FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

Numero  135  -   Gennaio 2006

SOMMARIO:

1) Appello di Amnesty alle autorità iraniane per Delara Darabi

2) La morte di un guerriero

3) Addio, caro vecchio Orso, anzi, arrivederci     

4) Riflettiamo sulle strategie abolizioniste

5) Una lettera di Stefania sulle strategie abolizioniste    

6) Dalla protesta a Polunsky una ricompensa interiore   

7) Iniezione crudele e inusuale? Sospese due esecuzioni in Florida      

8) Dal test del DNA per Coleman: un’amara delusione    

9) Non tutti i familiari delle vittime vogliono vendetta    

10) In Italia un passo indietro, verso la barbarie 

11) Il valore delle confessioni come prove

12) Notiziario: Florida, Iraq, New Jersey, Regno Unito, Usa

 

 

1) APPELLO DI AMNESTY ALLE AUTORITA’ IRANIANE PER DELARA DARABI

 

Amnesty International ha lanciato un’Azione Urgente per scongiurare l’esecuzione in Iran di Delara Darabi, diciannovenne accusata dell’uccisione di una donna nel corso di una rapina avvenuta quando lei era ancora minorenne. Il suo complice – che lei accusa di aver ucciso la donna – ha ricevuto una condanna a 10 anni di carcere.

Dopo la storica sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti del 1° marzo 2005 che ha bandito la pena di morte minorile negli USA, esecuzioni di minorenni avvengono ormai solo in Congo e in Iran. L’Iran compie queste esecuzioni in aperta violazione di due patti internazionali di cui fa parte: il Patto Internazionale dei Diritti Civili e Politici e la Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.   

Secondo i dati rilevati da Amnesty, dal 1990 in poi sarebbero stati messi a morte in Iran almeno 18 giovani che erano minorenni all’epoca del crimine, 8 dei quali nello scorso anno (due erano ancora minorenni al momento dell’impiccagione). L’ultima di tali esecuzioni è avvenuta il 10 dicembre scorso (v. n. 134, Notiziario).

L’Iran si è impegnata quattro anni or sono ad approvare una legge che proibisca la pena di morte minorile. Ora un portavoce del potere giudiziario afferma che la legge in gestazione proibirebbe la pena capitale minorile solo per alcuni crimini!

Certamente la situazione dell’Iran riguardo alla pena di morte – per i giovani e per gli adulti - è tra le più gravi al mondo e sta subendo una deriva verso un ulteriore imbarbarimento.

Preghiamo tutti i lettori che hanno accesso ad Internet di aderire alla petizione in favore di Delara Darabi presente nel sito della Sezione Italiana di Amnesty International alla pagina:

http://www.amnesty.it/appelli/iran_minori/index.html

E’ possibile, cliccando su un apposito pulsante, sottoscrivere direttamente la petizione on-line

 

 

2) LA MORTE DI UN GUERRIERO

 

Clarence Ray Allen, Orso-che-corre, è stato ucciso con un’iniezione letale il 17 gennaio scorso, il giorno successivo al suo 76° compleanno.

La Corte Suprema degli Stati Uniti aveva respinto il suo ultimo appello, con un solo voto in favore del condannato, poche ore prima dell’esecuzione, e anche il governatore Schwarzenegger aveva negato la grazia a quest’uomo, come un mese prima aveva fatto per Stanley “Tookie” Williams, confermando la sua indifferenza e insensibilità nei riguardi della vita umana.

Orso-che-corre ha ricevuto la visita di numerosi parenti nel corso delle sue ultime settimane di vita, nelle ore precedenti l’esecuzione è stato assistito da due consiglierei spirituali nativi americani ed ha ottenuto di indossare, durante l’esecuzione, i simboli della sua appartenenza alla tribù Cherokee per lui importanti nel passaggio alla vita ultraterrena: i suoi lunghi capelli grigi sciolti dietro la schiena, una fascia ornata di perline intorno alla testa, una collana con un amuleto appesa al collo, simbolo della “scala verso il Cielo”, e una piuma ornata di strisce di pelle appoggiata sul petto. I carcerieri lo hanno spinto sulla sedia a rotelle fino alla stanza dell’esecuzione, poi quattro uomini lo hanno aiutato ad alzarsi ed egli è riuscito a percorrere faticosamente a piedi i cinque passi che lo hanno condotto al lettino, dove si è sdraiato ed è stato legato con le usuali cinghie. La procedura di inserimento degli aghi nelle braccia è stata rapida ed è avvenuta senza le difficoltà che invece si erano verificate durante l’esecuzione di Williams. Un sistema mortale efficiente.

L’ultima dichiarazione di Orso è stata: “Yo-ka-hey” (E’ un buon giorno per morire). Ha girato il viso verso la stanza in cui i suoi amici e pochi parenti assistevano all’esecuzione è ha articolato le parole “I love you”. E’ stato dichiarato morto dopo che i veleni letali hanno avuto ragione del suo corpo. Per far cessare definitivamente i battiti del suo vecchio e provato cuore è stata necessaria una dose supplementare di cloruro di potassio.

Alcuni familiari delle vittime dei crimini a lui attribuiti erano presenti all’esecuzione. La madre di una delle vittime (una ragazza diciassettenne) ha dichiarato alla fine di essere soddisfatta dell’evento e che Ray Allen era riuscito a sopravvivere in carcere più a lungo della vita intera di sua figlia (Orso è stato rinchiuso a San Quentin per 23 anni).

Alcuni giornalisti hanno scritto in articoli polemici e acidi che Orso non doveva essere poi così malato come voleva far credere se è riuscito a camminare fino al lettino, ha guardato attraverso il vetro i suoi parenti e c’è voluta doppia razione di veleno per fermare il suo cuore.

Altri accaniti sostenitori della pena di morte hanno affermato che non è logico chiedere la grazia per l’età avanzata e per i mali subentrati durante una lunga detenzione, se, per poter avere accesso a tutti i possibili appelli, la detenzione deve essere lunga. Bastava che Allen rinunciasse a lottare, hanno detto, e accettasse subito la pena a cui era stato condannato, e tutti i suoi problemi di salute non avrebbero avuto il tempo di sopraggiungere.

Noi, che guardiamo Orso con occhi umani ed amore fraterno, e che lo conosciamo per quanto valeva, sappiamo invece che deve essersi sforzato ad ogni costo - sia per il suo grande orgoglio di guerriero nativo-americano, sia per incoraggiare i suoi amici e parenti presenti all’esecuzione - di non mostrare la sua debolezza e il suo dolore fisico. Sappiamo bene infatti che Orso soffriva di gravi malattie: un infarto pressoché letale lo aveva colpito per la seconda volta lo scorso settembre, il diabete, mai curato in modo adeguato in carcere, gli aveva tolto la capacità di camminare da solo e lo aveva reso quasi cieco.

Fuori dal carcere si è riunita una piccola folla di un centinaio di persone, molto ridotta rispetto a quella riunitasi per l’esecuzione di Williams, ma animata da forti sentimenti: durante la procedura dell’esecuzione, i familiari e gli amici di Orso, riuniti in cerchio, hanno cantato e ritmato sui tamburi una canto propiziatorio indiano, diffondendolo con altoparlanti. Una tenue eco di questo canto è  arrivata anche alle orecchie di Orso, e lo ha certo confortato.

Il portavoce del carcere, che  ha assistito a tutte le esecuzioni avvenute in California dal 1978, ha dichiarato che Orso era eccezionalmente calmo e pronto a morire, affermando che il suo comportamento “gioviale” era decisamente fuori dalla norma.

E, infatti, come ben sanno i suoi amici, Orso era davvero una persona fuori dalla norma, dotata di una straordinaria forza interiore e spirituale.

