Nuir (Nucleo di Intervento Rapido per la Manutenzione del Comune di Milano: un organismo il cui nome basta perché riaffiorino fantasmi di altre persecuzioni etniche) ha abbattuto 65 baracche e allontanato un’ottantina di persone già identificate e denunciate in precedenti raid polizieschi. Agli sgomberati che si trovavano negli insediamenti più numerosi, il comune ha fatto la solita “proposta indecente”: donne e bambini in un ricovero per senzatetto, in via temporanea, mentre i padri, i mariti e i fratelli in maggiore età avrebbero dovuto incamminarsi nella solita “marcia verso il nulla”.

“Perché non hanno accettato?” ha chiesto un cittadino agli attivisti del Gruppo EveryOne, accorsi sul posto per prestare i più urgenti aiuti umanitari. “E chi accetterebbe di abbandonare la moglie e i figli, lasciandoli in ‘accoglienza temporanea’ presso un ospizio, a rischio di perderli per sempre?” è stata l’ovvia risposta. “E quale moglie - tanto meno le Romnì, che giurano solennemente di restare accanto ai loro compagni ‘in salute e in povertà’ - si separerebbe dal suo sposo, lasciandolo in mezzo alla strada?”

L’Amsa ha provveduto poi a distruggere le povere abitazioni in legno e cartone delle famiglie sfollate. Alle operazioni di “pulizia” hanno partecipato i settori Sicurezza, Nttp, Problemi del territorio, personale delle Zone, due unità cinofile, oltre a un contingente della Polizia di Stato e i Servizi Sociali. Tante divise, tante armi, tanta ostilità, zanne aguzze e un freddo polare contro bimbi in fasce, ragazzini spaventati, donne in lacrime e capifamiglia tanto disperati da non essere più in grado neppure di chiedere pietà.

“Molti rom erano addirittura a pochi passi dalla pista ciclabile,” ha commentato, soddisfatto, il vicesindaco De Corato, “a dimostrazione che questi rom romeni abusivi non hanno alcuna remora a piazzarsi ovunque. Mi auguro che anche i giudici, così solerti a difendere la salubrità di Milano, siano altrettanto severi contro chi produce tonnellate di rifiuti abbandonati per la città”.

 

 

12) NOTIZIARIO

 

Iran. Pietà e violenza. L’agenzia stampa di stato iraniana ISCA ha pubblicato un articolo dettagliato sull’effimero salvataggio, da parte della folla, di due uomini già sul patibolo, il 22 dicembre scorso, nella città di Sirjan, nell’Iran meridionale. Nell’articolo si legge fra l’altro: “Più di 1500 persone si sono radunate, ma il loro numero aumentava. Il patibolo era montato. I prigionieri sono stati portati sul posto con 45 minuti di ritardo rispetto ai tempi previsti. Avevano catene ai piedi ed erano anche incatenati l’uno all’altro. Uno di loro è caduto. Facevano impressione alla gente, che provava pietà per loro”. Il rapporto continua: “Gli agenti erano chiaramente esitanti a proposito di chi avrebbe dovuto mettere il cappio intorno al collo dei prigionieri. Nessuno di loro sembrava disposto a farlo e ognuno voleva lasciare il compito all’altro. Finalmente qualcuno mise loro il laccio”. “I prigionieri erano in piedi sopra una macchina, ma non era chiaro chi si sarebbe messo alla guida”. “L’auto è partita, facendo il vuoto sotto di loro, gli uomini si sono ritrovati appesi”. “Una manciata di secondi dopo la gente ha cominciato a scagliare pietre contro le autorità, che non avevano altra scelta se non quella di darsi alla fuga”. Continua: “Ho visto una donna avvicinarsi a uno degli uomini impiccati e cercare di salvarlo. Pochi istanti dopo non vi era più traccia dei prigionieri e la macchina che aveva fatto il vuoto era in fiamme”. Gi scontri durarono fino al pomeriggio con altri morti e feriti. Continui gli attacchi della popolazione alle forze dell’ordine che, nel frattempo, avevano catturato e impiccato all’interno della prigione locale i due condannati a morte. Al termine di questa giornata di guerra civile il bilancio è stato di almeno 20 morti e più di 50 feriti, con centinaia di persone arrestate. (Lucia)

 

Ohio. Un’altra esecuzione con una sola sostanza letale. Il nuovo protocollo per l’iniezione letale introdotto in Ohio il 30 novembre scorso, è stato usato per la seconda volta. Adottato e subito applicato senza incontrare alcuna resistenza da parte delle corti, fu utilizzato per la drammatica esecuzione di Kenneth Biros in dicembre (v. n. 175). E’ stato poi applicato nei riguardi di Vernon Smith il 7 gennaio senza che si presentassero imprevisti. Ricordiamo che nel nuovo protocollo dell’Ohio preoccupa soprattutto la procedura ‘di emergenza’. Il piano B, da seguire se non si riesce a trovare una vena adatta all’iniezione letale monodose, consiste nell’iniezione di due fermaci per via endomuscolare.

 

Usa. Moussaoui marcirà nel carcere di massima sicurezza del Colorado. Il 4 gennaio un panel di tre giudici della Corte federale d’Appello del Quarto Circuito ha respinto l’appello di Zacarias Moussaoui contro la condanna a vita senza possibilità di uscita sulla parola inflittagli  nel 2006 con l’accusa di essere stato uno dei cospiratori per gli attacchi dell’11 settembre 2001. Al termine di un processo spettacolarizzato e caotico, in cui si dimostrò non del tutto sano di mente, egli evitò la pena di morte soltanto per il fatto che la giuria non fu concorde nel proporla (v. n. 139). Moussaoui nel  frattempo ha ritrattato le scoordinate confessioni rese nel 2005. Nel suo appello ha sostenuto che le testimonianze, non  ammesse al processo, di Ramzi Binalshibh, Mustafa Ahmed al-Hawsawi e Khalid Shaikh Mohammed, tre appartenenti ad al-Qaeda (allora detenuti in segreto e sottoposti a torture), potevano dimostrare la sua estraneità al complotto che ordì gli attacchi dell’11 settembre. Secondo i giudici della Corte d’Appello, “Moussaoui, essendosi dichiarato colpevole, ha rinunciato a contestare tutti gli errori non giurisdizionali che hanno portato alla sua condanna ad eccezione di quelli riguardanti l’adeguatezza delle sue dichiarazioni”. “Riteniamo significativo che Moussaoui non abbia chiesto di annullare le ammissioni che aveva appena fatto” quando gli fu domandato di dichiarasi colpevole o innocente nel marzo del 2005 - hanno scritto i giudici - “e neanche nel periodo di circa tre anni che è trascorso” prima dell’appello. La difesa ha ancora due opzioni: chiedere un riesame dal caso da parte della Corte d’Appello al completo di tutti i suoi membri e infine ricorrere alla Corte Sprema. Sono pressoché nulle, tuttavia, le probabilità che si interrompa la sepoltura a vita di Moussaoui nel carcere federale di massima sicurezza di Florence nel Colorado. Egli è rinchiuso per 23 ore al giorno in una piccolissima cella parzialmente sotto terra, con una sola ora di ricreazione solitaria in un cortiletto simile ad un canile. “Lì Moussaoui marcirà per il resto della sua vita. Marcirà,” aveva dichiarato alla giuria durante il pro­cesso l’esperto di carceri James E. Alken.

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 31 gennaio 2010