FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 125  -   Gennaio 2005

SOMMARIO:

 

1) A proposito della futura pericolosità dell’imputato         

2) Il campo di detenzione di Guantanamo compie tre anni

3) Incredibile: Gonzales parla contro la tortura!

4) Nuova definizione di tortura secondo gli americani, ma…

5) La condanna ‘esemplare’ di Charles Graner          

6) Torturatori, non solo americani ma anche inglesi

7) L’Iran reagisce alle accuse: buone nuove per Leyla ed Afsaneh

8) Il Giappone sponda degli Stati Uniti in Estremo oriente

9) Un’esecuzione in California

10) Che cosa intendiamo per dignità?  

11) Annullata la condanna a vita di Andrea Yates     

12) Accusa ostinata in Texas: nuovo processo per Max Soffar      

13) Odio, ma anche disperazione ed altro ancora     

14) La riunione del Consiglio direttivo del 15 gennaio 2005

15) Notiziario: Illinois, Ohio, Texas, Usa          

 

 

1) A PROPOSITO DELLA FUTURA PERICOLOSITA’ DELL’IMPUTATO

 

Il nostro amico Kenneth Foster ha scritto per noi il seguente articolo discutendo un passaggio particolarmente delicato della fase di ‘punishment’ del processo capitale.

 

Nel febbraio 2004 ho parlato in questo Foglio di Collegamento del mandato, conferito dalla Corte alla Giuria, di decidere se un imputato dovrà morire o no. Ci sono tre domande speciali poste ai giurati dalle quali consegue una condanna a morte invece di una condanna all’ergastolo. La prima di queste domande ha sollevato un acceso dibattito e ha prodotto uno studio interessante qui in Texas: “Voi ritenete sulla base delle prove al di là di ogni ragionevole dubbio che esista una probabilità che l’imputato potrebbe commettere atti criminosi di violenza che costituirebbero una continua minaccia per la società?”

In un recente studio intitolato “Speculazione mortale” (e proprio di questo si tratta) Il Texas Defender Service (TDS), che assiste gli imputati di reato capitale, ha trovato prove molto convincenti che gli esperti si sbagliano quando dichiarano che l’imputato continuerà a manifestare un comportamento violento e rappresenterà una minaccia continuativa verso la società. Il TDS ha sottolineato che le previsioni effettuate dagli psichiatri assunti dallo stato sono così inaffidabili che le loro opinioni non dovrebbero essere ammesse come prove nel processo.

Su 155 condannati a morte (persone quindi per le quali era stata affermata la futura pericolosità) la ricerca ha dimostrato che:

  • il 5% (cioè solo 8 di questi 155) – si sono resi responsabili di aggressioni gravi,

  • il 20% (31) – non hanno commesso nessuna infrazione disciplinare,

  • il 75% (tutti gli altri) – hanno commesso solo violazioni di scarsa entità (come conservare nella cella razioni extra di cibo o vestiario dello stato).

Finora la Corte Suprema non ha vietato le testimonianze di questi esperti, osservando che un imputato dovrebbe essere in grado di controbattere le loro affermazioni. La triste realtà è che molti giurati considerano le opinioni di tali “professionisti” inoppugnabili. Speriamo che lo studio del TDS porti ad una riforma di questo passaggio del processo capitale.

E’ venuto il momento per il Texas di riconsiderare il suo approccio nei riguardi della futura pericolosità. Gli avvocati dell’accusa hanno successo nelle esibizioni teatrali che dipingono tutti gli imputati di reato capitale come mostri inclini al crimine e assassini per il resto della loro vita. E’ per questo che i giurati esitano a condannare all’ergastolo invece che alla pena di morte, visto che il Texas permette ad un condannato all’ergastolo di uscire sulla parola, “perdonato”, dopo 40 anni di carcere. Anche se è già difficile pensare che una persona possa sopravvivere per 40 anni e poi ottenere dall’apposita Commissione la possibilità di uscire perdonato, il Texas potrebbe intanto attenuare il problema aggiungendo l’opzione della condanna all’ergastolo senza possibilità di uscita sulla parola. Finora si sono rifiutati di farlo. Il Parlamento considererà un’altra volta questa possibilità nell’autunno prossimo. Rifiutare nuovamente questa possibilità indicherebbe una mentalità perversa che mira ad ottenere ad ogni costo il più alto numero possibile di sentenze di morte.

Il Texas deve seguire l’esempio di altri stati che non assecondano simili ingiuste tattiche dell’accusa. Invece di lavorare con i fatti, il Texas preferisce utilizzare una propaganda intrisa di violenza per manipolare il cervello delle persone. Gli attivisti combattono contro la pena di morte qui in Texas affrontandola su molteplici fronti e la domanda sulla futura pericolosità dell’imputato è uno dei punti cruciali. Continuare a permettere una tale strategia processuale è davvero la più vile ed inumana Speculazione Mortale!

 

 

2) IL CAMPO DI DETENZIONE DI GUANTANAMO COMPIE TRE ANNI

 

Ormai, per i miseri ospiti del campo di concentramento di Guantanamo Bay, più di una serie di condanne a morte, teoricamente possibili, si teme una lenta consunzione.

Il Campo X-Ray fu inaugurato nella base della Marina americana di Guantanamo Bay nell’isola di Cuba nel 2002 a quattro mesi esatti dagli attentati dell’11 settembre 2001, dopo la fine della guerra in Afghanistan. Nelle sue piccole gabbie singole all’aria aperta vennero gettate alcune decine di prigionieri fatti arrivare, in condizioni di deprivazione sensoriale, con un volo allucinante che durava un minimo di 22 ore, direttamente dall’Afghanistan.

Più stabile ed organizzato, dotato di vere e proprie celle ricavate in 10 blocchi di container prefabbricati, alcuni mesi dopo veniva inaugurato Campo Delta. La popolazione detenuta frattanto era aumentata fino a superare le 650 unità. Gli interrogatori stressanti, cominciati il 28 gennaio 2002, i maltrattamenti e le torture inflitti ai prigionieri non diminuirono, così come la violazione dei loro diritti legali (v. ad es. nn. 93, 100, 120).

Per ora solo 4 dei 550 attuali detenuti di Guantanamo sono stati incriminati (v. n. 120).  Il giudice federale James Robertson ha tuttavia bloccato il loro processo davanti alle Commissioni militari già operanti nella base (note come ‘tribunali di canguri’) sentenziando che l’autista di Bin Laden, Salim Ahmed Hamdan, non può essere sottoposto ad un tal genere di giudizio prima che una corte competente decida se egli abbia o meno il diritto di giovarsi delle garanzie previste dalle Convenzioni di Ginevra per i prigionieri di guerra.

Sono pendenti presso le corti U.S.A. i ricorsi di 69 stranieri detenuti a tempo indeterminato.

Secondo le dichiarazioni altisonanti dei massimi dirigenti americani, a Guantanamo sarebbero rinchiusi “i peggiori dei peggiori”, ma si dà per scontato che in realtà - in massima parte - si tratterebbe di poveri diavoli particolarmente sfortunati a volte nemmeno coinvolti in attività belliche contro gli Americani. Si stima che la maggioranza degli attuali ospiti del Campo Delta provenienti da 42 paesi, spremuti per anni, non abbiano fornito informazioni importanti e non siano più di alcun interesse per i servizi segreti. Non ci si aspetta tuttavia che vengano liberati, almeno nel breve periodo. Alcuni di essi – comprensibilmente inaspriti -  hanno minacciato di vendicarsi nei riguardi degli Americani.   E’ stato reso noto che circa 200 prigionieri sono usciti da Guantanamo, la maggior parte dei quali per essere detenuti o processati (e probabilmente maltrattati) nei paesi di origine.