Aveva sempre sostenuto la sua innocenza per i crimini che hanno causato la sua condanna a morte e aveva persino dichiarato che sperava di incontrare nella vita ultraterrena le vittime di questi crimini per poter finalmente spiegare loro il suo dolore per l’accaduto ma anche la sua totale estraneità ai delitti.

La sua possibile innocenza non è però servita a salvargli la vita, e neppure l’impegno dei suoi sostenitori. In particolare, il suo grande amico e “fratello” italiano, Marco Cinque, a cui Orso aveva dato il nome indiano Aquila Rossa (Red Eagle), ha compiuto sforzi immani per aiutarlo: ha scritto un appello in favore di Orso firmato da migliaia di persone (solo le firme raccolte personalmente da Marco sono state circa 4000), ha mobilitato la stampa, il Parlamento Europeo, il Consiglio d’Europa (che ha chiesto la grazia e poi ha protestato vivacemente contro l’esecuzione ormai avvenuta). Sappiamo che ora Red Eagle (certamente Marco preferisce essere chiamato con questo nome) sta soffrendo molto per la perdita del suo grande amico, però consolato dal fatto che Orso gli è rimasto sempre spiritualmente vicino. Questa presenza lo sprona a continuare la lotta contro le ingiustizie, in suo nome.

Red Eagle mi ha detto che una parte delle ceneri di Orso verranno inviate in Italia e che egli intende organizzare una speciale cerimonia della tradizione Cherokee, con un grande Cerchio umano attorno al fuoco che riunisca tutti i fratelli e le sorelle di Orso che qui in Italia lo hanno amato a sostenuto con tutto il cuore e lo hanno aiutato a concludere la sua vita con dignità e la serenità. Vi terremo ovviamente informati dell’iniziativa.  (Grazia)

 

 

3) ADDIO, CARO VECCHIO ORSO, ANZI, ARRIVEDERCI

 

La giustizia della Corte Suprema americana e del “cervello americano” di Schwarzenegger non ha ritenuto opportuno risparmiare la vita di Ray Allen, Orso-che-corre, nonostante la sua età avanzata, le sue precarie condizioni di salute e la sua possibile innocenza. Non lo ha ritenuto opportuno come non lo ritiene opportuno per nessun condannato a morte, perché per queste persone la vita umana non ha alcun valore in sé.

Ma Ray rimane con noi. Il caro vecchio Orso che grazie alla profonda sincera amicizia di Marco Cinque e di altri amici italiani era entrato nel cuore di molti di noi, quel guerriero pellerossa che, dall’interno della sua orribile cella di 2 metri per 3, non ha mai cessato di amare la natura e i grandi spazi, insegnando a tante persone, inclusi molti bambini di scuole elementari a cui scriveva, ad amarla e rispettarla, e non ha mai cessato di venerare le sue tradizioni indiane insegnando a tutti noi un po’ del suo linguaggio Cherokee, non è morto. Vivrà per sempre nel cuore di chi l’ha conosciuto e amato per tutto quello che lui valeva. E lui valeva tanto.

Non mi soffermo sui suoi errori commessi in passato, perché credo che nessuno di noi possa sentirsi autorizzato a giudicare, a “scagliare la prima pietra” su una persona la cui infanzia è stata rubata dalla malvagità dell’uomo bianco, che ha visto maltrattare, umiliare e sfruttare ignobilmente se stesso, la sua famiglia e i suoi simili. Credo che ognuno di noi, in analoghe situazioni, potrebbe molto facilmente incattivirsi e commettere gravi errori.

Anche la mia mamma aveva cominciato a corrispondere con Orso un paio di anni fa e pure lei aveva ricevuto da lui tante parole dolci e amichevoli. Due mesi fa mia madre è caduta e si è rotta il femore. Non ha potuto scrivergli quando abbiamo saputo della sua probabile esecuzione così l’ho fatto io al suo posto, con il cuore stretto, pensando che nessuna parola avrebbe potuto consolare un uomo in procinto di morire. Invece, qualche giorno prima che la California uccidesse questo guerriero, forse pensando di aver reso il mondo migliore senza di lui, abbiamo ricevuto la sua risposta in quella che ormai sappiamo essere la sua ultima lettera, indirizzata a me e rivolta anche alla mia mamma. L’ho tradotta per voi perché possiate rendervi conto di quale persona fosse Orso e di come, alla fine, sia stato lui a fare coraggio a noi. Ecco la lettera di Orso. (Grazia)

 

Ray “Orso-che-corre” Allen                                         Seconda Luna della Neve

                                                                                                      (2 gennaio 2006)

O-si-yo o-ga-na-li (Cara sorella mia)

Bene, mia cara signora, ho ricevuto le tue parole questa sera.

Mi dispiace tanto che la tua mamma sia caduta e si sia fatta male. Dille che pregherò perché guarisca molto presto.

Come sai, la data della mia morte sarà il 17 di questo mese e quello sarà il mio ultimo giorno sulla Madre Terra se il mandato di esecuzione verrà eseguito. Non sono assolutamente preoccupato perché sono prontissimo ad incontrare il Creatore. Già così, ho vissuto in questo posto davvero troppo. I miei avvocati stanno facendo del loro meglio per salvare la mia vita, ma non ho molta fiducia in ciò che stanno tentando. Perciò, lasciarmi questa vita alle spalle ed iniziarne una nuova nel Mondo dello Spirito sarà molto meglio. Ho parlato ai miei familiari e li ho preparati a dirci addio. Sono venuti qui a trovarmi ogni settimana ed abbiamo parlato della mia partenza dalla Madre Terra. Quindi, se accadrà, cara signora, dirai alla tua mamma che l’aspetterò, quando un giorno mi raggiungerà nel Mondo dello Spirito, d’accordo?

Quando tu riceverai questa lettera io sarò vicino a quella data se non otterrò una sospensione dell’esecuzione.  Tu saprai se questo è successo. Allora potrai rispondermi, se otterrò una sospensione. Se non otterrò la sospensione, allora la mia anima verrà ogni tanto a trovare te e la tua mamma dal Mondo dello Spirito.

Wa-do (grazie dal centro del cuore) per le cose belle che mi hai scritto. Sei stata dolcissima a dirmele.

Spero che il caro fratello Red Eagle (Marco Cinque) resterà in contatto con te dopo che me ne sarò andato. Quando lo vedrai digli che lascio il mio amore e la mia sincera amicizia con lui e la sua famigliola. Lui è un grande guerriero.

Questa lettera non è lunga, cara signora, volevo solo che tu sapessi che ho ricevuto le tue parole e che ti ringrazio moltissimo.

La mia fede è forte e il mio spirito è pronto ad accettare ciò che mi aspetta. La sola cosa che detesto è che stanno progettando di uccidermi il giorno del mio compleanno. Ma, non importa, Yo-ka-hey (E’ un buon giorno per morire).

Quindi, cammina con cuore felice e sappi che il mio amore e le mie preghiere camminano al tuo fianco e a quello della tua cara mamma.

Che i tuoi sogni per sempre possano essere dorati e tu e lei per sempre possiate camminare e dormire nella bellezza.

Con tutto il mio amore e le mie preghiere

                                                                                                                                                                                                                                   

NA-LI YA-NU A-DI-SI  –  Orso-che-corre

 

 

4) RIFLETTIAMO SULLE STRATEGIE ABOLIZIONISTE

 

Orso-che-corre è stato dunque ucciso. Siamo attoniti ma non meravigliati. Non volevamo pensarci, ma sapevamo in anticipo che le preghiere rivolte al “Terminator” Schwarzenegger non avrebbero funzionato per salvare la vita di Orso.

Ora siamo qui a domandarci che senso ha avuto il grande sforzo fatto in favore di Orso. Certamente ha avuto il valore incommensurabile di un gesto di solidarietà e di una dichiarazione chiara e forte contro la sua uccisione e contro la pena di morte.

