FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

Numero 166 -  Gennaio 2009

SOMMARIO:

 

1) Sospesa l’esecuzione di Larry Swearingen!  

2) Diritti umani, dopo Bush le riforme di Obama           

3) Dati del 2008: continua il declino della pena di morte negli Usa      

4) Per la terza volta la domanda: Willingham era innocente? innocente?    

5) Per noi non ci sono innocenti nel braccio della morte   di Claudio Giusti  

6) L’uccisione di Markelov un altro cupo segnale dalla Russia         

7) Richiesta di corrispondenza di Chuck Thompson                           

8) Notiziario: Cina, Iran, Maryland, Russia, Texas, USA               

 

 

1) SOSPESA L’ESECUZIONE DI LARRY SWEARINGEN!

 

Larry Swearingen, il condannato a morte del Texas che avanza forti prove di innocenza e che doveva ricevere l’iniezione letale il 27 gennaio u. s., è stato salvato con un giorno di anticipo da un ordine della Corte federale d’Appello del Quinto Circuito. La sua vita per ora è al sicuro ma è arduo il percorso che i giudici hanno assegnato alla difesa del condannato per tentare di portarlo fuori del braccio della morte.

 

Il 26 gennaio, giorno precedente a quello fissato per somministrare l’iniezione letale al nostro amico Larry Swearingen in Texas, la Corte federale d’Appello del Quinto Circuito ha ordinato uno stay (sospensione) dell’esecuzione ed ha rimandato il caso ad una corte inferiore per un riesame.

Grandissimo è stato il sollievo di tutti i sostenitori di Larry Swearingen. Possiamo immaginarci la gioia di Larry il quale, sembra, non avesse comunque perso la speranza di sopravvivere per l’incoraggiamento ricevuto dalla sua moglie tedesca, Wiebke, spostatasi in Texas e ammessa a frequenti colloqui negli ultimi giorni.

La vita di Larry è dunque per il momento al sicuro. Lo sarà almeno per diversi mesi, se non per anni, anche se gli sviluppi del suo caso giudiziario si profilano quanto mai ardui.

Larry ha potuto vedere la luce del 28 gennaio per merito di uno degli articolati e incisivi ricorsi approntati in fretta dalla difesa nel ristrettissimo margine di tempo disponibile prima dell’esecuzione; ricorsi che sono stati aggiornati con le prove a favore emerse negli ultimi giorni e presentati sia a livello statale che a livello federale.

Il ricorso è stato valutato con grande severità dalla corte. Non è facile, per chi non sia un esperto del sistema della pena di morte degli Stati Uniti, comprendere le 11 pagine del dispositivo con cui la Corte del Quinto Circuito ha sospeso l’esecuzione di Larry (*).

Si tratta di una decisione complessa, densa di riferimenti alla giurisprudenza della Corte Suprema degli Stati Uniti,  evidentemente scaturita da un impegnativo lavoro del ‘panel’ di tre giudici che hanno esaminato l’appello preparato dall’avvocato James Rytting nell’interesse del condannato.

L’impressione che se ne ricava è che la Corte abbia esaminato freddamente, in maniera strettamente tecnicistica, gli argomenti portati dalla difesa, analizzandoli con estremo rigore, quasi con ostilità, e respingendoli quasi tutti per ragioni formali.

La corte, pur bloccando l’esecuzione, ha delimitato un sentiero strettissimo per l’ulteriore sviluppo  del caso di Larry Swearingen.

Il dispositivo, infatti, rimanda il caso alla corte inferiore (la Corte federale distrettuale competente) autorizzandola ad accogliere un ulteriore ricorso di habeas corpus del condannato, ma limitatamente a due soli punti (compresi nei sette gruppi di argomenti avanzati dalla difesa).  Inoltre specifica che la corte distrettuale potrà anche respingere l’ulteriore habeas consentito al condannato senza entrare nel merito degli argomenti sollevati!

I due punti accettati ruotano intorno alla testimonianza della dottoressa Joye Carter. La Carter, che fece l’autopsia di Melissa Trotter, la ragazza uccisa e abbandonata in una bosco, attestò durante il processo del 2000 una data della morte della giovane coincidente con quella affermata dall’accusa. Tale asserzione è stata da lei stessa smentita, in una dichiarazione giurata del 2007, con lo spostamento della data dell’abbandono del corpo della Trotter ben addentro al periodo in cui Larry si trovava già in carcere (v. n. 165). 

La corte ha accolto (sia pure ‘prima facie’, cioè senza approfondirla) l’obiezione che l’errata testimonianza della dottoressa abbia tratto in inganno l’accusa. Nello stesso modo ha accolto la contestazione che l’avvocato originario di Larry omise di contro-interrogare la teste su alcune prove disponibili riguardanti il momento dell’abbandono del corpo della Trotter nel bosco (una delle quali portata a conoscenza della difesa solo il 15 gennaio 2009!).

Con il dispositivo del 26 gennaio, il Quinto Circuito lascia quindi un compito difficilissimo ai legali di Larry Swearingen che dovranno preparare un nuovo ricordo di habeas corpus per la corte distrettuale basato su due soli argomenti, dovendo anche dimostrare che l’esame dell’ulteriore ricorso non è ‘sbarrato’ dalla giurisprudenza consolidata.

Anche se questa rappresenta la strada principale per la difesa di Larry Swearingen, dobbiamo aggiungere che non è assolutamente esclusa la possibilità di un futuro ulteriore intervento della Corte del Quinto Circuito riguardo all’effettiva innocenza del condannato. Una (assai tenue) speranza in questo senso si ricava soprattutto leggendo l’opinione scritta dal giudice Jacques L. Wiener nelle due pagine aggiunte in coda al dispositivo.

Il giudice Wiener, dopo aver dichiarato di concordare con le conclusioni dei due colleghi (stay e rinvio alla corte inferiore limitatamente a due soli punti sollevati dalla difesa), non può fare a meno di sollevare una questione che non è rientrata nei motivi della sospensione: ‘l’elefante che scorgo nell’angolo di questa stanza’: l’effettiva innocenza. Wiener rileva che: “Dal momento che la Corte Suprema non ha mai riconosciuto espressamente l’effettiva innocenza come base per il proscioglimento in un caso capitale, questa corte  ha sempre respinto i reclami basati sulla pura e semplice innocenza […]. La Corte Suprema ha tuttavia fatto affermazioni che, come minimo, suggeriscono fortemente che, nelle giuste circostanze, gli accusati di reati capitali effettivamente innocenti potrebbero aggiungersi alla categorie che, secondo la Costituzione, non sono suscettibili di pena di morte, come quelle degli alienati, dei ritardati mentali e dei minorenni” [testo semplificato dal traduttore]. Perciò, secondo lui, non sono del tutto inesistenti i margini per riaprire il dibattito sulla questione dell’attuale innocenza davanti alla Corte d’Appello del Quinto Circuito en banc, cioè al completo dei suoi 17 membri o, in caso di inerzia di tale corte, presso la stessa Corte Suprema.