Celebrando il terzo compleanno, sono stati enfatizzati alcuni progetti per incrementare e rendere permanente il Campo Delta. Congresso permettendo, si alzeranno nuovi recinti per 4 milioni di dollari e si costruiranno una sezione di massima sicurezza del costo di 25 milioni di dollari e un braccio psichiatrico da 1,7 milioni di dollari. Si istituirà un apposito corpo di guardia formato in parte da ‘specialisti’ provenienti dai penitenziari statunitensi.

 

 

3) INCREDIBILE: GONZALES PARLA CONTRO LA TORTURA!

 

Il record di attacchi e di offese ai diritti umani che ha costellato fino ad ora la folgorante carriera di Alberto Gonzales, prima in Texas e poi alla Casa Bianca (v. n. 123), è stato considerato un peccato veniale durante la lunga audizione, tenutasi davanti alla Commissione Giustizia del Senato il 6 gennaio,  per la conferma della sua nomina ad Attorney General (Ministro della Giustizia) nel secondo mandato presidenziale di George W. Bush. In definitiva, si dice, un presidente eletto ha il diritto di scegliere come vuole i membri del proprio Gabinetto.

Più dura, secondo i commentatori, sarà l’opposizione alla prevista futura nomina di Gonzales, da parte del suo potente protettore, a componente a vita della Corte Suprema federale.

Per facilitare il gioco delle parti, Gonzales il 6 gennaio non ha esitato a sfoderare una buona dose di ipocrisia e a promettere un comportamento futuro ben diverso da quello che lo ha caratterizzato fino ad ora. Certo, quale massimo esponente della giustizia degli Stati Uniti, non possiamo che augurarci che Alberto Gonzales si comporti meglio di come ha fatto fino al giorno d’oggi.

In qualità di consulente legale della casa Bianca Gonzales riteneva che George W. Bush, Comandante in capo nella Guerra al terrore, non fosse legato alle norme interne ed internazionali che proibiscono la tortura, che “la guerra al terrorismo è un nuovo genere di guerra” e che “il nuovo paradigma rende obsolete le stringenti limitazioni imposte dalle Convenzioni di Ginevra nell’interrogare i nemici prigionieri e folcloristiche alcune di quelle norme.”

Ora, in qualità di prossimo Ministro della Giustizia, Alberto R. Gonzales dichiara che l’attuale amministrazione “non pratica la tortura e non condona la tortura” e promette di esaminare i recenti rapporti dell’F. B. I. che parlano di agghiaccianti maltrattamenti inflitti ai prigionieri di Guantanamo. Egli rivela il proposito di “dedicarsi totalmente ad assicurare che il Governo degli Stati Uniti rispetti tutte le sue obbligazioni legali combattendo la guerra al terrore, sia che questi obblighi provengano dalla leggi interne che da leggi internazionali.” “Questi obblighi comprendono, è ovvio, quello di onorare le Convenzioni di Ginevra ogni qualvolta siano applicabili”.

Gonzales ha però difeso con vigore la scelta di non considerare i membri di Al Qaeda prigionieri di guerra protetti dalle Convenzioni di Ginevra. Anche a 325 combattenti non iracheni detenuti in Iraq, a sua avviso, dovrà essere negato lo status di prigionieri di guerra (potranno così essere giudicati da tribunali canguro o trasferiti in qualsiasi parte del mondo per una detenzione/inquisizione in incommunicado senza processo a tempo indeterminato).

Per quanto riguarda Abu Ghraib ha detto: “Se deploro gli abusi ad Abu Ghraib? Assolutamente. Li condanno. Se credo che ci abbiano danneggiato nello sforzo di conquistare i cuori e le menti dei Musulmani nel mondo? Sì, e deploro tutto ciò.” Ha però contestato la tesi, avanzata da diversi membri della Commissione Giustizia del Senato, che la larga discrezionalità lasciata ai militari dall’Amministrazione anche per opera dello stesso Gonzales abbia aperto la porta agli abusi contro i prigionieri in Iraq, in Afghanistan e a Guantanamo Bay.

Messo alle strette, egli ha poi detto di non ricordare bene se era d’accordo con tutte le analisi contenute nel memorandum segreto dell’agosto 2002 che considera la tortura punibile per legge solo se raggiunge livelli estremi: “Quando il dolore è fisico, deve essere di intensità comparabile a quella connessa con gravi danni fisici che provocano la morte o la perdita di un organo. La sofferenza psichica deve essere intensa non solo al momento dell’inflizione ma deve causare danni psichici durevoli ”.  

 

 

4) NUOVA DEFINIZIONE DI TORTURA SECONDO GLI AMERICANI, MA…

 

Con perfetto tempismo, il 31 dicembre, pochi giorni prima dell’audizione senatoriale per la conferma di Alberto Gonzales quale Attorney General, il Ministero della Giustizia U. S. A. ha immesso in Internet un nuovo memorandum sul trattamento dei detenuti in cui si dice che “la tortura è aborrita sia dalla leggi e dai valori americani che dalle leggi internazionali” e si corregge la troppo ristretta definizione di tortura contenuta nel famoso memorandum dell’agosto 2002 (v. articolo precedente).

Ora la tortura ha una definizione più indeterminata quale comportamento che genera “grave sofferenza fisica” e non solo “grave dolore fisico” anche se il memorandum aggiunge che la sofferenza fisica è difficile da definire. In contrasto con il precedente memorandum (che doveva rimanere segreto), in questo documento reso di pubblico dominio non viene più sostenuta la tesi che si può parlare di tortura solo quando colui che interroga causa deliberatamente il danno che risulta dal proprio comportamento.

Rispetto all’asserzione che il Presidente possa autorizzare la tortura, il Ministero della Giustizia afferma di non dover più considerare questa eventualità dal momento che “una tale autorità sarebbe in contraddizione con l’inequivocabile direttiva presidenziale che il personale degli Stati Uniti non sia implicato nella tortura”. (Si noti: questa frase ad effetto non dice nulla).

E’ stato subito osservato che la nuova definizione di tortura può portare di nuovo a gravi abusi proprio per la sua indeterminatezza. Inoltre nessuno ha detto che la vecchia definizione sia stata annullata dalla presente. Ma c’è di più: il 13 gennaio è stata cancellata per esplicita opposizione della Casa Bianca la sezione di una legge federale – già approvata dal Senato con 96 voti contro 2 - che intendeva imporre restrizioni ai ‘metodi di interrogatorio’ usati dalla C.I.A.

Tale sezione estendeva esplicitamente agli agenti segreti la proibizione della tortura e dei trattamenti inumani, e richiedeva alla C. I. A. così come al Pentagono di relazionare al Congresso sui metodi usati. Si è appreso che la ‘dolce’ Condoleezza Rice aveva espresso ai parlamentari la sua preoccupazione per la misura che avrebbe dato “protezione legale ai prigionieri stranieri alla quale essi non hanno diritto in base alle leggi applicabili e alla prassi”. In precedenza il Pentagono aveva scritto: “Il Dipartimento della Difesa… chiede con forza al Senato di non approvare la nuova legge concernente la detenzione e gli interrogatori nel corso della guerra al terrorismo” (perché ritenuta non necessaria).