Tuttavia al di sotto del piano ideale, vi è pure il piano pratico della lotta contro la pena di morte. I ripetuti fallimenti delle mobilitazioni in extremis per salvare la vita di singoli detenuti spingono a chiedersi se non si debbano studiare e mettere in atto nuove forme di mobilitazione contro la pena capitale che possano essere più incisive nella situazione americana.

Noi per la verità questo interrogativo non ce lo poniamo solo da oggi: ce lo siamo posto più volte in passato a partire dal maggio del 1994, all’indomani dell’esecuzione di Paul Rougeau.

Allora ci eravamo detti che il modo più proficuo di utilizzare le energie degli abolizionisti sarebbe stato quello di lavorare per l’abolizione della pena di morte negli USA, piuttosto che per la salvezza di questo o di quel condannato. Da tale riflessione erano scaturite delle ‘campagne’ di tipo innovativo che sono state messe in atto con risultati interessanti. Ma l’approssimarsi delle esecuzioni di altri amici ci ha indotto, ripetutamente, a interrompere tali campagne per rimettere mano agli strumenti tradizionali di mobilitazione.

 

Pubblichiamo qui di seguito le nostre considerazioni sulle strategie abolizioniste. L’ampiezza della trattazione dovrebbe consentire, a coloro che vogliono aiutarci a riflettere su questo tema cruciale, di verificare e di discutere in dettaglio i nostri argomenti.

 

Strategie abolizioniste 

 

Nel progettare efficaci strategie abolizioniste per gli USA occorre tener conto dei molteplici fattori, in parte contrastanti tra loro, che intervengono in una situazione assai complessa: 1) la conoscenza di condannati a morte suscita l’impegno degli abolizionisti, 2) l’impegno in favore di un singolo condannato non riesce ad evitare l’esecuzione di quel condannato, 3) il mantenimento della pena di morte è una questione politica; 4) le autorità, che possono graziare un condannato e che potrebbero porre fine alla pena di morte, hanno una mentalità ristretta e sono fortemente condizionate da interessi politici immediati; 5) la popolazione americana è ancora in maggioranza a favore della pena capitale; 6) la pena di morte nel mondo è stata sempre abolita per decisioni ‘di vertice’ e mai per una pressione dal basso dell’opinione pubblica; 7) la pena di morte viene abolita per il progresso della civiltà, a seguito una riflessione sul problema delle pene; 8) nell’ipotesi che la civiltà progredisca, la pena di morte verrà abolita negli USA e nel mondo: è solo una questione di tempo.

1) I casi singoli catalizzano energie. Il primo fatto da tener presente è che in Italia il movimento abolizionista è esploso per lo scalpore suscitato da casi eclatanti di condannati a morte – come quelli di Paula Cooper, di Joseph O’Dell e di Derek Rocco Barnabei -  e si è mantenuto elevato negli anni per la fitta corrispondenza di un migliaio di giovani Italiani con condannati meno conosciuti che conferiscono un volto umano alla pena di morte. 

2) Impegno su casi singoli: spontaneo ma senza effetti immediati. E’ naturale – anche se scarsamente fecondo di risultati pratici - battersi in favore dei singoli detenuti, che quasi sempre alla fine vengono comunque uccisi. Per quanto riguarda il nostro Comitato pensiamo ai tentativi fatti per salvare Paul Rougeau, poi Joe Cannon e infine Gary Graham.

3) Il mantenimento della pena di morte ha forti motivazioni politiche. In diversi modi a seconda che si tratti di paesi dittatoriali o di paesi democratici, il potere sfrutta la paura, la richiesta di sicurezza e il desiderio di vendetta della popolazione, in funzione del proprio consolidamento. Nei paesi dittatoriali la pena di morte,  inutile al fine di scoraggiare i crimini comuni, è un mezzo per dissuadere le attività politiche se non per eliminare fisicamente gli oppositori. In altri paesi è uno strumento di propaganda politica, ad esempio in  Cina la pena di morte è un gigantesco strumento  propagandistico nelle mani del Governo e del Partito che si sforzano di far accettare ai Cinesi rapidi cambiamenti nell'economia e nel modo di vivere. Negli Stati Uniti d'America, paese democratico, fa comodo a classi dirigenti con scarsa lungimiranza politica che la popolazione richieda la pena di morte perché è facile soddisfare tale richiesta.

4) Sfruttamento dei sentimenti popolari a fini di potere. Chiunque negli USA voglia presentarsi ad elezioni politiche, amministrative o giudiziarie deve assicurare il pubblico che combatterà il crimine in modo più deciso dei suoi predecessori. Non si ha però il coraggio di promettere seri e costosi programmi di prevenzione sociale o la limitazione del fiorente mercato delle armi. Non avendo questo coraggio, la maggioranza dei candidati promette un consolidamento della pena di morte se non la sua espansione: l'aumento delle esecuzioni, l'accorciamento dei tempi per gli appelli, l'estensione di tale pena ad ulteriori reati (per es. di ‘terrorismo’) e ad ulteriori categorie di persone. 

5) Il favore per la pena di morte è ancora alto in USA. Il favore per la pena capitale, anche se in lenta discesa,  è ancora molto alto tra la popolazione USA: il 64% dei cittadini approva la pena di morte.

6) Abolizione: operazione di vertice. Dovunque la pena capitale sia stata bloccata, dal Granducato di Toscana nel 1786 fino alla Russia di Yelsin nel 1997,  ciò è avvenuto ad opera di gruppi elitari della società e mai in conseguenza di una richiesta popolare. Gli intellettuali, per ragioni di principio, e i politici, per ragioni di opportunità, sono riusciti ad accantonare tale istituzione quando aveva ancora un forte consenso nelle fasce più ampie e più deboli della popolazione. L'opinione pubblica ha sempre seguito, con alcuni anni di ritardo, le decisioni dei vertici ma non si è mai verificato il contrario.

7) Abolizione effetto di una processo razionale. Una riflessione sul sistema penale è cominciata in epoca illuminista. In particolare con l’opera di Cesare Beccaria “Dei delitti e delle pene” nel 1764 si è aperta la riflessione sull’ingiustizia e sull’inutilità della pena capitale. L’abolizione della pena di morte ‘che è sempre esistita’ consegue da una riflessione che porta a ritenere questa sanzione ‘né giusta né utile’.

8) L’abolizione fa parte del progresso della civiltà. L’osservazione che la civiltà umana tende a progredire (pur senza garanzie e con incertezze e gravi ritorni indietro) e che il processo abolizionista è un indubbio portato del progresso della civiltà, fanno prevedere che la pena di morte verrà abolita in tutti i paesi e in particolare negli Stati Uniti. L’incertezza è solo sul ‘quando’ (alcuni che vogliono sbilanciarsi nel fare previsioni parlano di uno o più decenni).

 

Occorre ‘incrociare’ i precedenti otto punti per capire ciò che dobbiamo fare per rendere più efficace il nostro impegno abolizionista. Dato che dobbiamo dosare diversi fattori, a volte contrapposti, è necessario derivare i criteri operativi da valutazioni comparative dell’incidenza dei vari fattori. Indichiamo qui appresso con numeri asteriscati le soluzioni ideali che conseguono ai condizionamenti di cui sopra, condizionamenti che vanno considerati a volte singolarmente a volte a gruppi.

1*) Deve continuare ad essere incoraggiata la corrispondenza tra cittadini italiani e detenuti del braccio della morte - con i caratteri di spontaneità e di intimità che sono tipici di un rapporto di amicizia - sia pure cercando di evitare gli errori commessi nel passato per ingenuità da alcuni corrispondenti. Ciò libera grandi energie oltre ad avere in sé un grande valore di solidarietà, vi sono inoltre ripercussioni positive della corrispondenza con i detenuti sul processo abolizionista anche se difficilmente misurabili.