In definitiva – poiché il compito che la Corte del Quinto Circuito ha assegnato il 26 gennaio agli  avvocati difensori di Larry Swearingen è difficilissimo - potrà essere preziosa la scoperta da parte degli investigatori e degli esperti pagati dalla difesa di elementi nuovi. Per questo scopo verranno utilizzati i soldi che sia noi sia altri hanno recentemente raccolto per la difesa del condannato. Grazie ancora da parte di Larry ai socie ai simpatizzanti del Comitato che hanno contribuito di tasca propria o si sono attivati per raccogliere fondi!

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(*) V.  http://www.ca5.uscourts.gov/opinions/pub/09/09-20024-CV0.wpd.pdf

 

 

2) DIRITTI UMANI, DOPO BUSH LE RIFORME DI OBAMA

 

Corrispondendo in parte alle grandi attese dei militanti per i diritti umani, il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America, Barak Obama, ha avviato numerose riforme appena entrato in carica il 20 gennaio. Tuttavia la sua azione si è in parte arenata tra grandi difficoltà e limitazioni.

 

Approssimandosi il cambio dell’inquilino della Casa Bianca, dopo il secondo non ripetibile mandato a George W. Bush, gli attivisti per i diritti umani si sono interrogati sulle prospettive di mutamento della pesantissima situazione dei diritti umani instauratasi negli USA e nel mondo, soprattutto dopo la dichiarazione della ‘guerra globale al terrore’, sotto la presidenza Bush.   

Su queste pagine abbiamo parlato in particolare delle posizioni riguardo alla pena di morte della ventina di candidati messisi inizialmente in corsa (v. n 155). Abbiamo in seguito confrontato su un ampio spettro di questioni il programma dei due ultimi contendenti rimasti in gara: Barak Obama e John McCain (v. due articoli nel n. 162).

Né Obama, né McCain si avvicinavano alla figura ideale di presidente da noi auspicata: al chiaro conservatorismo di McCain faceva riscontro l’ambiguità e il trasformismo di Obama. Pur non potendo nutrire un grande ottimismo, avevamo sottolineato con soddisfazione che sia Barak Obama che John McCain in campagna elettorale promettevano di chiudere il centro di detenzione di Guantanamo Bay, vergognoso emblema dell’amministrazione Bush, e che ambedue si presentavano come netti oppositori dell’uso della tortura.

Avevamo ben chiaro, in ogni caso, che non era indifferente che vincesse l’uno o l’altro dei due avversari, avendo imparato con Bush che al peggio non c’è mai limite. La coppia formata da John McCain e Sarah Palin con il suo schematismo avrebbe potuto anche dare fuoco al pianeta!

Alla fine, man mano che si  profilava la sua vittoria, abbiamo cercato di non lasciarci trascinare dagli entusiasmi suscitati dall’homo novus Obama.

Ora, con pacatezza, vogliamo tentare una prima valutazione dell’impatto dell’amministrazione americana entrata in carica il 20 gennaio.

 

 

Guerra al terrore

 

Una intensa campagna lanciata da Amnesty International USA ha investito Barak Obama, subito dopo la sua elezione in novembre a Presidente degli Stati Uniti, affinché, entro i primi 100 giorni del suo mandato: 1) annunciasse un piano e una data per la chiusura del centro di detenzione di Guantanamo Bay, 2) abrogasse le norme che consentono la tortura e gli altri trattamenti crudeli, inumani e degradanti e 3) istituisse una commissione indipendente che investighi sugli abusi commessi dal governo USA durante la sua ‘guerra al terrore’.

Dopo 10 giorni dall’insediamento di Obama, si è potuto valutare l’impatto delle richieste di Amnesty. Perché qualcosa si è subito mosso. Obama ha immediatamente preso dei provvedimenti in linea con le sue promesse elettorali. Purtroppo questi si sono in buona parte impantanati in un ginepraio di difficoltà e di limitazioni.

Già l’11 gennaio, prima di assumere i poteri di presidente, Barak Obama aveva dovuto mettere le mani avanti chiarendo che non era disponibile ad autorizzare un’ampia inchiesta sulle violazioni dei diritti civili ed umani compiute sotto il regime Bush, quali lo spionaggio delle comunicazioni all’interno degli USA (lo spionaggio sull’estero non preoccupa nessuno in America) e il trattamento inflitto ai sospetti di terrorismo. Obama ha comunque precisato che non avrebbe ostacolato procedimenti penali avviati dal Dipartimento di Giustizia se “qualcuno ha violato la legge in maniera lampante.”

Assistiamo ad un continuo alternarsi di luci ed ombre sugli atti presidenziali.

Su diretto ordine di Obama, appena entrato in carica, l’accusa ha chiesto una sospensione di 120 giorni del processo capitale in corso a Guantanamo presso una Commissione militare contro cinque prigionieri di ‘alto valore’, tra cui Khalid Sheikh Mohammed, accusato dell’organizzazione degli attacchi dell’11 settembre 2001 (v. n. 162, Notiziario). Lo stesso è stato fatto nei riguardi del canadese Omar Khadr, accusato di aver ucciso, a 15 anni di età, un soldato americano durante la guerra per la conquista dell’Afghanistan nel 2002, e sarà fatto nei riguardi di tutti coloro che a Guantanamo hanno casi pendenti.

Le organizzazioni per i diritti umani confidano che l’iniziativa presidenziale sia il preludio alla sottrazione dei processi contro i ‘sospetti terroristi’ alle famigerate Commissioni Militari, per trasferirli alle corti civili, o alle corti militari ordinarie, o a nuove corti speciali che offrano sufficienti garanzie agli accusati.

Se Obama vuole davvero bloccare e quindi abolire le Commissioni Militari, e se riuscirà a farlo, questi ‘tribunali di canguri’ finiranno con un ben magro bilancio: solo due processi portati a termine nell’arco di 7 anni. Infatti un primo processo, quello contro l’australiano David Hicks, finì prima di cominciare perché sostituito da un patteggiamento (v. n. 148). Un secondo processo, quello contro Salim Ahmed Hamdan, ex autista di Osama bin Laden, si concluse il 6 agosto scorso con una condanna a 5 anni di reclusione (v. n. 162, Notiziario).  Il terzo processo, quello contro Ali Hamza al Bahlul, ex responsabile della propaganda di Al Qaeda, ha prodotto una condanna all’ergastolo il 3 novembre dopo che l’imputato ha scrupolosamente evitato di difendersi.

Il 23 gennaio, Obama ha firmato tre ‘ordini esecutivi’ che prevedono la chiusura del campo di Guantanamo entro un anno, la chiusura dei centri segreti di detenzione della CIA all’estero e la messa al bando delle ‘tecniche di interrogazione’ consentite fino ad ora alla CIA e condannate da più parti quali forme di tortura.

Il favore con cui le organizzazioni per i diritti umani hanno per lo più accolto i primi provvedimenti di Obama è stato subito mitigato dal fatto che si sia stabilito un termine di un anno per la chiusura del campo di Guantanamo, un periodo molto più lungo delle poche settimane che furono necessarie a Bush per metterlo in piedi e per farlo funzionare.