Una criptica nota a piè di pagina nel memorandum del 31 dicembre si riferisce ad altre disposizioni che rimangono segrete. Secondo alcuni commenti, questa nota è una porta aperta verso l’uso della tortura nei riguardi dei ‘prigionieri di particolare valore’ (come sarebbero i dirigenti di Al Qaeda).

 

 

5) LA CONDANNA ‘ESEMPLARE’ DI CHARLES GRANER

 

La Corte marziale riunitasi a Fort Hood nel Texas non è stata gentile con lo specialista Charles Graner Jr., ritenuto il caporione del gruppo di militari che compaiono nelle famose foto delle torture ad Abu Ghraib. La giuria composta da 4 ufficiali e 6 soldati, dopo averlo trovato colpevole di aggressione, di cospirazione, di omissione di atti dovuti e di atti indecenti ai danni dei prigionieri di Abu Ghraib, il 15 gennaio lo ha condannato a dieci anni di carcere.

Non ha retto la difesa basata sull’affermazione che le guardie infierivano sui detenuti per ‘ammorbidirli’ in vista di successivi interrogatori, su esplicita richiesta del personale dell’intelligence incaricato di ‘intervistare’ i prigionieri.

“Non ci interessa che cosa gli fate, basta che non li ammazziate” avrebbe sentenziato uno degli intervistatori. Un testimone ha parlato dei complimenti dell’intelligence ai soldati per l’alta qualità del lavoro svolto. Graner, un riservista, nella vita civile faceva il carceriere, anche nel braccio della morte: invano il suo avvocato ha sostenuto che egli ha semplicemente messo a disposizione della patria in armi le sue competenze professionali.

Tre componenti del gruppo di Graner in precedenza avevano evitato il processo patteggiando con l’accusa. Altri tre militari sono in attesa di giudizio.

La pena inflitta a Graner per i suoi comportamenti bestiali, pena contenuta ma severa in paragone alle sanzioni poste in essere fino ad ora perfino nei riguardi di soldati responsabili della morte di prigionieri, ha il sapore di un’aspra reazione alla faccenda delle foto e dello scandalo conseguente. E’ probabile, infatti, che se quelle foto non fossero state scattate e soprattutto se non fossero state pubblicate nei media, Charles Graner Jr. l’avrebbe fatta franca. Addirittura, l’avvocato di  Graner ha sostenuto che la ripresa delle foto faceva parte del piano per costringere i detenuti a collaborare e che il governo ha biasimato il suo cliente solo dopo l’esplosione dello scandalo.

Vedremo che cosa succederà a Graner in appello, quando il pubblico si sarà dimenticato di lui.

 

 

6) TORTURATORI, NON SOLO AMERICANI MA ANCHE INGLESI

 

Come hanno già fatto Amnesty International e il Comitato Internazionale della Croce Rossa, il 24 gennaio l’A. C. L. U. (Unione Americana per le Libertà Civili) ha denunciato una struttura di abusi ai danni di civili iracheni nei centri di detenzione americani, comprendenti l’uso di scariche elettriche, costrizioni alla sodomia, bruciature di sigarette, aggressioni con i cani, pestaggi.

Mentre continua il flusso di informazioni sulle torture compiute dagli Americani nell’ambito della ‘guerra al terrore’, monta lo scandalo della partecipazione degli Inglesi a forme di tortura e maltrattamento dei prigionieri iracheni.

Come per gli Americani, anche per gli Inglesi – non potendosi negare tutto per l’esistenza di inequivocabili fotografie – si preferisce condannare, scandalizzati, gli ‘abusi compiuti da poche mele marce’ e si tenta di tacitare le coscienze con qualche processo davanti alle corti marziali.

I soldati finiti sotto processo in gennaio sono stati messi nei guai nell’estate del 2003 dal proprietario di un negozio di fotografia. Costui denunciò alla polizia il soldato che aveva portato a sviluppare un rullino contenente “istantanee trofeo” scattate in Iraq. Probabilmente il comportamento imprudente del fuciliere diciannovenne Gary Bertlam fu conseguenza della sensazione di impunità maturata nel clima della ‘guerra al terrore’.

Le autorità militari sono riuscite a tenere le foto galeotte alla larga dai media ed anche dalle corti marziali che giudicano le ‘mele marce’. Tuttavia circolano alcune informazioni orripilanti riportate dall’Independent: una foto mostrerebbe un soldato sopra un prigioniero che giace in un lago di sangue, un’altra un Iracheno imbavagliato appeso alla gru di un carrello trasportatore manovrato da un soldato sogghignante. Il prigioniero ricade pesantemente, forse ammazzato. Una terza mostrerebbe un soldato che si appresta a dare un calcio in testa ad un prigioniero steso a terra. Altre foto mostrerebbero prigionieri costretti a rapporti sessuali, tra di loro e con un soldato…

Sono iniziati in Germania a gennaio davanti a due corti marziali i processi a carico di quattro Fucilieri del Reggimento Reale. I militari sono accusati di aggressione e di aggressione indecente ai danni degli ospiti della prigione irachena nota come la “Abu Ghraib degli Inglesi”. Il 10 gennaio è cominciato il processo a carico del soldatino Gary Bertlam nella base di Hohne, vicino ad Hannover. Due giorni dopo è iniziato ad Osnabrück il procedimento contro i graduati Daniel Kenyon, Darren Larkin e Mark Cooley.

Tony Blair si è comportato come Bush. In Parlamento il 12 gennaio ha detto che le foto sono “scioccanti e spaventose, non ci sono altre parole per descriverle”. Esattamente come fece Bush quando comparvero le foto di Abu Ghraib, Blair ha difeso la reputazione dei suoi soldati dicendo che: “La grande maggioranza dei 65 mila soldati che hanno militato in Iraq lo hanno fatto con eccellenza, con coraggio e con grande onore per questo paese.” Il Primo Ministro inglese ha aggiunto: “Credo e spero che la popolazione irachena comprenda come il fatto stesso che noi abbiamo deciso di avviare questa azione e di perseguire coloro che crediamo siano colpevoli dei delitti indichi che non tolleriamo questo tipo di attività in qualsiasi forma.”

Dunque si tratterebbe solo di ‘mele marce’, un po' tra gli Americani, un po' tra gli Inglesi. Per la verità, con l’occasione qualcuno ha ricordato che l’anno scorso, subito dopo l’esplosione dello scandalo di Abu Ghraib, furono aperte ben 75 inchieste riguardo a casi di sospetti maltrattamenti inflitti da militari della coalizione a prigionieri iracheni, comprendenti 36 casi in cui il prigioniero morì.

7) L’IRAN REAGISCE ALLE ACCUSE: BUONE NUOVE PER LEYLA ED AFSANEH

 

In Iran le questioni che attengono ai diritti umani dipendono in primo luogo dal braccio di ferro tra conservatori e progressisti all’interno (v. ad esempio il caso del prof. Hashem Aghajari, nei nn. 102, 104,… , 120 Notiziario) ma sembrano anche risentire delle vicende internazionali connesse con la guerra globale lanciata dall’amministrazione di George W. Bush.