2*) Non si dovranno dissuadere i sostenitori dei singoli detenuti dal rivolgere petizioni alle autorità per scongiurare le esecuzioni dei propri amici ed anche dal fornire – con oculatezza e prudenza - aiuti per una loro migliore difesa legale (purtroppo i mezzi finanziari richiesti per una difesa legale di fiducia sono in quasi tutti i casi al di fuori della portata dei corrispondenti, col rischio di produrre attese sproporzionate e conseguenti delusioni e danni anche psicologici per i detenuti).

1*), 2*), 3*), 4*) Si dovrebbe ottenere che una quota non trascurabile delle energie dei soggetti che corrispondono con i detenuti (e di tutti gli altri soggetti abolizionisti) sia dedicata ad iniziative tendenti all’abolizione della pena di morte negli USA. Il ‘target’ ultimo di un tale impegno è costituto dai dirigenti che sono in grado di mettere in atto una moratoria delle esecuzioni e poi di avviare il processo legale per l’abolizione della pena di morte.

6*) Dal momento che i dirigenti americani – con poche eccezioni – si dimostrano sordi alle suppliche provenienti dall’estero e totalmente privi di quell’idealità e di quella lungimiranza politica che sono necessarie per un’abolizione ‘di vertice’, sarà opportuno, anziché rivolgersi direttamente ad essi, premere su particolari categorie di loro concittadini. Costoro - avendo una possibilità di essere ascoltati, in qualità di elettori e/o di persone influenti -  potrebbero di ‘rimbalzo’ agire efficacemente sulle autorità.

5*), 6*) Non si deve pensare che l’abolizione della pena di morte in uno stato possa avvenire solo dopo il raggiungimento di una maggioranza di cittadini contrari alla sanzione capitale. Porsi l’obiettivo di cambiare l’atteggiamento ad una grossa parte della popolazione riguardo alla pena di morte sembra da una parte irrealistico (come far cambiare opinione a cinque milioni di elettori del Texas?), dall’altra non necessario in base all’esperienza fatta in tutti gli stati in cui si è arrivati ad abolire la pena capitale. Il target immediato di eventuali campagne dovrebbe essere dunque intermedio tra il cittadino ‘qualunque’ e le autorità dello stato. Probabilmente l’aggancio ottimale si troverebbe in alcune categorie di cittadini che siano particolarmente sensibili alle richieste abolizioniste e/o particolarmente influenti sulle autorità (nonché sull’opinione pubblica), ad esempio insegnati, avvocati, medici, appartenenti ad associazioni, leader e gruppi religiosi, giornalisti, personalità della cultura ed ‘opinion leader’ in genere.

7*), 8*) Il genere di ‘messaggi’ da inviare ai cittadini di uno stato in cui si voglia ottenere l’abolizione della pena di morte dovrebbe tener conto del fatto che il superamento della pena capitale è sempre conseguito ad un processo razionale che – permettendo di superare gli aspetti emotivi – porti a scoprire che la pena capitale non è né giusta (perché estrema, irreversibile, crudele, inumana e degradante) né utile. Pertanto tali messaggi dovranno accelerare un progresso della civiltà che si compirà comunque nella storia, tenendo presente che anticipare di dieci o trent’anni l’abolizione della pena di morte non sarebbe un obiettivo da poco, soprattutto per le vite che nel frattempo verrebbero salvate.

 

Per riassumere: dobbiamo continuare ed incrementare la corrispondenza con i condannati a morte, lasciare che gli individui e i gruppi si adoperino per la salvezza di singoli prigionieri, ma ottenere che una quota apprezzabile delle loro energie e di quelle di tutti gli abolizionisti sia impiegata per l’abolizione della pena di morte negli USA. Gli attivisti dovranno a tale scopo rivolgersi a determinate categorie di cittadini americani situate ad un livello intermedio nella società (per es. insegnanti, avvocati, medici, appartenenti ad associazioni, leder e gruppi religiosi, giornalisti, personalità della cultura ed ‘opinion leader’ in genere) che agiscano di ‘rimbalzo’ sulle autorità per ottenere una moratoria delle esecuzioni e l’avvio del processo legislativo per l’abolizione della pena di morte. Il ‘messaggio’ degli Italiani agli Americani dovrebbe avere la funzione di catalizzare il processo razionale che porta al superamento della pena di morte nel quadro della maturazione della civiltà.

 

Due ‘campagne’ condotte in passato dal Comitato Paul Rougeau - opportunamente modificate in ragione dell’esperienza maturata - potrebbero essere tra gli strumenti da prendere in considerazione per combattere in modo nuovo e più efficace la battaglia per l’abolizione della pena di morte negli USA. Si tratta della campagna del ‘Digiuno a Catena’ e della Campagna ‘Rimbarzo’ di cui qui di seguito ricordiamo le caratteristiche essenziali e il modo in cui furono attuate negli anni scorsi.

 

Il Digiuno a Catena

 

La Campagna del “Digiuno a catena” ha avuto origine dalla richiesta di solidarietà dei detenuti del braccio della morte del Texas - che periodicamente intraprendono degli ‘scioperi della fame’ per protestare contro le pessime condizioni di detenzione e contro la pena di morte – ma si è poi sviluppata indipendentemente dalle iniziative dei detenuti per lunghi periodi (v. ad es. nn. 51 e 60).

Il Comitato  Paul Rougeau ha organizzato la campagna in due periodi: dal 3 maggio al 3 agosto del 1997, poi per sei mesi a partire dal 21 settembre 1998. Infine la Coalit ha organizzato il digiuno per diversi mesi nel corso dell’anno 2000.

La Campagna consisteva nell’avere ogni giorno una persona che digiunasse e inviasse un messaggio di protesta al Governatore del Texas, massaggio che arrivava in copia ai media del Texas e ai principali quotidiani nazionali degli Stati Uniti.

La segreteria della Campagna gestiva una lista di persone che accettavano di digiunare a turno per un’intera giornata e di spedire una lettera via fax/posta al Governatore comunicando il digiuno effettuato. La stessa segreteria si faceva carico di inviare copia della lettera, tramite e-mail, a tutti i giornali del Texas ed ai principali quotidiani statunitensi.

Il messaggio – accuratamente studiato nel tono e nei contenuti – è cambiato nei diversi periodi in cui si è svolta l’iniziativa. Tutte e tre le varianti del messaggio contenevano però le seguenti affermazioni: “… mi inquieta profondamente la situazione del Texas, conosciuto in tutto il mondo come lo ‘stato della morte’. Il Texas detiene il record internazionale delle sentenze di morte e delle esecuzioni. Per il numero di esecuzioni, il Texas può essere equiparato – in relazione alla popolazione residente – alla Cina comunista. Nessuno si salva: né i giovani al di sotto dei 18 anni all’epoca del crimine, né i malati e gli handicappati mentali. I prigionieri vengono ‘giustiziati’ in presenza di forti dubbi sulla loro colpevolezza e la Commissione per le Grazie si rifiuta di rendere effettiva l’istituzione del clemenza esecutiva. L’uso crudele ed inumano della pena di morte non può essere giustificato in un paese civile e democratico con un alto livello di sviluppo scientifico e tecnologico. Per favore ci rifletta sopra e faccia tutto quanto è in suo potere per fermare questa follia…”

Il martellamento quotidiano con una serie di denunce la cui verità era impossibile negare, finì per provocare interessanti risposte e concreti risultati. Il governatore tacque ma i media, infine irritatisi, risposero! Sta di fatto che proprio in quel periodo la stampa del Texas – che fino ad allora considerava come un normale e positivo dato di fatto l’istituzione della pena capitale – cominciò a divenire diffidente e problematica nei suoi riguardi.

 

La Campagna “Rimbalzo”

 

La Campagna Rimbalzo è andata avanti per circa otto mesi a cominciare dall’ottobre del 1997, organizzata dal Coordinamento ‘Non uccidere’ e dal Comitato Paul Rougeau. In tale periodo si è condotto una sorta di ‘esperimento pilota’ su piccoli numeri al quale avrebbe dovuto seguire una fase estensiva con un impegno di un ordine di grandezza superiore (che non ci fu).