La CIA d’ora in poi dovrà comunque limitarsi alle 19 ‘tecniche di interrogazione’ previste dal manuale delle forze armate americane. E questo è un grosso passo in avanti.

Un’inquietante possibile eccezione alla proibizione delle ‘tecniche’ equivalenti a tortura è stata però immediatamente ventilata, per esempio nel caso si catturasse Osama Bin Laden o qualche altro esponente di Al Qaeda di particolare rilievo.

L’ordine presidenziale infatti fa riferimento ad una speciale task force guidata dall’Attorney General (ministro della giustizia) per verificare se le tecniche menzionate nel manuale delle forze armate siano adeguate anche per la CIA e per raccomandare eventuali “direttive addizionali o differenti per altri dipartimenti e agenzie”. Per evitare che ‘il nemico’ conoscendoli ne approfitti adottando contromisure – si è detto - questi cambiamenti rimarranno segreti.  E ciò preoccupa non poco gli attivisti per i diritti umani.

Apparentemente il nuovo Attorney General Eric H. Holder Jr. dà sufficienti garanzie. Egli, come Barak Obama, ha enfaticamente espresso la sua contrarietà alla tortura. In particolare ha dichiarato, durante la lunga udienza in Senato del 15 gennaio per la conferma in carica dopo la nomina ricevuta da Obama, che l’uso del ‘waterboarding’ (v. ad es. n. 159) è illegale: “Se guardo alla storia dell’uso di questa tecnica – ha affermato Holder – vedo che abbiamo messo sotto accusa i nostri stessi soldati per averla usata in Vietnam… Il warterboarding è una tortura.”

Ma le ottime dichiarazioni, ed anche le buone intenzioni, trovano difficoltà ad essere messe in pratica. Sì è appreso che determinati settori politici ed esponenti della CIA si sono opposti frontalmente alle riforme delle ‘tattiche antiterrorismo’ del governo Bush, riforme insistentemente annunciate in campagna elettorale e nel periodo di interregno.

L’annacquamento di alcune decisioni di Obama, che certi osservatori attribuiscono semplicemente alle resistenze opposte al presidente dagli ‘addetti ai lavori’, potrebbe derivare soprattutto da gruppi politici legati con i ‘poteri reali’ che scatenarono la ‘guerra al terrore’, che fanno di tutto per mantenerla e che non sono stati certo annullati dal cambio di amministrazione (v. n. 162).

Un formidabile segno di continuità tra il governo di Bush e quello di Obama, è il mantenimento in carica, a capo del Dipartimento della Difesa, di Robert Gates. Si tratta di un personaggio chiave ‘nella guerra al terrore’. Gates ha passato il guado riuscendo ad evitare scandali, mantenendo un basso profilo e dando tranquillizzanti rassicurazioni sulla sua fedeltà alla Costituzione e al nuovo Presidente.

Viene tenuta sempre alta, anche tramite la stampa, la pressione contro l’inversione di rotta che Barak Obama sta tentando di attuare, accusando in sostanza il nuovo presidente di superficialità e di una sorta di ‘buonismo’. Mettendo in guardia il Paese contro la pericolosità dei prigionieri, il Pentagono sostiene che degli oltre 500 uomini liberati da Guantanamo, almeno 61 hanno già preso le armi contro gli Stati Uniti o contro i loro alleati. La CIA sostiene di avere informazioni sufficienti per affermare che il vice capo di Al Qaeda nello Yemen, liberato da Guantanamo nel 2007 e trasferito in Arabia Saudita, è diventato un terrorista attivo: Said Ali al-Shihri avrebbe partecipato in settembre ad un attentato dinamitardo contro l’ambasciata americana nello Yemen. 

Rimane pertanto del tutto incerto, almeno per ora, il destino dei 245 uomini ancora detenuti a Guantanamo Bay. Si discute se processarli, magari in maniera più conforme alle regole del giusto processo, se trasferirli in paesi esteri, se detenerli ancora da qualche parte negli USA… in attesa di capire che cosa farne. Obama ha comunque ordinato un drastico miglioramento delle loro condizioni di detenzione che dovranno essere conformi alle Convenzioni di Ginevra.

Sospeso ed ancora più oscuro è il destino di oltre 600 prigionieri degli Americani nel tetro carcere di Bagram in Afghanistan, detenuti in condizioni assai peggiori di quelle di Guantanano, privi di accesso agli avvocati difensori, esclusi da alcuni diritti legali che le corti federali hanno dovuto riconoscere ai prigionieri di Guantanamo nel corso degli anni. Per non parlare dei 25 mila prigionieri in Iraq.

La complessa, enorme, caotica e pressoché inestricabile questione dei prigionieri presenti e futuri nella ‘guerra globale al terrore’ ha indotto Barak Obama a istituire, mediante ordine presidenziale, una task force, comprendente l’Attorney General Eric Holder e il  Segretario alla Difesa Robert Gates, per studiare il problema e riferire a lui stesso entro sei mesi. E’ impossibile al momento attuale fare previsioni sul risultato di questa commissione e sull’evoluzione del problema dei prigionieri.

Il problema è grave perché di prigionieri ne vengono fatti in continuazione in ogni contesto e in qualsiasi parte del mondo. A questo proposito, una vittoria inquietante della CIA è senz’altro il mantenimento da parte della nuova amministrazione della pratica illegale della extraordinary rendition, sia pure con il divieto di trasferire in paesi che praticano la tortura coloro che vengono rapiti dagli agenti segreti americani. Ne consegue, tra l’altro, per quanto riguarda l’Italia, la dissoluzione di qualche tenue residua speranza che l’unico processo apertosi nel mondo per una rendition, quello per il rapimento dell’imam Abu Omar (v. nn. 160), che si riaprirà il 18 marzo a Milano, possa concludersi con qualche risultato concreto.

 

 

Questioni di bioetica

 

Barak Obama si è nettamente smarcato dal suo predecessore riguardo a delicate questioni di bioetica, attinenti il diritto alla vita. Coerentemente con quanto dichiarato in campagna elettorale, appena entrato in carica egli ha tolto il divieto di sostenere con fondi federali i gruppi internazionali di pianificazione familiare che, prestando assistenza alle donne in difficoltà, consigliano anche il ricorso all’aborto. Si appresta inoltre a togliere l’embargo all’uso di fondi federali per la ricerca biomedica che utilizza cellule staminali ottenute dalla distruzione di embrioni umani.

 

 

Provvedimenti in materia di pena capitale

 

La grande attesa di alcuni abolizionisti per un’eventuale azione diretta di Obama, considerato moderatamente ‘liberal’ e progressista, contro la pena capitale negli USA deve essere ridimensionata. Per varie ragioni.

Intanto è impensabile che il governo federale intervenga direttamente sui sistemi della pena di morte vigenti nei vari stati. Infatti il governo centrale rispetta l’autonomia dei singoli stati i quali, dal canto loro, la rivendicano gelosamente. Ciò avviene in particolare per i sistemi penali e per l’uso della pena di morte che, dalla maggioranza della popolazione, non è ritenuta una questione attinente i diritti civili ed umani e che, secondo la Corte Suprema, non è in contrasto con la Costituzione.