Sotto esplicita minaccia di attacco da parte degli Stati Uniti, l’Iran sente probabilmente l’urgenza di reagire alle accuse di violazione dei diritti umani per non fornire motivi in più per la creazione di un ‘casus belli’ da parte degli Americani.

Le più alte autorità iraniane - sotto pressione da parte dell’opinione pubblica mondiale – nelle scorse settimane hanno risposto alle petizioni in favore di Leyla Mafi (v. n. precedente) e di altri condannati a morte fornendo chiarimenti e rassicurazioni e sospendendo alcune esecuzioni capitali.

In una conferenza stampa del 26 dicembre il Ministro degli Esteri dell’Iran ha annunciato che la condanna a morte nei riguardi di Leyla Mafi è stata sospesa a tempo indeterminato ed è stata ordinata una perizia sull’asserito ritardo mentale della ragazza. Una successiva ‘azione urgente’ emessa da Amnesty International tende ora ad ottenere l’assoluzione di Leyla.

Il 26 gennaio è stata liberata Afsaneh Nouroozi (*) che nel 2003 fu condannata a morte per aver ucciso nel 1997 un alto ufficiale di polizia che tentava di violentarla (v. n. 111). In conseguenza alla mobilitazione interna e alle pressioni internazionali, la condanna capitale di Afsneh era stata annullata il 28 luglio 2004. Riprocessata, il 20 dicembre scorso la donna è stata assolta per aver agito in stato di legittima difesa. La sua assoluzione è stata resa possibile dalla riuscita di un patteggiamento con  i familiari dell’ucciso: la moglie e i due figli della vittima l’hanno perdonata in cambio di un lauto compenso in danaro. Normalmente l’indennizzo che evita la pena capitale viene pagato dal condannato, in questo caso è intervenuto lo stato. Il difensore di Afsaneh ha reso noto che la sua cliente (che si era accanita sul corpo della vittima, recidendone il pene) si è sempre rifiutata di chiedere pietà alla famiglia dell’ufficiale ammazzato.

All’inizio di gennaio è stata sospesa la condanna alla lapidazione di Hajieh Esmaeel (v. n. 122, Notiziario) e il suo caso è stato sottoposto alla Commissione per le grazie.

In una sdegnata dichiarazione, Jamal Karimirad, portavoce del ministro della giustizia, ha asserito che le denuncie di lapidazioni di adultere in Iran diffuse dalle organizzazioni umanitarie sono frutto di una ostile propaganda straniera. Secondo lui non avvengono lapidazioni in Iraq: se alcune condanne alla lapidazione sono state emesse dalle corti inferiori, esse sono state sempre annullate in appello. (Non ci risulta però che sia stata smentita la quasi incredibile notizia – diffusa il 16 ottobre, v. n. 122, - della condanna alla lapidazione a Marivan di Zhila Izadi di 13 anni, accusata di aver dato alla luce una creatura frutto di un rapporto incestuoso.)

Karimirad ha anche negato che in Iran vengano condannati a morte minorenni all’epoca del crimine in violazione ai trattati internazionali. Almeno quest’ultima affermazione sembra essere smentita dalla mole delle informazioni raccolte, vagliate e diffuse da Amnesty International. E’ importante però che sia stata fatta. Speriamo che valga per il futuro.

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(*) La traduzione in caratteri latini dei nomi islamici è variabile, per es. troviamo Nowrouzi e Norouzi

 

 

8) IL GIAPPONE SPONDA DEGLI STATI UNITI IN ESTREMO ORIENTE

 

Nel 2004 in Giappone sono state condannate a morte 42 persone, un numero preoccupante, il più elevato dal 1980, anno in cui cominciarono ad essere resi noti i dati sulla pena capitale. Anche se siamo ancora lontani dal tasso di condanne a morte pro capite della Cina e degli Stati Uniti d’America, risulta veramente sconfortante il forte aumento delle condanne a morte qui verificatosi nell’ultimo decennio nonostante la crescita del movimento abolizionista.

Oltre agli U. S. A., il Giappone resta l’unica democrazia che conserva la pena di morte. Purtroppo ciò avviene con buona pace della popolazione (quasi l’80% degli interpellati nei sondaggi appare favorevole alle esecuzioni). Il Partito Liberal-Democratico da sempre al potere ostacola la diffusione delle notizie sulla pena di morte. Le esecuzioni vengono condotte in segreto e decise dal Governo all’improvviso, spesso nei momenti di recesso parlamentare, impedendo in tal modo al partito di opposizione di sollevare l’opinione pubblica contro la pena capitale.

Le ragioni che favoriscono il mantenimento di questa grave situazione sono sia di natura storica che sociale e culturale. Il popolo giapponese è di origini rurali e nei piccoli villaggi si sentiva la necessità di eliminare coloro che commettevano gravi reati. Anche il buddismo giapponese ammette la pena di morte, considerata una valida espiazione per il colpevole. Dopo la Seconda Guerra Mondiale il Giappone ha riscritto la sua costituzione sotto la supervisione delle autorità occupanti americane, che continuavano a impiccare i criminali di guerra giapponesi. Non ha pertanto seguito le mutazioni, avvenute in Europa in quel periodo, che hanno indotto altre nazioni a ripudiare la pena di morte.

La pena capitale viene comminata in Giappone solo se il colpevole ha confessato un omicidio e se all’omicidio si aggiungono fattori aggravanti, come lo stupro o la rapina, o se si tratta di omicidi multipli.

In Giappone è ammessa una procedura che in America, per fortuna, non è consentita: il 10 dicembre 1999 la Corte Suprema annullò una condanna all’ergastolo, comminata dalla prefettura di Hiroshima, proponendo la pena di morte. Questo evento costituì un precedente e divenne una prassi consentita, per cui ora accade spesso che gli avvocati dell’accusa chiedano alle corti superiori di commutare in condanne a morte pene detentive.

Nel corso degli anni in Giappone vi sono state alcune esonerazioni di condannati a morte, dopo che fu dimostrata la loro innocenza (avevano confessato a causa dei maltrattamenti inflitti dalla polizia oppure la polizia stessa aveva occultato le prove di innocenza). Questi eventi non hanno però inceppato il sistema della pena capitale. Hanno semplicemente provocato l’emanazione di raccomandazioni ai giudici affinché svolgano con maggior scrupolo il loro lavoro di controllo della veridicità delle confessioni. Sappiamo bene come queste raccomandazioni siano di scarsa utilità di fronte alle prevaricazioni che avvengono a porte chiuse nei confronti degli indiziati, in qualsiasi stato del mondo.

Purtroppo il potere “contrattuale” degli abolizionisti nei confronti del Giappone, per ottenere la cancellazione della pena capitale, o quanto meno una moratoria delle esecuzioni, è piuttosto debole. Per quanto riguarda l’Europa – escludendo le sanzioni economiche - l’unico strumento di pressione a costo zero è la minaccia della revoca al Giappone dello di status di osservatore al Consiglio d’Europa. La stessa minaccia che viene reiterata nei confronti degli Stati Uniti, con pari insuccesso.