Si trattava di scrivere individualmente ai cittadini del Texas, per ottenere che questi a loro volta chiedessero alle proprie autorità una moratoria delle esecuzioni capitali e l'abolizione della pena di morte.

Gruppi di abolizionisti italiani, comitati e corrispondenti di condannati a morte, associazioni e realtà sindacali, singoli cittadini hanno dato vita nel giro di sei mesi a 26 Nodi della Campagna. Ciascuno di questi Nodi si è impegnato a spedire almeno cento lettere a cittadini del Texas e di proseguire poi la corrispondenza con coloro che rispondevano.

“Circa il 3% delle 3.300 lettere inviate ricevette una risposta. L'analisi delle risposte ottenute fu senz’altro incoraggiante. Tutti coloro che risposero manifestarono una viva sorpresa di ricevere una lettera dall'Italia. Non si e' avuta nessuna risposta ingiuriosa o sgarbata. Nei due terzi dei casi, le persone si dichiararono a favore della pena di morte e si sforzarono di avanzare motivazioni a sostegno della loro posizione (non mancarono dichiarazioni non richieste di ammirazione sconfinata nei riguardi del Governatore Bush).

Un effetto positivo si rilevava chiaramente nelle risposte di coloro che si professavano favorevoli alla pena capitale: bastava la lettera giunta da oltre oceano, per introdurre il tarlo del dubbio. In quasi tutte le risposte emergeva infatti in modo più o meno esplicito qualche dubbio, talvolta accanto ad una timida vergogna.

L’effetto ottenuto dalla fase sperimentale della Campagna Rimbalzo - non potendo essere un’apprezzabile pressione di ‘rimbalzo’ dei Texani sulle proprie autorità - è stato proprio quello di creare qualche piccola crepa nell’accettazione acritica della pena capitale. La sperimentazione ci è servita per capire i nostri interlocutori al fine di trovare gli argomenti e i modi più idonei per indurli a riflettere, a cambiare e possibilmente ad attivarsi. In effetti l'abolizione della pena di morte è sempre un processo che consegue da una riflessione razionale. 

 

 

5) UNA LETTERA DI STEFANIA SULLE STRATEGIE ABOLIZIONISTE

 

Per una singolare coincidenza, una lettera della nostra amica Stefania Silva solleva il problema delle strategie abolizioniste nel momento in cui abbiamo deciso di affrontarlo organicamente nel nostro staff. Ci complimentiamo vivamente con Stefania per la lucidità raggiunta dopo una breve militanza in campo abolizionista e pubblichiamo molto volentieri il suo scritto.

 

Cari amici lettori, vi sottopongo un'idea che ho avuto e che vorrei condividere con voi, sperando di trovare suggerimenti e collaborazione.

La premessa è che da qualche tempo sono corrispondente di alcuni ragazzi nel braccio della morte della Polunsky Unit in Texas; e ovviamente da quando li ho conosciuti - uno in particolare - ho cominciato a firmare tutti gli appelli on-line e non, a scrivere ai vari governatori, a iscrivermi a tutte le mailing list abolizioniste che sono stata in grado di trovare. Leggo libri e articoli, ascolto k-dol radio... insomma tutte cose che, più chi meno, facciamo tutti noi.

Ora penso che scrivere ai detenuti e firmare appelli urgenti non sia affatto sufficiente.

Potrei definire questa come la cura del malato, ma la malattia - la pena di morte - non ne rimane minimamente intaccata.

Tutte le parole che ascolto e che leggo, sono rivolte, scritte e dette da chi é già contrario.

Io mi domando invece come arrivare a tutti gli altri.

Così ho pensato (molto aiutata dall'impareggiabile Claudio Giusti): perché non individuare dei soggetti, pochi ma selezionati, appartenenti a specifiche "categorie" con i quali cominciare piano piano a parlare di pena di morte?

Se non sono gli Americani a considerarlo un problema, nessuno di noi potrà influire; quindi lavoriamo perché anche loro comincino a considerarlo tale.

Ho pensato a parroci, agli insegnanti, ai giornali - magari locali... tutte categorie considerate punti di riferimento, in grado di formare l'opinione pubblica, e di influire così sulle scelte politiche; non credo esista  un governatore pronto a dichiararsi contrario alla pena di morte sapendo di non essere rieletto e purtroppo ancora oggi la maggioranza degli americani è favorevole alla pena capitale.

Sono perfettamente consapevole che non sarà affatto facile, che probabilmente molti di loro non gradiranno l'ingerenza di persone straniere, che non votano e che non pagano le tasse; ma probabilmente riuscendo anche a gemellarsi con associazioni in loco, si può cominciare un bel lavoro...

Questa è l'idea amici...  Stefania

6) DALLA PROTESTA A POLUNSKY UNA RICOMPENSA INTERIORE

 

Era martedì 29 novembre quando la protesta è scattata. Il nostro fratello Robert Woodward aveva preparato 4 cartelli e li aveva appesi nella sala di ricreazione: “Protesta pacifica”, “Fermate le uccisioni”, “Non si possono fermare le uccisioni con altre uccisioni” e “Salvate Tony Ford”.

Quando le guardie vennero a portarlo via dalla stanza di ricreazione, lui si rifiutò e disse: “Questa è una manifestazione non-violenta”. Furono immediatamente chiamati i rinforzi e furono colti di sorpresa quando Robert disse: ”Sto per coricarmi sul pavimento. Non voglio assolutamente combattere contro di voi. Ci stiamo sacrificando al fianco di Tony Ford.” Ed è proprio ciò che ha fatto.

Il primo lancio di gas urticante fu spruzzato nella sala di ricreazione. La sostanza chimica coprì tutto il suo corpo. Io mi avvicinai alla porta e gridai: ”Questa è una protesta non-violenta! Non può farvi del male stando coricato sul pavimento!”. Privo di qualsiasi protezione sugli occhi e con solo una calza a proteggere il naso, Robert ricevette il primo attacco con il gas. Dopo aver tossito due volte si alzò e levò in aria il pugno seguito da un segno di pace, poi si coricò di nuovo. Le guardie spruzzarono un secondo getto di gas e poco dopo la porta della sala di ricreazione fu spalancata. Non posso mentire: avevo paura che lo avrebbero attaccato e colpito mentre giaceva sul pavimento. Invece, o perché si trattasse di persone di buona coscienza o perché la telecamera stesse registrando l’evento, la squadra di 5 uomini si introdusse nella stanza e lo incatenò mani e piedi. Circa 15 minuti dopo fu portato indietro nudo e messo nella sua cella (che si trova accanto alla mia). La dimostrazione era stata completa.

Il giorno dopo sapemmo che Tony aveva ottenuto la sospensione dell’esecuzione. Quindi abbiamo protestato inutilmente? Naturalmente no! Non ci pentiamo della nostra posizione dall’inizio alla fine. Il nostro scopo era di far sapere a quelli che sono dentro al carcere (guardie e detenuti) e a tutti fuori dal carcere che non ci siamo arresi. Sia che il mondo esterno possa vedere o no la registrazione di questo evento (anche se speriamo di ottenere il nastro e di renderlo pubblico) un uomo che crede in qualcosa deve ergersi e combattere per ciò in cui crede, non importa se viene notato o no. Si tratta di quelle che noi chiamiamo ricompense interiori, pace della mente e dell’animo, che giustificano la nostra causa. Ed è ciò che abbiamo fatto.