Persino il presidente Bush si è visto chiudere la porta in faccia dal suo stato natale quando, costretto a muoversi da una sentenza della Corte Internazionale di giustizia, ha chiesto la revisione del caso di José Medellín, messicano condannato a morte in Texas in violazione del Trattato di Vienna sulle Relazioni Consolari. Neanche la Corte Suprema federale ha voluto costringere il Texas ad onorare l’obbligo internazionale che avevano gli USA nei riguardi del Messico. Tanto è vero che Medellín è stato ‘regolarmente’ ucciso dal Texas il 5 agosto scorso, causando tra l’altro un incidente diplomatico tra USA e Messico (v. n. 162).

Il Presidente degli Stati Uniti e l’Attorney General (ministro della giustizia) potrebbero avere invece influenza sulla pena di morte che vige tuttora nelle due giurisdizioni federali, civile e militare. Tuttavia dopo la reintroduzione della pena capitale negli Stati Uniti nel 1976 vi è stata una moratoria di fatto delle esecuzioni a livello federale, interrotta solo per il grande impegno del presidente George W. Bush e del suo attorney general John Aschcroft i quali, in tutto e per tutto, sono riusciti a portare a termine tre esecuzioni, a cominciare da quella di Timothy McVeigh, l’attentatore di Okahoma City, avvenuta l’11 giugno 2001.

La nuova Amministrazione, volendo, potrebbe assicurare il mantenimento della moratoria a livello federale evitando qualche esecuzione che venga fissata per i ‘terroristi’ di Al-Qaeda o per qualche militare reo di stupro ed omicidio. Tuttavia, Obama non ci sembra incline ad intervenire nel malaugurato caso che si profilassero realmente tali esecuzioni. In campagna elettorale, con l’occhio ai sondaggi di opinione, si è detto cautamente favorevole alla pena capitale, dimenticandosi di aver remato contro la pena di morte in qualità di senatore dell’Illinois intorno all’anno 2000. Barak Obama ha dichiarato di essere favorevole all’esecuzione di Osama Bin Laden, caso mai venisse catturato, ed ha perfino perso un’ottima occasione per tacere, criticando la Corte Suprema che il 25 giugno dell’anno scorso, con la storica sentenza Kennedy v. Louisiana, ha dichiarato incostituzionale la pena di morte che vigeva in sei stati per i rei di violenza sessuale nei riguardi dei bambini.

 

 

Corte Suprema e corti di appello

 

Pur non essendo contrario alla pena di morte, il presidente Obama potrebbe dare in modo indiretto un grande aiuto alla causa abolizionista con la nomina di membri della Corte Suprema moderatamente progressisti (cosa che non avrebbe certamente fatto il repubblicano John McCain).

E’ improbabile che Obama scelga i giudici della corte suprema badando alla loro posizione sulla pena di morte, ma siamo legittimati ad aspettarci che il lento processo evolutivo in atto nell’ultimo decennio nella massima corte (che ha proibito la pena capitale per i ritardati mentali nel 2002, per i minorenni nel 2005 e per i violentatori di bambini nel 2008) subirebbe un’accelerazione se Obama nominasse almeno due giudici moderatamente progressisti accanto a sette giudici conservatori o ultraconservatori che la compongono attualmente.

Sul destino dei singoli condannati a morte potrà inoltre influire la composizione delle 13 corti d’appello federali, in cui i giudici entrano per nomina del presidente degli Stati Uniti. Obama sarà più incline a nominare giudici del partito democratico e i Democratici sono meno severi nei riguardi dei condannati a morte. Nel corso del suo mandato quadriennale Obama avrà la possibilità di cambiare la maggioranza, da repubblicana a democratica, in 8 corti d’appello. Attualmente solo la Corte del Nono Circuito ha maggioranza democratica.

 

 

3) DATI DEL 2008: CONTINUA IL DECLINO DELLA PENA DI MORTE NEGLI USA

 

I minimi registratisi l’anno scorso nel numero delle condanne a morte e delle esecuzioni, confermano il lento ma indubitabile declino della pena di morte negli Stati Uniti d’America, nonostante il fatto che la maggioranza dei cittadini perseveri nel dichiararsi favorevole al mantenimento del patibolo.

 

Nel corso del 2008 sono state pronunciate negli USA 111 condanne a morte, il numero più basso dal ripristino della pena capitale nel 1976. Nel 2007 erano state 115. Negli anni Novanta si avevano oltre 300 condanne a morte in un anno.

L’anno scorso si sono verificate 37 esecuzioni capitali in 9 dei 36 stati USA che prevedono la pena di morte, il minor numero di esecuzioni dopo il 1994. Continua pertanto la diminuzione rispetto al massimo di 98 esecuzioni raggiunto nel 1999.

Il Texas rimane il baluardo della pena di morte con 18 esecuzioni su 37. Ma anche in questo stato la media si abbassa, ben al disotto del massimo di 40 esecuzioni registratosi nel 2000.

Non si è avuto il temuto recupero delle esecuzioni mancate, dopo la moratoria di fatto verificatasi tra settembre 2007 e maggio 2008. Ricordiamo che in questo periodo le esecuzioni furono sospese mentre la Corte Suprema federale discuteva dell’ammissibilità del metodo dell’iniezione letale, sospettato di essere una pena crudele e inusuale, e quindi proibita dall’Ottavo Emendamento della Costituzione statunitense (v. nn. 159, 160).

Anche se un lieve recupero delle esecuzioni mancate, secondo alcuni esperti, potrebbe ancora verificarsi nel corso del 2009, i dati confermano l’indubitabile declino dell’applicazione della pena di morte. Ciò nonostante il fatto che l’opinione pubblica la sostenga ancora largamente (l’ultima indagine Gallup, svoltasi in ottobre, dà il 64% di statunitensi favorevoli al patibolo, un risultato che si ripete pressoché identico da diversi anni).

Secondo Richard Dieter, direttore del Death Penalty Information Center, uno dei massimi esperti della pena di morte negli USA, ad accentuare il declino della pena di morte, un’istituzione particolarmente costosa,  potrebbe contribuire la crisi economica in atto: “In un momento in cui gli stati fanno tagli sugli insegnanti, i poliziotti, i presidii sanitari, le infrastrutture ed altri servizi di vitale importanza, i cittadini sono sempre più consci del fatto che la pena di morte non costituisce il miglior impiego delle loro limitate risorse”.

Dopo l’abolizione della pena capitale nel New Jersey nel 2007, non è escluso che nel corso del 2009 si arrivi all’abrogazione della pena di morte in uno o più stati USA. Forti iniziative istituzionali in tal senso sono attualmente in corso nel New Mexico e nel Maryland.

4) PER LA TERZA VOLTA LA DOMANDA: WILLINGHAM ERA INNOCENTE?