L’America ovviamente concorda sulla pena di morte con il Giappone, che per di più è un suo grande partner economico e industriale. Come osserva Charles Lane sul Washington Post del 15 gennaio, “se qualcosa non induce Tokyo a cambiare atteggiamento, gli Stati Uniti non rimarranno totalmente isolati. Almeno su tale questione, in questi due paesi, l’Est si incontra con l’Ovest”. (Grazia)

 

 

9) UN’ESECUZIONE IN CALIFORNIA

 

Donald Beardslee, di 61 anni, condannato per triplice omicidio, è stato messo a morte il 19 gennaio nel carcere di San Quentin, in California, dopo che il governatore Schwarzenegger gli ha negato la grazia. A nulla è valso lo strenuo impegno dei suoi avvocati e l’eccezionale mobilitazione degli abolizionisti, molto attivi in questo grande stato particolarmente avanzato dal punto di vista civile oltre che economico.

L’esecuzione di una condanna a morte, un evento raro nella California che ha ‘giustiziato’ soltanto 11 persone a partire dal 1977 (in confronto alle 338 uccise in Texas), ha attirato molta attenzione e fiumi di inchiostro sono scorsi in proposito.

In realtà il caso criminale di Donald - oltre che tragico e triste - è piuttosto semplice e rientra nella ‘normalità’ della violenza insensata largamente diffusa tra le persone svantaggiate degli Stati Uniti. Fin da piccolo egli si era rivelato un ragazzino introverso e incapace di comunicare e rapportarsi adeguatamente con gli altri. Era oggetto di dispetti e scherzi crudeli da parte dei compagni. La morte del padre quando era ancora un bambino lo traumatizzò. A 15 anni la madre lo mandò a frequentare l’Accademia Militare, dove fu tormentato senza tregua per tre anni. Dopo questo periodo, Donald lavorò per 4 anni come meccanico aeronautico nell’Aviazione, e fu sorpreso mentre cercava di rubare un veicolo. Fu condannato a trascorrere un anno in un campo di lavoro nel Minnesota. Qui fu colpito da un albero che gli crollò addosso, fratturandogli il cranio e mandandolo in coma per alcuni giorni.

Nel 1969 Donald conobbe Laura Griffin in un bar, poi la accompagnò a casa. Due giorni dopo la polizia trovò il cadavere di Laura nella vasca da bagno. Beardslee si consegnò alla polizia e confessò di averla uccisa. Non seppe dare nessuna spiegazione del suo gesto. Fu condannato a diciotto anni, ma uscì di prigione sulla parola dopo aver espiato sette anni della condanna, anche se in carcere numerosi psichiatri gli avevano diagnosticato una schizofrenia e probabili danni cerebrali provocati dalla frattura cranica. Donald cercò aiuto e sostegno psichiatrico, ma non ottenne granché.

Dopo quattro anni da quando era in libertà sulla parola, conobbe Rickie Soria, una diciottenne tossicomane e la prese a vivere con sé. Quando la ragazza ebbe una gravissima crisi a causa di un’overdose, Donald la curò. Sembra che egli abbia poi voluto vendicarsi del danno subito dalla ragazza e, con altri tre complici, tra cui la stessa Rickie, uccise due donne che erano coinvolte nel giro dello spaccio di droga e che avevano fornito la dose. I complici furono condannati a pene detentive di varia entità, mentre Donald fu condannato a morte, anche a causa del suo precedente omicidio.

Durante il processo e gli appelli successivi, i suoi avvocati lo hanno ritratto come un uomo manovrato da altre persone che spontaneamente non avrebbe commesso crimini. In extremis, solo lo scorso mese, fu presentata dagli avvocati una diagnosi di danno cerebrale, formulata da un neuropsichiatra.

Le prove di gravi malattie mentali e il comportamento esemplare in carcere nel corso di un ventennio non hanno indotto il nuovo governatore repubblicano della California a concedere la grazia a Donald, che è stato pertanto messo a morte.

La sua esecuzione ha richiesto molto tempo, assai più di quello richiesto normalmente per questa ‘operazione’, che lo stato cerca di far apparire asettica e indolore. Le guardie e il personale paramedico addetto hanno dovuto armeggiare per oltre un quarto d’ora per riuscire a inserire gli aghi nelle vene di Donald, mentre gli “spettatori” osservavano in un teso silenzio la scena. Donald è morto senza lamentarsi, conservando fino all’ultimo un atteggiamento composto. Fuori dal carcere si sono riuniti centinaia di abolizionisti a manifestare contro l’esecuzione. (Grazia)

 

 

10) CHE COSA INTENDIAMO PER DIGNITA’?

 

Sull’esecuzione di Donald Beardslee sono stati scritti molti articoli, soprattutto per la sua eccezionalità in uno stato evoluto come la California. Aggiungerne un altro brevissimo potrebbe sembrare davvero inutile, eppure un’osservazione va fatta.

Il fatto che mi ha colpita di più, leggendo le dettagliatissime relazioni sull’esecuzione di Donald, è stata la descrizione del comportamento dei testimoni nella saletta che si affaccia sulla camera della morte. Durante i sedici minuti in cui le guardie hanno dovuto trafficare faticosamente nelle aperture praticate nelle braccia di Donald, alla ricerca di due vene da trafiggere, e nei minuti successivi, durante il progressivo lento avvelenamento, più lento dell’usuale, del corpo di quest’uomo, pare che tutti i testimoni indistintamente non abbiano fiatato. Nel silenzio assoluto: solo qualche raro colpo di tosse. La tensione era nell’aria, si legge nella descrizione della scena, ma tutti hanno mantenuto un comportamento dignitoso.

Dignitoso? Si osservano da vicino uomini che stanno laboriosamente uccidendo un altro uomo, si guarda un uomo lentamente morire e il non mostrare alcuna reazione è considerato dignitoso! 

Ma a quale macabro, mostruoso, perverso sistema stiamo inconsapevolmente adeguandoci? Chi ha decretato che la dignità, o il coraggio, consistono o si dimostrano con l’apatia di fronte ad una morte provocata e gestita come una terapia in un raffinato centro di cura? Forse solo quando, a cominciare dai giornalisti, si capirà che definire dignitosa la capacità di non reagire di fronte a simili atrocità, è di per sé un’atrocità, si compirà l’ultimo tratto del cammino verso l’abolizione della pena di morte. (Grazia)

 

 

11) ANNULLATA LA CONDANNA A VITA DI ANDREA YATES

 

Abbiamo riferito ampiamente del caso di Andrea Pia Yates, la sventurata madre che il 20 giugno 2001 affogò i suoi cinque figlioletti nella vasca da bagno in preda ad una gravissima forma di psicosi (v. n. 95, “La ‘giustizia’ del Texas respinge Andrea Pia Yates nel baratro”). Ricordiamo che  lo spietato ed incivile stato del Texas perseguì ed ottenne la sua condanna per reato capitale. Il 18 marzo 2002, nella fase di ‘punishment’ del processo, la giuria – dovendo scegliere tra ergastolo e pena di morte - optò per il carcere a vita.

Il 6 gennaio una commissione di tre giudici della Prima Corte di Appello del Texas ha annullato la condanna della Yates soprattutto perché la ‘star’ dell’accusa, il famosissimo psichiatra Park Dietz, fece una falsa affermazione durante il processo del 2002.

Il dott. Dietz raccontò di aver prestato la sua consulenza per la realizzazione di un telefilm della serie Law & Order in cui una donna annega i suoi figli in una vasca da bagno e poi scampa la pena perché viene giudicata pazza, telefilm mandato in onda poco prima dell’identico delitto compiuto nella realtà della Yates. L’accusatore Joe Owmby era andato al di là affermando, nell’arringa conclusiva, che la Yates aveva di fatto riconosciuto di essersi ispirata al filmato dicendo a Dietz di “aver trovato una via d’uscita”. Solo che, dopo la conclusione della prima fase del processo in cui l’imputata fu giudicata colpevole, si scoprì che il telefilm non era mai esistito. (Nella successiva fase di ‘punishment’ accusa e difesa si accordarono per informare la giuria dell’errore.)