Purtroppo a Tony è stata fissata un’altra data di esecuzione il 14 marzo, però ha ottenuto un grosso vantaggio: il giudice del suo caso ha l’impressione che le prove siano state manipolate e progetta di scrivere una lettera personale alla Commissione per le Grazie chiedendo che egli non venga giustiziato. Il risultato di questa iniziativa sarebbe dubbio, perché la Commissione può solo raccomandare la grazia, ma il governatore può rifiutarsi di concederla (come fece quando gli consigliarono all’unanimità la grazia per il malato di mente Kelsey Patterson. Quindi come vedete sembra improbabile che, se non ha risparmiato un malato di mente, risparmierà Tony).

Però non perderemo la speranza. Nel frattempo Tony ha rilasciato molte interviste ai media, in cui non ha soltanto denunciato la sua situazione ma ha anche esposto le ragioni della protesta D. R. I. V. E. Parlerò ancora in futuro dei successi del D. R. I. V. E., ma nel frattempo andate a visitare il sito www.drivemovement.net).

Chiedo a tutti voi di inviare qualche parola d’incoraggiamento a Tony (Tony Ford #999075) dal momento che i suoi sforzi in quest’ultimo mese sono stati enormi e vittoriosi. Speriamo che altri seguano il suo esempio e dimostrino che noi non siamo consenzienti nel farci assassinare. Continuate a combattere con noi. Unito a voi nella lotta   Kenneth

 

 

7) INIEZIONE CRUDELE E INUSUALE? SOSPESE DUE ESECUZIONI IN FLORIDA

 

Da anni negli Stati Uniti il sospetto che il metodo dell’iniezione letale possa causare sofferenze ai condannati a morte dà luogo a ricorsi che ne contestano la costituzionalità. Fino ad ora tali ricorsi non sono riusciti a salvare la vita di alcun condannato ma soltanto a rimandare di poco alcune esecuzioni (v. n. 114). Tuttavia l’accumularsi di dati che rafforzano il sospetto e uno studio pubblicato in una importante rivista scientifica hanno infine prodotto un risultato di rilievo: il 25 gennaio la Corte Suprema federale, decidendo di prendere in considerazione il ricorso in merito all’iniezione letale presentato da Clarence Hill condannato a morte in Florida, ha di fatto bloccato le esecuzioni in quello stato, creando la possibilità dell’accoglimento di simili ricorsi di detenuti di altri stati.

Come avevamo riportato nel n. 128, ricercatori della Florida e della Virginia - esaminati post mortem i livelli ematici di anestetico di 49 ‘giustiziati – avevano concluso che i prigionieri possano aver provato dolore in quasi il 90% dei casi e che possono essere stati pienamente coscienti mentre venivano uccisi in più del 40% dei casi. La pubblicazione  sull’autorevole rivista medica The Lancet dei risultati di questa ricerca all’inizio di aprile del 2005 non ha impedito che l’iniezione letale venisse ancora ‘somministrata’ a decine e decine di condannati.

Tuttavia l’insistenza degli avvocati difensori dei morituri alla fine ha prodotto un risultato di rilievo: la Corte Suprema degli Stati Uniti ha sospeso a tempo indeterminato l’esecuzione della condanna di Clarence Hill che doveva avvenire in Florida il 26 gennaio e ha chiesto alla parti di fornire ulteriore documentazione riguardo all’asserita incostituzionalità del metodo dell’iniezione letale. Qualora risulti che tale metodo possa provocare sofferenze gravi e non necessarie sarebbe infatti da considerare una punizione ‘crudele ed inusuale’ vietata dall’Ottavo emendamento della Costituzione.

Per il meschino Clarence Hill l’ordinanza della Corte Suprema è giunta nella camera della morte quando egli aveva percorso pressoché per intero il suo calvario avendo già gli aghi inseriti nelle braccia. La successiva esecuzione di Arthur Dennis Rutherford programmata in Florida per il giorno 31 sembrava dovesse andare avanti ‘regolarmente’ mentre venivano respinti uno dopo l’altro i ricorsi presentati dagli avvocati del prigioniero. Come testimoniato dall’amico Dale Recinella che fungeva da assistente spirituale del condannato, quello che doveva essere l’ultimo giorno di vita di Rutherford è stato un tempo di indicibile sofferenza per lui, per i  suoi familiari e per lo stesso Dale. Quando Dale già sedeva al di là del vetro nella stanza dei testimoni è giunto l’ordine di sospensione della procedura da parte della Corte Suprema federale, come per Clarence Hill.

A quel punto il Governatore Jeb Bush ha dichiarato che non firmerà più ordini di esecuzione in Florida finché la questione non verrà risolta dalla massima corte (che dovrebbe affrontarla non prima del prossimo mese di giugno.)

Anche se non si possono fare previsioni attendibili sui tempi e sulla natura della decisione della Corte Suprema – rinsaldata nel suo conservatorismo dall’entrata del giudice Alito il 31 gennaio – vi è una non trascurabile speranza che il sistema della pena di morte negli Stati Uniti subisca almeno una battuta d’arresto. Si è infatti aperta la strada, anche per condannati a morte di altri stati, di chiedere la sospensione dell’esecuzione per lo stesso motivo avanzato da Hill e da Rutherford.    

 

 

8) DAL TEST DEL DNA PER COLEMAN: UN’AMARA DELUSIONE

 

Ci impegnammo duramente nel 1992 per scongiurare l’esecuzione in Virginia del minatore 33enne Roger Keith Coleman, sulla colpevolezza del quale molti nutrivano forti dubbi. Ma tutto fu inutile, il governatore nero L. Douglas Wilder decise di lasciar uccidere sulla sedia elettrica il condannato bianco. Sommerso dalle petizioni, per la verità egli aveva avuto un momento di incertezza tanto da ordinare in extremis una prova con la cosiddetta ‘macchina delle verità’ (prova che fu sfavorevole per il morituro.) A tredici anni dall’esecuzione – un test del DNA conferma ora che Coleman si rese effettivamente colpevole dello stupro e dell’assassinio di sua cognata Wanda McCoy di 19 anni.

Non è la prima volta che un test del DNA fortemente richiesto da un condannato a morte e/o dai suoi sostenitori finisca per confermare la colpevolezza del condannato (v. ad es. nn. 72 e 80).  Ci siamo domandati quale sia il motivo di tali richieste apparentemente insensate. Non abbiamo trovato una spiegazione plausibile se non in ambito psicologico: la possibilità che alcuni detenuti si auto-convincano di essere effettivamente innocenti non sopportando il peso della loro colpa.

Coleman prima di morire dichiarò: “Un uomo innocente sta per essere assassinato questa notte. Quando la mia innocenza sarà provata spero che l’America si renderà conto dell’ingiustizia della pena di morte così come lo hanno fatto tutti gli altri paesi civili”. E’ stato soprattutto per onorare una promessa fatta a Coleman, che, nel corso degli anni, con grande determinazione, Jim McCloskey, leader dell’associazione Centurion Ministries, si è battuto per ottenere l’effettuazione di un nuovo test del DNA sullo sperma recuperato nel corpo della vittima. Le richieste fatte da McCloskey - appoggiato da quattro importanti testate giornalistiche – furono definitivamente respinte dalle corti nel 2002 (v. n. 101) e i campioni biologici che rimanevano sul caso di Coleman  distrutti.

Una piccolissima quantità di sperma (un quinto di una goccia) era rimasta però in possesso di Edward Blake, l’esperto californiano che condusse un rudimentale test del DNA nel 1990 (situando per altro Coleman nel 2% della popolazione compatibile con il campione esaminato) e il governatore uscente della Virginia, Mark R. Warner (probabile candidato democratico per le presidenziali del 2008), mostrando una notevole apertura, ha acconsentito alla richiesta di Centurion Ministries. Il 5 gennaio, nove giorni prima di lasciare il suo incarico, Warner ha permesso di effettuare il test del DNA che è stato portato a termine presso un autorevole laboratorio canadese. Il risultato del test si è appreso una settimana dopo da un comunicato dello stesso Warner: il test conferma che Coleman, l’uomo ‘giustiziato’ nel 1992, era colpevole.