 

Cameron Todd Willingham, conosciuto e seguito dal Comitato fin dal 1993, anno in cui fu condannato a morte in Texas, si è sempre con forza dichiarato innocente dell’omicidio delle sue tre figliolette. Nonostante ciò è stato ‘giustiziato’ nel febbraio del 2004. Dopo la sua esecuzione, due successive inchieste condotte da privati hanno dimostrato la fallacia della prova fondamentale su cui si basò l’accusa. Una terza inchiesta avviata a fine gennaio ha i caratteri dell’ufficialità e potrebbe indurre per la prima volta uno stato ad ammettere che un innocente è stato messo a morte negli Stati Uniti d’America.

 

I sostenitori ad oltranza della pena di morte negli USA, ed in particolare i forcaioli del Texas, affermano che mai è stato dimostrato che si sia ucciso negli USA un condannato a morte innocente. Ne è convinto perfino un giudice della Corte Suprema.

Per dire se costoro hanno ragione o meno bisogna capire in che cosa consisterebbe tale dimostrazione. Forse si riferiscono all’innocenza risultante da un procedimento giudiziario. In tal caso possono stare tranquilli: hanno e avranno sempre ragione perché nessuno stato sottoporrà mai a processo (con accusa, difesa e giuria) un defunto!

Forse qualcuno si accontenterebbe di molto meno, per esempio dell’ammissione dell’accusa di essersi sbagliata o di aver imbrogliato le carte nel perseguire una condanna a morte. Ma anche questa evenienza ha scarsissime probabilità di realizzarsi: vediamo che negli USA l’accusa continua pervicacemente a sostenere la tesi della colpevolezza anche se un condannato a morte viene esonerato prima di essere ucciso, viene liberato e magari riceve un indennizzo in denaro per gli anni passati ingiustamente nel braccio della morte.

Vorremmo essere smentiti, ma non ci risulta che, fino ad ora, uno stato si sia mai impegnato seriamente per dimostrare l’innocenza di una persona da esso stesso messa a morte.

Al contrario, nelle rarissime occasioni in cui gli stati sono stati costretti a tornare ad occuparsi di detenuti già giustiziati lo hanno fatto di malagrazia e soltanto con l’intento di ribadire la tesi accusatoria con l’esplicito obiettivo di dissipare i dubbi sul funzionamento del ‘sistema’. Emblematico è il caso di  Ruben Cantu in Texas (v. n. 151).

Il nostro amico Cameron Todd Willingham fu accusato dell’omicidio delle sue tre figliolette perite nel 1991 in un incendio che distrusse la loro casa di Corsicana in Texas. Willingham fu condannato a morte nel 1993 sulla base di una perizia secondo la quale il fuoco fu appiccato intenzionalmente alla casa. Il 17 febbraio 2004, già legato al lettino dell’iniezione letale, egli dichiarò: “La sola dichiarazione che voglio fare è che sono un uomo innocente condannato per un crimine che non ho commesso. Sono stato accusato per 12 anni di qualcosa che non ho fatto” (v. n. 115).

Todd ha continuato a vivere nella memoria dei suoi cari, tra cui il comune amico Fabrizio De Rosso che lo ha seguito fino dal 1993, ma su di lui e sulla sua ultima dichiarazione sarebbe sceso definitivamente l’oblio dei cittadini texani se non fosse sopravvenuta un’inchiesta giornalistica.

Infatti alcuni mesi dopo l’esecuzione di Willingham, quattro esperti di incendi, dopo aver esaminato a fondo la perizia a suo tempo utilizzata dall’accusa per far condannare Todd,  riferirono al quotidiano Chicago Tribune le loro inquietanti conclusioni: l’incendio fatale poteva essere benissimo scoppiato per cause accidentali, i criteri usati per sviluppare la perizia originale erano erronei, completamente squalificati dal progresso della scienza in materia (v. n. 122).

Due anni dopo una seconda inchiesta fu eseguita per conto dell’Innocence Project, una nota organizzazione non-profit che vanta numerose esonerazioni di condannati innocenti. Già la scelta del caso da parte di una organizzazione smaliziata, con anni di esperienza in materia, faceva pensare che si trattasse effettivamente di un caso con molte probabilità di essere ribaltato.

Anche in questa seconda inchiesta quattro esperti arrivarono concordemente alla stessa conclusione dell’inchiesta del 2004: i criteri adottati per provare l’intenzionalità dell’incendio in cui morirono le figliolette di Cameron Todd Willingham non erano scientificamente validi.

Questo secondo risultato, come il primo, non sembrò turbare più di tanto le coscienze delle autorità e dei cittadini del Texas. Forse serviva qualcosa di più autorevole e convincente.

Alcuni dicono che la parola fine sul caso di Cameron Todd Willingham potrebbe essere messa dalla Commissione di Scienze Forensi del Texas, un organismo creato dal Parlamento texano nel 2005. Tale organismo ha il compito di accertare gli errori commessi in buona o cattiva fede da laboratori od enti accreditati per svolgere test ed analisi su prove utilizzate nei casi criminali (*).

L’Innocence Project è riuscita a sottoporre nell’agosto scorso alla Commissione di Scienze Forensi la perizia sull’incendio della casa in cui morirono le figliolette di Willingham.  Ed ora, a fine gennaio, la commissione ha nominato responsabile della revisione della perizia contestata un autorevole esperto di incendi del Maryland, lo scienziato Craig Beyler.

Barry Scheck condirettore dell’Innocence Project, ha definito l’incarico dato a Beyler “un segno incoraggiante” aggiungendo che spera che questi possa “andare fino in fondo” al caso che ha portato Willingham all’iniezione letale.

E’ la prima volta che un organismo indipendente e nello stesso tempo per così dire ufficiale si occupa di una questione che ha a che fare con l’innocenza di un condannato a morte già giustiziato in Texas.

Aspettiamo il risultato di questa terza inchiesta domandandoci se, nel caso in cui venissero confermati i risultati delle due precedenti inchieste, lo stato del Texas chiederebbe almeno scusa, in qualche modo.

Chissà se qualcuno dei ‘cittadini onesti’ che sostengono dogmaticamente la pena capitale  in Texas ammetterà  che fu ammazzato un innocente e comincerà ad avere qualche dubbio sulla tanto amata  ‘sanzione ultimativa’.

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(*) V. http://www.fsc.state.tx.us/

 

 

5) PER NOI NON CI SONO INNOCENTI NEL BRACCIO DELLA MORTE di Claudio Giusti

 

Claudio Giusti, con il suo stile provocatorio, impartisce a noi tutti un insegnamento di fondamentale importanza: per gli abolizionisti maturi non ci sono innocenti nel braccio della morte. Alcuni condannati a morte sono innocenti: i forcaioli onesti cominciano a pensarlo. E’ bene che sia così. Aiutiamoli a coltivare il dubbio.

 

30 gennaio 2008

30 gennaio 1972 Bloody Sunday

 

Non ci sono innocenti nel braccio della morte.