Le prime tre pagine della sentenza di annullamento della condanna ricapitolano in maniera efficace i dati che dimostrano la gravità della malattia mentale di Andrea Yates e la sua incapacità di rapportarsi col mondo reale: tentativo di suicidio con l’ingestione di pillole, il marito la trova mentre si preme un coltello alla gola, ricovero in ospedale quando lei parla di voci che la inseguono dal momento in cui è nato il primo figlio, una psichiatra che la classifica tra i cinque pazienti più gravi che ha mai visto, avvisi dei medici che ulteriori parti avrebbero prodotto ulteriori episodi psicotici, un ulteriore peggioramento dopo la morte del padre, un altro ricovero, stati catatonici, messa in osservazione per rischio di suicidio, raccomandazioni degli psichiatri - al momento della dimissione - di non lasciarla sola con i suoi bambini, unghiate in testa che lasciano zone di calvizie, anoressia, raccomandazioni di terapia elettroconvulsiva, annegamento dei sui cinque figli ‘per preservarli dall’inferno’.

Tale sezione della sentenza si conclude con l’osservazione che quattro su cinque periti che visitarono la Yates in carcere dopo il delitto conclusero che ella “non distingueva tra il bene e il male, era incapace di capire che quello che faceva era male o riteneva di agire per il meglio.”

La giuria prestò fede all’unico perito dissenziente, il brillante dottor Dietz, chiamato a testimoniare dall’accusa per una parcella di 100 mila dollari. Park Dietz è famoso per aver aiutato a condannare personaggi di ‘altro profilo’ in tutti i 50 stati dell’Unione, dal serial killer Jeffrey Dahmer, all’attentatore presidenziale John Hinckley, a “Unabomber” Ted Kaczynski.

Uno dei giurati, Ron Jones, ha scritto che la questione del telefilm fu per lui decisiva. Dilaniato dal dubbio, si ritirò nella toilette a pregare e le sue idee si chiarirono all’improvviso pensando al telefilm: la donna era abbastanza lucida da seguire la serie Law & Order e quindi doveva essere giudicata colpevole. Alcuni altri giurati hanno invece dichiarato di non essere stati influenzati dalla questione del telefilm nel maturare la convinzione che Andrea Yates era capace di distingue il bene dal male al momento del delitto ed era quindi colpevole secondo la legge del Texas.

La decisione della Prima Corte di Appello del Texas ha colto molti di sorpresa e ha generato una intensa discussione nei media, fra gli esperti e nel pubblico.

L’ultra conservatrice Dianne Clements, esponente dell’associazione Justice For All, non si è smentita ed ha chiesto che Andrea Yates sia di nuovo processata e condannata: “So solo che la giuria l’ha giudicata colpevole e ciò non ha nulla a che fare con la testimonianza di Park Dietz; ci furono forti, insistenti testimonianze sul suo stato mentale ma la giuria non se l’è bevute. Volevano creare una indebita simpatia per questa donna che assassinò brutalmente i suoi cinque figli. Fu veramente frustrante.”

La grande stampa ha per lo più accolto con sollievo la sentenza ed ha auspicato che non si arrivi ad un nuovo processo per la donna, attualmente ricoverata in un centro psichiatrico carcerario. L’Houston Chronicle ha sfidato apertamente il ‘forcaiolo’ Procuratore distrettuale della Contea di Harris, Chuck Rosenthal, a  stipulare un accordo con la difesa: Andrea Pia Yates sia mandata in una struttura di cura per malati mentali in cambio della rinuncia ad un nuovo processo.

Purtroppo l’accusa, dimostrando non aver capito nulla neanche di ciò che si è discusso e compreso negli ultimi quattro anni in Texas, ha annunciato che si appellerà a tutti i livelli contro l’annullamento della sentenza capitale della Yates. Tanto per cominciare chiederà una riaudizione del caso alla Prima Corte di Appello al completo di tutti e nove i giudici. Se, cosa molto probabile, tale richiesta verrà respinta, Chuck Rosenthal e il suo staff si appelleranno alla Corte Criminale d’appello del Texas, con maggiori possibilità di successo.

Ove risultassero vani i tentativi di far annullare la decisione del 6 gennaio, l’accusa  potrà chiedere di riprocessare Andrea Pia Yates. Per un principio del diritto anglosassone, nel nuovo processo non dovrebbe comparire l’opzione della pena capitale, pena maggiore di quella già inflitta. E’ stato però fatto notare che – in linea di principio - siccome la donna fu processata per l’uccisione di tre dei sui cinque figli, potrebbe essere giudicata per l’omicidio dei rimanenti due con richiesta della pena di morte.

 

 

12) ACCUSA OSTINATA IN TEXAS: NUOVO PROCESSO PER MAX SOFFAR

 

L’11 gennaio Max Soffar è comparso per la prima volta davanti alla giudice distrettuale Mary Lou Keel per essere incriminato formalmente. Ci si avvia pertanto verso il nuovo processo chiesto dall’accusa dopo il proscioglimento dell’ex condannato a morte da parte della Corte di Appello federale del Quinto Circuito avvenuto alla fine dell’anno scorso (v. n. 123, Notiziario). Il proscioglimento è stato disposto in via definitiva da questa rigidissima corte federale in dicembre a motivo dell’insufficiente difesa legale ricevuta da Soffar nel processo originale del 1981.

Gli accusatori della Contea di Harris potevano scegliere se riprocessare Soffar o lasciarlo libero. Hanno deciso di sottoporlo di nuovo ad un processo capitale, insistendo che egli è colpevole dell’uccisione di tre persone in un impianto di bowling, anche se non vi sono prove a suo carico all’infuori di una parziale confessione estorta e poi ritrattata.

Probabilmente in un caso come questo l’accusa di un altro stato avrebbe mollato la presa. Purtroppo siamo in Texas e qui le autorità rispettano il dogma che non vengono condannati a morte degli innocenti. L’accusatore Lyn McClellan ha dichiarato: “Non abbiamo mai avuto dubbi sul riprocessarlo. Dal momento che è stato condannato una volta, avremmo dato da pensare se non lo avessimo fatto”.

Attualmente l’imputato non ha avvocati difensori accreditati in Texas e gliene verranno assegnati due nuovi d’ufficio. Speriamo che si tratti di bravi avvocati. Fino ad ora Max è stato difeso a livello federale dall’avvocato James H. Schropp di Washington che ha prestato la sua efficace opera gratuitamente.

Ricordiamo la simpatica intervista che Kenneth Foster ha fatto a Max un anno fa, pubblicata nel n. 114. Kenneth è convinto dell’innocenza di Max.

 

 

13) ODIO, MA ANCHE DISPERAZIONE ED ALTRO ANCORA

 

Rimaniamo fermi nel condannare le terribili ‘esecuzioni extragiudiziali’ compiute dagli attentatori suicidi in Iraq, che hanno lo scopo immediato di recidere il più alto numero di vite umane. Sbigottiti di fronte all'estremo grado di violenza espresso da queste persone che arrivano a sacrificare se stesse insieme con gli avversari e a molte ‘vittime collaterali’, giudichiamo ancor peggio coloro che le indottrinano e le addestrano nelle retrovie. Per non parlare della brutalità di chi, al momento opportuno, ordina di compiere un attentato suicida, senza rischiare in proprio, utilizzando un essere umano come fosse nulla di più di un particolare ordigno esplosivo.