Inutile dire quanto amara sia stata la delusione in campo abolizionista, mentre gli ambienti conservatori che sostengono la pena di morte non hanno mancato di esprimere la loro soddisfazione.

Giustamente osserva in un editoriale del 17 gennaio il Washington Post: “L’accertamento conclusivo della colpevolezza di Coleman è stato citato dai sostenitori della pena di morte come una conferma che non ci sono magagne nel sistema. Essi sono nel torto. Tale risultato significa solo che in un singolo caso, in cui le prove furono deboli e il processo di appello rifiutò pericolosamente di ammettere che ci furono errori procedurali, non ci fu un errore fatale. Ciò è rassicurante, ma non significa che la pena di morte non minacci degli innocenti. Il sig. Coleman non era innocente. Sicuramente altri che si trovano nel braccio della morte lo sono.”

 

 

9) NON TUTTI I FAMILIARI DELLE VITTIME VOGLIONO VENDETTA

 

A St. Petersburg, una cittadina della Florida, James Floyd uccise 22 anni fa Annie Bar Anderson, 86enne, per derubarla. Fu catturato mentre cercava di incassare i suoi assegni e portava una calza macchiata di sangue, del gruppo sanguigno della vittima.

La figlia di Ann, Angie Anderson, missionaria cristiana in Africa, supplicò la corte perché l’assassino di sua madre non venisse condannato a morte. “Mia madre credeva, e io credo, che dobbiamo essere strumenti della pace di Dio, e ciò include giustizia e compassione”, dichiarò a suo tempo Angie in tribunale. E aggiunse: “Questo giovane uomo merita una punizione, ma condannatelo all’ergastolo, dandogli la possibilità di diventare qualcuno, la possibilità di cambiare”.

Nonostante questo l’accusa cercò – ed ottenne – una sentenza di morte per Floyd, dimostrando ancora una volta quanto poco sia rispettata la volontà dei familiari delle vittime quando questa non coincide con il desiderio di uccidere dello stato. Questo nonostante la consueta affermazione che gli assassini devono essere condannati a morte per dare conforto e rendere giustizia ai familiari delle loro vittime. La stessa condanna fu comminata a Floyd dopo un secondo processo, due anni dopo, perché il primo era stato annullato, in quanto il giudice aveva dato istruzioni confuse alla giuria. Anche in questo caso la figlia di Ann aveva chiesto di risparmiare la vita di Floyd ed era persino andata a trovarlo in carcere.

A distanza di 20 anni, gli avvocati difensori di Floyd hanno ottenuto un terzo processo, avendo scoperto che alcune prove erano state nascoste alla difesa durante i primi due processi.

Angie nel frattempo è morta, ma sua nipote Elizabeth Blair, ha deciso di continuare la lotta per salvare Floyd.

Ha telefonato all’avvocato dell’accusa e gli ha chiesto che Floyd non ritornasse nel braccio della morte. E, forse anche grazie a questo, nonostante un test del DNA avesse confermato la probabile colpevolezza di Floyd, in un patteggiamento con l’accusa Floyd è stato condannato all’ergastolo, in cambio dell’ammissione di colpa. Elizabeth Blair ha dichiarato: “Non volevo che lui morisse e non volevo che la sua famiglia soffrisse per l’assassinio del loro padre o del loro fratello o del loro figlio. Rabbia e odio non portano alcun giovamento”.

Secondo l’attuale giurisdizione della Florida l’ergastolo non prevede la possibilità di uscita sulla parola, ma la condanna di Floyd si riferisce ad un crimine di 22 anni fa, ed è come fosse stata comminata allora, epoca in cui l’ergastolo poteva consentire l’uscita dopo 25 anni di detenzione. Questo fa sì che Floyd possa essere scarcerato nel 2009, evento che per altro l’accusa ritiene molto improbabile visto il tipo di crimine commesso dal prigioniero. Anche su questa possibilità Elizabeth Blair, interpellata in proposito, ha dimostrato intelligenza e ampie vedute, dichiarando che la scarcerazione eventuale di Floyd dipenderà “da coloro che hanno più esperienza di noi in questo campo”. (Grazia)

 

 

10) IN ITALIA UN PASSO INDIETRO, VERSO LA BARBARIE

 

Solo gli stolti possono gioire delle nuova legge sulla ‘legittima difesa’ (*), approvata in Italia il 24 gennaio, nella forma più becera, dopo reiterati tentativi finora caduti nel nulla. Abbiamo più volte contestato questi tentativi riferendoci alla tragica situazione americana (v. ad es. nel n. 96, “Una soluzione all’americana…”). Facciamo nostre le seguenti preoccupate considerazioni espresse a caldo dall’amico Claudio Giusti 

 

La legittima difesa era già prevista dal precedente ordinamento. Se però c’era l’urgenza di legiferare in materia, perché la legge è arrivata all’ultimo minuto della legislatura? Sorge il dubbio che la piatta adesione della maggioranza ad una norma di chiaro sapore demagogico, abbia significato per tanti parlamentari, anche di parte cattolica, la svendita di valori ideali (e del buon senso) per il miraggio di un recupero di consensi elettorali nelle fasce culturalmente più deboli della popolazione.

La nuova legge viola il diritto alla vita mandando un pericoloso messaggio alla società italiana, in particolare alle migliaia di psicopatici armati: “sparate!”. Sembra quasi che non basti l’aumento di omicidi cui abbiamo assistito negli ultimi anni (**) e si voglia avere più morti ammazzati con cui riempire le morbose trasmissioni televisive del pomeriggio.  Evidentemente l’attuale clima di isteria non è sufficiente. Non bastano i pazzi che fanno il tiro a segno dai balconi, i vecchietti che impallinano i ragazzini che buttano i petardi e i contadini che prendono a fucilate i fidanzatini. Ora vogliamo le sparatorie all’americana che occupano le cronache di quello sfortunato paese. Vogliamo i passanti colpiti per errore e la gente che si butta a terra fra i proiettili perché il tabaccaio deve difendere l’incasso.

La nuova legge sulla ‘legittima’ difesa induce chiunque a detenere in casa o in bottega un’arma da fuoco carica e a portata di mano. Ci dobbiamo quindi aspettare che milioni di italiani si armino, con conseguente aumento dei suicidi, incidenti e omicidi in ambiente domestico (nonché dei profitti degli armaioli). America docet: 30.000 morti da armi da fuoco l’anno e 130.000 feriti.

A differenza di quanto avviene in America, in Italia i ladri NON sono assassini. Ma da ora in poi un numero sempre più grande di ladri andranno ‘al lavoro’ armati e pronti ad uccidere. Nella guerra tra professionisti del crimine e cittadini comuni, è probabile che questi ultimi abbiano la peggio.

Le vittime della nuova criminalità violenta saranno in maggioranza i miti, i deboli, i poveri e gli sprovveduti.

Il passo successivo a questa legge, sarà la richiesta dell’introduzione della pena di morte. La nuova norma ha di fatto già introdotto la pena capitale per il furto.

____________

 

(*) All’articolo 52 del codice penale sono aggiunti i seguenti commi:

"Nei casi previsti dall’articolo 614, primo e secondo comma, sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere:

a) la propria o altrui incolumità;

b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione.

La disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all’interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale".

 

(**) Nel 2002 gli Americani sono stati felici di aver avuto ‘solo’ 16.638 omicidi, mentre noi - con una popolazione che è un quinto della loro – ne abbiamo avuti 638. Sempre troppi anche se questi erano meno della metà degli omicidi di dieci anni prima. Ora è arrivato il primo governo ‘serio’ del dopoguerra e gli omicidi salgono di nuovo.

11) IL VALORE DELLE CONFESSIONI COME PROVE

 

Ne parliamo per aumentare la nostra cultura in materia di giustizia criminale anche se non è un caso di pena di morte e non riguarda gli Stati Uniti. E’ avvenuto in Russia ma in America non sono mancati casi simili finiti con una condanna a morte (anche se lì la polizia non usa la corrente elettrica negli interrogatori).