La nostra lotta contro la pena capitale è una lotta morale ed etica. Una lotta per il rispetto dei diritti umani, per la vita, il diritto e la giustizia. Una lotta  che non ha bisogno di giustificazioni, perché la pena di morte è un sacrificio umano futile e feroce. Che sia la “giustizia del re” giapponese o il democratico “linciaggio legale” americano il risultato non cambia: la pena di morte è l’uccisione rituale di alcuni disgraziati allo scopo di placare le paure della società. Questa constatazione spiega da sola il nostro impegno. Questa è la ragione per cui non ci battiamo contro la pena capitale perché uccide gli innocenti, ma perché uccide i colpevoli.

Tuttavia la pena di morte ha altre ripugnati caratteristiche: è arbitraria e crudele, inutile, sordida, costosa, razzista e classista. Brutalizza e degrada il paese che la pratica. Predilige le minoranze etniche e religiose, i poveri, i pazzi. Uccide gli innocenti. Questi aspetti odiosi della pena capitale sono le buone ragioni pratiche da offrire a quelli che Austin Sarat chiama gli “abolizionisti riluttanti”, cioè quelle persone che, pur mantenendone una teorica approvazione, cercano una scusa ragionevole per chiudere con il patibolo e fra queste scuse la più forte è indubbiamente la possibilità che sia uccisa una persona innocente.

Autori come Risinger e Espy affermano che in America i condannati a morte innocenti, sia nel braccio che “giustiziati”, sono almeno il cinque per cento e i forcaioli hanno l’incubo che ciò sia dimostrato in tribunale. La possibilità che un innocente sia stato ucciso è il tallone d’Achille della pena di morte statunitense ed è divenuta una sorta di ricerca abolizionista del Santo Graal; anche se alcune dolorose esperienze ci hanno insegnato che le proteste d’innocenza che giungono dal Braccio possono essere false, indimostrabili o irrilevanti.

False, come ha mostrato, dopo dieci anni di battaglie legali, il test post mortem per Roger Keith Colemann. Indimostrabili, perché i reperti sono scomparsi e i test inconcludenti. Irrilevanti, perché l’istanza doveva essere sollevata a un livello giudiziario precedente ed ora è procedural defaulted.

In ogni caso l’enfasi posta sull’innocenza del condannato (da dimostrarsi con il test del Dna, anche se sono solo una dozzina i condannati che ha salvato) produce il “paradosso Barnabei”. Il caso viene riaperto (cosa quasi impossibile) e l’esame del Dna ne dimostra la colpevolezza, così lo uccidono con serena coscienza. Viceversa se l’esame ne dimostra l’innocenza lo liberano affermando che il sistema ha funzionato e ammazzano tranquillamente gli altri condannati perché questi sono colpevoli. Oppure il Governatore si convince della sua possibile innocenza e concede la grazia, intanto che gli altri sono uccisi perché nessuno si è mosso per loro.

In definitiva, senza sottovalutare l’enorme valore emozionale dell’innocenza, i fatti ci impongono un approccio pragmatico ai limiti del cinismo. Un approccio alla pena di morte che punti sempre al nocciolo dell’abolizionismo, ma che lasci, agli uomini di buona volontà, una valida scusa che giustifichi, di fronte all’opinione pubblica, un atto di umanità.

 

 

Nota bibliografica

 

Da quando, nel 1932, Edwin M. Borchard scrisse il suo “Convicting the Innocent Errors of Criminal Justice”:

http://library.albany.edu/preservation/brittle_bks/borchard_convicting/index.htm

non si contano i testi che hanno trattato del problema dell’innocente condannato a morte. Dal famoso saggio di Bedau e Radelet "Miscarriages of Justice in Potentially Capital Cases" Stanford Law Review, N. 21, 1987

diventato poi un libro: Radelet Michael L., Bedau Hugo Adam, Putnam Constance, “In Spite of Innocence”, Boston, Northeastern University Press 1992, alla recente traduzione del testo di Suor Helen Prejean “La morte degli innocenti”, San Paolo Edizioni 2009. Passando per Alan Berlow sul mensile The Atlantic:

http://www.theatlantic.com/issues/99nov/9911wrongman.htm

e per James McCloskey, Director of Centurion Ministries,

v.  http://www.truthinjustice.org/convicting.htm

 

I testi che seguono solo sono una piccola parte di quelli dedicati all’innocenza.

Garrett, Brandon L. “Claiming Innocence”. Minnesota Law Review, June 2008:

http://ssrn.com/abstract=1032408

 

Gross, Samuel R., "Convicting the Innocent" .

Annual Review of Law & Social Science, Vol. 4, 2008:

http://ssrn.com/abstract=1100011

 

Gross, Samuel R., “Exonerations in the United States, 1989 through 2003”.

Journal of Criminal Law and Criminology, Vol. 95, No. 2, 2005:

http://ssrn.com/abstract=753084

 

Gross, Samuel R., “Lost Lives Miscarriages of Justice in Capital Cases”

Law and Contemporary Problems N4 Autumn

http://www.law.duke.edu/shell/cite.pl?61+Law+&+Contemp.+Probs.+125+(Autumn+1998

 

Kirchmeier, Jeffrey L., “Dead Innocent: The Death Penalty Abolitionist Search for a Wrongful Execution”

Tulsa Law Review, Vol. 42, No. 2, p. 43, 2006:

http://ssrn.com/abstract=1002103

 

Risinger, D. Michael, “Innocents Convicted: An Empirically Justified Wrongful Conviction Rate”

Journal of Criminal Law and Criminology, Vol. 97, No. 3, 2007:

http://ssrn.com/abstract=931454

 

Il Procuratore MacFarlane e il governo canadese sono molto sensibili al tema: 

 

www.isrcl.org/Papers/2007/MacFarlane.pdf

www.isrcl.org/Papers/2006/SOROCHANJusticeCanadaWorkingGroupReport.pdf

http://canadiancriminallaw.com/articles/articles%20pdf/Convicting%20the%20Innocent%20Revised%202006.pdf

http://canadiancriminallaw.com/articles/articles%20pdf/convicting_the_innocent.pdf

www.canadiancriminallaw.com/articles/articles%20pdf/Convicting%20the%20Innocent%20Executive%20Summary.pdf

6) L’UCCISIONE DI MARKELOV UN ALTRO CUPO SEGNALE DALLA RUSSIA

 

L’inquietante assassinio del giovane avvocato Stanislav Markelov, strenuo attivista per i diritti umani, compiuto in pieno giorno nelle strade di Mosca il 19 gennaio, richiama alla memoria la vile uccisione della coraggiosa giornalista Anna Politkovskaya avvenuta nel 2006 e conferma le preoccupazioni per le gravissime carenze dello stato di diritto nella Federazione Russa.

 

Il 34-enne Stanislav Markelov, un avvocato russo che si batteva per i diritti umani, è stato freddato il 19 gennaio in mezzo alla strada in pieno giorno al centro di Mosca, vicino al Cremlino.

Anastasia Baburova, giornalista free lance 25-enne accorsa in suo aiuto, è stata anche lei uccisa.

Markelov era direttore dell’Istituto per lo stato di diritto, fondato da attivisti per le libertà civili. Noto per aver denunciato militari, signori della guerra in Cecenia e neo fascisti assassini, era l’avvocato della famiglia di Elza Kungayeva, diciottenne strangolata nel 2000 dal colonnello russo Yuri D. Budanov, il quale si giustificò del delitto dicendo che la ragazza era una terrorista cecena.