Detto questo, vogliamo tornare sull’articolo "Esecuzioni, una misura dell'odio" comparso nel numero 124 del Foglio di Collegamento, spinti dalle obiezioni di una lettrice che ci hanno indotto ad una più approfondita riflessione al riguardo. La lettrice concorda con buona parte delle considerazioni svolte nell'articolo e trova soprattutto giusto ribadire il nostro inequivocabile rifiuto di qualsiasi forma di violenza letale, sia pure messa in atto nel tentativo di combattere un ingiusto invasore. Ci esorta però ad affinare l'analisi dei motivi che spingono numerosi combattenti a compiere attentati suicidi in Iraq.  Non è d'accordo che sia soltanto l'odio ad animare i kamikaze. Crede fermamente che ci sia in loro anche tanta disperazione e un malinteso amore per il popolo sofferente ed oppresso (e probabilmente, in molti, un delirio religioso).

La lettrice ha ragione: rischiamo di fare delle eccessive semplificazioni perché  non è facile soppesare le varie componenti emotive e comprendere le sfaccettature della mentalità dei kamikaze iracheni, sbrigativamente demonizzati in Occidente. Se vogliamo efficacemente operare per la pace, dobbiamo quindi sforzarci di capirli meglio. Dovremmo conoscerli, sentire le loro ragioni, leggere le loro ultime dichiarazioni che forse mettono per iscritto. 

Gli attentatori suicidi iracheni sono del tutto censurati dai media occidentali e probabilmente pure da coloro che li manovrano. Anche per i più arditi corrispondenti di guerra è forse impossibile in questo momento realizzare delle inchieste tra di essi. Per capire la mentalità di questi kamikaze forse potremmo partire da molto lontano leggendo le ultime lettere, a volte tenere e tristissime, dei giovani kamikaze impiegati dall'aviazione nipponica alla fine della seconda guerra mondiale contro le navi da guerra americane. Potemmo poi guardare i video – severamente censurati in occidente – che racchiudono il ‘testamento spirituale’ di ciascuno degli attentatori suicidi palestinesi, risentire le interviste rilasciate da madri, padri, sorelle e fratelli dei cosiddetti 'martiri' della causa della Palestina.

A questo proposito potrebbe essere utile rileggere l’articolo "Collaborazionisti e terroristi, alberi con radici comuni" (n. 96).  In esso Grazia Guaschino parlava dei terroristi palestinesi e dei collaborazionisti pure palestinesi, schierati da parti opposte – gli uni considerati eroi, gli altri infami - ma tutti figli di una stessa disperazione.

 

 

14) LA RIUNIONE DEL CONSIGLIO DIRETTIVO DEL 15 GENNAIO 2005

 

Il 15 gennaio 2005 alle ore 11:30’ si è riunito in Firenze […] il Consiglio direttivo (C. D.) del Comitato Paul Rougeau, regolarmente convocato. Sono presenti i consiglieri: Maria Grazia Guaschino, che presiede, Giuseppe Lodoli, che svolge la funzione di segretario della riunione, Paolo Cifariello, Loredana Giannini, Stefano Zanini. […] L’ordine del giorno è il seguente: 1. Resoconto vendite libro su Gary in italiano e pianificazione di  eventuali acquisti di ulteriori copie; 2. proposte per presentazioni del libro in altri luoghi oltre a quelli già decisi; 3.  situazione soci; 4. situazione conto del Comitato (entrate e uscite per libro e varie); 5. visita di Dale Recinella in marzo; 6. recensione del libro di Dale Recinella nel sito e sul bollettino; 7. pubblicazione della versione inglese del libro su Gary: suggerimenti e proposte; 8. attività nelle scuole; 9.  Progetto "Non uccidere"; 10. Campagna Rimbalzo; 11. adesioni di organizzazioni e personalità al Comitato; 12. varie ed eventuali. In apertura di riunione Grazia fa un’ampia recensione del libro “The Biblical Truth About America’s Death Penalty” scritto da Dale Recinella e appena pubblicato negli Stati Uniti (punto 6. all’o. d. g.). Nonostante la mole e il peso dottrinale del libro, le sue 430 pagine risultano di agevole, interessante e anche piacevole lettura. […] L’opera è particolarmente adatta ad incidere sulla mentalità americana ancora molto legata ad un’etica religiosa e spesso ad una interpretazione letterale della Bibbia […]. Si passa poi al punto 2. all’o. d. g. Vengono prospettate ulteriori presentazioni del libro su Gary Graham a Piacenza e a Genova. […]. Attualmente (punto 1.) […] rimangono da piazzare 254 delle copie acquistate dal Comitato in settembre e quindi si decide di soprassedere per il momento all’ordinazione di altre copie all’Editore. Loredana relaziona brevemente sui solleciti al rinnovo delle quote associative da lei inviati recentemente e si riserva di presentare nel giro di una o due settimane al C. D. un bilancio dei rinnovi ottenuti e il numero dei soci in regola (punto 3.). Passando al punto 5., Stefano e Grazia illustrano lo stato di avanzamento dell’organizzazione del viaggio di Dale Recinella in Veneto, Piemonte e in Friuli nel prossimo mese di marzo. Nel giro di quindici giorni Dale sarà impegnato in una stressante serie di conferenze a Venezia, Padova, Torino, Udine e dintorni. Per l’occasione verrà utilizzato un nuovo complesso edilizio di Udine comprendente una sala cinematografica e strutture annesse. E’ prevista la proiezione di un video sulla pena capitale subito prima delle conferenze di Dale. La struttura ospitante consente l’allestimento di tavoli con materiale promozionale. Stefano con l’aiuto di Giuseppe studierà la possibilità di allestire in questi locali una mostra fotografica sul tema della pena di morte. La stessa mostra fotografica potrebbe essere allestita anche presso il Sermig di Torino in concomitanza con l’evento abolizionista centrato sulla testimonianza di Dale Recinella. […]. Si passa al punto 4. e Paolo Cifariello rende noto che vi sono attualmente in cassa quasi 6000 euro. Vengono comunicati dal Tesoriere alcuni recenti rinnovi delle quote associative e alcuni pagamenti di copie del libro su Gary Graham. […].Tra le varie ed eventuali (punto 12.) si discute delle […] richieste di fondi provenienti da detenuti del braccio della morte dello Zambia, anche tramite i soci Secondo Mosso ed Alice Donato. Si conclude che, per una ben precisa limitazione prevista dallo Statuto del Comitato Paul Rougeau, non ci è consentito dare aiuti finanziari a detenuti al di fuori degli Stati Uniti d’America. Eccezioni potranno consistere solo nel trasferimento materiale ai detenuti di piccoli e sporadici contributi esplicitamente destinati dai donatori ai prigionieri del braccio della morte dello Zambia. […]. Affrontando il punto 8., si decide di preparare, con il materiale già largamente sperimentato da Grazia e dal Gruppo di Torino, un ‘pacchetto’ completo ed aggiornato da spedire a soci in grado di impegnarsi in attività di sensibilizzazione nelle scuole. […]. Poi Grazia (punto 7.) illustra il lavoro fatto da lei stessa e da Giuseppe per mettere a punto una nuova e assai migliorata versione inglese del libro su Gary Graham. […]. Per le attività dei punti 9., 10. e 11, nonché per quelle del punto 8, sarebbe opportuno e necessario giovarsi dell’apporto di nuovi soci attivi. Si è infatti constatato che il semplice affidamento di traduzioni dall’inglese non è sufficiente a mantenere alta la motivazione delle persone che si dicono disponibili a collaborare col Comitato. D’altra parte lo staff attuale riesce a malapena a portare avanti le attività di routine e non ce la fa a caricarsi delle incombenze connesse con l’eventuale attuazione del Progetto ‘Non uccidere’ o col rilancio della Campagna Rimbalzo (che peraltro si è rivelata l’unica attività abolizionista innovativa in grado di incidere apprezzabilmente nella realtà del Texas). […] Giuseppe propone pertanto di cercare tra i nuovi soci i ‘responsabili’ delle seguenti attività: Coordinamento ‘Non uccidere’, Campagna Rimbalzo, Adesioni di organizzazioni e personalità al Comitato. Sarebbe opportuno inoltre trovare qualcuno che si incarichi di promuovere le ‘petizioni’ e le ‘azioni urgenti’ pubblicate di volta in volta dal Comitato sul Foglio di Collegamento o inoltrate via e-mail a soci e simpatizzanti […].