Il 31 gennaio ha fatto il giro del mondo la storia del russo Aleksei Mikheyev cominciata sette anni fa. Il 10 settembre 1998, Aleksei allora 22enne e vigile urbano di professione, diede un passaggio insieme ad un amico ad un’adolescente, Maria Savalyeyeva. La lasciò vicino a casa sua all’altezza di una fermata d’autobus e quella fu l’ultima volta che la vide.

Poco dopo Aleksei fu arrestato con l’accusa di aver stuprato e assassinato la ragazza. L’amico che era con lui testimoniò di aver visto Aleksei commettere il crimine. Più tardi si scoprì che il ragazzo era stato costretto dalla polizia a testimoniare in tal senso.

L’interrogatorio di Aleksei da parte della polizia durò nove giorni. Nove giorni durante i quali il ragazzo fu torturato anche con un metodo chiamato “telefonata a Putin”: gli collegarono elettrodi ai lobi delle orecchie e fu sottoposto a scosse elettriche. A volte gli elettrodi vennero collegati ai genitali. Fu anche minacciato di stupro. Alla fine Aleksei firmò una confessione in cui ammetteva le accuse. Durante l’ultima sessione di tortura, che gli venne praticata anche se aveva già firmato la confessione con la speranza che “confessasse” altri crimini, Aleksei, con la forza della disperazione, riuscì a liberarsi dalla sedia a cui era stato legato, si precipitò alla finestra della stanza e si buttò di sotto, atterrando su una moto della polizia: si ruppe la schiena.

Poco tempo dopo, la ragazzina “assassinata” ricomparve illesa e dichiarò che era stata via di casa ospite di amici!

Troppo tardi per Aleksei, che intanto era in ospedale e affrontava una serie di operazioni.

Il dramma non finì lì. Il tentativo del giovane di ottenere giustizia e far punire la polizia che lo aveva rovinato fallì ben 26 volte in sette anni. Alla fine fu minacciato: gli imposero di rinunciare o di prepararsi a morire in una rapina simulata.

L’anno scorso però la Corte Europea per i Diritti Umani decise di prendere in considerazione il suo caso; solo allora la giustizia russa decise di attivarsi: due guardie furono condannate a 4 anni di carcere per “abuso di forza” e ad Aleksei, paralizzato dalla cintola in giù, in questi giorni sono stati riconosciuti 250.000 euro di risarcimento. (Grazia)

 

 

12) NOTIZIARIO

 

Florida. I vescovi premono sul governatore cattolico Jeb Bush. Nell’imminenza delle esecuzioni di due condannati, programmate in Florida rispettivamente per il 26 e il 31 gennaio, i nove vescovi dello stato hanno inviato un forte e concorde messaggio al Governatore cattolico Jeb Bush. “Noi vescovi cattolici della Florida siamo allibiti per due esecuzioni programmate nel giro di un mese e insieme imploriamo il Governatore Bush di riconsiderare gli assassini legali di Clarence Hill e di Arthur Dennis Rutherford,” scrivono fra l’altro i pastori, che ammoniscono: “Riflettendo sulla continua esposizione alla violenza che avviene nella società, che indurisce i cuori e le menti anche dei più giovani tra noi, ribadiamo la nostra dichiarazione sul rispetto della vita, anche nei confronti di coloro che sono colpevoli di violenza.” Sappiamo che la vite Hill e di Rutherford sono state effettivamente risparmiate ma non per intervento di Jeb Bush, che aveva lasciato mano libera al boia, bensì per la sospensione disposta in extremis dalla Corte Suprema federale (v. articolo qui sopra). 

 

Iraq. Il processo a Saddam, ripreso con un nuovo giudice presidente, sprofonda nel caos. Come era prevedibile (v. n. 134) il Presidente del processo a Saddam,  Rizgar Mohammed Amin,  poco gradito alla regia americana per la sua ‘arrendevolezza’, è stato sostituito alla ripresa delle udienze avventa domenica 29 gennaio. Il nuovo imperioso Presidente Raouf Rasheed Abdel-Rahman non è riuscito comunque ad impedire che il processo piombasse nel caos più assoluto. Il coimputato Barzan Tikriti, fratellastro di Saddam, è stato trascinato via a forza dall’aula dopo aver offeso la corte. Gli avvocati difensori hanno quindi abbandonato i lavori per protesta contro l’ingiustizia del processo. Saddam stesso, dopo un battibecco col Presidente, ha ottenuto di lasciare il tribunale. Prima di essere ulteriormente aggiornato il procedimento è durato altre tre ore – con sei avvocati difensori nominati d’ufficio – per ascoltare tre testimonianze sulla repressione iniziata nel 1982 nella cittadina di Dujail.

 

New Jersey. Istituita una moratoria delle esecuzioni. Il 9 gennaio il Parlamento del New Jersey ha approvato in via definitiva, a larghissima maggioranza, una legge che istituisce la moratoria delle esecuzioni. Nel periodo della moratoria, una commissione di 13 membri studierà la correttezza del sistema della pena capitale, non trascurando di valutarne i costi, nonché di indicarne eventuali alternative a condizione che salvaguardino la sicurezza dei cittadini e i diritti delle famiglie delle vittime. Il rapporto finale del Commissione dovrebbe essere consegnato entro novembre. Il New Jersey reintrodusse la pena di morte nel 1982 ma da allora non ha compiuto alcuna esecuzione; attualmente detiene 10 persone nel braccio della morte. Il New Jersey è il primo stato che stabilisce una moratoria per legge. L’Illinois e il Maryland negli anni scorsi avevano sospeso le esecuzioni per intervento dei rispettivi governatori.

 

Regno Unito. Il favore per la pena di morte scende al 49%. Dai risultati di un sondaggio fatto da YouGov per il Daily Telegraph, resi noti all’inizio dell’anno, risulta che il favore per la pena capitale continua a diminuire in Inghilterra pur essendo ancora i favorevoli alle esecuzioni (49%) più numerosi dei contrari (43%). Nel 1962 si opponeva all’abolizione della pena di morte l’81% degli inglesi. La diminuzione del favore per la pena capitale si è verificato nonostante l’aumento degli omicidi negli ultimi 40 anni: furono 300 nel 1964, sono stati 850 l’anno scorso. La richiesta del patibolo è assi minore presso i giovani e i liberal, che tra gli anziani e i conservatori. Da notare: in coincidenza con il tentativo della Thacher di ripristinare la pena di morte, nel 1994 era salita al 75% la percentuale dei favorevoli.

 

Usa. Contrastata ratifica senatoriale della nomina di Samuel Alito alla Corte Suprema. Il giudice Samuel Alito è entrato nella Corte Suprema degli Stati Uniti il 31 gennaio, sostituendo la giudice dimissionaria Sandra Day O’Connor. La prevista ratifica da parte del Senato della nomina fatta dal Presidente Bush il 31 ottobre (v. n. 133) non è stata priva di contrasti. Pur senza arrivare all’extrema ratio dell’ostruzionismo, i senatori del partito Democratico si sono opposti alla nomina di un giudice ritenuto estremamente conservatore ed allineato con le posizioni di Bush. Per la verità la discussione su Alito si è svolta più che altro su questioni riguardanti l’aborto, i rapporti stato-chiesa, i diritti di proprietà, i diritti civili, i poteri del presidente, ma per quanto ci riguarda, i suoi precedenti ci fanno aspettare con trepidazione le sue future decisioni sulla pena di morte. E’ evidente che la Corte Suprema ha nelle sue mani il potere di salvare molti condannati e addirittura di mettere al bando la pena capitale ma anche quello di aiutare i conservatori a mantenerla in vigore per molti anni.

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 31 gennaio 2006