Condannato a 10 anni di prigione nel 2003, il pluridecorato Budanov è tornato in libertà con più di un anno di anticipo sul previsto.

Di qui l’indignazione dell’avvocato Markelov che nel corso di una conferenza stampa aveva preannunciato un ricorso presso la Corte Europea per i Diritti Umani. Subito dopo la conferenza stampa è stato centrato da inesorabili colpi d’arma da fuoco.

Le organizzazioni per i diritti civili, scioccate dall’uccisione di Stanislav Markelov, hanno sottolineato le analogie tra i colpi sparati il 19 gennaio e quelli messi a segno il 7 ottobre 2006 contro la giornalista Anna Politkovskaya, anche lei impegnata nella denuncia delle violazioni dei diritti umani compiute dai Russi, soprattutto in Cecenia (v. nn. 144, 153).

Markelov aveva avuto la  Politkovskaya tra i suoi clienti e aveva lavorato in quasi tutti i casi aperti dalle inchieste della coraggiosa giornalista. Nell’aprile del 2004 era stato aggredito da cinque uomini nella metropolitana di Mosca. Picchiato e abbandonato in stato di incoscienza, si era risvegliato trovandosi privo del telefono cellulare e di documenti riguardanti Anna Politkovskaya.

I mandanti del duplice assassinio del 19 gennaio possono appartenere a svariati settori, dato che Markelov, nella sua lotta per i diritti umani, si era creato molti nemici tra i potenti. Naturalmente c’è chi sospetta connivenze in ambienti governativi. Sarà molto difficile, se non impossibile, raggiungere la verità.

Comunque sia, la lunga lista di intimidazioni e di assassini di persone scomode all’establishment e l’estrema difficoltà di perseguire gli autori di tali crimini, gettano un’ombra sinistra sulla Russia di oggi.

Possiamo dire, come minimo, che sotto il regime autoritario perseguito da Vladimir Putin (*) – forte del sostegno delle masse e dei successi elettorali – non interessano più di tanto i diritti umani.

Anche il caso della Federazione Russa dimostra chiaramente che l’autenticità di una democrazia si può misurare sulla base di una diffusa interiorizzazione delle regole dello stato di diritto più che dal consenso popolare nei riguardi del governo.

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(*)  V. anche articolo sulla Russia nel Notiziario

 

 

7) RICHIESTA DI CORRISPONDENZA DI CHUCK THOMPSON

 

Il Comitato ha ricevuto una lettera da Charles “Chuck” Thompson, condannato a morte in Texas nel 1999, che ci chiede aiuto e amicizia. Chuck evase nel 2005 mentre era temporaneamente rinchiuso in un carcere di contea. Fu catturato dopo quattro giorni, durante i quali non commise alcuna violenza. Sostiene che la sua condanna a morte è assolutamente ingiusta in quanto uccise per legittima difesa. C’è un sito a lui dedicato all’indirizzo:  http://www.charlesthompson.de/

Potete leggere le sue avventure nel libro: “The grass beneath his feet”, che si può acquistare per 10 dollari andando nel sito www.leafio.com/rogerpublications

Non siamo in grado di aiutare Charles finanziariamente. Glielo abbiamo detto preannunciandogli che avremmo però volentieri pubblicato la sua richiesta di corrispondere con qualcuno che si interessi al suo caso e alla sua persona.  Scrivete dunque a:

Mr. Charles Thompson #999306

Polunsky Unit

3872 FM 350 South

Livingston, TX 77351  USA

 

 

 

8) NOTIZIARIO

 

 

Cina. Tre condanne a morte per lo scandalo del latte contaminato con la melamina. Il 22 gennaio la giustizia cinese ha comminato due condanne a morte, una condanna a morte con la condizionale e pene detentive ad altre 18 persone. Tutti i condannati sono industriali coinvolti nello scandalo del latte inquinato dalla melamina scoppiato in settembre. Tale sostanza, di norma utilizzata per la produzione di materie plastiche, è stata aggiunta fraudolentemente al latte, spesso annacquato, per simulare un più alto tenore proteico nei prodotti finali. A ricevere le due sentenze capitali senza condizionale sono stati Zhang Yujun, reo di aver prodotto illegalmente 600 tonnellate di falsa polvere proteica a base di melamina, e Geng Jinping colpevole di aver fabbricato e venduto a industrie lattiere prodotti tossici. L’industriale caseario Gao Junjie ha ricevuto una sentenza capitale commutabile dopo due anni di buona condotta. L’aggiunta dalla melamina avrebbe causato almeno sei decessi tra i bambini e circa 300 mila intossicazioni di varia gravità soprattutto nella prima infanzia. Il governo cinese ha propagandato le 21 condanne inflitte ai produttori lattieri come una risposta immediata ed ‘esemplare’ ai crimini da loro commessi. Il tentativo è quello di contenere l’indignazione popolare e di rimediare al discredito ricaduto sull’intera produzione cinese del mondo. Ma ciò non è bastato ai parenti dei bambini intossicati dal latte inquinato e all’opinione pubblica in generale che avrebbero voluto far cadere qualche testa anche in seno alla associazioni dei produttori lattiero caseari e tra le autorità governative incaricate di eseguire controlli sui prodotti alimentari. Le 22 fabbriche toccate dallo scandalo dovranno inoltre pagare risarcimenti per 160 milioni di dollari. La cifra è stata giudicata assolutamente inadeguata dalle famiglie delle vittime.

 

Iran. Lapidazioni: due muoiono, uno scappa. Il 14 gennaio Alireza Jamshidi, portavoce del potere giudiziario iraniano, ha confermato le notizie di stampa circa la lapidazione di tre uomini nella città di Mashhad in dicembre. I tre, di cui non si conosce il nome, erano rei di adulterio. Due uomini sono morti sotto la gragnola di pietrate ed il terzo, liberatosi dalla buca in cui era sepolto fino alla cintola, ha avuto salva la vita a norma di legge. La Repubblica Ceca, che detiene la presidenza di turno dell’Unione Europea, ha condannato queste esecuzioni che contravvengono alla moratoria della lapidazione (peraltro ‘non vincolante per i giudici’) stabilita nel 2002 dal capo del potere giudiziario iraniano, l’ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi e richiamata nell’agosto scorso. Le lapidazioni inoltre violano diversi trattati internazionali e specialmente il fondamentale Patto Internazionale dei Diritti Civili e Politici che proibisce le pene crudeli ed inumane. Dopo la dichiarazione della moratoria, tra il 2005 e il mese di luglio 2007, almeno cinque persone erano già state lapidate in Iran.