 

 

15) NOTIZIARIO

 

 

Illinois. Anticipazioni delle accuse a Ryan. L’ex Segretario di stato e poi Governatore dell’Illinois George Ryan, divenuto un valoroso attivista per l’abolizione della pena di morte (v. ad es. n. 123) e candidato anche quest’anno al Premio Nobel per la Pace, nel prossimo mese di marzo al termine di una pluriennale investigazione federale – che ha già portato alla condanna di 68 persone - sarà processato per corruzione. Il 4 gennaio gli accusatori hanno anticipato per grandi linee il ritratto dell’accusato che intendono tracciare in aula. Ryan avrebbe lucrato favori,  tangenti e regali per un valore di centinaia di migliaia di dollari (per esempio: un viaggio a Disney World per sua figlia, vacanze in Messico e in Jamaica, parte delle spese di nozze per la figlia, riparazione del tetto di casa) soprattutto in cambio di contratti dell’Amministrazione con i suoi amici e sostenitori. Le prime accuse risalgono a fatti dell’inizio degli anni novanta: funzionari dell’ufficio diretto da Ryan rilasciavano patenti di guida in cambio di bustarelle.

 

Illinois. Indennizzo multimilionario ad ex condannato a morte. Steven Manning, 13-mo ed ultimo esonerato da una sentenza di morte in Illinois, ha intentato una causa civile contro Robert Buchan e Gary Miller, due agenti dell’F. B. I. che manipolarono le prove per ottenere la sua condanna capitale pur sapendo che era innocente. Sembra che gli agenti agirono così per vendicarsi contro Manning che li aveva denunciati per aggressione. Il ricorrente ha vinto la causa il 25 gennaio ottenendo un risarcimento di 6,6 milioni di dollari per aver passato ingiustamente 14 anni nel braccio della morte.

 

Ohio. Prosciolto Kenneth T. Richey. La Corte di Appello federale del Sesto Circuito ha annullato il 25 gennaio la condanna capitale che fu inflitta a Kenny Richey per aver causato l’incendio che uccise la figlia della sua ex amante nel 1986. Il motivo del proscioglimento è l’inadeguata difesa legale di cui poté giovarsi Kenny al processo. Lo stato deve scegliere entro 90 giorni se rilasciare o sottoporre ad un nuovo processo Kenny Richey che si è sempre dichiarato con forza innocente. Kenny, titolare di cittadinanza britannica oltre che statunitense,  ha avuto un fortissimo supporto dal pubblico e dalle autorità inglesi. Sono stati anche realizzati in Inghilterra due documentari per provare la sua innocenza.

 

Texas. Atwood in carcere per la protesta contro l’uccisione di Fuentes.  David Atwood, indomito fondatore ed animatore della Coalizione per l’Abolizione della Pena di Morte del Texas, è stato arrestato il 17 novembre scorso mentre protestava contro l’esecuzione di Anthony Fuentes (v. nn. 123, 124). Rilasciato su cauzione, due mesi dopo ha subito un processo. Il reato contestatogli era di aver superato il nastro di plastica gialla teso dalla polizia per delimitare l’area accessibile dai manifestanti davanti alla prigione The Walls in cui veniva ucciso Fuentes. Il 21 gennaio, condannato a pagare una multa o ad andare cinque giorni in prigione, ha preferito il carcere per rendere chiaro il suo gesto di disobbedienza civile. Il non più giovane attivista, è apparso sereno ma provato e frastornato al termine dall’esperienza di detenzione, la prima della vita sua. Ha detto di aver perso la cognizione del tempo e di aver avuto l’occasione per meditare e per capire meglio ciò che provano i prigionieri del braccio della morte.

 

Usa. Moussaoui si appella alla Corte Suprema. Il 10 gennaio ha giocato la sua carta più forte, appellandosi alla Corte Suprema, Zacarias Moussaoui cittadino francese di origine algerina, unico appartenente ad Al Qaeda messo sotto accusa  in relazione agli attentati dell’11 settembre 2001. Egli ha avuto il privilegio di essere giudicato da una regolare corte statunitense anziché dai ‘tribunali di canguri’ ma il suo diritto a giovarsi di testimoni è stato violato dal Governo sostenuto dalla ultra conservatrice Corte d’Appello federale del Quarto Circuito (v. ad es. n. 122). Adducendo ‘motivi di sicurezza’ è stato infatti impedito a Moussaoui l’accesso diretto o tramite video conferenza a tre personaggi di Al Qaeda, da anni detenuti in incommunicado e sotto interrogatorio, che potrebbero discolparlo dall’accusa di aver avuto un ruolo specifico negli attentati suicidi di New York e di Washington. Le testimonianze dei tre  - e perfino i verbali degli interrogatori - dovrebbero essere sostituiti da riassunti scritti, frammentari ed anonimi, preparati dagli agenti governativi incaricati di inquisire i tre. Il ricorso di Moussaoui lamenta la negazione dei diritti sanciti dal Sesto emendamento delle Costituzione che assicura ad un accusato la facoltà di chiamare testimoni in suo favore; del Quinto emendamento che garantisce all’accusato di non essere privato della vita, della libertà o della proprietà senza il dovuto processo di legge; dall’Ottavo emendamento che proibisce le punizioni crudeli ed inusuali. La giudice del processo che si svolge ad Alexandria in Virginia, Leonie Brinkema, aveva penalizzato l’accusa negandole la facoltà di chiedere la pena di morte e di produrre qualsiasi prova a carico in relazione ai fatti dell’11 settembre 2001 ma le sua decisione era stata vanificata il 13 ottobre scorso dalla superiore Corte d’Appello del Quarto Circuito. Il tenore della risposta della Corte Suprema – che si potrà avere tra parecchi mesi – potrebbe essere un indice importante per comprendere se lo stato di diritto sopravvive, in qualche forma sostanziale, nell’Impero impegnato nella guerra planetaria.

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 26 gennaio 2005