 

Iran. Lapidazioni: due si salvano. Il giornale iraniano riformista Etemad  ha annunciato il 21 gennaio l’imminente liberazione delle sorelle Zohreh e Azar Kabiri, assolte dall’accusa di adulterio in un terzo processo a loro carico, svoltosi a Teheran. Le due giovani donne erano state condannate alla lapidazione nel novembre del 2007 in base ad una prova fornita dal marito di una di esse: un filmato che mostrerebbe le giovani in compagnia di altri uomini. Arrestate nel febbraio del 2007, nel successivo mese di agosto le sorelle erano state sottoposte alla pena di 99 frustate e poi rilasciate. Di nuovo arrestate erano state condannate a morte per adulterio. La sentenza era stata poi sospesa dal capo del potere giudiziario iraniano, il famoso ayatollah Mahmoud Hashemi Shahrudi, evidentemente preoccupato della cattiva pubblicità che un eccesso di lapidazioni comporta per il suo paese. Alla fine i mariti delle due sorelle hanno ritirato le denunce, asserendo che le donne riprese nel filmato non erano le loro mogli; di qui il proscioglimento.

 

Maryland. Il governatore vuole ottenere l’abolizione della pena di morte entro l’anno. Il 15 gennaio il governatore democratico del Maryland, Martin O'Malley, un convinto oppositore della pena capitale, ha dichiarato di essere disposto ad indire entro l’anno un referendum di modifica costituzionale per abolire al pena di morte nel suo stato qualora l’iniziativa per far passare una legge in tal senso non andasse a buon fine. La presa di posizione di O. Malley giunge un mese dopo la pubblicazione del rapporto della Commissione di studio di nomina governatoriale che ha proposto l’abolizione della pena di morte (v.n. 165, Notiziario).

 

Russia. Preoccupante slittamento del potere giudiziario sotto il controllo governativo. Un articolo del Los Angeles Times del 2 gennaio denuncia un preoccupante slittamento del potere giudiziario russo sotto l’influenza e il controllo dell’esecutivo. Una firma apposta senza clamore l’ultimo giorno dell’anno dal presidente Dmitry Medvedev, rende operativa una controversa legge che sottrae i processi per “crimini contro lo stato” (tradimento, rivolta, sabotaggio, spionaggio e terrorismo) alle corti ordinarie che giudicano tramite giurie popolari, passandoli sotto la giurisdizione di corti formate da tre giudici, suscettibili di uno stretto controllo da parte del Cremlino. Questa legge pericolosa è stata spacciata come un provvedimento antiterrorismo. Un’altra legge, sostenuta dal primo ministro Vladimir Putin, che verrà presto presentata in parlamento, espande la definizione di ‘tradimento’ in modo tale che, secondo alcuni osservatori, chiunque critichi il governo possa essere arrestato e quindi processato da una corte priva di giuria. Viene inoltre allargata la varietà di casi di competenza dai servizi segreti (FSB) invece che dalla polizia.

 

Texas. Un condannato a morte mangia il suo unico occhio. Un agghiacciante episodio di autolesionismo, che dimostra ancora una volta quanta insanità mentale dimori tra i condannati a morte, è avvenuto in Texas. Il fatto ha suscitando poco clamore nei media che hanno riportato per lo più senza commenti un comunicato dell’Amministrazione carceraria del 9 gennaio:  il 25-enne Andre Thomas si è cavato un occhio con la proprie di dita e lo ha mangiato. Era l’ultimo occhio rimastogli dal momento che Thomas aveva fatto la stessa cosa con l’altro occhio anni fa. Era stato condannato a morte per aver ucciso con un coltello la moglie e due figlioletti nel 2004 (dopo gli omicidi aveva tentato il suicidio infliggendosi tre coltellate). In seguito al truculento episodio il meschino è stato trasferito dal braccio della morte in un’unità psichiatrica.

 

Texas. Il condannato a morte col cellulare vuole essere ucciso subito e tenta il suicidio. Richard Tabler, principale responsabile dello scandalo dei telefoni cellulari nel braccio della morte del Texas (v. n. 164), subito dopo la sua impresa, che ha comportato pesanti conseguenze per tutti i condannati a morte del Texas (ed anche per gli altri 155 mila detenuti dello stato), era stato trasferito in un’unità psichiatrica. Richard Tabler fu sottoposto per un certo periodo ad un regime di estenuante osservazione perché le autorità carcerarie lo avevano giudicato ‘a rischio imminente di suicidio’.  Il 10 gennaio si è appreso che Tabler ha chiesto insistentemente, scrivendo alla sua avvocatessa Karyl Krug e a diverse corti, di sospendere tutti gli appelli e di essere messo a morte immediatamente. La Krug ha dichiarato alla stampa che il desiderio del proprio assistito non potrà essere esaudito prima che si concluda l’appello attualmente pendente davanti alla Corte Criminale d’Appello del Texas. Il 23 gennaio si è appreso che Tabler ha tentato per la seconda volta il suicidio tagliuzzandosi le braccia ed è stato di nuovo messo sotto osservazione psichiatrica.

 

Usa. Ogni anno 5.000 condanne basate su testimonianze oculari errate. A sostegno dell’approvazione nel Distretto di Columbia di una legge che assicuri corrette procedure per trattare le testimonianze oculari nelle cause penali, l’ACLU ha condotto uno studio che è stato pubblicato il 30 settembre scorso. L’ACLU riferisce che negli USA le testimonianze oculari sono responsabili di più condanne errate di tutte le altre cause di errore giudiziario messe assieme.  Già quarant’anni fa la Corte Suprema federale ha ammesso che gli annali sono pieni di istanze su errate identificazioni da parte di testimoni oculari. Da uno studio fatto sui 220 casi in cui, dal 1989 in poi, si è ottenuta l’esonerazione del condannato mediante test del DNA, risulta che l’80% delle condanne era stato ottenuto con testimonianze oculari errate. Tra questi esonerati, il 71% apparteneva a minoranze razziali ed aveva trascorso in media 12 anni in prigione per crimini non commessi. Pur non potendosi conoscere direttamente il totale degli innocenti condannati nei processi penali (che nella grande maggioranza dei casi non comprendono prove biologiche suscettibili di test del DNA), statistiche fatte nei casi con test del DNA permettono di risalire al numero di innocenti che vengono condannati ogni anno negli USA in base a testimonianze oculari errate. L’FBI ha condotto analisi del DNA su prove biologiche in 10.000 casi tra il 1989 e il 1996; tutti questi casi coinvolgevano testimoni oculari che hanno identificato il sospetto arrestato. In un quinto dei casi non sono stati ottenuti risultati conclusivi, ma nei rimanenti 8000 ben il 25% degli imputati è stato esonerato da test del DNA. Se si assume che la metà di questi accusati sarebbe stata condannata qualora non fosse intervenuto il test del DNA, si ottiene che il 12% di coloro che vengono condannati sulla base di testimonianze oculari è innocente. Delle 80 mila azioni  penali che ogni anno si registrano negli USA, la gran parte è basata su testimonianze oculari. Nella metà di esse si arriva alla condanna. Si può pertanto ritenere che circa 5000 persone innocenti vengono condannate ogni anno utilizzando testimonianze oculari sbagliate. (Tra queste ve ne sono diverse condannate a morte.) Sulla fallacia delle prove d’accusa, v. anche n. 164, Notiziario.

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 31 gennaio 2009